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Centrosinistra, un segnale da Cagliari
Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.
Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.
Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.
Pubblicato AGL il
Due scommesse di puro azzardo
Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.
Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019
Pasquino: «Non solo periferie, il Carroccio ormai pesca ovunque»
Intervista raccolta da Mauro Bonciani per il Corriere Fiorentino
Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è Deficit democratici (UniBocconi 2018).
Professore, Salvini inizia la sua campagna elettorale per conquistare Firenze: come si muoverà secondo lei nei prossimi mesi?
«Salvini ha imparato a muoversi molto bene. Quando serve fa anche muovere le ruspe. Ha le physique du rôle sia quando fa il capo politico, il Capitano della Lega, sia quando indossa le felpe da ministro degli Interni che difende il territorio. Che poi sul territorio si trovi di tutto, anche qualche capo ultrà condannato perché facinoroso e più, ma “milanista”, è un incidente di percorso. A Firenze viene facendo più attenzione a incontri selettivi senza rinunciare a qualche provocazione».
Il leader della Lega ha detto che prima a Firenze il centrodestra non ci ha mai veramente provato, con un riferimento implicito a Forza Italia e alla conduzione di Denis Verdini: è vero?
«Ha ragione. Effettivamente a Firenze il centrodestra ci ha “provato” quasi soltanto presentando un candidato, mai credendoci a sufficienza. Salvini avrebbe fatto una campagna elettorale più aggressiva, almeno a favore del milanista Giovanni Galli. Avrebbe cercato di radicare il centro-destra».
Dove prenderà i voti, nelle periferie e nel centro? Negli strati popolari o nella borghesia e nelle categorie economiche?
«Nel centro, nella Ztl, continuerà a prevalere il Partito democratico. Oramai si trova quasi più soltanto lì. La Lega è diventata un organismo che prende voti un po’ dappertutto. Le sue due tematiche, che si intersecano, immigrazione e sicurezza, fanno breccia anche nei settori popolari, non soltanto di Firenze. Artigiani e piccoli imprenditori hanno capito che Salvini rappresenta anche i loro interessi».
Lega e centrodestra puntano su un candidato civico a Firenze: fanno bene?
«Non posso rispondere senza sapere se già esiste quel candidato civico e chi è. Neppure i “civici” sono tutti eguali in quanto a visibilità politica, biografia professionale, capacità di rapportarsi alle persone, agli elettori. Un civico può vincere, ma se non ha esperienza e competenza non governerà in maniera soddisfacente».
La Lega può strappare l’area di centro a Nardella?
«Nardella non “possiede” l’area di centro. Deve riconquistarsela. Quella area è contendibile più che nel passato, è preoccupata, non è organizzata, quindi fluttua».
Firenze, ma anche Prato e Livorno, sono ormai diventati contendibili: perché non c’è più l’“eccezione Toscana”, il monolite rosso ad egemonia Pd?
«Non dimentichiamo che altrove, Arezzo e Siena, ma anche Massa, la contendibilità ha già portato alla sconfitta dei “rossi”. Non so se il Pd è mai stato un monolite rosso capace di egemonia. Credo, invece, che anche in Toscana sia stato un “amalgama mal riuscito” (espressione di Massimo D’Alema che se ne intende. Punto!), privo di cultura politica da trasmettere e da utilizzare per ottenere e mantenere il sostegno dell’elettorato. Il potere politicoamministrativo ha cessato di produrre altro potere e i voti necessari per riprodursi. La classe politica del Pd è chiaramente inferiore come qualità ai suoi predecessori di dieci-quindici anni fa. Non va più da nessuna parte».
E la sinistra si mobiliterà e si unirà contro l’“effetto Salvini” o crede che le divisioni, anche senza Renzi in campo, siano ormai troppo profonde?
«Non so cos’è la “sinistra” a Firenze. Quel poco di eletti e di amministratori che hanno ancora una visione che combina, giustamente, le loro preferenze personali, anche di carriera politica, con una visione di città e di Paese da costruire e da guidare potrebbero impegnarsi nella mobilitazione. Però potrebbe non essere sufficiente. Con quali idee e proposte, credibilità personale e politica la “sinistra” pensa di ricostruirsi?».
La sicurezza sarà centrale nella campagna elettorale: la Lega avrà il monopolio si questo tema? Cosa può fare la sinistra?
«Sulla sicurezza la Lega ha conquistato quella che si chiama issue ownership, possiede la tematica. È più credibile di qualsiasi concorrente. Fino ad un certo punto non è importante che risolva il problema, che non è mai uno solo. Molti elettori pensano che solo la Lega è intenzionata ad affrontarlo. La sinistra non sa fare granché e la maggioranza dei suoi elettori, sbagliando, almeno in parte, pensano che i problemi sono altri, diversi, risolvibili con una indefinita “integrazione”, con la solidarietà, con il multiculturalismo, tutto soltanto parzialmente vero, ma mai declinato in maniera convincente».
Pubblicato il 21 dicembre 2018
Lega pimpante. In affanno il Movimento
Il Movimento 5 Stelle è da qualche settimana entrato in affanno. Il passaggio da ampio contenitore della insoddisfazione e della protesta, entrambe spesso giustificabili, degli italiani a componente di una coalizione di governo che deve tradurre il programma in decisioni politiche si è rivelato molto complicato. Gradualmente, ma inesorabilmente, il Movimento ha perso consensi, mentre, altrettanto inesorabilmente e continuamente, la Lega è cresciuta nei favori dell’elettorato. In parte responsabile della crescita della Lega è stato il fenomeno/problema dell’immigrazione, ritenuto il più importante da una quota molto elevata di elettori. In parte è stata la figura fisica di Salvini presente con le sue ruspe e le sue felpe un po’ dappertutto sul territorio nazionale e, quel che più conta, con una base solida e diffusa capace di amplificarne il messaggio. Il Movimento non sembra essersi reso conto che la piattaforma Rousseau può servire al massimo al suo funzionamento interno e ai suoi processi di comunicazione. Non serve, invece, in nessun modo a entrare in contatto con gli elettori, a rassicurare, spiegare, ampliare il consenso per quanto è stato fatto dal governo, a cominciare dal decreto “dignità”. In un certo senso, la politica tradizionale, quella che, tutto sommato, pratica la Lega, facendo affidamento anche su una fitta rete di amministratori locali che il Movimento ha solo in parte e che sono meno preparati, perché neofiti, dei leghisti, ha dimostrato la sua superiorità sulla nuova politica che vorrebbero i pentastellati.
Nella lunga trattativa con la Commissione Europea per la riscrittura della Legge di Bilancio, mentre Salvini ha insistito imperterrito sulla sua volontà di tenere conto anzitutto degli interessi di sessanta milioni di italiani, Di Maio si è limitato a porre l’accento sul reddito di cittadinanza che riguarderà pochi milioni di italiani. Inoltre, chi ha il compito di mediare fra la Commissione e le preferenze dei due contraenti del patto di governo, il Presidente del Consiglio Conte, vicino ai pentastellati, non ha sicuramente la presenza fisica e l’energia di Salvini e ne viene spesso offuscato. Tutti questi elementi, dalla perdita di consenso alla diminuzione della visibilità politica hanno fatto emergere le prime critiche alla leadership di Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento. Pur lasciando da parte le disavventure della ditta di famiglia e del padre, è apparso evidente che Di Maio non ha la statura del governante come Salvini. Qualche cenno di Beppe Grillo e qualche dichiarazione sparsa di aderenti al Movimento segnalano preoccupazioni. Come già accaduto nel recente passato, la figura di Alessandro di Battista ha fatto la ricomparsa dai luoghi del suo anno sabbatico di astensione dalle cariche politiche. Le esternazioni di Di Battista, che scavalcano le posizioni più moderate di Di Maio che deve tenere conto del suo ruolo di governo, indicano che un’alternativa è possibile, ma la sua stessa esistenza rischia di indebolire il Movimento.
Pubblicato AGL il 18 dicembre 2018
La democrazia che spaventa i pentastellati
Improvvisamente e inaspettatamente, si è aperto un molto delicato problema per il Movimento 5 Stelle: mettere alla prova un elemento essenziale della loro concezione di democrazia diretta e partecipata. Sul terreno della TAV dove, fra l’altro, si trova molto esposta la amministrazione pentastellata di Torino, il Capitano Salvini prima ha dichiarato di essere favorevole a quella “grande opera”, poi ha aggiunto “se la sbroglino i cittadini con un referendum”. Il Sottotenente Di Maio, noto sostenitore della democrazia partecipata, ha subito replicato che i referendum li debbono chiedere i cittadini, non un ministro, il che è solo parzialmente vero. Infatti, autorizzato dal Parlamento, i referendum li può chiedere anche il governo, come fu nel 1989 per il referendum, certo, consultivo: “volete dare più poteri al Parlamento Europeo?” (quesito approvato dall’88 per cento, affluenza alle urne dell’80 per cento degli aventi diritto). Poi, Di Maio ha glissato evitando di spiegare perché non siano proprio gli elettori delle Cinque Stelle nella Valle di Susa e a Torino a dare inizio alla raccolta delle firme.
Nella vicina Liguria, il governatore Giovanni Toti (Forza Italia, ma molto vicino alla Lega) ha sfidato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti il pentastellato Toninelli a fare un referendum sulle Grandi Opere, compresa la Gronda intorno a Genova, aggiungendo “chi perde si dimette”. La risposta di Toninelli, “il referendum lo debbono chiedere i cittadini”, è stata molto evasiva, ma proprio per questo rivelatrice.
Vero è che referendum del genere di quello chiesto da Salvini e da Toti presentano molti problemi. Per esempio, a quello sulla TAV, supponendo che lo chiedano gli abitanti della Val di Susa che sono i diretti interessati, chi sarà ammesso a votare: solo i residenti oppure anche i proprietari di seconde case per la villeggiatura e coloro nati in Val di Susa che colà hanno parenti, ma non vi abitano più, oppure ancora tutti i torinesi, tutti i piemontesi? Ma, se l’opera è di interesse nazionale, non dovrebbe il referendum coinvolgere tutto l’elettorato italiano? Un discorso simile vale anche per il referendum chiesto da Toti. Infatti, sia il Ponte Morandi sia la Gronda, una “bretella” per alleggerire il traffico che grava su Genova, interessano non solo i genovesi e, più in generale, i liguri, ma, da un lato, tutti coloro che ritengono che quelle opere sono necessarie a un paese moderno e dinamico, e, dall’altro, coloro che alle grandi opere si oppongono (questa è la posizione assunta ufficialmente da lungo tempo dal Movimento 5 Stelle). Adesso, emergono le loro contraddizioni. Sembra proprio che i vertici delle Cinque Stelle temano di dare voce ai cittadini e di ascoltarne le preferenze. La democrazia “diretta” la stanno interpretando come democrazia da loro diretta, non come democrazia nella quale i cittadini si esprimono direttamente senza mediazioni.
Pubblicato AGL il 13 dicembre 2018
Il Conte del popolo
Populiste sì sono le affermazioni del Presidente del Consiglio Conte. Fin dall’inizio dichiarò il suo populismo proponendosi come avvocato del popolo anche se il popolo non l’aveva in nessun modo né scelto né designato. Da allora continua a ripetere di rappresentare il popolo, in competizione con Salvini che, a sua volta, parla come rappresentante di 60 milioni di italiani. Quanto al “popolo” che non si fa rappresentare né dall’uno né dall’altro è logicamente composto da “nemici” del popolo buono che segue e sostiene governo e governanti. Questa concezione di democrazia, non proprio rappresentativa, ma neppure diretta, non sta da nessuna parte.
L’inutile mossa del capro espiatorio #manovra
Di ritorno da una cena (a Bruxelles si mangia ottimo pesce) con il presidente della Commissione Europea Juncker, il Presidente del Consiglio Conte ha lanciato, non molto convincentemente, una nuova narrazione per il governo italiano e la sua manovra di bilancio. La Commissione ha dato tempo all’Italia senza procedere alla temuta (e perché mai se, come sostiene Salvini, produrrebbe effetti positivi per 60 milioni di italiani?) bocciatura della manovra del governo. Invece, no. La procedura d’infrazione è talmente in piedi che Salvini ha cominciato a dire che il problema fra Italia e Commissione non è costituito da qualche decimale. La Commissione continua a ritenere che un deficit al 2,4 ben al disopra dell’1,6, che era stato accettato dall’Italia, quindi con 8 decimali da limare, sia, eccome, un problema.
Adesso, i commentatori quasi tutti concordi sostengono e scrivono che la strategia della banda dei Quattro: Salvini, Di Maio, Tria, Conte, consiste nel traccheggiare, nel dilazionare, nel prendere tempo per arrivare fino al fatidico maggio 2019 e all’elezione di un Parlamento europeo e alla nomina di una Commissione che sarebbero a loro più favorevoli. Questa strategia, supponendo che sia tale, non ha quasi nessuna possibilità di realizzarsi. Intanto, nei prossimi giorni il governo deve assolutamente presentare la manovra di bilancio al Parlamento italiano e lì i numeri diranno quanti decimali sono cambiati, ma, soprattutto, se sono cambiati in maniera tale da soddisfare i criteri e le regole della Commissione. Taglia qui, riduci là, sposta più avanti i tempi per la concessione del reddito di cittadinanza e per la riforma della Legge Fornero, sembra abbastanza chiaro che quei decimali sono ballerini perché i conti non tornano e i quattro governanti non sanno che pesci prendere. Mirano a prendere un pesce grosso, vale a dire, giungere, in un modo o nell’altro fino al maggio 2019 sperando nell’elezione di un Parlamento con una, molto improbabile, maggioranza sovranista e la nomina di nuova Commissione disposta a cedere quel che la vecchia non vuole concedere.
La Commissione in carica nel pieno dei suoi poteri non è disposta a farsi prendere in giro da chi fa promesse a Bruxelles e non le adempie a Roma. Nessuno dei quattro governanti, ma soprattutto, nell’ordine, Salvini e Di Maio, vuole rinunciare apertamente agli obiettivi qualificanti, ma tutti e quattro hanno capito che la manovra dovrebbe/dovrà essere riscritta profondamente. Proveranno a fare qualche cambiamento cosmetico cercando di addebitare le responsabilità alla Commissione. Quella del “capro espiatorio” è una mossa già spesso praticata non dal solo governo italiano, ma da tutti i governi europei che, dovendo procedere a interventi dolorosi, hanno regolarmente cercato di scaricare le loro responsabilità: “l’Europa ce lo impone”. Non basterà. Prendere tempo rischia di essere, come ha dichiarato il Primo ministro greco Tsipras, che l’ha imparato sulla sua pelle, molto costoso.
Pubblicato AGL il 28 novembre 2018
Il Governo funziona male, ma le elezioni non migliorerebbero nulla
Chi intende il “dialogo” come chiacchierata a pranzo, a cena, negli intervalli di lavoro di una giornata, nel quale ci si limita a scambiare senza impegno parole parole parole, non può pensare che questo significhi negoziare e, neppure, ottenere assenso. Se, poi, come ripetutamente hanno detto, in ordine di rilevanza, Salvini, Di Maio, Tria, Conte, sì al dialogo, però, “la manovra non cambia”, allora meglio non andare a Bruxelles, ma andare al mare. Ciononostante, non dobbiamo, come interpreto la dura riflessione di Cisnetto, abbandonare le speranze poiché, contrariamente alla scommessa dei governanti giallo-verdi, tirare per le lunghe non significa affatto evitare di tirare le cuoia. Al contrario, già nel medio periodo, mercati e spread potrebbero insegnare qualcosa anche a chi ha ampiamente dimostrato poca dimestichezza con i numeri (e con Babbo Natale). La letterina della Commissione arriverà e sarà severa. Chi ha la pazienza di aspettare, ma spero che i piccoli e medi industriali del Nord l’abbiano già persa questa pazienza, potrebbe vedere il governo cambiare qualcosa di sostanziale. Magari avendo capito che il mantra al quale fanno ricorso: “i fondamentali dell’economia italiana sono sani”, è profondamente sbagliato. Il 131 per cento di debito pubblico non è sano. È molto malsano. Evadere 20-25 percento di tasse non è sano. La crescita più bassa di quasi tutti gli Stati-membri dell’Unione è malsanissima, ed è difficile credere che la manovra riuscirà a rovesciare una tendenza ventennale. Lascio da parte il costo, ingente, della corruzione politica che, naturalmente, non riguarda affatto solamente i politici.
Se il non-negoziato Commissione- Italia non porta a nulla, allora, sostiene Cisnetto, meglio andare alle urne. La penso molto diversamente per un insieme di ragioni. In maniera sorprendente, ma non incredibile tutti i sondaggi concordi rilevano che né il governo né l’evanescente Presidente del Consiglio (dal quale stiamo attendendo che operi davvero da “avvocato del popolo”) hanno perso popolarità. Probabilmente questa solidità del consenso dipende dal fatto che l’opposizione di Forza Italia è molto ambigua e quella del Partito Democratico è da tutti i punti di vista: leadership, proposte, credibilità, assolutamente irrilevante. Secondo né la Lega avanzante né le Cinque Stelle declinanti possono permettersi il lusso di gettare la spugna andando di fronte all’elettorato come dei falliti. Terzo, Mattarella sconsiglierebbe nuove elezioni che, inevitabilmente, avrebbero effetti deleteri sul bilancio dello Stato e esplorerebbe tutte le alternative possibili. Ce ne sono? Dipende dal rinsavimento di alcuni dirigenti politici, ma le democrazie parlamentari hanno sempre molte frecce al loro arco. Infine, non è affatto detto che dalle urne uscirebbe un’alternativa numericamente valida all’attuale governo. Potrebbe benissimo succedere che l’ascesa di Salvini si riveli insufficiente ad una maggioranza di centro-destra e che l’unica coalizione possibile torni ad essere quella Cinque Stelle(ine) e Lega.
Che fare, dunque? Due tipi di azioni sono possibili, entrambe contemplate e praticate nelle democrazie parlamentari. Primo, premere sul governo affinché prenda atto che ci sono politiche che non può attuare. Le cambi, oppure, come dice flautatamente Giuseppe Conte, le “rimoduli”, anche nei numeri (magari con la spinta del Quirinale che non dovrebbe fare fatica a cogliervi già alcuni elementi di incostituzionalità). Secondo, si proceda a un rimpasto che non è “vecchia politica”: la May in Gran Bretagna l’ha già fatto un paio di volte e certo la vecchia politica non abita lì, mandando a casa i ministri palesemente inadeguati –e se a Toninelli fischiano le orecchie è solo giusto così, ma anche Conte e Tria meritano qualche fischio) reclutando persone più competenti, in grado di avere maggiore capacità di intervento in Italia e di convincimento a Bruxelles. Poco? Certo, ma meglio di niente –e meglio di elezioni quasi sicuramente inconcludenti.
Pubblicato il 24 novembre 2018 su Terza Repubblica
Il no a Bruxelles un grave errore
La procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea contro il governo italiano riguarda, nelle parole del Commissario all’Economia Pierre Moscovici, una “violazione” definita “particolarmente grave”. L’Italia si era impegnata a tenere il suo deficit all’1,6 per cento, mentre la manovra approvata dal governo Salvini, Di Maio, Tria, Conte lo porta al 2,4 per cento. Non è affatto, come sostengono i governanti italiani un affare di decimali poiché quei decimali faranno ulteriormente crescere il già ingente debito pubblico (attualmente al 131 per cento del PIL). Né l’Italia può chiedere flessibilità ricordando i casi di Germania e Francia poiché entrambi i paesi avevano un debito pubblico al di sotto del 100 per cento del loro PIL. Il debito pubblico deve essere periodicamente rifinanziato con miliardi di Euro che, evidentemente, sono sottratti ad eventuali investimenti produttivi i soli che aumenterebbero la crescita del paese. Senza crescita non c’è riassorbimento della disoccupazione, meno che mai di quella giovanile. Al contrario potrebbero crescere coloro in grado di vantare diritto al reddito di cittadinanza da finanziare con risorse che fanno crescere il debito e che vengono tolte alla crescita. A tutto questo, che non è affatto complicato da capire, i governanti italiani replicano con parole e con speranze non con i numeri come vorrebbe la Commissione Europea. Chiedono un dialogo per spiegare, asserendo implicitamente che i Commissari non hanno capito e che non sanno fare di conto. Sostengono che la crescita italiana sarà superiore a tutte le stime che circolano: del Fondo Monetario Internazionale, della stessa Commissione, dell’Organizzazione e Cooperazione per lo Sviluppo, degli Uffici tecnici di Camera e Senato. Pretendono di saperne di più e annunciano di volere andare avanti. Gli europei, compresi i Ministri dell’Economia di paesi come l’Austria e l’Ungheria, la cui “filosofia politica” non è distante da quella di Salvini, si irritano per un’offerta di dialogo che, comunque, secondo gli italiani, non potrà cambiare nulla e temono, invece, che, se l’Italia non cambia parti importanti della sua manovra economica, finirà per creare grossi problemi a tutta l’Unione. Di più: ascoltando Salvini, quando non è impegnato a leggere la letterina che nessun Babbo Natale gli manderà mai, e Di Maio, quando non si scapicolla a espellere i dissenzienti, nessuno degli operatori economici riesce a pensare che il governo-giallo verde si renda conto che non sono le critiche della Commissione a fare “male” agli italiani, al popolo italiano, ma sono i comportamenti testardi dei due capi partito e i comportamenti ignavi di Conte e di Tria. Forse i non proprio “magnifici quattro” italiani pensano di guadagnare tempo e, persino, di logorare la Commissione. Sbagliano. La procedura è iniziata e continuerà fino al suo esito inevitabile, costosissimo per l’Italia a meno che la manovra di bilancio venga cambiata in alcuni punti molto sostanziosi.
Pubblicato AGL il 23 novembre 2018
Se la #manovra non cambia con il dialogo saranno guai per l’Italia
“Il dialogo continua, ma la manovra non cambia”. Se questo è il mantra di Tria, Di Maio e Salvini è inevitabile che la Commissione Europea sanzioni l’Italia. Nel frattempo, le sanzioni arrivano dallo spread e dai mercati, fatti di operatori e investitori anche italiani che, concordi, calcolano che se la manovra non cambia con il dialogo allora saranno guai per l’Italia. As simple as that.

