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Bienvenido Estado (de nuevo) @clarincom

Clarín La Europa que viene- 25 luglio 2020

El politólogo italiano solamente el Estado es capaz de movilizar los recursos económicos, médicos, culturales para una situación extrema como la del presente pandémico.

Algunos de nosotros, keynesianos impertérritos y socialdemócratas impenitentes, lo sabíamos y nunca lo olvidamos. Alguno incluso recordaba a Thomas Hobbes: el Estado nace para detener la “guerra de todos contra todos” creando un orden “justo” que salva las vidas (me repito deliberadamente) de los ciudadanos. Después de eso, el Estado puede, pero deben ser los ciudadanos los que lo deseen libre y reiteradamente, proveer también el bienestar de todos los ciudadanos: el Estado de bienestar. Los liberales primitivos y los neoliberales han negado todo esto y llevado descaradamente a muchos estados por el camino de la desregulación y la soberanía, a menudo arrastrando con ellos sectores del populismo.

El Covid-19 ha demostrado cruelmente que nadie se salvaQue los independentistas no pueden cerrarle las puertas al virus. Que los populistas no salvan a “su” pueblo. Por el contrario, que, burlándose de los expertos y de la ciencia médica, los populistas incluso exponen a todo el pueblo, al contagio del rebaño. No man is an island (ningún hombre es una isla) repetiría infinitamente el poeta John Donne, pero en el archipiélago de la globalización, de la epidemia para todos, de la pandemia, todos necesitamos respuestas colectivas. No obstante, independentistas y populistas dan respuestas egoístas y corporativas de validez inexistente, inadecuadas, contraproducentes.

Solamente el Estado, apoyado en la legitimidad de sus instituciones, en la legalidad de sus procedimientos y sus normas, en la responsabilidad bajo la cual operan los titulares del poder político, es capaz de movilizar los recursos económicos, médicos, culturales. Puede hacer el mejor uso posible de los conocimientos generales y específicos. Tiene la capacidad de responder a los requerimientos de los ciudadanos: qué reglas respetar, qué sacrificios exigir y compartir, qué bienes y recursos distribuir equitativamente a cada uno según sus necesidades y sus méritos. Sólo el Estado puede identificar los sectores que permitirán la recuperación económica, que relanzarán la cultura, que generarán nuevas y mejores solidaridades, que expresarán innovación, que institucionalizarán las innovaciones. La mano invisible del mercado funciona cuando los actores saben que alguien ha establecido reglas que sabe hacer cumplir, que alguien corta regularmente el nudo gordiano de los conflictos de intereses, que todo el mundo confía no sólo en el carnicero de Adam Smith, sino también en sus conciudadanos.

Dado que en un marco irresistible e irreversiblemente globalizado ningún desafío se detiene en las fronteras de un Estado, aunque se lo caracterice como superpotencia, sabemos que es en las organizaciones internacionales y supranacionales donde debemos depositar nuestra confianza. Las Naciones Unidas, la Organización Mundial del Comercio, la Organización Mundial de la Salud son agentes colectivos que, si bien en medio de grandes dificultades y obstáculos, persiguen el bienestar colectivo. Hemos aprendido, finalmente, lo que hace ochenta años inspiró la acción implacable y obstinada de Altiero Spinelli, que sólo una unión o al menos una coordinación estrecha y unida entre los Estados, que hoy se denomina Unión Europea, está en condiciones de dar respuestas adecuadas en situaciones de grandes crisis dramáticas y sorpresivas, que sus instituciones: el Parlamento, el Tribunal de Justicia de la Unión Europea, el Banco Central Europeo y la Comisión, lejos de tener un déficit democrático, interpretan las exigencias colectivas y tienen más posibilidades de satisfacerlas que cualquier estado nacional. Bienvenido de nuevo, Estado (del bienestar que reconstruiremos), Europa (el de nuestro destino).

©Gianfranco Pasquino. Traducción: Román García Azcárate. Pasquino es autor del libro “Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política” (2019), próximamente traducido por Eudeba.

 

Il ritorno dello Stato (e dell’Europa) #Lectio Accademia delle Scienze di Bologna

Alcuni di noi, imperterriti keynesiani e socialdemocratici non pentiti, lo sapevamo e non l’avevamo mai dimenticato. Qualcuno di noi si ricordava persino di Hobbes: lo Stato nasce per fare cessare la “guerra di tutti contro tutti” dando vita a un ordine “giusto” che salva la vita (mi ripeto deliberatamente) dei cittadini. Dopodiché, lo Stato può, ma debbono essere i cittadini a volerlo liberamente e ripetutamente, anche provvedere al benessere di tutti i cittadini: welfare State. Paleo e neo-liberisti hanno negato tutto questo e hanno balordamente condotto molti Stati sulla via della sregolatezza (deregulation) e del sovranismo. Il Covid-19 ha dimostrato con crudeltà che nessuno si salva da solo. “No man is an island”, ma nell’arcipelago della globalizzazione, della epidemia per tutti, pandemia, tutti abbiamo bisogno di risposte collettive. Solo lo Stato, sorretto dalla legittimità, in grado di mobilitare risorse, economiche, mediche, culturali, capace di utilizzare al meglio le conoscenze, può rispondere alle richieste dei cittadini: regole da (fare) rispettare, sacrifici da condividere, beni da distribuire equamente. Soltanto una unione o quantomeno un coordinamento solidale e serrato fra Stati, che possiamo chiamare Unione Europea, riesce a dare risposte adeguate in situazioni di grandi sorprendenti drammatiche crisi. Ben tornati, Stato (del benessere che ricostruiremo), Europa (del nostro destino).

ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’ISTITUTO DI BOLOGNA

SCIENZA APERTA
La ripresa

04 giugno 2020

 

È giunta l’ora di ripensare cos’è la libertà @fattoquotidiano

La pandemia, con la necessità di porre dei limiti alle libertà personali, obbliga tutti, a cominciare dai politici, che dovranno decidere che cosa, come, quanto, ai giuristi, ai filosofi, agli scienziati della politica, a ripensare al significato di libertà e alla realtà della/e libertà nel mondo contemporaneo. Non possiamo accontentarci della pure feconda, ma anche controversa, distinzione effettuata da Isaiah Berlin fra libertà “da” e libertà “di”. Certo, è importante essere liberi da impedimenti e da interferenze che vengano dallo Stato, dai detentori del potere politico, da chiunque abbia risorse tali da influenzarci in maniera notevole e sgradevole. Proprio se e quando riusciamo a sfuggire alle influenze esterne siamo liberi di agire e di fare. Allora, ci troveremo in condizione di perseguire i fini che desideriamo, di appagare le nostre preferenze. Quelle libertà individuali sono essenziali.

Tuttavia, abbiamo imparato da Thomas Hobbes che quando tutti tentano di ottenere quello che desiderano senza osservare nessuna regola finiscono inesorabilmente per scontrarsi producendo la grave situazione del bellum omnium contra omnes. L’ordine, prodromo di esiti autoritari, dovrà essere e verrà imposto dall’alto a meno che si pervenga ad una condivisione di regole accettate da tutti o quasi. L’ordine politico, premessa della democrazia e sua positiva conseguenza, implica che tutti rispettino le libertà altrui e che nessuno eserciti la sua libertà a scapito di quella degli altri. Forse, il pensiero politico non si è esercitato a sufficienza sui limiti reciproci della libertà.

La riflessione che ho svolto, finora molto carente in Italia, è indispensabile per passare ai casi pratici, a cominciare dalla libertà di circolazione che, riconosciuta nell’art. 16 della Costituzione italiana, è stata fortemente circoscritta dai decreti del Presidente del Consiglio. L’articolo afferma che la circolazione è libera “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Quindi, gli interventi limitati possono (debbono?) essere sanati da una legge successiva. Più concretamente, a suo sostegno e giustificazione, il governo deve argomentare che la libertà dei cittadini di circolare sul territorio nazionale, di uscirne e di rientrarvi trova un limite oggettivo nel diritto alla salute qualora esista una ragionevole preoccupazione che i cittadini circolanti siano portatori di malattie. Allo stesso modo e per ragioni simili, possono essere sospesi il diritto di riunione (art. 17) e il diritto di esercitare “in pubblico il culto” (art. 19). Tutti questi sono diritti che definirei sociali. Trovano presenza, protezione e promozione nell’ambito della società, nella socialità.

Se, come pare opportuno e acquisito, attribuiamo allo Stato il compito di proteggere la vita e di promuovere il benessere dei cittadini, allora ne consegue che il governo deve essere in grado di predisporre e di fare osservare le misure necessarie ai compiti primari. Potremo giustamente discutere il contenuto e i dettagli di queste misure (ad esempio, la definizione dei congiunti e il numero massimo di partecipanti ai funerali) chiedendo che il governo offra motivazioni specifiche e precise. Fra queste misure non può non essere collocato il ricorso al contact tracing (rin-tracciabilità dei movimenti e degli incontri) che richiede una trattazione specifica, ma i cui criteri irrinunciabili sono volontarietà, provvisorietà, temporaneità (ovvero la certezza che i dati raccolti saranno rapidamente distrutti dopo l’uso al quale erano stati destinati).

Primum vivere deinde philosophari, ma filosofeggiare sulle libertà nel mondo interdipendente significa andare ripetutamente, ostinatamente alla ricerca dei più accettabili punti di equilibrio fra le libertà dei cittadini. Niente di meno niente di più niente di diverso. Il diavolo potrà anche annidarsi nei dettagli, ma, forse, dobbiamo temere di più i diavoli che fanno un uso spregiudicato dei dettagli con l’intento di oscurare the big picture, il quadro complessivo: una pandemia che colpisce tutti e tutti mette e mantiene in pericolo.

Pubblicato il 8 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

L’ipocrisia di dire che tutto cambierà @fattoquotidiano

Di fronte a una catastrofe di proporzioni inaspettate e dalle conseguenze imprevedibili dobbiamo lanciare messaggi di speranza o guardare con occhi lucidi, dietro, intorno e avanti? Non dovremmo tutti controllare le emozioni e affidarci soltanto alle cognizioni? So che non possiamo fare a meno delle emozioni, ma credo che le cognizioni e le ragioni siano più importanti per capire, per reagire e per cambiare. Piuttosto che affermazioni retoricamente ottimistiche, non dovremmo preferire, anzi, pretendere parole di verità: “I have nothing to offer but blood, toil, tears, and sweat”? anche se contro il coronavirus non è in corso una guerra, analogia del tutto impropria. È una guerriglia con i suoi focolai e i nemici stanno già da qualche tempo fra noi come pesci nell’acqua.

Alle prime, ma insopprimibili, manifestazioni del coronavirus, era opportuno (e utile) affermare con un tono di malcelata superiorità, anche morale: “Milano non si ferma”? Serve davvero a renderci meno preoccupati e meno infelici leggere su molte lenzuola stese al vento che “Andrà tutto bene”? Possiamo raccontarlo ai parenti e agli amici di quindicimila vittime per consolarle? Come potrà andare “tutto” bene per coloro che hanno perso nonni, genitori, parenti e, talvolta, figli? È lecito lasciare pensare che d’ora in poi, neanche più discuteremo di un passato dolorosissimo e vicinissimo, perché “tutto andrà bene”? Tutto, che cosa? per coloro che non hanno più la possibilità di lavorare nelle attività autonome che si erano costruite con fatica, impegno e orgoglio. Per coloro che hanno perso il posto di lavoro e sono consapevoli che tutto è andato male e comprensibilmente temono che riprendere non sarà né facile né rapido, che il futuro si presenta sotto una densa scura nube di enormi inconvenienti, avversità, ostacoli? E chi sono, che cosa sanno poi costoro che annunciano il futuro radioso nel quale “tutto andrà bene”? Infine, sentiamo annunciare e leggiamo molto frequentemente che “torneremo come prima”. Sappiamo, me lo auguro, che il “prima” per molti non era affatto una situazione positiva, apprezzabile, nella quale stavano bene, avevano un lavoro e un reddito, forse persino speranze di miglioramenti oppure si sentivano già realizzati. Forse dovrebbero saperlo anche coloro che, “prima”, godevano di situazioni di grande benessere, di potere, di opportunità. Sono coloro che anche in questa occasione perdono poco e rischiano meno degli altri. Se hanno un minimo di capacità riflessiva, però, neppure costoro pensano e desiderano tornare “come prima”. Anzi, dovrebbero riflettere su quello che non ha funzionato e su come trovare, alimentare, diffondere anticorpi, ma soprattutto su come predisporre strutture e cambiare comportamenti.

No, non dobbiamo affatto augurarci che “tutto tornerà come prima”. Al contrario, dobbiamo fare sì che il nostro sangue, il nostro lavoro, le nostre lacrime e il nostro sudore servano a cambiare profondamente le società nelle quali viviamo e le modalità con le quali ci comportiamo. No, non sono affatto sicuro che abbiamo capito che la nostra libertà finisce dove comincia la libertà degli altri e che siamo liberi proprio nella misura in cui gli altri accettano l‘idea/la necessità/l’imperativo della loro stessa libertà “condizionata”. Che abbiamo capito che davvero esiste la società, non individui singoli fieri, presuntuosi, autosufficienti. Che “no man is an island entire of itself; every man is a piece of the continent”. Che la vita può diventare “solitary, poor, nasty, brutish, and short”, se non impariamo a rapportarci agli altri rispettando le regole che ci siamo dati oppure cambiandole di comune accordo. Allora, meditando, nell’ordine, quanto detto dall’uomo politico Winston Churchill, dal poeta John Donne, dal filosofo Thomas Hobbes, affermiamo consapevolmente e convintamente che nulla tornerà come prima. Faremo il possibile affinché molto del nuovo sia per il più alto numero di persone (come vorrebbe John Rawls) migliore, di gran lunga migliore, di prima.

Pubblicato il 10 aprile 2020 su Il Fatto Quotidiano

Consenso #DizionarioCivile #Italianieuropei

da Italianieuropei n.4/2019, pp. 151-153

 

CONSENSO, non solo in politica, significa accettazione e approvazione, di regole e leggi, di decisioni e comportamenti. Il consenso viene dal basso, ma deve essere conquistato da coloro che stanno in alto ovvero vogliono arrivarci e restarci, di solito il più a lungo possibile. Costoro, i politici, soprattutto quelli che non hanno altro mestiere, si curano del consenso, in tempi recenti lo agognano in maniera ossessiva e spasmodica. La campagna elettorale permanente è per l’appunto il prodotto e, al tempo stesso, lo strumento con il quale rincorrono, cercano di catturare e di ingabbiare il consenso del popolo, dell’opinione pubblica, dei mass media. Esistono diversi ambiti ai quali il consenso si riferisce e si applica: l’ambito delle regole e delle procedure di funzionamento di un sistema politico; l’ambito delle persone, le autorità, coloro che hanno e esercitano potere politico; l’ambito delle politiche pubbliche, le scelte e le decisioni che attribuiscono le risorse per tutta la società, per gruppi, per singoli. Se non vi è consenso sulle regole e sulle procedure, spesso tradotte e inserite in una Costituzione, al fine di evitare la situazione descritta da Thomas Hobbes: “homo homini lupus”, qualsiasi società/sistema politico si troverà esposto al rischio della disgregazione. Laddove le regole sono diffusamente accettate è più facile manifestare consenso e dissenso per le persone e per le politiche. Nelle democrazie, il consenso si esprime quasi essenzialmente, ma non esclusivamente, nelle e attraverso le elezioni: è, anzitutto, spesso soprattutto, consenso elettorale. Nella misura in cui consenso è accettazione, anche passiva, può apparire e permanere nei regimi autoritari e in quelli totalitari. Nella sua monumentale biografia di Mussolini, lo storico Renzo De Felice ha definito il periodo fra il 1929 e il 1936 “gli anni del consenso”. Consenso come approvazione di quanto il regime aveva fatto? Come accettazione passiva dell’ordine imposto? Come disponibilità a mantenerlo in carica e a sostenerne le attività? È difficile dirlo, ancor più misurarlo poiché i regimi autoritari non sono il luogo migliore per ottenere i liberi pareri dei loro cittadini/sudditi. Più facile è accertare la quantità di dissenso nei confronti del regime contando e misurando le attività delle opposizioni e la loro resistenza, ma è, ovviamente, altra cosa.

Da sempre, tutto quello che riguarda il consenso in politica ha suscitato una quantità di interrogativi. Naturalmente, il primo interrogativo è come viene acquisito. Se è consenso sulle regole e sulle procedure la sua acquisizione comincia nelle famiglie, procede nelle associazioni, culmina con l’attività dei partiti. In tutte le democrazie che conosciamo sono i partiti che organizzano il consenso e, ovviamente, anche il dissenso. Quella che si chiama “socializzazione” politica, vale a dire, trasmissione di valori e ideali, collegati al consenso per il sistema e per le sue regole, è facilitata dall’esistenza di società omogenee nella loro composizione. Il secondo interrogativo riguarda il grado di equilibrio da mantenere fra consenso e dissenso. Se il dissenso è il sale del cambiamento, allora deve avere un suo spazio che sarà probabilmente tanto più ampio sulle persone e sulle politiche quanto più diffuso è il consenso sulle regole. Le democrazie consensuali sono democrazie pacificate, ma rischiano di diventare compiaciute e snervate. Troppo consenso fa male a qualsiasi società e sistema politico. Non c‘è soltanto il rischio della possibile affermazione della tirannia di una maggioranza, ma, come scrisse profeticamente Alexis de Tocqueville, può fare la sua comparsa il conformismo sotto la cui pesante coltre non riuscirà a manifestarsi nessuna spinta al cambiamento, nessuna innovazione.

La società di massa schiaccia gli individui, soprattutto coloro che esprimano dissenso, e si isterilisce. Quando gli uomini e le donne “a una dimensione” diventano maggioranza coloro che non si uniformano e conformano saranno repressi e oppressi. In verità, questo è il terzo interrogativo, siamo sicuri che il conformismo sia qualcosa di insito nelle società di massa, inevitabile? È certamente un pericolo, ma la sua traduzione concreta discende dalle pratiche di manipolazione del consenso. Nell’epoca contemporanea, da almeno un secolo, ma chi voglia trovare una data emblematica dovrebbe rifarsi alla profezia satirica 1984 Nineteen Eighty-four di George Orwell , sono coloro che si occupano di comunicazione politica ad avere la possibilità di manipolare le modalità di formazione, di espressione, di valutazione del consenso.

Il consenso è manipolato dalla comunicazione un po’ in tutti i regimi. Talvolta, i detentori del potere nei regimi autoritari e totalitari diventano prigionieri della loro stessa manipolazione comunicativa e ne cadono vittime. Talvolta le immagini, sia televisive sia quelle trasmesse dai social, rivelano inaspettatamente che il consenso delle piazze (Tienanmen insegna) non c’è più, ma la costruzione di un nuovo e diverso consenso è affare complicatissimo e di lungo impegno. In democrazia, la manipolazione del consenso, regolarmente tentata da chi acquisisce posizioni di potere e visibilità, risulta sempre esposta alla competizione fra i comunicatori. Troppo consenso è la conseguenza, ma anche la premessa, del conformismo. Qualcuno ha già avanzato una doppia ipotesi (o doppio timore) che, primo, troppi concorrenti nella produzione di comunicazione politica finiscano per frammentare in maniera disgregatrice le audience, che insomma non si possa più formare un’opinione pubblica. Secondo, che non riescano ad affermarsi criteri condivisi con i quali valutare le proposte, le promesse, le prestazioni dei detentori del potere politico, dei partiti, delle politiche pubbliche. Non siamo destinati a passare dall’età del consenso all’età del dissenso e, forse, neppure del conflitto omnium contra omnes, quanto, piuttosto, all’età della confusione, fatta di consensi fluttuanti, volubili, sfuggenti. Non sarà prevalentemente conformismo, ma difformità, certamente non in grado di garantire l’espressione di dissenso creativo e persuasivo, incapace di trasformarsi in nuovo consenso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianfranco Pasquino ricorda Norberto Bobbio

In occasione dell’anniversario della nascita di Norberto Bobbio, Torino 18 ottobre 1909, mentre gran parte di un paese senza memoria e senza cultura lo ha dimenticato, spesso senza averlo mai “conosciuto” e apprezzato, forse è utile rileggere quanto diceva, con affetto, con “scienza” e con riconoscenza, un suo allievo. (ndr)

Intervista raccolta da Annamaria Abbate e pubblicata su La Cronaca 6 ottobre 2009 .

Gianfranco Pasquino ricorda Norberto Bobbio
Allievo del filosofo, ne ricostruisce la figura in occasione del centenario della nascita

Il 18 ottobre 2009 sarà il centesimo anniversario della nascita di Norberto Bobbio scomparso nel gennaio del 2004 alla fine di una vita lunga, operosa e influente. Nel 1984, quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, a un giornalista che gli chiedeva: “Ora come vuol essere chiamato, senatore o professore?”, Bobbio rispose semplicemente: “Io sono un professore”. L´insegnamento universitario, esercitato per mezzo secolo passando dalla filosofia del diritto alla scienza politica e alla filosofia politica, è stato il luogo privilegiato della sua straordinaria produzione scientifica. Per valutarne la personalità e i contributi abbiamo intervistato Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.

Professor Pasquino possiamo definirla un allievo di Norberto Bobbio?

Certamente, sì, per due ragioni. Mi sono laureato con una tesi di Scienza politica con lui relatore. Un giorno, espressamente, seduti entrambi sui banchi del Senato, gli chiesi se avevo i titoli giusti per mettere nel mio curriculum “allievo di Bobbio”. Mi rispose, sorridendo, di sì, che ne sarebbe stato lieto. A me fa molto piacere aggiungere che con Bobbio e con Nicola Matteucci, abbiamo curato il Dizionario di Politica (UTET, 2004) la cui terza edizione, purtroppo, non riuscì a vedere.

Quali sono a suo giudizio i volumi più importanti della sua enorme produzione accademica?

Bobbio divenne molto noto grazie al suo dialogo (senza concessioni) e al confronto anche aspro con le idee e le posizioni di Togliatti relativamente al ruolo degli intellettuali e delle idee. Politica e cultura, pubblicato la prima volta nel 1955, raccoglie e sistema una tematica di immutato interesse e valore. In seguito, due altri volumi: Il futuro della democrazia (1984), pubblicato casualmente (sic) in epoca craxiana, e Destra e sinistra (1994) pubblicato e ripubblicato nient’affatto casualmente (sic) in epoca berlusconiana (con un successo di vendite che lo sorprese moltissimo), segnarono la riflessione politica e culturale. Però, Bobbio era particolarmente contento del suo eccellente excursus sulla cultura e sugli intellettuali tratteggiato nel Profilo ideologico del novecento italiano (1968, 1986) e della sua raccolta di saggi su Carlo Cattaneo: Una filosofia militante (1971). Ma credo che il suo libro preferito (ne posseggo una copia con dedica) sia Thomas Hobbes (1989), lo studioso che apprezzava in massimo grado per il rigore, l’acume, il duro realismo e la brillantezza della scrittura.

Come si spiegano il successo e la fama di un professore di Filosofia politica che non andava mai, per sua libera scelta, in televisione?

Anzitutto, Bobbio è stato un grande professore per più di quarant’anni. Ha insegnato a generazioni di studenti sia le materie dei suoi corsi, mai ripetitivi, sia un metodo di riflessione sia uno stile di vita, austero, ma impegnato, e ha fatto conferenze in tutto il mondo. In secondo luogo, Bobbio ha affrontato sempre tematiche analiticamente e politicamente significative senza mai essere settario o fazioso, sforzandosi di capire e di porre gli interrogativi più stimolanti. Non era, però, come alcuni hanno scritto, il “filosofo del dubbio”. Aveva convinzioni solide, ma era aperto alla ricerca. In terzo luogo, la sua fama si è estesa quando cominciò nel 1976 a collaborare a “La Stampa”, con editoriali e interventi lucidissimi e rigorosi. Fu da allora che, anche a causa della turbolenta storia italiana, ottenne e esercitò, senza volerlo, il ruolo di coscienza critica. Quel ruolo, naturalmente, gli costò anche molte critiche, spesso stupide e becere, dalla destra, ma non solo. Mi limito a ricordare che, alla pubblicazione di un articolo su “La Stampa” con il titolo La democrazia dell’applauso che criticava l’acclamazione con la quale il Congresso socialista aveva “rieletto” Craxi segretario, Craxi replicò stizzito stigmatizzando “i filosofi che hanno perso il senno”.

Che cosa rimane di Bobbio e del suo pensiero, oggi?

Bobbio non ha successori, anche se c’è una affollata corsa a dichiararsi tali. È una corsa, cominciata già negli ultimi anni della vita di Bobbio, che ho criticato in un articolo intitolato “Il culto di Bobbio” (commento di Bobbio: “temo che tu abbia ragione”). Nessuno, oggi, ha la sua stessa autorevolezza, il suo rigore, torinese (Bobbio ha scritto un ottimo saggio sulla cultura a Torino), il suo senso dell’impegno di stampo azionista, ma anche la sua limpida cognizione del limite. Bobbio vorrebbe essere ricordato, come mi sembra abbia scritto, probabilmente nella sua Autobiografia (1997), altro libro che posseggo con dedica,” nelle opere e negli affetti”. In quest’Italia che non gli sarebbe piaciuta e la cui evoluzione lo aveva tanto amareggiato, sono, per fortuna, molti che lo ricordano con affetto anche per le sue opere.

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Norberto Bobbio, grande filosofo assurto a coscienza critica dell’Italia civile
Norberto Bobbio fu testimone e protagonista tra i più eminenti del Novecento avendolo attraversato quasi per intero e oltrepassato di alcuni anni (1909 – 2004). Aveva da pochi giorni compiuto tredici anni quando il fascismo conquistò il potere. Non aveva ancora trent´anni quando scoppiò la seconda guerra mondiale e già da tempo era entrato a far parte attiva della resistenza. Dopo la liberazione, diede impulso al rinnovamento culturale e politico della nuova Italia repubblicana contribuendo alla formazione del movimento liberalsocialista poi confluito nel Partito d´Azione. Alle soglie dei sessant´anni, attraversò il ´68, e poi la stagione del terrorismo interno, gli anni di piombo e della strategia della tensione. Divenuto editorialista del quotidiano “La Stampa” di Torino dal 1976, il suo pensiero raggiunse più vaste cerchie di cittadinanza e divenne perciò popolare anche al di fuori degli ambiti strettamente accademici, come coscienza critica dell´Italia civile. Giunto agli ottant´anni, assistette al fallimento dell´universo del socialismo reale, che interpretò come l’inevitabile destino di una “utopia capovolta”. Poco dopo, la corruzione della vita pubblica in Italia che lui aveva apertamente denunciato e combattuto, portò al crollo della prima Repubblica . Nell´ultimo decennio della sua vita, si oppose all´avvento di nuove e vecchie destre in cui vedeva un chiaro pericolo per la democrazia. Il magistero intellettuale e morale di Norberto Bobbio non è meno vasto della sua opera scientifica e si potrebbe ricostruire la storia politico-culturale italiana del secondo Novecento attraverso i dibattiti che egli ha animato e suscitato. Per celebrare il centenario della nascita di Norberto Bobbio il Ministro per i Beni e le Attività culturali ha istituito un Comitato Nazionale, composto da oltre cento istituzioni e personalità intellettuali italiane e straniere. Il Comitato Nazionale ha elaborato un ampio programma di attività per promuovere il dialogo e la riflessione sul pensiero e sulla figura di Norberto Bobbio e sul futuro della nostra democrazia, della nostra cultura e della nostra civiltà. Il primo evento in programma è un convegno internazionale “Dal Novecento al Duemila. Il futuro di Norberto Bobbio”Torino, 15 – 17 ottobre 2009. I lavori saranno aperti da un discorso inaugurale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. (aa)

“Non assolvo il popolo” Dialogo tra la Società Giusta e il Popolo apatico

Un Popolo apatico che vagava in qua e in là arrabbiato e senza meta, vide da lontano un busto piccolissimo che da principio immaginò dovere essere di plastica a somiglianza dei manichini degli Ipermercati. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una donna esilissima seduta in terra, col busto ritto e fiero, il dorso e il gomito appoggiati a una pila di libri, il volto bello e terribile, che lo guardava fissamente.

Popolo: Chi sei? Perché mi scruti? Cosa cerchi?

Società Giusta: Il mio nome è Società Giusta, sono la madre della politica e di tutte le decisioni collettive sovrane.

Popolo: Non m’interesso di politica. La politica mi disgusta.

Società Giusta: Anche a me sempre disgustano le brutte decisioni che la politica produce. Ma la politica è pur sempre (quasi) tutto quanto avviene in città. Se non te ne interessi, fai male a te stesso e ai tuoi concittadini.

Popolo: La politica è troppo complicata per me.

Società Giusta: Complicata? I tuoi genitori ti parlano di politica? Parli di politica con i tuoi figli e con i tuoi amici?

Popolo: I miei genitori non sanno nulla di politica e non ne vogliono sapere. Con i figli parlo poco, solo del lavoro che non trovano, con gli amici parliamo di calcio, di immigrati, di criminalità.

Società Giusta: Qualcuno ha fatto carriera politica sfruttando le squadre di calcio. Chi pensi che debba affrontare e risolvere il problema del lavoro che non c’è, della criminalità che c’è fin troppo e dell’immigrazione che cresce?

Popolo: Tocca a loro, ai politici. Li paghiamo già fin troppo e non fanno niente. Fannulloni, sono tutti eguali, vadano a lavorare.

Società Giusta: Quei politici li hai eletti tu, popolo. Anche se non sei andato a votare personalmente, saranno stati i tuoi amici a farlo. Sostanzialmente, popolo, hai il governo che ti meriti.

Popolo: Non è il “mio” governo. Non l’ho mai votato. Sono tutti eguali. Tutti promettono. Nessuno mantiene. Ho deciso di votare nessuno.

Società Giusta: se non ti piace nessuno, se li vuoi sostituire tutti, dovresti impegnarti in qualche attività politica, magari a livello locale.

Popolo: Non me l’ha mai chiesto nessuno di impegnarmi. Non saprei come quando con chi associarmi.

Società Giusta: ma non sei tu e i tuoi amici che, qualche volta canticchiate Gaber: “la libertà e partecipazione”? e allora?

Popolo: È un motivetto orecchiabile, ma se facessimo atti di partecipazione finisce che loro credono di godere del nostro sostegno. Astenendoci mandiamo un messaggio forte. Li delegittimiamo.

Società Giusta: ma quando mai l’astensione ha delegittimato chi ottiene voti! Non ti ricordi che nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna nel novembre 2014 votò soltanto il 37,70% (contro il 68% delle precedenti), ma il Governatore si è insediato, ha nominato la sua giunta, agisce e nessuno si ricorda più di quell’espressione di enorme e diffusa insoddisfazione. No, troppo spesso l’astensionismo è la soluzione dei pigri, dei pavidi, dei menefreghisti. Non sai, popolo, che l’art. 48 della Costituzione afferma che il voto è un “dovere civico”?

Popolo: ma se non ho abbastanza informazioni sulla politica, sui partiti, sui candidati e non trovo il tempo per partecipare come potrei influenzare l’esito delle elezioni e le decisioni politiche?

Società Giusta: Proprio per questo ti condanno. Non ti sei interessato alla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici te lo chiedeva; non ti sei informato sulla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici e conoscenti voleva informarti; non hai voluto partecipare ad attività politiche, anche se hai parenti, amici, relazioni, persino sul tuo luogo di lavoro, che un po’ di politica la fanno. Ti sei condannato a non avere nessuna influenza sulle “cose della tua città”. I cattivi cittadini come te sono responsabili della vita descritta dal grande filosofo politico Thomas Hobbes: “solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”. Ti condanno, popolo apatico e antipolitico, perché da cattivo cittadino hai reso più difficile la vita dei buoni cittadini che cerca(va)no di migliorarla anche per te. Ti condanno a continuare a vivere la tua vita egoista e autoreferenziale, grigia e triste e a lamentartene.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su TerzaRepubblica.it