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GUERRA E PACE. Nella Costituzione gli strumenti per una pace giusta

 

viaBorgogna3

Il testo che pubblichiamo è il commento all’art. 11 della Costituzione italiana scritto da Gianfranco Pasquino per il suo libro La Costituzione in trenta lezioni (UTET, fine gennaio 2016)

La vita della maggioranza dei Costituenti italiani era stata segnata da due guerre mondiali e dall’oppressione del regime fascista nato sulle ceneri della Prima Guerra Mondiale e pienamente responsabile della partecipazione alla Seconda. In nome di un nazionalismo malposto e esasperato, il fascismo aveva causato enormi danni all’Italia entrando in una guerra di conquista e perdendola con il sacrificio di molte vite e della stessa dignità nazionale. L’art. 11 è il prodotto di una riflessione sull’esperienza storica, non soltanto italiana, e del tentativo di porre le premesse affinché sia bandito qualsiasi ricorso alla guerra ‘come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Il ripudio, questo è il termine usato nell’articolo, è, al tempo stesso rinuncia e condanna della guerra, più precisamente di esplicite guerre di offesa e aggressione. Il ripudio della guerra non è in nessun modo interpretabile come l’espressione di un pacifismo assoluto e, il seguito dell’articolo lo dice chiaramente, neppure come neutralismo. Al contrario, per assicurare ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’, l’Italia dichiara la sua disponibilità a limitazioni di sovranità e a promuovere e favorire ‘le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’. Naturalmente, la Costituzione riconosce che lo Stato italiano mantiene il diritto di difendere, anche con il ricorso alle armi, il suo territorio e la sua popolazione. Tuttavia, qualsiasi reazione militare deve essere proporzionata alla sfida e non deve sfociare in nessuna conquista territoriale. Coerentemente, neppure le azioni militari condotte sotto l’egida delle organizzazioni internazionali debbono mirare a e tantomeno possono concludersi, per uno o più dei partecipanti, con guadagni territoriali, ai quali l’Italia ha l’obbligo costituzionale e politico di opporsi.

Le limitazioni alla sovranità italiana derivano dall’adesione, deliberata e approvata dal Parlamento, a tutte le organizzazioni internazionali, ma, in particolare, per quello che attiene alla guerra (e alla pace), alla NATO, alle Nazioni Unite e all’Unione Europea. In seguito alla sua adesione, l’Italia si è impegnata a partecipare alle attività decise in ciascuna di quelle sedi, quindi anche ad attività che implichino il ricorso ad azioni di natura militare. Talvolta, queste azioni sono problematiche poiché in non pochi casi vanno contro il principio di non ingerenza negli affari interni di uno o più Stati. Il principio guida di questa giustificabile ingerenza è dato dai rischi e dai pericoli ai quali sono effettivamente esposte le popolazioni di quegli Stati ovvero una parte di loro. Le missioni militari ‘umanitarie’, a favore delle popolazioni, alle quali l’Italia ha il dovere di prendere parte, sono quelle deliberate nelle organizzazioni internazionali, in modo speciale, l’ONU e, quando è minacciata l’indipendenza e l’integrità di uno Stato membro, la NATO. Possono avere una durata indefinita nella misura in cui servono ad alcuni popoli e ad alcuni governanti per costruire le strutture statali indispensabili alla difesa contro pericoli esterni e alla creazione di ordine politico interno rispettoso dei diritti civili e politici dei cittadini.

Nel secondo dopoguerra, in particolare, dopo la caduta del muro di Berlino, si sono moltiplicate le occasioni, da un lato, di oppressione delle loro popolazioni ad opera dei rispettivi dittatori, dall’altro di vere e proprie guerre civili, soprattutto nel Medio-Oriente e in Africa, ma anche nei Balcani. Seppure con qualche controversia interna, tutte le volte che l’Italia è stata chiamata in causa ha risposto positivamente in applicazione degli impegni e dei compiti derivanti dalla sua appartenenza all’ONU e alla NATO. Naturalmente, la valutazione della efficacia, dei costi e degli effetti, e della costituzionalità dell’attività delle missioni militari italiane all’estero e della eventuale necessità di una loro prosecuzione rimane nelle mani del Parlamento.

Che la pace, duratura e giusta, che non significa mai puramente e semplicemente assenza di conflitto armato, possa essere conseguita soltanto fra regimi democratici, lo scrisse memorabilmente il grande filosofo illuminista prussiano Immanuel Kant nel suo breve saggio Per la pace perpetua (1795). In un certo senso, questo obiettivo di pace è stato perseguito anche dall’Unione Europea delle cui organizzazioni l’Italia ha fatto parte fin dall’inizio (1949). Nel 2012 all’Unione Europea è stato attribuito il Premio Nobel per la pace con la motivazione di avere effettuato grandi ‘progressi nella pace e nella riconciliazione’ e per avere garantito ‘la democrazia e i diritti umani’ nel suo ambito che è venuto allargandosi nel corso del tempo fino a ricomprendere ventotto Stati-membri. A sua volta ognuno degli Stati-membri dell’Unione Europea deve avere e mantenere un ordinamento interno democratico e deve accettare le limitazioni di sovranità che conseguono alla sua adesione all’Unione. Preveggente, l’art. 11 della Costituzione mette la parola fine al nazionalismo, non soltanto bellico, ma autarchico e isolazionista, aprendo la strada a molteplici forme di collaborazione internazionale e sovranazionale che costituiscono la migliore modalità per garantire la pace nella giustizia sociale.

Pubblicato il 18 novembre 2015

Da Chiamparino a Roma, tutti i “no” che bocciano Renzi

Il sussidiario

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Le dimissioni di Chiamparino, il caso Marino e i ritardi della legge di stabilità rendono la vita più difficile al governo Renzi. Nel primo caso il governatore del Piemonte si è dimesso da presidente della Conferenza delle Regioni, anche se le dimissioni sono per ora congelate su richiesta degli altri governatori. Chiamparino ha però spiegato che le sue motivazioni ufficiali non sono i tagli alla sanità contenuti nella legge di stabilità, bensì il giudizio negativo fornito dalla Corte dei conti sul bilancio della Regione Piemonte. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, intanto sembra voler andare al braccio di ferro in consiglio comunale. Mentre la legge di stabilità ha già accumulato sei giorni di ritardo. Ne abbiamo parlato con il politologo Gianfranco Pasquino.

Che cosa significano per Renzi le dimissioni di Chiamparino?
Certamente ci sono dei buoni motivi per queste dimissioni perché la legge di stabilità mi sembra abbastanza controversa sui punti più rilevanti, in primo luogo sul taglio della tassa sulla casa. Una figura come Chiamparino, che ha avuto dei doveri istituzionali come sindaco, sa che cosa vuole dire per il bilancio di un Comune il fatto di vedersi privato di quel gettito. Forse Chiamparino ha da ridire anche sul tetto all’utilizzo del contante elevato a 3mila euro. Le Regioni del resto hanno da ridire pure sulla riforma del Senato.

Il fatto che le critiche vengano da un renziano come Chiamparino significa che la legge di stabilità non convince neanche le figure più vicine al premier?
Non so fino a che punto Chiamparino possa essere definito renziano, perché ha una sua struttura politica personale da ormai almeno 20 anni.

Veniamo alla legge di stabilità. Da dove nascono i ritardi nell’iter della manovra?
È l’intero governo che sta lavorando all’insegna dell’improvvisazione, la vera cifra dominante di quanto il presidente del Consiglio ha fatto finora. Annuncia, dice, propone, suggerisce, e poi corregge ripetutamente in corso d’opera tutti i provvedimenti. Questo dunque non mi stupisce affatto, anche se non è un giorno in più o in meno a fare la differenza. E’ la sostanza che deve cambiare.

Secondo lei che cosa non va?
In primo luogo sono contrario all’abolizione delle tasse sulla casa, come pure alla scelta di elevare la quantità di contante utilizzabile da mille a 3mila euro. La commissione Ue ha più volte ribadito che, nell’abbassare le tasse, bisogna avere come obiettivo un aumento dell’occupazione. La riduzione dell’imposizione fiscale non deve essere cioè fine a se stessa.

Questa è una legge di stabilità di destra o di sinistra?
Non ci sono leggi di stabilità di destra o di sinistra nella loro interezza, ma soltanto manovre buone o meno buone. Quella approvata dal governo Renzi mi sembra non pessima, certamente, ma mediocre.

Anche da Roma vengono guai per il premier. Che cosa ne pensa del caso Marino?
Marino deve dare le dimissioni e mantenerle. Dopo di che il Pd romano, compreso Orfini, devono interrogarsi sulla loro capacità di ricostruire un rapporto con la cittadinanza e un partito decente a Roma. Il Pd romano evidentemente ha moltissimi problemi che non sono di oggi, ma che devono essere risolti al più presto.

Marino è stato spinto a dimettersi perché non riusciva a governare o perché dava fastidio?
Marino dava anche fastidio, dopo di che le sue capacità amministrative mi sono sconosciute. Ma soprattutto la sua convinzione di avere fatto cose decisive per Roma mi sembra eccessiva ed esagerata rispetto a quello che abbiamo scoperto e che ancora gli rimane da fare.

Che cosa comporta il caso Marino per il Pd?
Comporta il fatto che a Roma il Pd rischia davvero di perdere il sindaco a vantaggio dell’M5s, anziché di tornare a un’alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Comporta inoltre che anche in altre realtà locali gli elettori penseranno che gli amministratori del Pd hanno dei problemi, e che tutto sommato è meglio mettere alla prova il Movimento 5 Stelle, proprio come affermano i suoi sostenitori.

Pubblicato il 23 ottobre 2015

La stanza senza bottoni

formiche

Pubblicato in formiche ottobre 2015 pp. 12-13

di Gianfranco Pasquino*

logo formiche

In Italia non c’è mai stato nessun primato della politica. Simpaticamente, il socialista Pietro Nenni affermava “la politique d’abord”. Gli sarebbe piaciuto praticarla, anche con nobili obiettivi. Poi, entrato nella stanza dei bottoni, anzi, appena affacciatosi, dalla soglia, si accorse che di bottoni proprio non se ne vedeva nessuno. Li avevano portati via alcuni partiti. Infatti, in Italia al posto di comando sembravano esserci i partiti che non sono la stessa cosa della politica (qualche volta sono il contrario). Proprio così. Come potremmo altrimenti spiegare l’espressione, davvero calzante, usata per definire essenza e funzionamento del sistema politico italiano: partitocrazia? E l’altra espressione classica che riguardava i parlamentari: trasformismo?

Ecco, il primato, tutto da definire, l’hanno avuto e mantenuto a lungo i partiti. Il fatto è che hanno potuto farlo (come ho scritto nel mio libro Partiti, istituzioni, democrazie (Il Mulino 2014), non perché erano particolarmente forti, radicati, coesi e progettuali. Tutt’altro, e il crollo dell’intero sistema partitico nel 1992-1994 dimostra che erano deboli, epidermici, divisi al loro interno e incapaci di prevedere e progettare alcunché. Apparivano, i partiti, e furono effettivamente dominanti perché, da un lato, avevano creato le istituzioni e vi si erano insediati, appunto nei posti di comando, ma, quelle istituzioni parlamentari accompagnate a un sistema elettorale proporzionale, non obbligarono mai i partiti a diventare organizzazioni davvero strutturate. Certo, non lo fu la Democrazia Cristiana, partito di oligarchie in competizione; non il Partito Socialista, tutto sfilacciato in correnti ideologiche fino all’avvento tardivo di Craxi, accentratore pragmatico e spregiudicato del poco che era rimasto; non il PCI, geograficamente squilibrato, quasi assente in alcune regioni (Veneto e Sicilia). Dall’altro lato, i partiti italiani sembrarono forti perché la società italiana uscita dal fascismo era, con l’eccezione delle associazioni cattoliche, atomizzata. Poi, divenne lottizzata e clientelare e si rivelò corporativa ed egoista, mantenendo ostinatamente e tenacemente, la sua caratteristica più profonda, quella del “familismo amorale“.

Le istituzioni non sono cambiate e non basteranno gli scoordinati e scomposti sforzi di Renzi a dare all’Italia istituzioni moderne, capaci di operare con qualche autonomia e di costringere i partiti a riformarsi e a solidificarsi. Invece, la società è cambiata, vale a dire, fermi restando sia il clientelismo sia il familismo, è diventata popolata da molti individualisti. Sono coloro che credono che la politica è il problema, non la soluzione. Anzi, è l’ostacolo alla realizzazione delle loro potenzialità. Per farsi belli e dimostrarsi generosi affermano di stare lottando per liberare tutta la società. Qualche volta per qualcuno può anche essere vero, ma tutti gli altri dovrebbero sapere (avrebbe dovuto essere loro insegnato) che è la politica a scrivere le regole della convivenza, della competizione, del mutuo soccorso e che la società, quando è vivace e sregolata, è il luogo del bellum omnium contra omnes.

Per troppi, in Italia molto più che altrove, la politica sono i partiti e i parlamentari senza mestiere alcuno. Per troppi, in Italia, i partiti non hanno nulla da offrire se non privilegi, espropri e sprechi di risorse e una non modica dose di corruzione. Hanno in parte ragione. Per molti la politica è associata alla parola disgusto. Di nuovo, hanno spesso ragione. Dove, invece, hanno sicuramente torto è nel credere che, poiché loro non la frequentano, la politica non conti più nulla. Stefano Feltri scrive come se la tecnologia abbia spazzato via tutto e fossero rimasti soltanto gli innovatori di vallate più o meno “siliconate”. Non in Italia. Sicuramente, però, la tecnologia non domina e non governa in nessuna democrazia. Al contrario, dove la politica esiste, vale a dire dove ci sono decisori eletti in competizioni democratiche, le regole le scrivono quei decisori e gli innovatori, a prescindere dalla loro qualità, a quelle regole debbono uniformarsi.

La politica serve a scrivere le regole, a garantire la competizione e a punire chi non osserva le regole. La buona politica non soltanto scrive buone regole, rispettose delle preferenze della maggioranza dei cittadini, i quali, dal canto loro, sono interessati, informati e partecipanti, ma scrive regole applicabili e sanzionabili, con punizioni rapide e chiare per chi non le rispetta. Le democrazie, persino quella in fieri nell’ambito dell’Unione Europea, operano esattamente in questo modo. Nessuno avrebbe voluto essere governato da Steve Jobs e nessuno chiede a Bill Gates di prendere in mano le redini del mondo. Il pur ottimo tecnocrate Mario Monti ha dimostrato che ci vuol altro anche soltanto per tenere in mano le redini del governo di una media potenza quale l’Italia. La verità è che ogni paese e ogni popolo si meritano grosso modo, con qualche limitata eccezione, la politica che ha. Cittadini che ostentano il loro disinteresse, che hanno poche informazioni, spesso, anche a causa del cattivo giornalismo, fuorvianti e manipolate, che credono che la loro non-partecipazione delegittimi i rappresentanti e i governanti non possono che avere una politica che, prima ancora di essere debole, è brutta. Eppure, conta. Contribuisce a peggiorare la vita di tutti: dei populisti, degli indifferenti, degli antipolitici. Politica, sostantivo greco plurale, significa “le cose che succedono nella polis”. Se vi fate solo gli affari vostri, direbbe Pericle in visita in Italia, avrete una politica di serie B. Sempre politica è, ma molto inadeguata, comunque mai assente. Politica per pochi che la volgeranno nel loro interesse, alla quale, però, nessuno, neppure gli innovatori tecnologi più geniali, è riuscito né riuscirà a sfuggire

*Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna

La sinistra soffre di nostalgia

E purtroppo non dispone né di uomini, né di idee forti.

Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi

ItaliaOggi

Caos Senato. Era o no possibile seguire una strada di discussione costruttiva e di condivisione senza cadere nell’immobilismo e nell’ostruzionismo? Il fatto che una riforma cruciale come quella che muta radicalmente l’assetto costituzionale avvenga tra tatticismi, trabocchetti, offese è il segno che la politica italiana non è ancora diventata adulta? E, soprattutto, dopo questa bagarre e questi strappi, la legislatura continuerà come prima o rimarranno le ferite? Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, tra i politologi più arguti, ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica, docente emerito (scienza della politica) all’università di Bologna, professore di European studies alla Johns Hopkins University. Sono appena usciti due suoi volumi, Cittadini senza scettro (Egea) e A changing republic, politics and democracy in Italy (ne è coautore, Edizioni Epoké).

Domanda. Partiamo dal suo libro: cittadini con o senza lo scettro?

Risposta. Dal punto di vista sia della nuova legge elettorale sia della non elezione del senato sia dell’aumento del numero di firme per richiedere un referendum sia, infine, della pure augurabile, scomparsa delle province, il pacchetto di riforme Renzi-Boschi comprime e riduce il potere elettorale dei cittadini. Non restituisce affatto lo scettro (della sovranità popolare). Al contrario, lo ammacca, per di più, senza nessun vantaggio per la funzionalità del sistema politico. Peccato che i mass media non abbiano saputo né voluto discutere a fondo la qualità delle riforme, troppo interessati agli scontri, in definitiva poca roba, dentro il Pd e ai trasformisti che si affollano alla corte del fiorentinveloce. Quanto ai costituzionalisti, l’estate ha consentito ai più accondiscendenti di loro di esibirsi en plein soleil.

D. Quali le riforme sbagliate e quali quelle possibili?

R. Tutte le riforme sono sbagliate. Alcune lo sono nel loro impianto stesso; altre lo sono nelle probabili conseguenze. L’Italicum è una versione appena corretta del Porcellum. Se il bicameralismo «imperfetto» va superato, allora la vera riforma è l’abolizione del senato, non questo bicameralismo reso ancora più imperfetto e pasticciato. Bisognava guardare alle strutture e ai meccanismi che funzionano altrove. Quindi la scelta elettorale doveva essere fra il sistema proporzionale personalizzato tedesco e il doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese.Una volta deciso di avere una camera rappresentativa delle Regioni il modello migliore era e rimane il Bundesrat: 69 rappresentanti che, populisticamente, costano meno di cento, e che, politicamente, sono molto più efficaci di cento personaggi designati, nominati o ratificati, mai dotati di autonomo potere decisionale e personale. Per il referendum, l’aumento del numero di firme per richiederlo dovrebbe essere compensato con la riduzione del quorum per la sua validità. Per le autonomie locali, bisognerebbe prevedere forti incentivi per l’aggregazione dei piccoli comuni, ma anche qualche «castigo» per chi vuole rimanere per conto suo.

D. Quali saranno le conseguenze sull’intero sistema politico della nuova legge elettorale?

R. Darà una maggioranza assoluta ad un partito, sottorappresenterà le opposizioni, produrrà una camera dei deputati fatta per almeno il 60 per cento, forse il 70, di parlamentari nominati che non avranno nessun bisogno di rapportarsi ad elettori che neppure li conoscono. Pertanto, l’Italicum aggraverà la crisi di rappresentanza.

D. È utile un eventuale referendum contro l’Italicum o creerà più confusione?

R. Sono sempre favorevole ai referendum. Sull’Italicum, però, dovrebbe esprimersi la Corte Costituzionale in coerenza con la sua sentenza n. 1/2014 che ha fatto a pezzi il Porcellum. Dovrebbe bocciare le candidature multiple e imporre una percentuale minima per l’accesso al ballottaggio. Qualsiasi referendum elettorale consente di aprire una discussione vera su pregi, nessuno, e difetti, moltissimi, dell’Italicum.

D. Poi ci sarà un altro referendum. In fondo, al di là delle critiche, vi sarà un referendum su cui esprimersi sulle leggi costituzionali

R. Fintantoché non sarà stravolto, l’art. 138 è limpido. Il referendum costituzionale è facoltativo. Può essere chiesto (qualora la riforma costituzionale non sia stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi) da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. I referendum chiesti dai governi, da tutti i governi, compreso quello di Matteo Renzi, sono tecnicamente dei plebisciti, fra l’altro monetariamente costosi, e sostanzialmente inutili tranne che per il capo di quel governo. Populisticamente dirà che il popolo è con lui. È lui che lo interpreta e lo rappresenta, non le minoranze dentro il Pd, non l’opposizione politico-parlamentare, meno che mai i gufi. E’ dal popolo che lui sosterrà di avere avuto quella legittimazione che gli manca da quando produsse il ribaltone del governo Letta. Ovviamente si tratta di un inganno.

D. Il presidente del senato riuscirà a gestire la bagarre (per altro già incominciata)?

R. Il presidente del senato si barcamena. Barcolla, ma non tracolla. Certo, lo dico non come critica alla persona di Grasso, sarebbe stato preferibile un presidente con una storia politica e parlamentare alle spalle, con conoscenza diretta dei suoi colleghi. Per fortuna, Grasso può ricevere ottimi consigli dai preparatissimi funzionari del senato. Speriamo li ascolti.

D. Dopo tanto tempo non era comunque arrivato il momento del decisionismo, magari poi emendabile?

R. No, è una grossa bugia quella che finalmente si fanno le riforme dopo decenni di immobilismo. Nei 30 anni anteRenzi abbiamo fatto due riforme elettorali, una bella legge per l’elezione dei sindaci, due riforme costituzionali del Titolo V e siamo anche riusciti a introdurre le primarie. Tutte riforme brutte? Ma quelle che ci stanno arrivando addosso sono almeno belline? Proprio no. Sicuramente emendabili, appena si accorgeranno che hanno squilibrato e impasticciato il sistema. Ma perché non migliorarle subito?

D. Con la riforma costituzionale cambia anche il ruolo del Presidente della Repubblica: continuerà ad avere una funzione di garanzia?

R. Ahimè, temo che il presidente della Repubblica sarà ingabbiato. Non nominerà il presidente del Consiglio poiché questi sarà automaticamente il capo del partito/lista che ha vinto il premio di maggioranza, e pazienza. Ma, più grave, non potrà sostituirlo. Il sistema s’irrigidisce e quindi può anche spezzarsi rovinosamente. Non potrà, il presidente della Repubblica, neppure opporsi alla richiesta faziosa di scioglimento del parlamento. Altro irrigidimento, altro rischio. Potrà, però, bella roba senza nessuna logica istituzionale, nominare cinque senatori nella camera delle regioni.

D. Berlusconi, Grillo, Salvini: tutti e tre fuori gioco alle future elezioni politiche?

R. Il vecchio Berlusconi sarà certamente fuori gioco nel 2018 quando avrà 82 anni. L’allora cinquantenne Salvini sarà pimpante, battagliero, con una nuova felpa colorata, ma consapevole di non potere vincere da solo e altrettanto consapevole che la sua politica gli impone di correre da solo per prendere tutti i voti che può, che saranno molti, ma non abbastanza. Grillo è il giocatore che si trova nelle condizioni migliori. Stando così le cose, continuando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti della politica, dell’euro, dell’Unione europea, e rimanendo il premio in seggi da attribuire a partiti e/o liste singole, il candidato di Grillo alla presidenza del Consiglio andrà al ballottaggio e parte dell’elettorato italiano gli consegnerà il proprio pesante voto di protesta. Ne vedremo delle belle.

D. E che ne sarà dell’alleanza Berlusconi-Salvini?

R. Costretti ragionevolmente ad allearsi, ma scoraggiati a farlo dal sistema elettorale. Poi, sicuramente, il centro-destra dovrà fare i conti con altre grane che verranno da Alfano&Co. e dalla crescita di popolarità di una donna politica molto efficace, la Sorella d’Italia Giorgia Meloni.

D. Si riuscirà a ricomporre la sinistra al di fuori del Pd? O l’esempio della Grecia, coi radicali di sinistra fuori dal parlamento, vale anche per l’Italia?

R. La sinistra non sa e non vuole ricomporsi. Non ha nessun punto programmatico forte. Non ha neppure un leader attraente com’è Tsipras in Grecia, o com’è Pablo Iglesias di Podemos in Spagna. La sinistra italiana testimonia la sua nostalgia (non quella degli elettori) e si crogiola nella sconfitta, tutta meritata.

Pubblicato il 2 ottobre 2015

La politica e il senso

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Intervista raccolta da Aldo Bertagni per la Regione Ticino

La crisi dei partiti? È un dato reale, per quanto sarebbe più corretto parlare di nuovi spazi politici – vedi la televisione – dove non esiste più un vero contraddittorio. Il vuoto è solo presunto da chi ha poche idee e ancora meno proposte. Ecco cosa manca e dovrebbe avere la politica, secondo Gianfranco Pasquino, politologo di fama internazionale.

È un vento che soffia sull’intera Europa e agita i sonni di chi pensava di governare a lungo e indisturbato, a maggior ragione da quando – gli ormai lontani anni Novanta del secolo scorso – l’antagonista principale, ovvero il socialismo reale, si è sciolto come neve al sole. Chi è rimasto, in verità ha dovuto fare i conti con un crescente disinteresse verso la politica e tutto ciò che le sta attorno. Quasi come se nulla valesse l’impegno sociale e civico, quasi come se la storia fosse giunta al capolinea. Eppure… eppure c’è ancora fame di politica, come ieri se non di più, ci dice Gianfranco Pasquino, 73 anni, politologo e accademico italiano fra i massimi esperti di politica internazionale. L’occasione del colloquio è data dalla presenza del politologo a Bellinzona, in agenda il prossimo 3 ottobre, all’incontro ‘La crisi dei partiti’ promosso dal Club Plinio Verda. Oltre a Pasquino, sono previsti gli interventi dei politologi Oscar Mazzoleni ed Ernesto Weibel.

Professor Pasquino, i partiti europei sono vivi e vegeti, nonostante tutto. Ma quanto rappresentano ancora una ‘parte’ in un mondo dove i confini si smarriscono?

Nessuno dei partiti, tranne quelli estremi o estremisti, si propone di rappresentare una sola parte dell’elettorato né tutto quell’elettorato. Quasi tutti i partiti sono un po’ interclassisti, compresi i populisti. La quasi totalità dei partiti cerca di rappresentare una molteplicità di settori sociali, altrimenti vincere non si può. I populisti, lo dice la definizione stessa, mirano a rappresentare un indistinto popolo. Non ci riescono quasi mai se non in situazioni autoritarie, ma granelli di populismo elettorale esistono in molti partiti.

Più che le idee, si direbbe acuta in Europa la crisi degli ‘spazi’ politici, intesi come luoghi di confronto e mediazione. Le tecnologie dell’informazione hanno svaporato i luoghi fisici e smussato i conflitti. Tutto è votato alla promozione del leader. Quanto pesa questa situazione nella crescita della partecipazione responsabile del singolo cittadino?

Purtroppo, lo spazio per eccellenza del confronto è diventata la televisione dove un vero contraddittorio che produca informazione e proposte di soluzione è rarissimo. Cattivi conduttori televisivi e le “costrizioni” della televisione (tempi brevi e prevalenza alle immagini)producono esiti non buoni. Il leader viene “promosso”, ma anche bocciato sulla base delle apparenze. Il sano conflitto politico si trasferisce nelle piazze e diventa rumore, qualche volta anche violenza. Ma, nell’Unione europea, per lo più il rumore viene domato da leadership capaci e la violenza è (man)tenuta sotto controllo. Quasi nessun partito si fa aperto sostenitore della violenza politica. Pochissimi la giustificano.

Venendo meno la struttura, l’hard disk dei partiti, come si compensa il senso di appartenenza?

Non tutte le appartenenze sono finite. Esistono, eccome, i laburisti inglesi e i socialisti spagnoli, i gollisti e i democristiani tedeschi. I partiti non producono più cultura politica, ma molti sanno come trovare temi estemporanei sui quali “catturare” l’attenzione e il voto dei cittadini. Politica volatile ed elettorati volubili? Forse, ma non esagererei affatto né l’uno né l’altro fenomeno. Non vedo nulla di travolgente. Vedo, però, insoddisfazione che i cittadini non sanno dove e come indirizzare.

Il presunto vuoto politico, alla fine, non somiglia piuttosto a un’amnesia collettiva che premia solo il qui e ora, e dunque non ha bisogno di contesti o sovrastrutture?

No, il vuoto politico è raro, spesso, come dice lei, presunto. Infatti, lo “presumono” coloro che hanno poche idee e ancora meno proposte, se non slogan e terribili semplificazioni. Il contesto oramai non potrà essere nulla di diverso da un’Unione europea che si trasforma e un mondo globalizzato che traballa e travolge. La sovrastruttura, almeno nella politica che abbiamo, potrebbe essere rappresentata dalla capacità dei dirigenti politici di volare alto, al di sopra del reale. Ma, noi italiani sappiamo che, come scrisse il poeta Metastasio, “chi troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente”.

Qual è la vera sfida, oggi, della politica? Cosa dovrebbero cambiare i partiti?

La vera sfida per i partiti è e continuerà ad essere quella di offrire ai cittadini rappresentanza e, al tempo stesso, governabilità che intendo come “soluzioni tempestive, praticabili, efficaci”. I partiti sono, lo crediate o no, le organizzazioni politiche più adattabili in assoluto. Si sono trasformate da partiti di notabili a partiti di quadri a partiti di massa a partiti pigliatutti (plurale, cioè interclassisti alla ricerca di tutti gli elettori possibili) a partiti, oggi, ma non tutti, personalisti. Cambieranno ancora utilizzando al meglio tutte le modalità offerte da internet. Sappiamo, comunque, che nessuno degli sfidanti ha finora saputo adempiere a tutti i compiti che i partiti svolgono, a fare meglio dei partiti, a durare nel tempo, a crescere. Se i partiti non sono buoni, deve essere chiaro che la responsabilità è anche, spesso è soprattutto, dei cittadini in palestra o in poltrona, sul divano o in birreria.

Pubblicato giovedì 24 settembre 2015

I siriani e la svolta tedesca

Giustamente, la foto di Aylan, il bimbo siriano morto su una spiaggia turca, ha fatto passare in secondo piano molte immagini successive, alcune delle quali davvero significative, sui migranti, sulle loro mete, sull’accoglienza ad opera di moltissimi europei. Asserragliati nella stazione ferroviaria di Budapest, i profughi siriani, difficile distinguere chi scappa da una guerra civile e può essere considerato perseguitato politico in cerca d’asilo da chi fugge la fame, esponevano cartelli e cantavano “We want Germany”. Certo, l’Ungheria di Orbàn non è la terra promessa, per nessuno, neppure per almeno metà degli ungheresi. Ma, perché la Germania della, fino ad allora, severissima ed esigentissima Frau Merkel, accusata di essere inflessibile con il, già martoriato, popolo greco, alla guida di un governo al quale alcuni, per fortuna, pochi, quasi rimproveravano comportamenti similnazisti? Quali giornali hanno letto quei siriani, quali informazioni hanno ricevuto tali da spingerli verso la Germania, proprio quella della cattiva Merkel? E perché, poi, giunti a Monaco di Baviera, quei tedeschi li hanno accolti, certo con viveri e coperte, con alloggiamenti, ma soprattutto, eh, sì, i simboli contano, con le bandiere azzurre e le stelle dell’Unione Europea e con l’Inno alla gioia, parole del tedesco Schiller e musica del tedesco Beethoven e, non poca cosa, con un milione di Euro donato dalla, certo ricca, squadra di calcio Bayern Monaco nella quale hanno giocato e giocano “immigrati” e figli di immigrati?

Gradualmente, ma irresistibilmente, nel secondo dopoguerra e ancora di più dopo la riunificazione (1990), la Germania è diventata un paese sicuro di sé, capace, soprattutto grazie al suo sistema politico e alla sua Costituzione, non soltanto di crescere economicamente, ma di accettare grandi responsabilità. Agli occhi dell’80 per cento dei cittadini dell’Unione, rivelano i dati dell’Eurobarometro, i tedeschi sono meritevoli di fiducia. Non è stata soltanto la benevolenza “protestante” di Frau Merkel a cambiare, meno improvvisamente di quel che è parso, la politica nei confronti dei migranti. Non è neppure il semplice bisogno di manodopera da parte degli imprenditori tedeschi (quanto ingenerosa è questa critica), a fare aprire le porte ad un’immigrazione di massa. Molti siriani e, presumibilmente, molti altri migranti hanno già parenti e amici in Germania, dove vivono e lavorano stabilmente più di tre milioni di turchi, anche curdi. Convinti che le regole si applicano, come nel caso della Grecia, prima di cambiarle, meglio se nel consenso di grandi maggioranze, sono i cittadini tedeschi che hanno indicato la loro disponibilità alla Cancelliera, la quale, da intelligente leader politica, ha capito l’opinione pubblica e l’ha guidata dimostrando che cosa significa dare “rappresentanza” a un, con un po’ di retorica, “popolo”.

Non sembrano avere paura i tedeschi di perdere la loro identità che, comunque, ha detto, scritto, ribadito il filosofo politico tedesco Jürgen Habermas, deve costruirsi intorno al patriottismo costituzionale da estendersi anche all’Unione Europea. Non è questione di radici; è questione di regole,di procedure, di istituzioni. Sicuramente sono pochissimi, ancorché istruiti, i profughi siriani e di altri paesi che conoscono queste tematiche. Tuttavia, a chi fugge da una guerra civile,non solo quella siriana, ma anche quelle in Iraq, Yemen, Sudan, un paese come la Germania offre ordine politico democratico, prevedibilità di comportamenti, regole rispettate. Epidermicamente, quei migranti lo hanno capito e catturato nella loro richiesta “We want Germany”. L’Unione Europea è da decenni luogo di pace, come riconosciuto dal Premio Nobel assegnatole nel 2012 e, nonostante le difficoltà economiche di molti paesi, meno di altri, anche della Germania, luogo di prosperità. Anche questo sviluppo è conforme all’elaborazione del grande filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant: la pace eterna, duratura, si stabilisce fra le democrazie. Nell’omaggio che i siriani e altri hanno fatto alla Germania, sta forse, anche la richiesta che l’Unione Europea s’impegni a portare non una pace qualunque, ma una pace giusta in tutto il Medio-Oriente.

Pubblicato AGL 8 settembre 2015

I migranti lo sanno l’Europa c’è

Troppo bistrattata, l’Unione Europea non può in alcun modo essere considerata responsabile della migrazione di centinaia di migliaia di persone. Al contrario, per quei migranti, tecnicamente quasi tutti clandestini, ad eccezione di coloro che hanno diritto allo status di rifugiato politico, l’Unione Europea è, in buonissima misura, la soluzione almeno temporanea. Molti, se e quando potranno, rientrerebbero nelle loro patrie, cessassero mai le guerre civili, a cominciare da quella in corso in Siria e quella, non finita, in Sudan. Finora, contrariamente ai troppi e male informati critici, pure in assenza, questa sì criticabile, di una politica comune dell’Unione Europea, non pochi Stati-membri, soprattutto a cominciare dall’Italia a continuare con la spesso accusata Germania e con la silenziosa Svezia, hanno accolto moltissimi emigranti, magari non sapendo delineare criteri da condividere con Stati più riluttanti.

L’Unione Europea non ha creato il problema della migrazione. Non è responsabile né del disastro libico, anche se poteva interrogarsi prima su come gestire le conseguenze dall’intervento contro un dittatore sanguinario come Gheddafi. L’Unione Europea non porta nessuna responsabilità neppure delle guerre civili in Siria e nel meno noto caso dello Yemen. Piuttosto bisognerebbe ricordare agli americani, non principalmente a Obama, ma anche agli inglesi, i Conservatori votarono a favore, che furono loro ad appiccare l’incendio con la guerra in Iraq. Non “causa” delle immigrazioni, l’Unione Europea deve, tuttavia, trovare una o più soluzioni. Lo deve fare non per paura, infondata, dei migranti terroristi, ma per rimanere fedele ai suoi valori e ideali di protezione e di promozione dei diritti umani.

La paura che, in troppi luoghi dell’Europa, viene manipolata da alcuni leader, l’ungherese Orbàn, l’inglese Cameron, la francese Le Pen e, nel suo piccolo, dal leghista Salvini, è infondata. Con i migranti non arrivano i terroristi, i quali, dovremmo averlo imparato da tre brutti avvenimenti: gli attentati alla stazione di Madrid, alla metropolitana di Londra e al settimanale francese Charlie Ebdo, erano già qua, nati, vissuti male e decisi in nome di un qualche più o meno distorto precetto religioso a colpire gli europei. I migranti sono tutti alla ricerca di luoghi dove sopravvivere con le loro famiglie. Il loro arrivo in Europa costituisce, senza esagerare, un omaggio al cosiddetto vecchio continente. Un giorno, probabilmente, qualcuno scoprirà che i migranti hanno rivitalizzato, non soltanto demograficamente, l’Europa.

Che il problema non abbia, però, una soluzione soltanto europea, non significa affatto che non debba essere cercata anche nell’ambito dell’Unione. Il conservatore Cameron e la sua Ministra May, annunciando politiche di blocco degli ingressi e delle permanenze sul territorio inglese, denunciano la loro mancanza di volontà e la loro incapacità a trovare soluzioni. Bloccare gli immigrati prima che siano messi sui barconi da scafisti che perseguono il loro personale arricchimento, spesso tollerati qualche volta incoraggiati da governanti, come quelli libici e di alcuni paesi dell’Africa sub sahariana, che non controllano il loro territorio, è operazione difficilissima. Aiutare, anche con denaro, risorse, intelligence, qualche governante del Maghreb e del Medio-Oriente, a riportare un ordine decente e non repressivo nei loro paesi sembra politica più saggia e più produttiva, soprattutto nel medio periodo. Molto potrebbe farsi, come da tempo già succede soprattutto in Germania e in Svezia, con politiche nazionali di integrazione linguistica e lavorativa. Forse l’Unione Europea dovrebbe partire proprio da queste esperienze e tentarne la generalizzazione fra tutti gli Stati-membri. Il resto sono chiacchiere, più o meno politicizzate, particolaristiche, a vanvera.

Pubblicato AGL il 1°settembre 2015

Senato. La fretta è nemica del bene

La lettera al “Corriere della Sera” del Presidente Emerito Napolitano è stata un intervento a gamba tesissima per invitare ad andare avanti nella modifica di quello che molti, sbagliando, continuano a chiamare bicameralismo “perfetto”. Però, la riforma che dovrebbe produrre il bicameralismo imperfetto è, Napolitano per primo lo sa certamente, abborracciata, brutta, male inseribile nel contesto dei rapporti fra “governo-Parlamento-Presidente della Repubblica”. I tempi per fare facilmente meglio ci sono tutti dal momento che il Presidente del Consiglio avvisa un giorno sì e quello dopo anche che intende arrivare fino al 2018. Sbagliato e offensivo è pensare, come ha sostenuto Renzi, che gli oppositori della sua riforma (la maggioranza dei quali non saranno comunque rieletti) siano interessati soltanto al mantenimento della prestigiosa carica senatoriale e della relativa indennità. Invece, i problemi sono almeno di tre tipi. Il primo riguarda le modalità di selezione dei Senatori, non più eletti, ma tutti variamente nominati dai Consigli regionali, tranne cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Almeno su questi, Napolitano avrebbe dovuto dire “no, grazie” e, magari, Mattarella farebbe ancora in tempo a esprimersi in questo senso.

Non è neppure da demonizzare l’idea che i cento senatori siano eletti dagli italiani, ma il secondo problema è quali attività dovranno svolgere e quali poteri manterranno. Infatti, relegare il Senato ad attività marginali e togliergli poteri reali (il punto del contendere è il voto di fiducia) significa preservare in vita un organismo inutile. Allora, meglio sopprimerlo coraggiosamente dando soddisfazione a tutti coloro che semplicisticamente credono, sbagliando, che l’instabilità e l’inefficacia dei governi derivi dal bicameralismo all’italiana. Se la proposta di monocameralismo venisse da Napolitano, attualmente senatore a vita, acquisirebbe maggiore credibilità e vigore. Infine, il problema più grande e più serio è l’enorme squilibrio istituzionale prodotto dal Senato ridimensionato e indebolito. Al riguardo, gli oppositori della riforma hanno sicuramente ragione e attendono risposte convincenti. Con l’approvazione dell’Italicum, in attesa che si ponga rimedio ai suoi subito evidenti difetti e inconvenienti, si è avuto un enorme spostamento di potere nelle mani di una maggioranza artificialmente creata dal premio in seggi.

Tutto il sistema costituzionale ne subirà contraccolpi, potendo quella maggioranza esautorare, anzitutto, il Presidente della Repubblica che dovrà limitarsi a ratificare come Presidente del Consiglio il capo della maggioranza premiata e non avrà più nessuna discrezionalità in materia di (non)scioglimento del Parlamento. Quella maggioranza, incidentalmente, fatta da parlamentari “nominati”, si eleggerà facilmente il prossimo Presidente della Repubblica e farà man bassa dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare. Per quanto (populisticamente) attraente possa essere l’idea di mandare a casa 215 senatori e di mantenerne soltanto 100 a carico delle casse delle Regioni, nessuno dovrebbe perdere di vista i gravissimi equilibri sistemici della riforma. Quindi, l’invito riformatore non dovrebbe affatto essere ad andare avanti, ma a fermarsi, riflettere, guardare alle seconde camere meglio funzionanti altrove, su tutte il Bundesrat tedesco, a cambiare verso. Riformare (male) non è un successo di prestigio. Non ci corre dietro nessuno: non l’Unione Europea, non il Fondo Monetario, meno che mai la Banca Centrale Europea. Neanche l’abitualmente molto riflessivo Napolitano dovrebbe cedere a una procurata, ma non reale e non necessaria, fretta.

Pubblicato AGL 9 agosto 2015

Una letale spirale di sfiducia

Una volta avuta la prova che quella di Tsipras in un referendum che non avrebbe mai dovuto indire (altro che prova di democrazia) è stata una vittoria di Pirro, le diciotto democrazie dell’Eurozona hanno concesso al Primo ministro greco una nuova possibilità. Cancellando, alla faccia del “popolo” greco, ovvero di quel terzo che aveva votato “No” alle condizioni del negoziato, i suoi impegni, Tsipras è stato obbligato a fare nuove proposte. In sostanza, ha guadagnato, o perduto, a seconda dei punti di vista (il secondo mi pare più convincente), tempo. Crescono i problemi in Grecia, le banche rimangono chiuse, i debiti accumulano altri interessi. Tuttavia, la proposta greca, non più appesantita dall’ingombrante figura di Varoufakis, va, almeno nelle riforme interne che Tsipras tardivamente promette, nella direzione giusta. Anzi, si pone nel solco dei sacrifici già fatti, con lacrime e sangue, ma anche con successo, da Irlanda, Portogallo, Spagna.

Purtroppo, per Tsipras, per la Grecia e, ahinoi, per tutti paesi dell’Eurozona, ha fatto la sua inevitabile comparsa un altro fattore, finora solo strisciante: la fiducia. Nelle democrazie, come sono tutti i sistemi politici dell’Unione Europea (anche se il capo del governo ungherese Orbàn fa del suo peggio in materia), contano le opinioni pubbliche. I politici più avvertiti tengono grande conto delle loro opinioni pubbliche. Non le insultano; non le ingannano. Se sono capi di organizzazioni partitiche vere, radicate, come si dice nell’italiano politichese, “nel territorio” hanno antenne sensibili che riportano quanto si sente, quanto si muove, quanto si preferisce. Non soltanto i tedeschi, ma molti capi di governo hanno ricevuto dalle loro opinioni pubbliche un’informazione sgradevole, ma, sicuramente, degna di attenzione.

La maggioranza degli europei non si fidano dei greci. Pensa che fanno promesse che non manterranno. Non li ritengono credibili neppure, come scrisse Virgilio nell’Eneide, quando “portano doni”. E Tsipras non ha proprio nessun dono da portare. Al contrario, vorrebbe esenzioni, proroghe, addirittura regali. Per di più con le sue dichiarazioni, da ultimo, con il suo discorso al Parlamento Europeo, ha cercato, in maniera davvero troppo orgogliosa, di scaricare buona parte della responsabilità delle condizioni del suo sventurato paese sulle spalle dei creditori, definendoli “terroristi”, delle banche e dei banchieri e, indirettamente, dei paesi più solidi dell’Unione Europea, di quelli che rispettano le regole e pretendono che tutti lo facciano. Soltanto coloro che rispettano le regole sono poi legittimati a chiedere che siano cambiate, magari spostando le politiche comuni dall’austerità alla crescita.

Se, come sembra, il negoziato all’Eurogruppo scivola dai numeri, dalle riforme, dalle promesse alla fiducia, allora un suo esito positivo appare sempre più difficile, molto improbabile. Non è chiaro se la Germania, non priva di sostenitori fra gli altri stati, desidera davvero escludere la Grecia dall’Eurozona, dandole cinque anni nei quali rimettere in sesto le sue finanze, con una sua moneta e con il pieno controllo della sua economia –per quanto “piena” possa essere l’autonomia economica di un paese piccolo e molto impoverito. Quello che, invece, è lampante è che la mancanza di fiducia reciproca distrugge qualsiasi possibilità di tenere insieme un progetto, quello dell’unificazione europea, nato proprio intorno alla volontà di sei, dieci, quindici, infine ventotto paesi, di credersi parte di uno stesso mondo. Come l’Eurogruppo riesca a uscire dalla spirale letale della mancanza di fiducia è impossibile prevederlo.

Pubblicato AGL il 12 luglio 2015

Democrazia in salsa ellenica

Che la democrazia sia nata in Grecia duemilacinquecento e più anni fa non significa che, da allora, i greci l’abbiano praticata spesso, in maniera coerente ed efficace. Al contrario, prima della Seconda Guerra Mondiale i greci ebbero una fase di autoritarismo personalista (Ioannis Metaxas). In seguito, all’instabile democrazia post-guerra subentrò, dal 1967 al 1974, la dittatura dei colonnelli. Quindi, in sostanza, in Grecia ci sono stati finora soltanto quarant’anni di democrazia rappresentativa. Eletto con poco più del 35 per cento dei voti, da solo Tsipras, pure avendo ottenuto un buon premio di maggioranza, non avrebbe potuto formare un governo. Dovendo scegliere fra un piccolo partito europeista e un piccolo partito di destra ostile all’Unione Europea, i Greci Indipendenti, ha preferito i secondi. Per vincere aveva fatto una campagna elettorale demagogica (termine greco molto appropriato), anti-Troika, piena di promesse che sapeva di non essere in grado di mantenere. Adesso, con l’annuncio che chiederà un referendum scarica il barile sulle spalle dei cittadini greci, del 35 per cento che ha votato la sua lista e del 65 per cento che ha scelto altri partiti e che, adesso, viene chiamato a dire “sì” o “no”.

Quale domanda gli elettori troveranno sulla scheda? “Volete stare nell’Euro o no?” spera Evangelos Venizelos, leader del PASOK, uno dei partiti di un’opposizione democratica debole e divisa. Oppure, come sembra essere nelle intenzioni di Tsipras, la domanda sarà: “volete accettare o respingere le proposte dei creditori che altro non sono che un ultimatum alla democrazia greca?”, magari inserendo anche un qualche riferimento alla dignità nazionale. L’astuto Tsipras ha già creato, e in Italia sono molti che ci sono cascati, una contrapposizione artificiosa fra “democrazia greca contro tecnocrazia europea”. E’ una contrapposizione inaccettabile poiché le proposte dei “creditori” non vengono soltanto dal Fondo Monetario Internazionale, ma anche dalla Banca Centrale Europea che ha fatto di tutto per aiutare le banche greche, dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo.

Composto da capi di governo sicuramente “democratici” poiché godono della fiducia dei rispettivi Parlamenti, il Consiglio Europeo non può certo essere definito un organismo di tecnocrati. Quanto alla Commissione, ciascuno dei suoi componenti è stato nominato dai governi degli Stati-membri (anche da quello greco) ed ha superato l’esame, spesso difficile, del Parlamento europeo, a sua volta organismo democratico in quanto elettivo. Sicuramente, l’Unione Europea potrebbe accrescere la democraticità e la trasparenza dei suoi processi decisionali e ridurre il potere delle sue burocrazie. Altrettanto sicuramente, l’UE non è una costruzione tecnocratica.

Sostenitori e critici di Tsipras hanno richiamato il caso del referendum che l’allora Primo ministro greco George Papandreou, leader del PASOK, avrebbe voluto tenere nel novembre 2011. Ne fu malauguratamente dissuaso dall’opposizione soprattutto dei tedeschi che temevano che il voto dei greci avrebbe portato la Grecia fuori dall’Euro. Quello, sì, fu un errore, anzi, un misfatto contro la stessa idea di democrazia nazionale. Allora, Papandreou avrebbe fatto campagna per restare nell’Unione, informando i suoi concittadini dei pro e dei contro, dei vantaggi e degli inconvenienti. Oggi, in una situazione persino peggiorata, Tsipras non ha indetto un referendum che contempli una campagna elettorale nella quale gli oppositori abbiano il tempo di argomentare le alternative. Infatti, ha anche subito detto che la sua posizione è contraria all’accettazione delle proposte che vengono dall’UE. Dunque, Tsipras vuole un plebiscito di “no” che lo rafforzi nei confronti della Commissione e del Consiglio Europeo. Tecnicamente, i plebisciti non sono strumenti democratici. Il referendum di Tsipras è un cavallo di Troia privo di doni. Pericle gli ricorderebbe che la democrazia, anche quella diretta, richiede dibattito, confronto, processi deliberativi. Tsipras sta tirando la Grecia fuori dell’UE e ridimensionandone la sua stessa democrazia.

Pubblicato AGL 30 giugno 2015