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Rumore, furore, errore: la cosiddetta riforma del Senato

Gazebos

Quello che c’è di buono: differenziazione dei compiti di Camere e Senato, non è nuovo. Quello che c’è di nuovo: composizione del Senato, non è affatto buono.
La differenziazione non può consistere soltanto nel togliere dalle mani dei senatori prossimi venturi il voto di fiducia/sfiducia e l’approvazione del bilancio. La composizione non può essere raffazzonata in maniera tale da avere sindaci e presidenti delle Regioni a fare, comprensibilmente male, un doppio lavoro, insieme a ventuno senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica. Questa sì che è un’innovazione forte, fortemente sbagliata, ma sicuramente gradita al Presidente Repubblica che, felice della doppia opportunità, perché tornerà ad essere senatore a vita, ha subito inviato il suo apprezzamento per la riforma! Persi fiducia e bilancio a questi senatori, che arrivano dalla provincia e che, senza un adeguato rimborso spese, non vedranno l’ora di tornarsene a casa, sono affidati quelli che, evidentemente, i baldanzosi riformatori, chiedo venia, riformatrici, ritengono compiti degni delle autorità locali: le leggi costituzionali, i diritti dei cittadini e, mi auguro, una spruzzatina di rapporti con l’UE (Regioni d’Europa? Europa delle Regioni?). Quanto ai numeri si capisce poco perché il Bundesrat tedesco debba essere composto da appena 69 rappresentanti per 80 milioni di abitanti, mentre il Senato delle autonomie italiano debba avere 148 rappresentanti per circa 50 milioni di elettori.

La proposta di riforma viene giustificata da due pressanti esigenze: fare cassa (chiedo, di nuovo, scusa) risparmiando sulle indennità per la Casta e velocizzare la legislazione.
Sul primo punto, sarebbe quasi decisivo ridurre il numero dei deputati. Cinquecento bastano e avanzano, magari trovando un modo (ne conosco almeno venti) per consentire agli elettori di sceglierseli e togliendo dalle mani della nuova casta il potere assoluto di nomina che, guarda caso, è proprio quello al quale Berlusconi non vuole rinunciare e che Renzi sa che acquisirà (di qui i posizionamenti vorticosi dentro il PD).
Sul secondo punto, chi sa qualcosa dei parlamenti contemporanei, non soltanto europei, non può che trasecolare. E’ il Senato che rallenta e affossa la legislazione tanto sapientemente preparata dai ministri e dalle loro burocrazie? E’ il bicameralismo che, poverino, esercita la sua perfezione nella lentezza? Come mai, allora, appesantito e rallentato dal Senato, il Parlamento italiano riesce sistematicamente ad approvare quattro volte il numero delle leggi approvate dal Parlamento inglese e più di due volte di quelle approvate dal Parlamento tedesco, entrambi bicamerali differenziati?
Adesso, capisco, è un’illuminazione improvvisa: è perché il bicameralismo italiano viene definito “perfetto”. Incidentalmente, prima ministri e parlamentari, giornalisti e commentatori politici impareranno che l’aggettivo corretto è “paritario” o “simmetrico” meglio sarà. Nel frattempo, persino i due Presidenti, non soltanto gli attuali, delle Camere, si vantano del numero delle leggi approvate, non della loro qualità, mai del controllo esercitato dal Parlamento sul governo o dello stimolo a fare.
E’ un mistero assolutamente inglorioso che Renzi e Boschi si mostrino convinti che una Camera di sindaci e di personalità scelte dal Presidente (con quali criteri? In base a quali caratteristiche? Dopo la sua nomina dei “saggi” sono arrivato a non fidarmi più neppure delle capacità di Napolitano) saprà esercitare controllo e stimolo.
Soltanto un numero ristretto di uomini e donne, pochi, prestigiosi, autorevoli, responsabili, che abbiano ottenuto un mandato elettorale e politico e che, giustamente ambiziosi, desiderino riconquistarlo, potranno svolgere compiti utili, anche inventandoseli, quand’anche relegati nella asfittica Camera di Renzi e Boschi. La loro è una riforma, direbbe il compagno Shakespeare, “full of sound and fury, signifying nothing”.

pubblicato su Gazebos.it 2 aprile 2014


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