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Per andare oltre la Prima Repubblica

Prefazione a Giampiero Marrazzo, Respublica, Roma, Castelvecchi, dicembre 2017

Anche se, cari lettori, nessuno vi ha dato la Seconda Repubblica, anzi, qualche uomo politico italiano sostiene, facendo il colto, che siamo già entrati nella Terza Repubblica -personalmente vorrei la Quinta, di stampo francese– nessuno riuscirà più a restituirvi almeno quel che di buono vi fu nella Prima Repubblica le cui conquiste non furono affatto disprezzabili. Basta ricordare che nel 1990 l’Italia era diventata la quinta potenza industriale al mondo. Quello che il prezioso libro di Marrazzo offre di sicuro ai lettori è la visione ampia, articolata, persino affascinante che alcuni dei protagonisti hanno avuto della “loro” Prima Repubblica. Potevano fare meglio? Oh, yes! Si può fare peggio? Doppio yes. È sufficiente guardare in che stato è la nostra Res publica per quale alcuni protagonisti del mitico Ulivo parlano, a loro volta senza esercitarsi nella nobile arte della riflessione autocritica, di lutto e di tragedia.

1. Non è difficile rivalutare la cosiddetta Prima Repubblica, soprattutto se la si paragona alla fase politica successiva. Infatti, dal 1948 al 1992, l’arco di tempo che è effettivamente coperto dalla Prima Repubblica, è stato caratterizzato dalla ricostruzione economica dell’Italia e da cambiamenti sociali molto positivi che hanno reso complessivamente migliore la vita degli italiani. Tuttavia, l’esito di quella fase deve anche essere valutato, da un lato, con riferimento a quello che non si fece e/o si fece male (ovvero anche alle occasioni sprecate), dall’altro, riflettendo sulle conseguenze. Infatti, se la fase dal 1994 ad oggi appare tutto meno che positiva, è innegabile che alcune delle condizioni che la rendono tale sono il prodotto di scelte e non scelte, di omissioni e di inadempienze, di enormi carenze analitiche e politiche dei protagonisti della Prima Repubblica. Possiamo rimpiangere i partiti, quelli di massa (DC, PCI, in misura minore,PS), ma anche quelli di opinione (il PRI molto più del PLI e, notevolmente, il Partito Radicale), ma non dobbiamo esimerci dalla legittima critica dei loro dirigenti e dei loro comportamenti. Possiamo sostenere, come fanno sia Paolo Cirino Pomicino, mitico “o’ ministro”, sia Emanuele Macaluso,che il problema contemporaneo è la scomparsa delle culture (ne ho scritto nel fascicolo da me curato della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015 dove si trovano anche le riflessioni, fra gli altri, di Giuliano Amato e Achille Occhetto) , ma dobbiamo attribuire questa scomparsa non, usando una famosa espressione del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, al “destino cinico e baro”, quanto ai democristiani, ai socialisti, ai repubblicani, ai liberali, persino ai radicali, per non avere saputo rinnovare la loro cultura politica stando al passo con i tempi.

Nessuno dei dirigenti di quei partiti e pochissimi dei loro intellettuali di riferimento (sui quali, un giorno, un discorso andrà fatto) si preoccupò del problema: quale cultura politica in un mondo che il crollo del muro di Berlino rendeva assolutamente indispensabile? Dei comunisti, sul punto, c’è pochissimo da dire. Si erano troppo beati delle loro critiche alle socialdemocrazie, che di cultura politica, fra keynesismo, welfare, ruolo dei partiti e differenze di genere, ne produssero in abbondanza, da avere ancora la possibilità di ispirarsi a quella che era allora e, probabilmente, rimane tuttora, ancorché da revisionare, la più importante cultura politica di una sinistra “sostenibile”, da riuscire a trarne qualche insegnamento. Non è causale che Occhetto nulla dica in materia preferendo (lo so, perché lo ha scritto) credere in un improbabilissimo rinnovamento del marxismo. Pomicino pone il problema della cultura e, al tempo stesso, lo collega ai partiti. Ha ragione, anche se non è chiaro se siano le culture politiche che creano i partiti oppure se i partiti non debbano essere veicoli attraverso i quali le culture politiche sono elaborate, trasmesse, fatte circolare. Troppo scarsa è l’attenzione al problema da parte dei socialisti Intini e Signorile, ma rimane stupefacente che Intini creda che Proudhon avrebbe potuto servire a superare, all’indietro, il marxismo e a rinnovare il socialismo!

Nella prima fase della Repubblica italiana furono i partiti, grazie a gruppi dirigenti di notevole qualità intellettuale e di grande preparazione, a procedere nell’elaborazione culturale, persino a trasferirla nella Costituzione italiana (tutt’altro che “obsoleta” come dice De Mita), ma iniziò anche, in maniera sterile, la progettazione di riforme. Nessuno degli intervistati sottolinea la necessità di riforme. In effetti, tranne, parzialmente, De Mita, nessuno di loro ci ha creduto fino in fondo né, di conseguenza, ha dato grandi contributi anche se Occhetto può e deve rivendicare a sé il merito di avere portato il PCI su quel terreno che, purtroppo, i suoi successori hanno seguito limitatamente e malamente. Prospettare una democrazia dell’alternanza fu molto difficile per due ragioni. Prima ragione, la Guerra Fredda rendeva impraticabile qualsiasi alternanza fra gli “atlantici”, le coalizioni di governo imperniate, giustamente e democraticamente, poiché i voti contano, intorno alla Democrazia cristiana. Secondo, socialisti e comunisti furono assorbiti da un “duello a sinistra” (come scrissero Giuliano Amato e Luciano Cafagna) invece di costruire l’alternativa competitiva alla DC. Allora, qualcuno addirittura disse che bisogna costruire le istituzioni dell’alternanza. A parte che non se ne fece nulla, l’alternanza arriva attraverso la politica, facilitata, probabilmente, da un sistema elettorale adeguato, ma nessuna democrazia parlamentare rappresentativa deve rinunciare alle sue specifiche istituzioni per perseguire l’alternanza che, invece, arriverà quando il cittadino-elettore, “giocatore” e non spettatore, protagonista e non arbitro, entrerà in campo per fare valere le sue preferenze.

I due manifesti di quel periodo furono, da un lato, il libro di Giuliano Amato, non ancora nell’orbita di Craxi, Una Repubblica da riformare (Il Mulino 1980), dall’altro, la sottolineatura netta, ad opera dell’allora senatore democristiano Roberto Ruffilli, della necessità di pervenire ad una “cultura della coalizione”. Tralascio quanto, che fu molto, da me scritto, ma non un piccolo libro di cui sono molto orgoglioso: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985 che ho rivisitato e ampiamente ristrutturato in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea 2015) perché credo sia opportuno affermare che sia la lettura/proposta di Amato sia la visione di Ruffilli mantengono tutta la loro carica riformatrice. Entrambe, per mettere i piedi nel piatto, possono anche essere lette come la premessa culturale, politica e istituzionale al rigetto il 4 dicembre 2016 delle riforme costituzionali renzian-boschiane prive di sistematicità e di qualsiasi comprensione delle modalità di funzionamento delle democrazie parlamentari. Aggiungo anche che quelle le riformette governative furono elaborate senza nessuna conoscenza di quanto già fatto, che c’era, e di quanto discusso, molto, e scartato poiché impraticabile e disfunzionale.

2. Non si arriverà a nessuna Seconda Repubblica senza conoscere la Prima (raccontata malamente da troppi furbetti che la manipolano) e senza conoscere come sono strutturate e funzionano le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale. Se poi qualcuno si applicasse e facesse qualche compito a casa potrebbe persino trarre elementi utili dalle democrazie anglosassoni. Non mi risulta che nella transizione dalla Prima Repubblica all’interregno nel quale viviamo da quasi un quarto di secolo e nel quale, gramscianamente, proliferano i germi della degenerazione dal personalismo al populismo, dai conflitti d’interesse alla rottamazione (che, sì, è una degenerazione poiché nelle democrazie gli eventuali rottamatori sono i cittadini-elettori non i capi partito e il fenomeno si produce con riferimento non all’età e alle legislature, ma alla competenza e alle capacità) qualcuno dei politici e dei loro intellettuali di riferimento, provatamente peggiori di coloro che li hanno preceduti, abbia riempito di contenuti la democrazia da molti di loro ad nauseam definita, ma mai concretamente chiarita, “dell’alternanza, bipolare e maggioritaria”.

Non so se quella democrazia era l’obiettivo del peraltro troppo lungo periodo che Aldo Moro aveva forse in mente quando si rese lucidamente conto che “il futuro non è più nelle nostre mani”. Non so neppure se, come ottimamente argomenta Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino2016, p. 315), Moro avrebbe preferito una “circoscritta fase di convergenza, necessaria per legittimare l’evoluzione riformatrice del Pci” ad una consociazione con il Pci subalterno che vi si logorasse. Però, sono sicuro che il rapimento e l’uccisione del Presidente democristiano hanno segnato la vera e profonda svolta del sistema politico della Prima Repubblica (e mi conforta leggere che questa è anche l’opinione di Macaluso) . Non finì soltanto la possibilità di qualsiasi “compromesso storico”, una formula e una prospettiva che, per quel che mi riguarda, da subito considerai sbagliata e inconcludente, se non addirittura pericolosa per la dialettica democratica. Ne conseguì, frettolosamente elaborata da Enrico Berlinguer, ma mai davvero “riflettuta” in tutte le sue implicazioni all’interno del gruppo dirigente e dei quadri del PCI (come conferma Macaluso) , la proposta di un’alternativa democratica (certo, “non democratica” sarebbe stata inconcepibile) totalmente insussistente senza la convinta adesione dei socialisti, che non vi fu. Aggiungo subito senza un ruolo centrale, probabilmente di guida, dei socialisti le cui credenziali riformiste erano a cavallo fra gli anni settanta e ottanta sicuramente superiori a quelle dei comunisti (curiosamente, non le vedo rivendicate né da Intini né da Signorile dai quali un minimo di autocritica avrei apprezzato).

La vulgata contemporanea vorrebbe che la democrazia dell’alternanza, bipolare, maggioritaria sia stata l’esito voluto e perseguito da Silvio Berlusconi con la sua discesa in campo. Nient’affatto, Berlusconi, coalition-maker di innegabili abilità, è stato bipolare per necessità, noncurante dell’alternanza (anzi, favorevole alla, sua, inesistenza), maggioritario come obiettivo personale certamente non trasferito nelle sue proposte di riforma, ma congegnate per un miglioramento complessivo del sistema politico. Non ha, per esempio, mai capito la natura del presidenzialismo USA e neppure la differenza fra presidenzialismi e semipresidenzialismi. Rapidamente, invece, ha fatto prima filtrare la sua avversità ai collegi uninominali (in parte ritenendo di non avere candidati sufficientemente popolari), poi imposto una legge elettorale, che chiamerò con il nome del suo estensore Calderoli, anche se è fin troppo nota come Porcellum, che consente ai capi dei partiti (e, nel caso della “sinistra”, anche ai capi delle correnti) di nominare i candidati e quel che più conta di rinominarli producendo pessime rappresentanze parlamentari nelle quali saranno proprio i meno capaci a doversi dimostrare disciplinati e obbedienti fino al servilismo. Concludo sul punto notando che in assenza di una legge elettorale accettabile (che è meno, ma più importante, di condivisa, non quindi la legge Rosato) non si perverrà ad una qualche stabilità del quadro politico.

Secondo alcuni, anche fra gli intervistati, il vecchio “quadro politico” fu sostanzialmente travolto dai magistrati, più precisamente dall’inchiesta Mani Pulite e dai suoi ambiziosi protagonisti. Non entro nei particolari “scabrosi”, ma suggerisco di intrattenere anche l’ipotesi di una spiegazione alternativa, vale a dire che la scoperta della corruzione politica e della sua estensione diventò letale per i partiti italiani poiché all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo era ormai accertato lo sfinimento delle strutture e delle culture di tutti quei partiti tanto che anche il lieve soffio delle inchieste, amplificato dai mass media, spazzò via un po’ tutto. Naturalmente, non basterà mettere il bavaglio ai mass media e ostacolare l’azione della magistratura per ricostruire strutture e culture in un paese il cui livello di corruzione politica è nettamente superiore a quello di quasi tutte le democrazie parlamentari e non. Né mi sembra una strategia politicamente accettabile e positiva quella di etichettare coloro che denunciano la corruzione come populisti.

Qui debbo dichiarare la mia assoluta contrarietà ad un utilizzo indiscriminato del termine populismo. No, non tutto quello che non ci piace in politica è da etichettare “populismo”. Sì, di populismo nella politica italiana ne avevamo già avuto negli anni Quaranta del secolo scorso con il commediografo Guglielmo Giannini. L’abbiamo chiamato “qualunquismo”. Sì, di populismo ne abbiamo viste due varianti recenti: quella, ruspantissima, di Bossi e quella in doppiopetto di Berlusconi. Dal canto suo, Salvini utilizza il populismo selettivamente, non quando si mette con Marine Le Pen, che è una classica “nazionalista” francese di estrema destra, non quando trova consonanze di vedute e accordi con Giorgia Meloni che è erede di una tradizione di destra pochissimo populista. No, anche se Grillo ha il populismo nelle sue corde, neppure il Movimento Cinque Stelle è prevalentemente populista. L’anti-politica, quella delle Cinque Stelle, spesso anche critica legittima della brutta politica che c’è, diverge dal populismo finendo in una confusa rivendicazione di forme di consultazione, di influenza e di partecipazione la cui democraticità è dubbia, ma il cui tasso di populismo è scarsino. Senza affatto prescindere dall’affermazione lapalissiana, ma indispensabile, che non esiste democrazia senza popolo, senza sovranità del popolo, una modica dose di populismo circola da tempo in tutte le democrazie. Naturalmente, quelle ben funzionanti dotate di una solida cultura politica e civica lo tengono a bada in maniera efficace. In Italia il crollo della esausta democrazia dei partiti ha aperto ampi spazi ai populisti. La mancata ricostruzione di una democrazia istituzionalmente efficace ha trasformato quegli spazi in praterie che solo la mediocre qualità degli aspiranti populisti non ha saputo sfruttare fino in fondo. Ciò detto nella flebile speranza di influenzare il dibattito pubblico, populismo è quando un leader fa appello al popolo e travolge le istituzioni intermedie, quando conclude con la frase (di Grillo) “fidatevi di me”, quando sostiene, come Berlusconi, che chi ha vinto le elezioni può operare al di sopra del Parlamento e non deve curarsi dell’osservanza delle leggi che la magistratura vorrebbe imporgli. Questo è populismo: “un leader e il suo popolo”. Naturalmente, populisti furono anche tutti quei commentatori che definirono “nemici del popolo” coloro che facevano campagna per il no al referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale da Renzi. Just for the record, un record che segnala clamorosamente l’abisso di incultura politica degli operatori dei mass media e degli intellettuali proni al renzismo.

La trave populista accecò i troppi commentatori che tuttora vanno alla ricerca delle, peraltro molte, pagliuzze populiste nel piccolo gruppo dirigente delle Cinque Stelle. In quel gruppo vedo, anzi, non vedo nessuna cultura istituzionale. Non sanno distinguere fra cittadini e parlamentari. Non capiscono che l’assenza di vincolo di mandato è la precondizione assoluta per l’esercizio della rappresentanza. Non si rendono conto che il limite ai mandati impoverisce la già bassissima qualità dei rappresentanti che dovrebbero andarsene a casa proprio quando potrebbero finalmente mettere a frutto l’esperienza acquisita. Le Cinque Stelle sono diventate, per convinzione e per convenienza, il veicolo privilegiato della protesta. Incanalare la protesta, che è quello che faceva il PCI e che le sinistre non sanno fare più, è un compito importante. Non mi pare che, tranne per i successi elettorali conseguiti, le Cinque Stelle abbiano saputo farlo in maniera efficace. I voti li hanno presi, ne prendono e ne prenderanno. A livello locale hanno consentito loro di vincere cariche di governo. A livello nazionale sono stati messi nel limbo dove, se non imparano la politica delle alleanze, rischiano di rimanere. Peggio per loro, potrei limitarmi a dire. Anzi, lo dico, ma con la piena consapevolezza che tenere un terzo o poco meno di elettori, con le loro preferenze, i loro interessi, le loro aspettative, ai margini di un sistema politico incide negativamente sul funzionamento del sistema e su qualsiasi possibilità di miglioramento. Questo è il discorso che andrebbe rivolto alle Cinque Stelle, sfidarle invece di demonizzarle che è l’atteggiamento prevalente nelle pagine di “Repubblica” e de “Il Foglio”, e non solo.

3. Piombati tumultuosamente in un interregno post-1994, anche per loro innegabili responsabilità (non avevano voluto/saputo capire; non avevano cambiato i loro, spesso riprovevoli, comportamenti), i politici della Prima Repubblica persero giustamente il potere. Soltanto alcuni di loro, intelligenti, preparati, “scafati”, riuscirono a tirare su la testa. Non è bastato. Sono stati rimpiazzati da parvenus, da miracolati, da “nominati”, da protagonisti senza arte né parte, ma con ambizioni sconfinate ed ego extralarge. Occhetto afferma che nel 1994 si ebbe una “rivoluzione antropologica”. De Mita nota che la dialettica parlamentare si svolge con i toni del confronto fra tifosi allo stadio. I socialisti si dolgono, non troppo, e si assolvono. Complessivamente, il panorama è desolato e desolante. Peggio: è largamente rappresentativo della società italiana com’è diventata anche guardando ai suoi rappresentanti politici. Marrazzo ha molto opportunamente incoraggiato e raccolto le riflessioni e le opinioni di cinque uomini politici che ebbero un ruolo di protagonisti nella Prima Repubblica e che, pertanto, dovrebbero uno dopo l’altro accettare di avere avuto anche non poche responsabilità nel crollo, imprevisto, ma non del tutto imprevedibile, del loro “mondo”. C’è un nuovo mondo, un mondo nuovo da costruire? La risposta non può che essere positiva: c’è. I quesiti sono tre: i) quale mondo è possibile e auspicabile costruire?; ii) con quali modalità e obiettivi?; iii) chi saranno i costruttori? Qualcuno potrebbe anche credere che per la previsione sarebbe meglio affidarsi alle sibille e agli astrologi. Invece, no. Ho imparato da Giovanni Sartori che non soltanto è possibile, ma è doveroso utilizzare le conoscenze politologiche, a maggior ragione quando provengono da analisi comparate effettuate con tutti i crismi, per formulare scenari e attribuire loro punteggi di realizzabilità.

Se l’Italia galleggia in una transizione politico-istituzionale da una Prima Repubblica alla quale non è possibile (e neppure auspicabile tornare) e un assetto repubblicano che non riusciamo ad intravedere, quali variabili è indispensabile prendere in considerazione? Al proposito, faccio outing. Da almeno trent’anni ho maturato la convinzione che la transizione potrà chiudersi soddisfacentemente soltanto cambiando il modello di governo da parlamentare tradizionale/classico a semipresidenziali accompagnato da una legge elettorale maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Questo non basta a fare di me un gollista di sinistra, ma il mondo istituzionale della Quinta Repubblica, del quale si giovò alla grande il Presidente socialista François Mitterrand (e del quale i socialisti italiani parlarono a lungo positivamente senza, però, volere mai rischiare proponendolo nelle riforme) mi pare possibile e auspicabile anche in Italia (G. Pasquino e S. Ventura, a cura di, Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica francese, Il Mulino 2010). Sono molto fiducioso che, prima o poi, in Parlamento si troverebbe una maggioranza trasversale disposta a formulare una riforma complessiva che non consenta a nessuno di calcolare vantaggi e svantaggi e a tutti di ritenere che la competizione prossima ventura in un quadro semipresidenziale darebbe considerevoli opportunità politiche, anche di carriera affinché gli obiettivi congiunti “più potere ai cittadini” e “più autorevolezza alle istituzioni” possano essere conseguiti anche in Italia.

4. Costruttori di questo esito non sono in grado di essere né il PD di Renzi né, tantomeno, l’intelligentsia renziana (un vero ossimoro alla luce di molte prove ed evidenze). Infatti, nonostante l’accanimento terapeutico di alcuni esponenti transitati in questa confusa fase, il Partito Democratico costituisce un monumento al vuoto di cultura politica come rivela anche la mediocrità dei saggi e dei libri che gli sono stati finora dedicati. Doveva diventare il contenitore/contaminatore del meglio delle culture riformiste espresse nel secondo dopoguerra: cattolici democratici, marxisti gramsciani, ambientalisti, con la gravissima dimenticanza dei socialisti in carne, ossa e idee. Non è diventato nulla tranne, forse, gazebo e primarie a vocazione maggioritaria. Neppure quanto di buono, non moltissimo in verità, aveva suscitato l’Ulivo in termini di mobilitazione di un associazionismo volonterosamente disponibile a collaborare per il rinnovamento della politica, ha trovato spazio nel partito di Veltroni, Bersani, Renzi et al. Qualcuno inneggia al partito personale, ma allora vince Berlusconi la cui personalità torreggia. Altri vedono un po’ di tutto a cominciare dagli alberelli dei partitini, ma mai intravedono la selva oscura nella quale si nasconde quel che rimane della politica italiana. Se il futuro è o dovrebbe essere l’Europa, ecco non è quella la prospettiva che affascina Cirino Pomicino e De Mita, Occhetto, Intini e Signorile, ma neppure i loro più o meno accettabili successori. Emblematica di una profonda differenza di visione e di azione è la comparazione fra Renzi che tiene una conferenza stampa avendo fatto ridicolmente riporre la bandiera dell’Unione Europa e Emmanuel Macron che festeggia la sua vittoria presidenziale arrivando al Louvre facendo platealmente risuonare l’inno alla gioia di Schiller-Beethoven.

La Prima Repubblica fu costruita e fatta funzionare dai partiti politici dentro l’alveo di una Costituzione, da un lato, flessibile, dall’altro, dotata di regole la cui osservanza dava vita e sostanza ad una politica democratica. Altrove ho scritto che i partiti italiani sembrarono molto più solidi di quello che in realtà erano poiché debole era la società civile. Non vorrei dire che nel corso del tempo la società italiana sia diventata particolarmente “robusta e vibrante” (i due aggettivi preferiti usati dagli americani per descrivere fin troppo positivamente la loro società), ma certo si è resa abbastanza autonoma dai partiti, si è differenziata, diventando al contempo frammentata e, purtroppo, corporativizzandosi vale a dire mettendo sempre e comunque al primo posto gli interessi particolaristici. Questa evoluzione è sfuggita ai dirigenti di partito della Prima Repubblica diventati troppo autoreferenziali, impegnati in lotte politiche sterili, incapaci di procedere alla manutenzione e al rinnovamento dei loro partiti. Adesso, chi guarda al sistema dei partiti italiani, che è sostanzialmente destrutturato, non può che nutrire dubbi sulle probabilità che in tempi brevi ne vengano sussulti organizzativi e novità politiche. Neppure quello che è stato in modo del tutto provinciale (altrove, ovunque, esistono partiti che hanno tutte le intenzioni e tutti gli strumenti per durare) definito “l’ultimo partito”, il Partito Democratico, è in buona salute. Peggio, gli estensori della più recente legge elettorale non si sono affatto posti il problema di come trovare meccanismi che rafforzassero le fatiscenti organizzazioni partitiche spingendo verso un loro consolidamento e premiando la loro effettiva presenza sul territorio.

Il declino delle strutture (e la scomparsa delle culture) partitiche avviene, in maniera che appare quasi inarrestabile, a scapito della rappresentanza politica. Non esistono partiti “personali”, personalisti, personalizzati in grado di garantire efficace rappresentanza politica in una democrazia. Inoltre, la “personalizzazione” della politica non ha quasi nulla a vedere con la comparsa e l’affermazione di personalità. Uno dei grandi insegnamenti della scienza politica è che i sistemi elettorali producono effetti sui partiti singoli e sui sistemi di partiti e possono essere intelligentemente congegnati per conseguire l’obiettivi di rafforzare i partiti e i loro collegamenti con l’elettorato (com’è stato fatto in Germania nel 1949) e che le grandi personalità politiche emergono laddove esista reale competizione politica. La legge elettorale Rosato non favorisce nulla di questo.

No, la luce in fondo al tunnel non la si vede affatto. La qualità della democrazia italiana, che dipende in larga misura dai partiti e dalla (loro) classe politica, rimarrà modesta, insoddisfacente, irritante. Indirettamente, sono i cinque uomini politici intervistati da Marrazzo a offrire loro stessi una spiegazione. Non hanno saputo affrontare le sfide e preparare il futuro. Adesso, qualcuno potrebbe esibire la sua cultura affermando che “siam come color che son sospesi”. È persino possibile che un giorno i nostri posteri diranno con Dante e Virgilio che dall’inferno della transizione “uscimmo a veder le stelle”.


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