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Sedici marzo 1978: dintorni e lasciti #AldoMoro

in Ivo Mej, Rapimento Moro. Il giorno in cui finì ‘informazione in Italia, Historica/Giubilei Regnani, 2023,pp. 126-30

Quel giovedì 16 marzo verso le 9.20 stavo camminando a Bologna dalla sede della casa editrice il Mulino, Strada Maggiore 35, verso l’Istituto di Studi e Ricerche “Carlo Cattaneo”, Via Santo Stefano 11. Era un percorso abbastanza frequente, abituale. Nel centro della piccola città che può essere visitata tutta a piedi. Quasi all’altezza di Via Gerusalemme, dove si trova l’abitazione di Romano Prodi, incontrai sia Arturo Parisi, anche lui ricercatore all’Istituto Cattaneo, sia Luigi Pedrazzi, uno dei cinque fondatori del Mulino. Di solito tranquillo e sorridente, Pedrazzi era agitato, allarmatissimo. Nessun inutile saluto, soltanto la frase: “Hanno rapito Moro. Le Brigate Rosse hanno rapito Moro”. Parisi ed io rimanemmo di sasso, fermi, senza proferire una parola. Poi entrambi chiedemmo a Pedrazzi dove e come. Gigi aveva da pochissimo appreso la notizia dalla radio. Poche, scarne, preoccupate parole, poi ci lasciammo mestamente consapevoli della gravità del fatto, ma, parlo per me, assolutamente non in grado di immaginarne il seguito, le conseguenze.

   Pedrazzi, professore nei Licei, aveva avuto occasione di conoscere di persona Aldo Moro, Ministro dell’Istruzione, e di parlargli. Ne aveva grande ammirazione anche politica. Nella, lo devo proprio scrivere, prestigiosa, Associazione di cultura e politica “il Mulino”, allora composta da una quarantina di soci, si trovavano alcuni dei più autorevoli intellettuali morotei, suoi ascoltati consiglieri. Me ne resi conto riflettendo sull’avvenimento e ripensando alle molte riunioni e occasioni nelle quali avevamo variamente discusso. Il Professore di Economia Beniamino detto Nino Andreatta era appena stato eletto Senatore nel 1976, ma continuava con la sua pipa e i suoi calzini spaiati e abbassati a frequentare le nostre riunioni. Memorabile quando, mentre ci affannavamo a definire il tema specifico di un intervento di riforma sulla scuola, annunciò che preferiva scrivere un disegno di legge. Proprio in quegli anni, il grande storico cattolico Pietro Scoppola era stato eletto (sì, al Mulino, allora, c’erano libere e competitive votazioni per la rivista, il Comitato Direttivo, il Consiglio editoriale) direttore della rivista bimestrale “il Mulino” sulle cui pagine ci eravamo già variamente espressi sul compromesso storico di Berlinguer, sulla “terza fase” di Moro, sulle prospettive del sistema politico italiano: consociativismo o democrazia dell’alternanza. In una tavola rotonda Scoppola mi aveva rimproverato di voler resuscitare l’azionismo, grave peccato elitario, a scapito dei grandi partiti popolari di massa.

   L’altro autorevolissimo socio cattolico democratico era Leopoldo (Leo per i suoi coetanei del Mulino) Elia, eletto nel 1976 giudice della Corte Costituzionale, di cui fu in seguito Presidente per quattro lunghi anni. Elia era stato mio Professore di Diritto Costituzionale Italiano e comparato all’Università di Torino nel 1963-1964. Da tempo era il giurista più ascoltato e più influente di Aldo Moro.

No, Moro non era l’uomo politico da me maggiormente apprezzato anche se, naturalmente, lo avrei visto molto volentieri alla Presidenza della Repubblica nel 1971 invece di Giovanni Leone. Non mi piacevano né i suoi tempi lenti né il suo eloquio complesso, ad arte oppure “naturale” che fosse, né la sua visione di democrazia. Avevo trovato molto sgradevole la sua dichiarazione urlata: “Non ci faremo processare nelle piazze”. No, neppure il compromesso storico formulato da Enrico Berlinguer era la strategia politica da me preferita. Al contrario. Cozzava contro tutto il mio pensiero politologico e contro le mie conoscenze su come deve essere idealmente il funzionamento delle democrazie contemporanee e come è effettivamente. Degli aggettivi che circolavano sulla democrazia, “compiuta”, “matura”, “bloccata” e così via, non ne usavo nessuno. Mi ero, però, impegnato a delineare le caratteristiche della democrazia dell’alternanza. Andando a votare in quello che poteva essere un fatidico 20 giugno 1976, avevo promesso a mio figlio, nato neanche un mese prima, che non sarebbe vissuto in un regime democristiano.

   Votai per il Psi con le mie quattro preferenze date ai candidati giolittiani e lombardiani. Scrissi molti articoli su “Mondoperaio” diretto da Leonardo Coen. Contribuii con un breve (ma succoso!) testo alla formulazione di che tipo di partito dovesse essere il PSI, scritto su invito di Gigi Covatta per il Congresso socialista di Torino, aprile 1978, per l’alternativa. Non divenni mai craxiano, ma rimasi molto amico di Federico Mancini, grande giurista del lavoro, anche lui socio del Mulino, forse fin troppo stretto collaboratore del segretario socialista Bettino Craxi (bestia nera di tutti i cattolici democratici).

   L’assassinio di Moro, mi ero associato al Partito della Fermezza preoccupato che qualsiasi cedimento avrebbe travolto la politica e spaccato la debole società italiana, avevo trovato del tutto riprovevole lo slogan “né con le Brigate Rosse né con lo Stato”, mi ero tristemente convinto che fin dall’inizio le BR avrebbero solo strumentalizzato, usato e poi ucciso il Presidente della DC, concluse un’epoca. Ho sempre pensato che, comunque, Moro non avrebbe mai avuto abbastanza potere da imporre qualsivoglia apertura al Partito comunista, e neanche avrebbe voluto associarlo al governo. D’altronde, non vedevo nelle posizioni di Berlinguer modalità che significassero la revisione necessaria per diventare alternativa di governo. Se il loro obiettivo era quello di rendere impossibile l’incontro/accordo DC-PCI, le Brigate Rosse lo hanno conseguito. Confusamente nei lunghi mesi della drammatica prigionia di Aldo Moro, sentivo tutta la problematicità della situazione. Soprattutto, però, ricordo il sincero dolore dei morotei al Mulino e il nostro condiviso senso di impotenza. Incancellabile.

*Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica e Socio dell’Accademia dei Lincei, è autore di Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022).      


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