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Il regime change è una strategia di guerra @DomaniGiornale

Regime change, vale a dire il mutamento del regime di uno o più dei contendenti, è un obiettivo del tutto legittimo di qualsiasi guerra fra stati. Eliminare chi ha reso inevitabile lo scontro armato non serve soltanto a porre fine a quello scontro, ma anche a rendere meno probabili scontri successivi. In effetti, il regime change è sempre stato, più o meno palesemente, uno, non il minore, degli obiettivi perseguiti. Se la responsabilità di uno scontro bellico in atto oppure anche solo ripetutamente minacciato, è attribuibile ai detentori del potere politico in uno specifico assetto istituzionale, allora risulta comprensibile e giustificabile perché sia auspicabile, opportuno e accettabile porre l’obiettivo di cambiare quegli assetti istituzionali e di eliminare i detentori di quel potere politico.

    Lo scetticismo manifestato da troppi commentatori sulle probabilità di successo di questa operazione è in buona misura malposto e fuorviante. Sicuramente il requisito essenziale per qualsiasi approfondimento è che chi persegue il regime change risulti vittorioso. Poi si apriranno le opportunità di cambiamento del regime, ma non è affatto improbabile che qualche cambiamento non del, ma nel regime, avvenga nel corso del conflitto con riferimento al suo andamento. Non è neppure detto che come, a cavallo fra ignoranza e ingenuità, credevano (volevano far credere) il Presidente George W. Bush e i suoi collaboratori, il regime change sarà coronato dall’avvento di un regime democratico. Peraltro, dopo il 1945 fu democratico l’esito del cambiamento in contesti tanto diversi come la Germania e il Giappone.

   Altrove, negli ultimi vent’anni, la situazione si presenta molto variegata. In Iraq il regime change ha significato il crollo del regime sultanista di Saddam Hussein, ma istituzioni e pratiche democratiche, pure innestate, faticano ad affermarsi. Nell’altra situazione post-sultanista, la Libia, lasciata in macerie da Gheddafi, quelle pratiche sono ancora più lontane. Secondo molti il caso più clamoroso di fallimento del regime change è quello dell’Afghanistan nel quale il totalitarismo artigianale dei Talebani ha mostrato una straordinaria capacità di resilienza. L’intervento USA non ha prodotto nessun cambiamento significativo di regime, ma solo una sospensione temporanea, ancorché non breve, del dominio talebano che si è re-imposto con cambiamenti in peggio specialmente per le donne.

Che la teocrazia iraniana abbia sempre costituito una minaccia militare è valutazione molto largamente condivisa. Il suo sostegno a una pluralità di movimenti armati dagli Hezbollah agli Houthi e le sue prese di posizione favorevoli alla distruzione di Israele sono tanto risapute quanto ripetute. Le manifestazioni degli studenti e soprattutto le proteste delle donne, seguite inesorabilmente da pene crudeli crudelmente eseguite, segnalano scontento e opposizione esistenti, ma non sufficienti. Le uccisioni mirate ad opera degli israeliani dei dirigenti di rango più elevato della teocrazia iraniana vanno nel senso di indebolire il regime fino alla sua possibile caduta. Difficilissimo è sapere quanto gli oppositori interni siano già pronti e preparati a sostituire gli ayatollah. Quanto nell’ambito della teocrazia si trovino figure meno compromesse con i comportamenti oppressivi e repressivi in grado di garantire una qualche transizione non confusa e non segnata da eccessi di conflittualità ad una situazione da più parti accettabile. Sbagliato sarebbe pensare che, sbaragliata la sua teocrazia, l’Iran riesca a transitare, lo scrivo proprio così, “armi e bagagli”, ad una fase che conduca alla democratizzazione. Ancora più sbagliato, però, è ritenere che il regime change in Iran non contenga nessuna potenzialità di portare ad un ordine politico nel quale proliferino i germi democratici che esponenti interni, la cui storia e le cui credenziali li possano rendere protagonisti, sapranno far maturare.

Pubblicato il 16 giugno 2025 su Domani


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