
Intervista raccolta da Filippo Donati
Il politologo interviene dopo l’analisi del cardinale nel vodcast del Carlino «Essere single non significa non avere una vita sociale, qui c’è tuttora una rete. Il turismo? Fenomeno normale. Il panorama universitario si sta evolvendo»
«Bologna grande e sola? Non sono d’accordo». II professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, docente all’Alma Mater dal 1969 al 2012, non condivide il ritratto della città fatto dal cardinale Matteo Zuppi che, ospite del nostro vodcast ‘il Resto di Bologna’, l’ha giudicata in crescita ma popolata di persone che fanno i conti con la solitudine. «Quelli descritti dal cardinale sono aspetti comuni a molte città – osserva Pasquino, che di Bologna è stato anche candidato sindaco, nel 2009 -, in primis per il naturale crescere del numero di anziani. Bologna è diventata più grande ma non ha certo i problemi delle metropoli, inoltre non mi pare una città la cui cifra sia la solitudine degli individui, tutt’altro. A essere in crisi è la Chiesa, che perde fedeli, e che si poggia ormai solo su alcune personalità di spicco, una delle quali è appunto Zuppi».
Eppure anche Bologna è una città in cui un terzo dei nuclei familiari è composto da single…
«Il poter vivere del proprio reddito può essere indice di una società matura, in cui sono poche le persone che dipendono dagli altri, scenario invece comune un tempo. Inoltre essere single non significa essere persone sole: si può avere una vita sociale intensa anche se si abita da soli».
Bologna è al riparo dall’ondata di odio che sta travolgendo l’Occidente? Il sindaco Lepore e il presidente de Pascale hanno firmato un protocollo ad hoc.
«Questo territorio ha gli anticorpi e bene fa a metterli a disposizione. Invito tutti a guardarsi intorno: Bologna non sta vivendo lo stesso conflitto che lacera altre città. Un esempio? La comunità ebraica bolognese ha scelto di non isolarsi, di non chiudersi in se stessa, ma di continuare a cercare il confronto con chi è diverso, con chi proviene da un retroterra culturale distante. Saremmo fortunati se questo succedesse anche altrove, ma gli esempi non sono molti».
La ‘turistificazione’ sta sottraendo spazi alla vita universitaria?
«Una città con molti contatti internazionali come Bologna è normale voglia essere visitata da tante persone: succede a Toledo, a Saragozza, e in tanti altri luoghi. Il panorama studentesco sta semplicemente evolvendo: vedo in giro perla città molti studenti provenienti dall’Oriente: voglio credere che fra loro ci sarà chi porterà i valori di Bologna anche in Cina, contribuendo a migliorare quella società, come accadde decenni fa con gli studenti che arrivavano qui fuggendo dal Sudamerica».
C’è ancora spazio per un allargamento dei diritti?
«I maschi bianchi capiranno che vivere in una società aperta ai cambiamenti è meglio che isolarsi dal mondo esterno. Il maschilismo becero che vediamo imporsi con la forza è in realtà strutturalmente debole, penso che perfino negli Stati Uniti abbia i mesi contati».
La vita sociale di Bologna, che è una sua caratteristica storica, è ancora la colonna portante dell’ossatura cittadina?
«Sì, Bologna ha un’università viva, un’industria che attrae lavoratori, dei giornali, e addirittura un partito, il Pd, che pur non essendo più il ‘partitone’ egemone nel Novecento ha ancora una sua presenza nella geografia urbana. Non condivido le critiche di Zuppi così come non condividevo quelle di Biffi: neppure allora vedevo una Bologna ‘disperata’, e men che mai ‘sazia’: è anzi una città sempre desiderosa di cambiamenti. I bolognesi, e gli emiliano-romagnoli in generale, non devono correre il rischio di essere compiaciuti di loro stessi, ma continuare a essere curiosi».
Pubblicato il 30 marzo 2026 su Il Resto del Carlino Bologna