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Il Manifesto di Ventotene

Sono lieto di presentare qui la seconda lezione del mio prossimo libro L’Europa in trenta lezioni che sarà pubblicato all’inizio del 2017 dalla casa editrice UTET-De Agostini.

SECONDA LEZIONE. Il Manifesto di Ventotene

Scritto nel maggio-giugno del 1941 dall’ex-comunista Altiero Spinelli e dall’ex-Giustizia e Libertà Ernesto Rossi e pubblicato la prima volta clandestinamente a Roma, a cura di e con una prefazione anonima di Eugenio Colorni, il Manifesto è giustamente considerato un testo cult del federalismo italiano. Ispirato dalla lettura di alcuni pochi testi (scritti dal liberale Luigi Einaudi e dall’economista inglese Lionel Robbins) disponibili nella biblioteca dell’isola di Ventotene dove gli autori erano stati confinati dal fascismo, il Manifesto porta come sottotitolo “Per un’Europa libera unita”. Il punto di partenza dell’analisi è la convinzione della responsabilità degli Stati sovrani nel dare vita e perpetuare “una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes“. La proposta era quella della formazione di una federazione europea “non come un lontano ideale, ma come una impellente tragica necessità”. I principi, scrive Spinelli, ma sarebbe meglio dire le fondamenta, di una federazione europea debbono essere: “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Si noti, primo, la sequenza: la federazione europea non può essere imbelle, ma deve sapere difendersi; secondo, quei principi sono stati e, in parte, rimangono gli obiettivi, comunque molto ambiziosi, perseguiti e sostanzialmente conseguiti dai costruttori dell’Unione Europea.

Spinelli stesso rimproverò al Manifesto “alcuni errori politici di non lieve portata: l’ottimismo sulla imminente realizzazione dell’idea federalista; l’incomprensione della debolezza degli stati europei devastati dalla seconda guerra mondiale (e quindi la necessità dell’appoggiarsi agli Stati Uniti); l’invocazione della necessità di un partito rivoluzionario federalista (prodotti dei tempi e dell’esperienza pregressa di Spinelli) che “espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti” si è rivelata “caduca”. Di due idee politiche Spinelli si dichiarava molto fiero: 1. La federazione europea non era solo un ideale, ma un obiettivo. Non era “un invito a sognare”, ma “un invito a operare”. Certamente, questo operare incessante e indefesso fu la cifra dell’azione politica di Spinelli. 2. La lotta per la federazione sarebbe diventata “un nuovo spartiacque fra le correnti politiche”: progressisti e reazionari si misureranno con riferimento all’uso del potere politico. I secondi si limiteranno alla conquista del potere politico nazionale. I primi vorranno usare quel potere “come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Analiticamente importante, questa distinzione non ha trovato una coerente e profonda traduzione nella lotta/competizione politica né negli Stati nazionali né a livello europeo.

Il “leninismo ” spinelliano torna sia nella critica alla “metodologia politica democratica” che sarà “un peso morto nella crisi rivoluzionaria” sia nella dismissione dei “predicatori [democratici] esortanti laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare”. Il punto d’arrivo è un “saldo stato federale” dotato di una forza armata europea, in grado di “spezzare le autarchie economiche” , che “abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli” (quasi un’anticipazione del principio di sussidiarietà che, qualche decennio dopo, sarà codificato nei Trattati europei).

Il capitolo del Manifesto intitolato “Compiti del dopoguerra. La riforma della società”, discusso a fondo con Spinelli, è stato redatto principalmente da Ernesto Rossi. Lo si potrebbe definire figlio dei tempi, ma dei tempi che verranno e che, nei paesi scandinavi, stavano già arrivando. Quei compiti possono essere sintetizzati “nell’emancipazione delle classi lavoratici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”. L’obiettivo deve essere perseguito con: a) l’abolizione, la limitazione, la correzione della proprietà privata; b) la nazionalizzazione delle grandi imprese monopolistiche; c) una riforma agraria e forme di gestione cooperativa e azionariato operaio; d) provvidenze necessarie per i giovani “per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita [sono le eguaglianze di opportunità]; e) l’assicurazione a tutti di “vitto, alloggio e vestiario” e di misure “che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio” [quanto di più vicino e simile al programma di uno Stato del benessere, del welfare].

Tre quarti di secolo dopo la sua stesura, il Manifesto di Ventotene non è soltanto un documento storico ricco di intuizioni lungimiranti e di indicazioni programmatiche, alcune delle quali tradotte nelle politiche formulate e attuate dall’Unione. Non è soltanto un monumento alla intelligenza degli avvenimenti dei suoi due autori. Continua a costituire la premessa e la promessa di una Federazione degli stati europei.

VIDEO – Referendum: nessuna deriva autoritaria ma deriva confusionaria #omnibusla7

 

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Puntata del 22 agosto 2016 condotta da Manuela Ferri

guarda il video

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Un Meeting sottotono e schierato

L’inaugurazione del tradizionale meeting di Comunione e Liberazione a Rimini ha avuto un maestro di cerimonia molto illustre: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mai in precedenza gli organizzatori, i quali, pure, hanno sempre puntato molto in alto, erano riusciti a tanto né è chiaro perché Mattarella abbia deciso di accettare facendo poi un discorso molto tradizionale sulla necessità di costruire ponti e sulla solidarietà: passare dall’io al tu. Invece di ponti, credo che sarebbe più opportuno costruire scuole e luoghi di cultura, non di buonismo multiculturale, ma di confronto aperto, trasparente, responsabile nel quadro della Costituzione italiana e dei Trattati dell’Unione Europea. Quanto al passaggio dall’io al tu, il Presidente Mattarella ha reso omaggio al titolo delle kermesse riminese: “tu sei un bene per me”. Non mi eserciterò certamente nell’esegesi religiosa (“ama il prossimo tuo come te stesso”) e neppure in quella politica che porterebbe inevitabilmente alla critica della personalizzazione della politica. Mi limiterò a ricordare le ovazioni per Giulio Andreotti che hanno caratterizzato non pochi dei meeting del passato.

Dicono alcuni osservatori che il meeting 2016 appare alquanto sottotono, anche con meno finanziamenti del passato. Personalmente, da un lato, vedo una costante; dall’altro, riscontro un problema. La costante è rappresentata dalla collocazione complessiva di Comunione e Liberazione nel panorama politico italiano. Lo dirò in maniera estrema, ma argomentabile e difendibile. Sempre spregiudicato e cinico, Gianni Agnelli sosteneva che la Fiat non poteva permettersi di non essere filogovernativa. Ecco, neppure CL si consente il lusso di non essere filogovernativa non soltanto nelle regioni, come Lombardia e Veneto, dove è organizzativamente e socialmente più diffusa e più forte e dove le maggioranze sono molto vicine alle sue posizioni. Non troppo sbandierato, ma certo importante è stato il sostegno di CL alla raccolta delle firme per i Comitati del “sì” al referendum. Affidare l’allestimento della mostra sulla Costituzione a Luciano Violante, ripetutamente ed esageratamente espressosi a favore del “sì”, è stata chiaramente una decisione politica pro-governativa. Difficile che i dibattiti che verranno riequilibrino una condicio che, in partenza, non è affatto par.

Il problema attuale di Comunione e Liberazione è la mancanza di un leader di riferimento che non può in nessun modo essere e, forse, prendendo atto di questa impossibilità, neppure vuole essere, l’attuale presidente Julián Carrón. Sono molto consapevole che, quando si arriva pericolosamente nei pressi della politica, i ciellini contrappongono la distinzione fra la loro organizzazione, struttura ecclesiale, e il braccio politico, per l’appunto il Movimento Politico. Chi ha tempo, voglia e curiosità scoprirà quasi subito l’enorme sovrapposizione di esponenti e attivisti della prima sul secondo. Quello che manca anche al Movimento è un leader di riferimento. Per intenderci: né l’ex-ministro Maurizio Lupi né l’attivissima ex-ministra Maria Stella Gelmini sembrano avere il “fisico del ruolo” meno che mai se paragonati a Roberto Formigoni, a lungo figura torreggiante di Comunione e Liberazione in Lombardia. All’obiezione probabile dei ciellini che di leader ce n’è stato soltanto uno, il loro fondatore, don Luigi Giussani, la replica è che proprio perché oggi non hanno nessun leader, si sono ripiegati sull’appoggio, pare sostanzialmente acritico, del governo Renzi.

Naturalmente, si potrebbe anche essere, da un lato, più accondiscendenti, dall’altro più esigenti. Il basso profilo di Comunione e Liberazione riflette sia la loro non necessità di formulare rivendicazioni spettacolari, poiché i loro rappresentanti e quadri sono insediati in non poche regioni praticamente senza sfidanti nei settori cruciali della sanità, dell’assistenza e dell’accoglienza, sia una più generale carenza italiana. Sono finite tutte le classiche/tradizionali culture politiche italiane, com’è dimostrato giorno dopo giorno anche dall’inesistente elaborazione governativa, cosicché non può stupire che la stessa Comunione e Liberazione sia coinvolta in quello che, se non è un inarrestabile declino, è, quantomeno, un ripiegamento, una normalizzazione.

Pubblicato AGL il 21 agosto 2016

INVITO Politica e Istituzioni alla 13ª Festa del libro di Montereggio

Cattura

Mercoledì 24 agosto ore 21

Incontro con l’Autore

POLITICA E ISTITUZIONI
EGEA – UNIVERSITÀ BOCCONI EDITORE 2016

POLITICA E ISTITUZIONI EGEA – UNIVERSITÀ BOCCONI EDITORE 2016

POLITICA E ISTITUZIONI
EGEA – UNIVERSITÀ BOCCONI EDITORE 2016

Cattura

 

COME ARRIVARE QUI

Per informazioni
dalle ore 9.00 alle ore 13.00

PIETRO FERRARI VIVALDI
Ufficio Cultura – Comune di Mulazzo
Via della Liberazione, 10 – loc. Arpiola
I-54026 MULAZZO (MS)
Tel. 0187 439005 fax 0187 437756

p.ferrarivivaldi@comune.mulazzo.ms.it

Per consigli e suggerimenti
info@montereggio.it

Le ragioni del No. Intervista a Gianfranco Pasquino

Ravenna_it

Raccolta da Iacopo Gardelli per Ravennanotizie.it

Una chiacchierata con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, per sapere meglio che cosa c’è in ballo col referendum costituzionale di ottobre e per capire le ragioni del “no”

Il Parco John Lennon di Mezzano è frequentato più da bugs che da beatles. Libellule, zanzare e altri esseri con le antenne per cui mi mancano le parole ci svolazzano intorno, ma a lui non sembrano affatto dare fastidio, anzi. Il professor Gianfranco Pasquino siede serafico sotto il chiosco, le lenti fotocromatiche dei suoi occhiali celano il suo sguardo. Risponde alle domande con un aplomb e una pacatezza che potrebbero essere orientali, se non fosse per il signorile accento piemontese.

In attesa della sua moderatissima piadina con “cotto e una foglia d’insalata”, ci prepariamo all’incontro pubblico che si terrà a pochi metri da qui. Con noi ci sono gli amici del Gruppo dello Zuccherificio, Massimo Manzoli e Andrea Mignozzi che, assieme al Comitato per il No alle Riforme Costituzionali e all’Italicum e all’ANPI di Mezzano, hanno organizzato questa serata per approfondire le ragioni di chi sostiene il no alla riforma costituzionale; la stessa riforma per cui Renzi si sta giocando, almeno a parole, la scadenza naturale di questa legislatura.

Partiamo da qui. Pochi giorni fa ho sentito a Otto e mezzo il professor Massimo Cacciari sostenere il sì con questa argomentazione, a detta sua repubblicana: nel caso vincesse il no alla riforma costituzionale, proprio per questa scelta renziana di legare gli esiti della votazione al mandato governativo, si aprirebbe un periodo di crisi politica difficilmente gestibile dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica. Una scelta fatta a malincuore, ma una scelta di responsabilità: repubblicana, appunto. Lei, che è un convinto sostenitore del no, che cosa risponderebbe a Cacciari?

(Pasquino scuote sconsolato la testa) “Rispondo che sta inanellando una serie di stupidaggini. Per vari motivi. Primo, perché il referendum è in merito a una riforma costituzionale fatta dal Parlamento e non dal Governo; secondo, perché se il Presidente del Consiglio personalizza la campagna referendaria non si sta semplicemente esprimendo sul referendum, ma sta chiedendo un plebiscito sulla sua persona. Questa cosa gli è già stata troppo blandamente rimproverata dal presidente Napolitano, che dovrebbe saperne di più, e che si è limitato a dire che ‘il Presidente del Consiglio non deve personalizzare’; anche se l’espressione giusta sarebbe stata: ‘non deve chiedere un plebiscito’. E non deve neanche minacciare o ricattare gli elettori, dicendo ‘se non votate le mie riforme, vi lascio in una situazione molto complicata’, ricatto nel quale il professor Cacciari, evidentemente, cade. Terzo, perché non tocca al Presidente del Consiglio dire che cosa succede dopo la consultazione: nel caso venisse sconfitto nel referendum, la parola passerebbe al Presidente della Repubblica, che deve esplorare la possibilità di un’altra maggioranza in Parlamento: ed è possibile che ci sia. E infine, si è visto mai che in questo paese possa esistere un’unica persona in grado di fare il Presidente del Consiglio? Io credo che ce ne siano almeno altre quattro o cinque che potrebbero avere la maggioranza e la fiducia al Parlamento, nonché la capacità di fare riforme migliori e meno divisive.”

Non voglio fare l’ermeneutica di Cacciari, ma glielo chiedo lo stesso: secondo lei il filosofo è in cattiva fede quando sostiene che la crisi non sarà gestibile?

“Cacciari non è in cattiva fede. Cacciari è diventato incredibilmente renziano, perché è contro la vecchia guardia del Partito Comunista – della quale peraltro lui ha fatto parte. E soprattutto non ne sa abbastanza. Sta parlando di argomenti che non conosce. L’ho già rimproverato duramente sul Fatto Quotidiano, evidentemente nessuno ha portato alla sua attenzione la mia critica, però persiste nell’errore. Non è un compagno che sbaglia, ma un compagno che persevera nell’errore.”

Diabolico. Ma entriamo nel merito: se dovesse convincere un elettore indeciso con due argomenti per il no, quali sceglierebbe?

“Il primo: questa riforma costituzionale è disorganica e sbagliata. L’unica cosa che tocca veramente è il Senato, ma il Senato non è il problema che rende difficile il governo in Italia. Erano altre le cose si potevano fare, ma Renzi ha candidamente dichiarato che ‘non gliele avrebbero lasciate fare’. Eppure mi pare che avesse una maggioranza e una grinta che avrebbe potuto usare meglio per imporre un’altra e migliore riforma. Insomma, la riforma del Senato è da un lato pasticciata e dall’altro confusa. Pasticciata nella composizione del Senato: 74 rappresentanti non si sa bene scelti come, perché non è stato deciso il verbo: “nominati” o “designati” dai Consigli Regionali. Ma non sappiamo se devono essere già dentro i Consigli Regionali o se devono essere eletti prima, dagli elettori quando eleggono il Consiglio Regionale. Poi 21 rappresentanti dei Comuni: ma non sappiamo se devono essere i Comuni capoluogo di Regione, o se verranno scelti dai Comuni stessi o dai consiglieri comunali; e infine 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica. Incredibile! In una Camera delle Regioni uno si chiede per quale ragione il Presidente della Repubblica debba nominare 5 senatori. Fra l’altro, l’articolo costituzionale sui senatori a vita recita ‘per meriti artistici, sociali, letterari o scientifici’. Qui bisognerebbe aggiungere ‘per meriti federalisti’: ma sfido chiunque a trovare 5 grandi federalisti in questo paese, finiti con la morte di Gianfranco Miglio, fondamentalmente.”

Capito il pasticcio. Ma per quanto riguarda la confusione?

“Dal punto di vista delle competenze questa riforma è sostanzialmente confusa: non è chiaro quali leggi saranno soltanto di competenza della Camera; non è chiaro quanto il Senato potrà richiamare alcune leggi; e non è chiaro quali saranno i conflitti dal momento in cui qualcuno solleverà dubbi sulla legittimità di questi confini; la Corte Costituzionale, infatti, è già in allarme, perché teme una serie di ricorsi inaudita, come peraltro è già successo in questo periodo. Siamo di fronte ad una situazione che non risolve praticamente nulla. Ma perché? Perché tutto questo è basato su una premessa che è sbagliata, ovvero che il bicameralismo italiano, che è paritario (se mi dice perfetto, l’intervista finisce qui), non è mai stato di ostacolo ai governi. Il bicameralismo italiano fa mediamente più leggi degli altri bicameralismi importanti: quello tedesco, quello francese, quello inglese e quello americano.”

Quindi l’argomento della lentezza pachidermica del Senato è pura retorica?

“Non è retorico: è una manipolazione, oppure è il prodotto di ignoranza. Nessuno di loro ha letto i documenti che potrebbero avere dai funzionari del Senato, persone di eccellente qualità. Ma passiamo al secondo motivo che mi ha chiesto. Con questa riforma, a un Senato di 95 persone, elette indirettamente, si affida non solo la riforma della Costituzione, ma anche l’elezione di ben due giudici costituzionali. 630 deputati, invece, ne eleggeranno solo 3. Questo è uno squilibrio che grida vendetta al cospetto di non so che cosa… al cielo? Tutto questo non prefigura un bel niente: non c’è una visione sistemica, organica. Dove andiamo dopo questa riforma? Si risolve davvero i problemi istituzionali italiani? No. Non sappiamo dove andiamo. Stiamo toccando il Governo con questa riforma? No, non così, ma con una legge elettorale, l’Italicum. Loro continuano a sostenere che non fa parte di questo pacchetto, e invece ne fa parte eccome. Perché questa legge elettorale avrebbe potuto risolvere immediatamente il problema del Senato uniformando le due leggi elettorali, per avere la stessa maggioranza, se questo era il problema. Ma in realtà l’Italicum squilibra il potere a favore della Camera e, aggiungo, a favore del Presidente del Consiglio. Però, tutto questo, lo fa in maniera assolutamente poco sistemica, con tutto quello che ne consegue. Qua non si tratta di dare tanto potere all’unico uomo in grado di fare il Presidente del Consiglio (francamente ridicolo), ma si tratta di creare una legge elettorale che sia competitiva e che dia potere agli elettori. Questa legge elettorale non gliene dà abbastanza: io direi che gliene dà poco. Ecco, due buone ragioni per votare no. Un no convinto, pacato, sereno…” (sorride)

Quando Renzi batte sul tasto del fantomatico taglio del costo della politica, si tratta di un argomento convincente, o no?

“Renzi dice che con questa legge elettorale i senatori non saranno più pagati perché sono già consiglieri regionali. Ma naturalmente bisogna tenere conto dei soldi delle trasferte. Un conto è abitare a Roma, e lì ci sono da contare, eventualmente, solo i soldi del tassì. Ma se uno abita a Palermo o in Sardegna, l’aereo lo deve pur prendere. Quindi, sì, forse ci potrebbe anche essere una riduzione dei costi della politica; ma le pare un discorso politicamente efficace questo? O, piuttosto, è un discorso populisticamente efficace? Blandisce chi pensa che la politica debba essere a costo zero; e invece la democrazia bisogna pagarla, con i soldi, prima, e poi naturalmente con l’impegno, le energie, con la volontà di informarsi, e così via. Si tratta semplicemente della ricezione passiva di un discorso che viene da alcuni settori della classe politica (in particolare dal Movimento 5 Stelle), e da alcuni settori della stampa, in particolare dal Corriere della Sera (in questo caso La casta, di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo, ha avuto un impatto tremendo, nonostante tutti gli inconvenienti di quel libro, trasparenti a chi lo avesse non solo comprato per regalarlo, ma magari anche letto). E poi, i costi potevano essere ridotti anche semplicemente riducendo il numero dei parlamentari alla Camera, perché no? 630 a me paiono tanti, e a lei?”

Nel panorama politico italiano c’è qualcosa da salvare?

“Nel panorama politico italiano ci sono diverse cose da salvare. Ci sono fior fiore di parlamentari che conoscono il loro mestiere. Nonostante la narrazione renzian-boschiana, abbiamo fatto, nel 1993, un’ottima legge elettorale per i sindaci, che sta dando ripetutamente buoni frutti. Stiamo cercando governi stabili e operativi? I sindaci sono a capo di governi stabili, operativi quanto loro li sanno rendere tali. È da salvare il ruolo del presidente della Repubblica, perché è stato un’equilibratore, e qualche volta anche un’attore significativo, nel nostro sistema. È da salvare la competizione multi-partitica: questa idea che bisogna ridurre tutto a due soli partiti, è semplicemente sbagliata. I partiti saranno tanti quanti gli italiani vogliono che siano. Con la clausola, che io penso debba esserci, di sbarramento, in modo da impedire la frammentazione. E infine, credo che sia da salvare anche, diciamo così, un sano sentimento di protesta, che si manifesta in molti di noi, e che per molti si incanala nel Movimento 5 Stelle.”

Pubblicata il 26 Giugno 2016

Ulivo, la nostalgia non basta per un “Sì”

Il fatto quotidiano

Per giustificare l’ovviamente sofferto “sì” alle riforme renzian-boschiane c’è chi si abbandona ad una non meglio definita “sensibilità repubblicana”, come fa Massimo Cacciari, e chi si affida alla nostalgia/archeologia prodian-ulivista, come fa Arturo Parisi (“Il mio sì al referendum è nel solco dell’Ulivo”, intervista a “La Stampa”, 14 agosto). Tutto quello che si trova(va) in quelle, in verità non proprio dense e limpide, tesi di vent’anni fa sarebbe buono. Quindi, chi lo recupera, automaticamente ha scritto buone riforme. Come discussione sul merito non mi pare davvero un buon inizio. Neppure nel seguito emerge una qualsiasi considerazione di merito.

Parisi non può fare a meno di notare, anche lui un po’ tardivamente, che Renzi ha personalizzato il referendum. Subito lo scusa perché per partire ci vuole un “io” (forse un ego, meglio se sproporzionato). Siamo alla teorizzazione dell’uomo solo che fa le riforme la cui imperfezione, peraltro, Renzi e Boschi cercano di spiegare asserendo che hanno dovuto negoziarle con il centro-destra, cioè, con Berlusconi. Invece, sostiene Parisi, da un lato, i renzian-boschiani (l’espressione è mia) dovrebbero riconoscere i meriti della generazione ulivista; dall’altro, dovrebbero prendere atto che si sono messi, a loro insaputa (ma questa è una mia aggiunta) nel solco del “cambiamento nella continuità”.

Che in due anni di discussioni, di esternazioni e di processioni (la specialità del Ministro Boschi, non dipendente, per carità, dalla sua avvenenza), questo riconoscimento non abbia mai neppure fatto capolino, non sembra preoccupare Parisi. Anzi, si limita a suggerire che per andare lontano ci vuole il “noi”, vale a dire il coinvolgimento di “voci provenienti da tutte le parti politiche”. Al posto delle parti politiche, tranne gli alfanian-(neanche tutti)-verdiniani, sono arrivate le parti sociali, guidate dalla Confindustria, seguite da “Civilità Cattolica”, coronate da JP Morgan e dal “Financial Times”. Almeno in parte, dovrebbe valere la saggezza popolare “dimmi con chi vai ti dirò chi sei”. A molti, però, che desiderano proprio discutere il merito, più che valutare le compagnie, piacerebbe che Parisi chiarisse quali riforme, oltre ad una trasformazione del Senato che, come Sofia Ventura ha subito acutamente e documentatamente evidenziato nel suo blog (sofiajeanne.com), non è affatto sulla falsariga della apposita tesi dell’Ulivo d’antan, sono valide, e quali presentano limiti e destano motivate riserve. Dove, poi, Parisi abbia visto la magica riforma che farà “della nostra democrazia una democrazia che decide e coinvolge direttamente i cittadini nelle scelte di governo e nella scelta di chi lo guida”, da un lato, mi sfugge poiché con l’Italicum il 60 per cento dei parlamentari non saranno eletti dai cittadini, ma nominati dai capipartito e capicorrenti; dall’altro, mi inquieta perché i cittadini non sceglieranno “direttamente” la persona a capo del governo (che implicherebbe una sorta di presidenzialismo di fatto), ma il partito per il quale, dunque, non vale “l’esaurimento della missione” (certamente non nella grande maggioranza delle democrazie parlamentari europee) da lui denunciato e posto a fondamento delle riforme istituzionali.

Naturalmente, Parisi sa che altri antichi esponenti della compagine ulivista hanno già manifestato netta opposizione a riforme che solo parzialmente si ritrovano nelle tesi dell’Ulivo che, incidentalmente, non sono assimilabili ai Dieci Comandamenti e che è anche plausibile ritenere che, forse, quanto scritto vent’anni fa potrebbe essere superato, ma poteva anche allora essere inadeguato.

Soprattutto preoccupante è la chiusa dell’intervista del braccio destro di Prodi, non propriamente un esperto di riforme e di Costituzione, ma neppure un sostenitore di quelle riforme che, infatti, guardò preoccupatissimo a quanto veniva facendo la Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Con la vittoria del NO, non soltanto daremmo l’addio “per decenni” alle riforme (nessun dubbio esprime Parisi sulla loro qualità), ma vi sarebbe una conseguenza peggiore che merita di essere citata per esteso: “quei poteri che vorremmo garantire a un Parlamento oggi abbondantemente esautorato continuerebbero a trasferirsi dal Governo interno alle forze che ci guidano dall’esterno”. Ne deduco tre considerazioni. Primo, Parisi crede che ridimensionando il Senato, rendendolo non elettivo, cambiandone composizione e compiti, il Parlamento italiano risulterebbe meno esautorato. Secondo, molto sottilmente, che già il Governo (del cui potenziamento Parisi non parla) aveva/ha esautorato il Parlamento. Terzo, che il plauso di JP Morgan e del “Financial Times” vada a riforme che riusciranno ad impedire a forze esterne (qui Parisi si colloca fra coloro che credono ai complotti dei poteri forti internazionali), vale a dire anche a loro, di guidare il governo italiano, mi pare assolutamente incredibile. Mah.

Pubblicato il 17 agosto 2016

Addio a Bernabei, con la TV unì gli italiani

Non so se la televisione pubblica è la più grande azienda culturale italiana. Non sono neanche sicuro che sia un’azienda propriamente culturale, vale a dire produttrice di cultura. Qualche volta penso che l’Università pubblica dovrebbe essere la principale azienda culturale del paese. Poi, rapidamente, rinsavisco e le fredde cifre, a cominciare dalla distanza abissale fra il numero di coloro che frequentano le università e i molti milioni di telespettatori, mi riportano alla realtà. Mi ricordo anche che la televisione è per telespettatori di tutte le condizioni sociali e di tutte le età e l’università, in Italia più che altrove, continua ad avere squilibri di classe e, naturalmente, tocca soltanto una specifica fascia d’età.

Ecco, Ettore Bernabei, Direttore generale della RAI-TV dal 1961 al 1974, fanfaniano di ferro, tutte queste cose le sapeva benissimo. Fin da subito comprese il potenziale culturale della TV, utilizzando l’aggettivo “culturale” nel senso più ampio possibile, non soltanto la cultura “alta” delle élite, ma soprattutto le conoscenze di base, qui direi delle masse, ma Bernabei mi correggerebbe ricorrendo sia alla parola “pubblico” sia, più semplicemente, al più comprensivo “italiani”. Quello che Bernabei voleva e, costruendolo in una molteplicità di modi, ottenne, fu propria la formazione di una cultura “popolare” diffusa, abbastanza omogenea, di qualità non eccelsa, ma accettabile. D’altronde, se avesse mirato all’eccelso sicuramente non avrebbe raggiunto un pubblico molto ampio. Rilutto ad usare l’espressione “di massa” poiché sembra contenere qualcosa di negativo, di inferiore.

E’ stato spesso scritto che la TV, tra quiz, come “Lascia o raddoppia?”, sceneggiati, spettacoli di varietà, teleromanzi, ha “fatto” gli italiani, vale a dire che ha dato la risposta che Massimo D’Azeglio aveva auspicato subito dopo l’unificazione italiana. Cent’anni dopo la Destra Storica, un democristiano sia per mai nascoste preferenze politiche sia per atteggiamenti e comportamenti che evitavano qualsiasi scontro, conseguiva l’obiettivo di “fare” di un popolo attraversato da differenze di tutti i tipi, a cominciare da quelle regionali, rivelatisi incancellabili, una comunità che dalle Alpi ad Agrigento riusciva, se non a parlare la stessa lingua, almeno a comprenderla.
Quando qualcuno farà un bilancio complessivo, accurato e approfondito, un esercizio sicuramente utile, della TV di Bernabei scoprirà non soltanto la varietà dei programmi che seppe incoraggiare e valorizzare, ma anche la grande apertura ad apporti culturali molto diversi, anche di sinistra, la libertà lasciata a registi ai quali nessuno chiedeva tessere di partito, la possibilità di carriere aziendali non determinate dalla vicinanza a leader politici, nemmeno, esclusivamente a favore di democristiani osservanti (che, però, ovviamente, ci furono, eccome) . In molti modi, il pluralismo culturale e politico era nei fatti e non poteva certamente essere smentito dalle calze imposte alle lunghe e conturbanti gambe delle sorelle Kessler la cui presenza, se posso scherzare, segnalò l’apertura all’Europa, ma fu anche, comunque, parte dello svecchiamento culturale.

Non so se Bernabei si fosse posto come obiettivo anche l’egemonia davvero “nazional-popolare” della Democrazia Cristiana. Fatto sta che proprio nell’anno in cui lasciò la sua carica, la Democrazia Cristiana subì una decisiva sconfitta, politica e culturale, nel referendum sul divorzio. Come dimostrarono altresì le elezioni amministrative del 1975 e le elezioni politiche del 1976, l’Italia era cambiata. Era diventata più moderna, persino più pluralista. Tutti coloro che denunciano l’impatto ottundente della TV, soprattutto quando non riescono a mandare i loro favoriti a dirigere i telegiornali, a elaborare i palinsesti e, da qualche tempo, a condurre i talk show, dovrebbero riflettere sul potenziale autonomo del “mezzo” televisivo e dovrebbero rivalutare, pur nei suoi innegabili limiti, il pluralismo moderato della TV di Stato diretta da Ettore Bernabei.

Pubblicato AGL il 15 agosto 2015

Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi

La terza Repubblica

Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?

Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.

La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.

I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).

E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.

Pubblicato il 12 agosto 2016

Italicum e “SÌ”: nessun baratto è possibile

Il fatto

Non c’è proprio niente da scambiare fra un Italicum malamente rielaborato dalla minoranza del PD e un “sì” alle revisioni costituzionali malamente fatte approvare dal Parlamento e peggio difese dal PD e dai suoi, neppure adeguatamente informati, costituzionalisti e improvvisati politologi. Non è vero che le due riforme vanno insieme e non è neppure vero che evirando l’Italicum del ballottaggio e riducendo un pochino il premio di maggioranza avremmo una legge elettorale decente. Da un lato, la minoranza del PD combatte una battaglia sbagliata; dall’altro, la maggioranza si impunta e, per bocca del ministro Boschi, cerca di riscattare un Parlamento che ha compresso nel corso della discussione sulle riforme e stravolto con la pasticciata e confusa riforma del Senato. Boschi dimenticando oppure proprio non sa che nella Costituzione italiana i referendum sono lo strumento a disposizione dei cittadini per controllare le leggi approvate dal Parlamento e, con maggioranze apposite, farle decadere . Se, davvero, vogliamo trovare un nesso fra legge elettorale e modifiche costituzionali, allora bisogna fuoruscire dal mantra di una governabilità assurdamente identificata con la stabilità del governo la cui maggioranza parlamentare sarà gonfiata dai molti seggi garantitigli dal premio dell’Italicum.

Il problema delle democrazie contemporanee si chiama crisi di rappresentanza politica. Molto dipende dai partiti, la cui capacità rappresentativa sarebbe sicuramente accresciuta se i suoi parlamentari fossero eletti in collegi uninominali dove debbono conquistarsi i voti interloquendo con gli elettori e rispondendo del loro operato (come ho già scritto infine volte “del fatto, del malfatto e del non fatto”). La rappresentanza dei collegi non si ha, come sostiene la Ministro Boschi, con i capilista bloccati. In politica, la rappresentanza è esclusivamente quella elettiva. Naturalmente, il Senato nominato dai Consigli regionali, ma Napolitano sostiene che si tratta di elezione indiretta (alla quale, comunque, sfuggirebbero i cinque Senatori, questi sì residui di un passato che il governo sostiene di volere cancellare, nominati dal Presidente della Repubblica), non darà nessuna rappresentanza agli elettori. Nel migliore dei casi, quei Senatori cercheranno, se desiderano essere rieletti, di seguire le preferenze, che certamente saranno comunicate loro di volta in volta puntigliosamente dai loro “grandi” (è solo un modo di dire) elettori. Non eletti dai cittadini delle diverse regioni saranno costitutivamente impossibilitati a dare qualsivoglia rappresentanza al territorio. Per di più, mai quei Senatori di nuovo conio si degneranno di rispondere, a elettori che non hanno nessun potere su di loro, dei propri comportamenti politici e istituzionali che consentono loro di eleggere due giudici costituzionali e di avere enorme voce in capitolo su tutta la politica europea dell’Italia.

Mentre la Ministro Boschi si affanna a chiedere il sì per non sconfessare il lavoro del Parlamento, confondendo il Parlamento con la sua maggioranza spesso coartata e, per quel che riguarda la minoranza del PD, molto colpevolmente arrendevole (oppure incapace di articolare alternative convincenti), Renzi sfida il Parlamento, se lo vuole e se ne sarà capace, a cambiare la legge elettorale quasi non fosse la sua legge, quella sulla quale si è ripetutamente impuntato. Come riuscirà mai un Parlamento di nominati, almeno la metà dei quali sa, per esperienza personale e diretta, che la disciplina e l’ossequio, il conformismo e la subordinazione sono le carte da giocare per essere ri-nominati oppure quantomeno ri-candidati, è un mistero inglorioso. Non è detto che il prossimo Parlamento sia strumento della “governabilità” chiesta dalla Confindustria, da alcuni grandi (come sopra) banchieri, ignari di Costituzioni e leggi elettorali, e da “Civiltà Cattolica”, governabilità che, sarà il caso di ricordarlo e di rimarcarlo, dipende soprattutto dalle capacità dei governanti. E’ sicuro, invece, che il Parlamento che verrà non offrirà affatto migliore rappresentanza politica all’elettorato italiana alle cui associazioni, nel frattempo, sarà stata somministrata la non proprio democratica medicina della disintermediazione.
Pubblicato il 12 agosto 2016

Il NO dei nemici del popolo

Il fatto

Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.

“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.

Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.

Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.

La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.

Pubblicato il 10 agosto 2016