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Con sviluppi lenti e contorti continua la “Saga di #Bologna” per la scelta del candidato del Partito Democratico #Comunali2021

A Bologna si è riacceso lo scontro. Un partito che si chiama “democratico” deve regolarmente costantemente ripetutamente utilizzare procedure democratiche. Le primarie stanno nello Statuto del PD e valgono anche per il PDB(olognese). Se c’è più di una candidatura a sindaco di Bologna, allora: primarie. Se sono primarie di coalizione debbono potersi presentare tutti i candidati del PD che lo desiderano, cioè, non un solo candidato “ufficiale”. Prima le primarie, non divisive, ma competitive, poi l’unità a sostegno del/la vincente.

Obiettivo per l’Europa: rilanciare un’operazione di unificazione politica per avere un governo che è espressione dei cittadini europei e non dei rispettivi Capi di Stato e di Governo

Quasi del tutto passata sotto colpevole silenzio, la (co-)decisione del Parlamento Europeo e della Commissione di legare l’assegnazione dei fondi europei al rispetto dei diritti civili e politici. È finalmente il segnale che l’Unione Europea tiene alla democrazia sua e a quella negli Stati-membri. L’UE ricorda a tutti che non è mai stata solamente un mercato, ma che è e vuole rimanere il più grande spazio di diritti e di democrazia al mondo.

Trump lascerà la Casa Bianca ma il trumpismo non finirà. I democratici riusciranno a contrastarlo culturalmente esprimendo un’altra idea di America? #USA2020

Attingendo a piene mani dai quotidiani USA, i commentatori italiani hanno detto (quasi) tutto, ma certo non “di più” (e non meglio). Adesso, si esibiscono sul trumpismo, cos’è, cosa rimarrà. È il prodotto di una (in)cultura politica che comincia con Ronald Reagan e i suoi collaboratori. Trump gli ha dato la forma peggiore, destinata a durare, non più a vincere, se i democratici sapranno rinnovare la cultura politica USA liberandosi delle fettine di trumpismo al loro interno.

Il dopo referendum – E ora il potere torni agli elettori

Quali sono le conseguenze del referendum costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari? Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino*, docente di Scienza politica, una riflessione intorno alle decisioni politico-istituzionali necessarie per riconsegnare ai cittadini il potere di scelta dei rappresentanti.

da LiberEtà novembre 2020 (pp. 24-27)

Il risultato del referendum del 20 e 21 settembre segna una tappa, a mio parere, non gloriosa, dell’antiparlamentarismo strisciante italiano la cui bandiera è stata sventolata dal Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso, potrebbe diventare l’inizio di un processo riformatore indefinito nella quantità di riforme elettorali e istituzionali e nella sua qualità. Tuttavia, non è affatto scontato che quello che si prospetta di fare sia preferibile a quello che già sta scritto nella Costituzione e che condurrà a migliorare il funzionamento del sistema politico italiano e della qualità della democrazia. Significativamente ridimensionati, i parlamentari italiani avranno certamente delle difficoltà sui due versanti nei quali esplicano i loro compiti essenziali che, in una democrazia parlamentare, sono due: dare rappresentanza politica ai cittadini e controllare l’operato del governo.

Sul primo versante, il Movimento 5 Stelle e, soprattutto, il Partito Democratico hanno annunciato il loro impegno alla formulazione di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. Poiché di leggi proporzionali ne esistono numerose varianti, sarebbe opportuno porre, come direbbero i poco fantasiosi politici, dei paletti. Al di là della formula prescelta, la nuova legge dovrebbe consentire l’espressione di un voto di preferenza e non dovrebbe contenere la possibilità di candidature multiple. Il criterio ispiratore deve essere quello del potere degli elettori. La vigente legge elettorale tedesca, se presa nella sua integrità, risponde a questi requisiti. Quanto al controllo che i parlamentari ridotti di un terzo riusciranno ad esercitare sul governo, non per paralizzarlo, ma per evitarne eccessi e errori, sembra che i revisionisti costituzionale si siano messi sulla strada, anch’essa tedesca, del voto di sfiducia costruttivo. Bene, ma bisognerebbe evitare la eccessiva emanazione di decreti legge sui quali il governo pone la fiducia rendendo impossibile in questo modo non soltanto all’opposizione, ma alla sua stessa maggioranza, qualsiasi miglioramento dei contenuti del decreto.

L’inevitabile tecnicismo delle revisioni costituzionali (e dei regolamenti parlamentari) non deve fare passare in secondo piano i problemi politici contemporanei che inevitabilmente incideranno sulle soluzioni di cui si discute e sull’evoluzione a breve e a lungo termine della vita politica italiana. Insieme alla vittoria referendaria, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto registrare un suo serio declino elettorale in tutte le regioni nelle quali si è votato. Continuo a pensare che il voto “politico” delle Cinque Stelle potrà comunque essere superiore al 10 per cento, ma la caduta attuale è preoccupante per il loro futuro e, in una (in)certa misura, per il futuro del governo e del sistema politico. Infatti, anche se il Partito Democratico ha ottenuto buoni risultati in tre importanti regioni, le sue percentuali, poco sopra il 20 percento, continuano ad essere insufficienti a garantire qualsiasi vittoria nazionale prossima ventura. Il PD avrà sempre bisogno di alleati anche qualora riuscisse a delineare un suo “campo largo”. Di qui la proposta di un’alleanza organica con le Cinque Stelle che, però, primo, potrebbe non essere affatto numericamente sufficiente; secondo, al momento non sembra politicamente accettabile ad una parte consistente, peraltro non maggioritaria, degli aderenti pentastellati.

   In verità, il governo Conte trae la sua forza dalla popolarità del Presidente del Consiglio il cui operato è apprezzato giustamente da più del 60 per cento degli elettori, per quanto criticato, a mio parere con incomprensibile faziosità e pochezza di argomenti, da “Repubblica” e dal “Corriere della Sera” nonché, ovviamente, dalla stampa di destra. È soprattutto grazie alla intransigenza e alla credibilità di Conte e, in misura leggermente inferiore, del Ministro Gualtieri e del Commissario Gentiloni che l’Italia ha ottenuto dalla Commissione Europea un pacchetto di prestiti e di sussidi di gran lunga superiore a quello di tutti gli altri paesi. Adesso, come giustamente dichiarato da Conte stesso, bisognerà riuscire e spenderli presto e bene su progetti nel solco delle direttive europee per digitalizzare l’Italia, farne un’economia verde, con trasformazioni strutturali nella sanità, nella scuola e nella amministrazione della giustizia. I rapporti con l’Unione Europea sono e possono rimanere il punto di forza di Conte e del suo governo al tempo stesso che sono il vero tallone d’Achille dell’opposizione di centro-destra.

Nessuno può immaginare neppure per un momento che un governo sovranista Salvini-Meloni, o viceversa, sarebbe stato e sarà in grado di negoziare efficacemente con gli europeisti. Al contrario. Naturalmente, se il governo Conte riuscirà a trasformare l’Italia è possibile che il futuro politico-elettorale del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle riservi sorprese positive. Al momento, però, anche se è possibile vedere non pochi scricchiolii in quella che sembrava la potente macchina da guerra di Salvini e della Lega, è indubbio che il centro-destra continua ad essere numericamente e percentualmente più forte del centro-sinistra nelle sue varie articolazioni.

   Né le revisioni costituzionali né le alleanze fra partiti possono fare dimenticare quello che, a mio parere, è il vero problema italiano a partire dal crollo del muro di Berlino: la debolezza dei partiti e la disgregazione del sistema dei partiti. Partiti nascono, si trasformano, s’indeboliscono, illudono gli elettori, diventano irrilevanti. Non consentono progetti e azioni di governo di un qualche respiro. Inevitabilmente, gli elettori cambiano i loro comportamenti di voto contribuendo a vittorie improvvis/ate e a declini bruschi. C’è un senso di precarietà nella politica italiana alla quale, per fortuna, anche per la dura della loro carica, si sono contrapposti i Presidenti della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ecco perché l’elezione del successore di Mattarella all’inizio del 2022 sarà particolarmente importante. Ecco perché i Cinque Stelle e il PD non debbono bruciare la grande opportunità che si offre loro.

*Gianfranco Pasquino è Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna. Il suo volume più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

Contare i voti, salvare l’anima degli USA

Almeno una previsione pre-elettorale è risultata corretta: il conteggio dei voti per l’elezione presidenziale USA è in effetti già molto lungo e angosciante. Entrambi i candidati si sono frettolosamente dichiarati vincitori. Trump ha addirittura sottolineato di avere vinto “alla grande” aggiungendo che stanno cercando di rubargli la vittoria e preannunciando un ricorso alla Corte Suprema dove, grazie ai tre giudici da lui stesso nominati, gode di una maggioranza confortevole. La situazione è delicatissima poiché riguarda le condizioni della democrazia negli Stati Uniti e, da non dimenticare, le sue possibili conseguenze sul resto del mondo.

   Sarebbe sbagliato attribuire all’intero sistema istituzionale della Repubblica presidenziale gli inconvenienti elettorali e i problemi politici ai quali stiamo assistendo con grande preoccupazione. Le modalità con le quali votare, ad esempio, il voto postale, e i tempi e i modi del conteggio sono determinati dagli Stati. Questa è una delle implicazioni del federalismo che consente una varietà di soluzioni fino a quando non sarà una legge federale a stabilire l’uniformità. Qui sta il problema politico poiché i repubblicani dispongono tuttora di maggioranze nelle assemblee rappresentative di trentacinque stati su cinquanta. Quindi, si opporranno a qualsiasi richiesta di uniformità nella legislazione elettorale.

   Vinca oppure no Trump non avrà comunque ottenuto, come nel 2016, una maggioranza del voto popolare. Continueranno ad essere i Grandi Elettori designati in ciascuno degli Stati a decidere il vincitore. Anche questa è una conseguenza del federalismo. Per rassicurare gli Stati piccoli in termini di popolazione che non sarebbero stati schiacciati dagli Stati grandi i Costituenti sancirono che vincere la Presidenza avrebbe richiesto una convergenza fra più Stati e che i piccoli non sarebbero risultati emarginati. Soltanto con un emendamento alla Costituzione si potrebbe stabilire l’elezione popolare diretta del Presidente, ma qualsiasi emendamento costituzionale richiede l’approvazione ad opera di tre quarti delle assemblee statali, un quorum irraggiungibile per i democratici.

   Ciò detto, l’elemento politico più importante per spiegare il (cattivo) funzionamento della democrazia USA è rappresentato dalla radicalizzazione a destra del Partito repubblicano da più di vent’anni. Consapevoli di essere oramai diventati minoranza nel paese, ma non negli Stati del Sud e, in parte, del Midwest, difendono con le unghie e con i denti le loro posizioni. Disciplinatamente e senza nessuna concessione, approfittando dell’eterogeneità dei Democratici, sono finora riusciti ad esercitare un potere sproporzionato. Conquistata la Corte Suprema per un lungo periodo di tempo poiché i giudici rimangono in carica a vita, i repubblicani potranno cancellare la riforma sanitaria di Obama e rendere praticamente impossibile l’interruzione della gravidanza. La posta in gioco dell’esasperante conteggio di qualche milione di voti già difficoltosamente espressi è l’anima della società americana.

Pubblicato AGL il 5 novembre 2020

La sfida tra due uomini bianchi dipende dalle minoranze @DomaniGiornale

No, non è una elezione come le altre quella in corso per la Presidenza degli USA nei prossimi quattro anni. Neanche nel 2016 possiamo dire, certo con molto senno di poi, fu un’elezione come le altre: per la prima volta una donna politica con grande esperienza e competenza che cercava di sfondare il soffitto di cristallo contro un ricco immobiliarista che non aveva mai avuto cariche amministrative e di governo. L’esito segnalò qualcosa di molto profondo che praticamente nessuno degli analisti aveva previamente individuato e che andava contro la tutte le interpretazioni e valutazioni allora diffuse e prevalenti della politica e della società americana. Ne seguì in alcune sedi, naturalmente soprattutto quelle democratiche e progressiste, un agonizing reappraisal, un ripensamento molto doloroso (ma, a mio modo di vedere, non ancora sufficiente) reso ancor più necessario dalla presa d’atto della persistenza di un razzismo strisciante. Troppe volte in troppi luoghi Black lives do not matter.

Nelle e con le elezioni una società ha modo di farsi rappresentare, ma anche di rappresentarsi con le sue preferenze, le sue esigenze, le sue aspettative, persino le sue pulsioni emotive dei più vari tipi: paure e speranze, rancori e risentimenti, rivalsa. Nelle elezioni presidenziali USA del 2016, alcune decine di migliaia di uomini bianchi negli Stati del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, caratterizzati da un basso livello di istruzione e da occupazioni non prestigiose né ben remunerate, che si consideravano messi da parte e sbeffeggiati da quelle che temevano essere le tendenze culturali in corso, furono decisivi per consegnare la vittoria a Trump. Quell’uomo bianco molto noto e ricco, sprezzante del politically correct e ostile a qualsiasi variante del multiculturalismo, certamente in contrasto con le élites, anche quelle del Partito Repubblicano, li rappresentava meglio di una donna troppo intelligente, troppo colta, troppo elitaria, esponente di un mondo che li escludeva (e li “deplorava”, deplorables la parola infelicemente pronunciata da Hillary Clinton). Quella donna, da troppo tempo nelle stanze del potere, fu percepita anche da una parte non piccola proprio delle donne come distante dal loro mondo, dalle loro preoccupazioni, dalla loro vita.

Oggi, praticamente tutti i sondaggi convergono nel notare che la situazione è, in parte, in quanta parte rimane difficile valutare, cambiata, proprio a cominciare dalle donne di tutti i colori, soprattutto bianche. Il “mondo” politico-elettorale di Trump sembra, anche fra gli uomini bianchi anziani, forse a causa della deliberata sottovalutazione del Covid da parte di Trump, avere perso qualche pezzo. Quanto decisivo lo diranno i dati duri dell’affluenza alle urne e dei voti espressi. Quei voti serviranno a rispondere in maniera fondata alla domanda “cosa è cambiato dal 2016 al 2020?”. La grande maggioranza degli analisti USA sostiene che, dal punto di vista sociologico (che include anche le appartenenze religiose) l’elettorato di Trump non è praticamente cambiato. Però, se ne possono essere distaccati elettori delusi senza che i nuovi eventuali elettori, galvanizzati, ad esempio, dalla nomina alla Corte Suprema di una giudice fortemente conservatrice e dalle politiche anti-immigrazione dei Latinos, siano sufficienti a colmare il vuoto lasciato da coloro che hanno abbandonato Trump.

   La fortissima polarizzazione della campagna elettorale fra due uomini bianchi ultra settantenni (appare distantissima l’elezione del 2008 quando un poco più che quarantenne neo-senatore di colore sembrò aprire un’epoca di grande rinnovamento) ha già avuto come effetto un aumento considerevole dei votanti. Alcuni attribuiscono questo aumento, non agli uomini bianchi, già abituati a frequentare i seggi, ma soprattutto al più ampio coinvolgimento delle minorities, vale a dire, i neri e i latinos (ma, talvolta, persino le donne, a prescindere dal colore e dalla provenienza, vengono collocate fra le “minoranze”). Le proiezioni demografiche segnalano da tempo che grosso modo a metà di questo decennio, i WASP, White Anglo-Saxon Protestant, diventeranno una minoranza, grande, ma sovrastata numericamente dai non anglosassoni, non protestanti. Se non ci saranno intoppi e inciampi nel conteggio dei voti potrebbe succedere che già nella giornata del 4 novembre le minorities scopriranno di essere state decisive nell’avere vinto la battaglia per “l’anima della nazione” (il motto della campagna di Biden) mandando alla Casa bianca un WASP moderato ultrasettantenne al quale spetterà di sovrintendere ad un passaggio epocale nella politica degli USA.

Pubblicato il 3 novembre 2020 su Domani

Partiti, movimenti, riforme istituzionali. Diagnosi, in prospettiva comparata, sullo stato di salute della democrazia italiana, delle sue istituzioni e delle forze che ne costituiscono l’ossatura imprescindibile #intervista @Policlic_it

Intervista raccolta da Riccardo Perrone per
“Policlic l’informazione a portata di clic” n 5

Nel pieno di un periodo drammatico, segnato dall’esplosione globale della pandemia di COVID-19, si è svolto in Italia un importante referendum confermativo, inerente alla riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, che ha sancito la vittoria dei Sì con il 69,6%. Delle conseguenze di questo responso e di molto altro – dall’evoluzione di partiti e movimenti alle riforme istituzionali, con riferimenti all’attualità politica – abbiamo avuto il piacere di parlare con Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, autore di numerosi e importanti volumi, l’ultimo dei quali – Minima politica. Sei lezioni di democrazia (Utet, 2020) – è da poco nelle librerie

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita e alla proliferazione di una serie di movimenti collettivi, che rappresentano un importante strumento di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: si pensi ad esempio ai movimenti femministi, ambientalisti, o a quelli più recenti quali il movimento “Black Lives Matter” negli Stati Uniti e quello delle “Sardine” in Italia. La nascita e il successo di questi movimenti sono determinati esclusivamente da una spontanea iniziativa di cittadini che si uniscono per perorare una determinata causa, o sono invece dovuti anche all’azione “dall’alto” da parte di qualcuno che dà origine ai movimenti, conferendo loro organizzazione e visibilità?

Ci sono due interpretazioni che considero importanti per analizzare come nascono i movimenti. Da un lato c’è l’interpretazione classica weberiana, secondo cui i movimenti sono in qualche modo il prodotto di insoddisfazioni diffuse, alle quali dà inizio un imprenditore politico, che trasforma questa “effervescenza” – termine utilizzato da Max Weber – in qualcosa di più concreto, in un movimento. Sono persone che si mettono insieme per un qualche scopo. Poi lo scopo può essere preciso, o può essere invece abbastanza vago, e quindi naturalmente può attrarre diverse persone a seconda della chiarezza dello scopo. Questa interpretazione mi pare adeguata. Naturalmente, Weber procede sostenendo che il movimento deve riuscire poi a istituzionalizzarsi, altrimenti o consegue lo scopo e finisce lì, oppure non consegue lo scopo e i suoi componenti si disperdono.

L’altra interpretazione è quella di Alain Touraine, grande sociologo francese, secondo cui in tutte le società vive nascono movimenti. Se una società è viva e vivace, produrrà dei movimenti. Ci sono persone che si incontrano, sulla base di identità, interessi, ideali comuni, e che danno vita a un movimento che può essere più o meno grande. Nel caso di “Black Lives Matter” ci sono alcuni elementi che sono certamente weberiani, nel senso che c’è un’insoddisfazione abbastanza diffusa. È difficile trovare un leader in questo caso, perché l’America è un Paese geograficamente vasto e perché i grandi leader di colore in questo momento non ci sono. Questi sono movimenti che nascono qualche volta all’interno di situazioni specifiche e che vengono rappresentati, per esempio, attraverso la televisione. Non c’è in questo momento un vero e proprio leader del movimento, che è frammentato, cioè si trova in più zone a seconda dei casi, dei contesti, delle sfide.

Con riferimento alla situazione italiana, possiamo osservare come negli ultimi venticinque, trent’anni si sia verificato un sostanziale cambiamento delle caratteristiche e del ruolo dei partiti. Un tempo erano strumenti e organizzatori della vita sociale dei propri iscritti, attualmente invece sono percepiti come “insegne elettorali” o poco più, che contemplano in misura notevolmente minore la partecipazione di iscritti e simpatizzanti alle loro attività. Quali sono a suo parere le cause di questi mutamenti?

I partiti italiani sono declinati in maniera visibile a partire dal 1992-94, ma la loro crisi era iniziata già prima, quando non si erano in nessun modo rinnovati, quando non avevano capito fino in fondo che cosa significasse, non solo per il mondo occidentale, ma soprattutto per l’Italia, la caduta del muro di Berlino. E da allora, soprattutto dopo l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, buona parte dei partiti è entrata in una dimensione di crisi, di difficoltà che non era soltanto organizzativa, ma anche e soprattutto culturale. Oserei dire che è scomparsa la cultura politica di ciascuno di quei partiti, e la maggior parte di essi si è trasformata in partiti personali – cioè sono quello che il leader, popolare nella fase di conquista, è o vuole essere. E oggi ci troviamo di fronte a uno schieramento partitico in cui c’è un unico componente che si chiama partito, il Partito Democratico, mentre tutti gli altri hanno deciso di prendere altri nomi perché l’elettorato non gradisce più i partiti. Questo è il punto fondamentale: nessuno gli ha spiegato a cosa serve un partito, che tipo di compiti svolge, che è indispensabile per la democrazia, perché raggruppa opinioni che si fanno anche politiche pubbliche.

Per di più non c’è più nessuna cultura politica. Adesso vediamo qualcosa che sta maturando, ma è difficile dire che sia già una cultura politica, in particolare sulla destra dello schieramento. Da un lato c’è Salvini, che peraltro ha abbandonato l’idea del federalismo e della indipendenza della Padania, e quindi ha ridotto la sua cultura politica semplicemente ad atteggiamenti anti-europei, anti-migranti – Salvini è contro qualcosa, non è chiaro a favore di cosa sia. Dall’altro c’è un atteggiamento sotterraneo, in Salvini e forse un po’ di più in Giorgia Meloni, che definiamo “sovranismo”; ma che il sovranismo rappresenti una vera e propria cultura politica, è difficile dirlo. Io direi che è improbabile che lo sia in questa fase: deve probabilmente essere meglio declinato, e non vedo nemmeno il teorico del sovranismo.

Vedo anche determinate frange di sovranismo nelle file della sinistra che sta al di fuori del PD. Il PD è coerentemente europeista, e quindi potrebbe vantare quella cultura, se qualcuno la elaborasse. Invece al momento è soltanto un atteggiamento, o meglio una sensibilità. Il PD ha sensibilità europeiste, e questo va benissimo. Che abbia una cultura politica complessiva è difficile dirlo. Quando nacque nel 2007, sostenne che era “il meglio delle culture politiche” e che avrebbe messo insieme ambientalismo, riformismo, cattolicesimo democratico e così via, dimenticandosi ad esempio del socialismo che in questo Paese ha rappresentato una storia di riformisti veri, e non è riuscito a dar vita a una cultura politica. Di volta in volta è “il partito di”: è stato forse il partito di Veltroni, è stato forse un po’ di più il partito di Renzi, fa fatica a diventare il partito di Zingaretti perché quest’ultimo non ha la capacità comunicativa che avevano sia Veltroni sia Renzi.

Questa è la situazione italiana, nella quale i partiti cambiano poco a seconda del tipo di leadership che hanno, ma non riescono in realtà a strutturarsi: sono spesso evanescenti, salgono e scendono dal punto di vista elettorale, vanno al governo o perdono ruoli di governo, ma non lasciano traccia. Siamo in una situazione, come direbbe Bauman, sostanzialmente liquida, e questo naturalmente non è un bene, perché i partiti nascono con la democrazia, e possiamo dire che la democrazia nasce con i partiti, si regge sui partiti; e se i partiti sono deboli, la qualità della democrazia è naturalmente abbastanza bassa.

Per quanto si è appena detto, mi sembra evidente che gli attuali partiti italiani non possano essere definiti “partiti di massa”. Come possiamo definirli, “partiti di quadri”, “partiti pigliatutti”? O invece è necessario teorizzare una nuova categoria ad hoc?

Questi sono partiti personali, che si reggono soprattutto sulle qualità, sulle caratteristiche – perché qualche volta non sono vere e proprie qualità – dei leader, e quindi si spostano a seconda del modo con il quale il leader si sposta, a seconda del successo che ha. E i partiti personali sono inevitabilmente legati alla persona del leader, e quindi possono diventare sufficientemente forti, sempre dal punto di vista elettorale, ma anche perdere consenso in maniera molto rapida. Questa è la situazione di fondo. Non c’è più nessun legame con il passato, con quelle categorie che lei giustamente evocava, perché quelle categorie sono finite. Certamente nessuna delle organizzazioni esistenti oggi in Italia può essere definita di massa. Se c’è un’organizzazione ancora di massa, forse è il sindacato CGIL, e tutte le altre sono organizzazioni al massimo di quadri, peraltro non particolarmente preparati, oserei dire. In qualche caso più che politici direi burocratici; questo è il caso anche della CGIL.

Secondo la fondamentale teoria dei cleavages, elaborata a metà degli anni Sessanta da Rokkan, i partiti politici riflettono “fratture sociali” ben definite. Possiamo considerare tuttora valida questa teoria? Quali sono le divisioni, i conflitti all’interno della società di oggi, che i partiti provvedono a rappresentare e in qualche modo a istituzionalizzare?

Rokkan raccontava una storia europea, che secondo me va bene fino ad un certo punto. Infatti si riferiva all’Europa occidentale: non poteva raccontare quella storia per l’Europa orientale e naturalmente non poteva raccontarla per i Paesi anglosassoni al di fuori del continente europeo – ma in realtà neanche per la Gran Bretagna. Quindi una teoria che era affascinante, ma da parecchi punti di vista limitata geograficamente.

Quello che è successo è che la maggior parte di quei cleavages sono fondamentalmente scomparsi. Oggi non parliamo più, ad esempio, del cleavage città-campagna: semmai il cleavage è nella città, tra i centri cittadini e le periferie; questo possiamo dirlo anche per gli Stati Uniti, ad esempio. Oggi è difficile dire che ci sia un cleavage che riguarda la religione nei Paesi occidentali, perché la religione è diventata molto meno influente dal punto di vista politico. Ci sono ancora partiti che hanno un aggancio alla religione, per esempio i partiti democristiani, che fondamentalmente sono gli ultimi rimasti. Non sono partiti marginali, sia chiaro – si veda su tutti il caso tedesco – però per il resto il cleavage tra i laici e i religiosi in Italia è sostanzialmente inesistente, nonostante i ripetuti richiami alla necessità di un partito cattolico.

Per quanto riguarda i cleavages attuali, a Rokkan contrapporrei Altiero Spinelli, il quale ha sostenuto nel “manifesto di Ventotene” che a un certo punto non ci sarebbe stata più una distinzione classica tra destra e sinistra, ma la vera distinzione sarebbe stata tra i sostenitori di un’Europa politica unificata e federale e coloro che invece sono contrari. Quindi potremmo dire che il cleavage che sta sorgendo, e che potrebbe caratterizzare alcune competizioni politiche, è quello tra i sovranisti, che vogliono mantenere il potere all’interno della propria nazione, e gli europeisti, che sono invece disposti a condividere la sovranità a livello europeo. Questo è quello che mi pare in corso, e mi pare più importante rispetto alla categoria di “populismo”. Marine Le Pen non è una populista, ma è certamente una sovranista.

Anche Orban secondo me è molto meno populista di quel che si dice, ed è invece un sovranista, e così via. Potremmo andare alla ricerca di questo in molti contesti: in Svezia c’è un partito, chiamato “Democratici Svedesi”, che è sicuramente un partito sovranista; in Finlandia, credo si chiamino “Veri Finlandesi”. Credo si possa dire che non ci sono più i cleavages tradizionali, e anche quello economico tra i lavoratori e i proprietari dei mezzi di produzione mi pare molto ridotto nel suo impatto. Oggi dobbiamo preoccuparci più dei finanzieri e dell’accentramento di risorse nelle loro mani.

Quali sono i principali fattori che hanno determinato negli ultimi anni l’ascesa del Movimento 5 Stelle? Quali elementi di novità ha apportato al sistema politico italiano?

In un sistema politico nel quale l’elettorato era già privo di convinzioni molto forti, i 5 Stelle portano un attacco deciso al sistema in quanto tale, alle élites, e da questo punto di vista contenevano ovviamente un corposo grumo di populismo. I 5 Stelle hanno inoltre sfruttato e strumentalizzato l’insoddisfazione nei confronti della politica, che c’è sempre stata in Italia, ma che era ben visibile alla fine degli anni Duemila e agli inizi dello scorso decennio. Naturalmente hanno usato con successo, come abbiamo visto, la loro critica al Parlamento. Tutto questo nasce dalla famosa battuta di Grillo: “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”, e porta a tutto quello che ne consegue, dal limite dei mandati all’imposizione di un vincolo di mandato. Usavano dunque tutti gli elementi di anti-parlamentarismo, anch’essi molto diffusi nel contesto italiano. Quindi l’insoddisfazione secondo me è il cardine di questo tipo di propaganda, non la proposta di soluzioni, che sono state tutte semplicistiche e, tranne pochi casi, assolutamente inattuabili. Su molti elementi, infatti, i 5 Stelle al governo hanno poi cambiato posizione.

Quest’insoddisfazione è destinata a rimanere. Trovo curiosi i commentatori secondo cui ci sarà una scomparsa del Movimento 5 stelle: non ci sarà una scomparsa, e in realtà non ci sarà neanche una scissione, perché sia Di Maio che Di Battista condividono l’insoddisfazione nei confronti di quelli che i commentatori considerano i due poli, e c’è un’insoddisfazione politica nei confronti del funzionamento del sistema. E allora qui l’elemento paradossale è che Conte – a cui mi riferisco come persona e come capo del governo – riesce a far funzionare il sistema, ma nella misura in cui il sistema funziona, si riduce l’insoddisfazione e quindi si riduce il numero di persone che vanno a votare per il M5S. Il paradosso è che perde voti perché ha successo a livello nazionale, come partito di maggioranza relativa, e ha successo il loro candidato, colui da loro prescelto per guidare il Governo. Però l’insoddisfazione continuerà a rimanere, non più al 33%, che è quello che hanno ottenuto nelle elezioni del marzo 2018, ma intorno al 15-16%, che è quello che i sondaggi danno loro fino a questo momento. Se poi ci fossero altri motivi di crisi, allora forse potrebbe crescere la percentuale di elettori, perché crescerebbe l’insoddisfazione.

Il Movimento, trovatosi alla prova del governo, sta tenendo fede ai propri valori [il termine sia inteso nella sua accezione neutra, NdR] e propositi delle origini?

Non lo so. Non lo so perché faccio fatica a vedere i valori delle origini. Qualcuno dovrebbe riprendersi le 5 Stelle e dirci che cos’erano esattamente, perché non me lo ricordo più. Ma per esempio sull’ambiente – se il Governo finalmente farà un piano ambientale per l’Italia, anche per avere i fondi europei – lì terranno fede alla loro impostazione. Hanno anche tenuto fede a cose che ritengo abbastanza marginali, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari o l’abolizione dei vitalizi – cioè alcune cose che riguardano sì la politica, ma in un certo senso anche la “pancia” dei cittadini italiani. E io non sono mai dell’idea di alimentare la pancia: bisogna alimentare il cervello, qualche volta anche il cuore, la passione, ma non la pancia; è meglio stare a dieta, magri, agili, capaci di cambiare idea, capaci di imparare.

Ciò detto, al governo hanno fatto delle cose che hanno certamente soddisfatto i loro elettori, e altre che non hanno avuto lo stesso effetto. Su alcune cose in realtà si impuntano perché non hanno abbastanza conoscenze: ad esempio sul MES per le spese sanitarie dirette e indirette insistono a dire “No”, e sbagliano sicuramente. Hanno anche cambiato atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, e questo è stato molto positivo. Però non si può dire se abbiano tradito i valori delle origini. Se i valori delle origini consistevano nello scaraventare il sistema nell’abisso, erano valori da non condividere, e soprattutto impossibili da attuare. Per il resto un po’ di cambiamenti li hanno anche introdotti: credo che facciano bene, ad esempio, a rivendicare il reddito di cittadinanza, anche se si poteva tradurre molto meglio in maniera concreta, e probabilmente verrà riveduto. Ci sono alcuni passaggi sui quali possono dire di aver fatto delle cose importanti, altri sui quali possono semplicemente dire: “Questo era impossibile, ce ne siamo resi conto, adesso cambiamo in buona misura quello che avevamo promesso”.

Non molto tempo fa, ho avuto occasione di leggere sul “Corriere della Sera” un interessante editoriale di Paolo Mieli, secondo cui la possibile alleanza strutturale tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle può rappresentare in prospettiva una riedizione del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Nonostante ci siano molte differenze, soprattutto di carattere storico e internazionale, coglie delle analogie tra i due tentativi di avvicinamento?

No, non ne colgo proprio nessuna. Come diceva lei, ci sono delle differenze straordinarie nel quadro internazionale, tra allora e oggi. Non vedo il PD come un vero successore del PCI, è un’altra cosa, molto più disorganizzata. E non credo che i 5 Stelle possano essere definiti come democristiani; sono anzi molto distanti da quel tipo di cultura e da quel tipo di insieme di classe politica che, le ricordo, era comunque una classe politica molto preparata, che arrivava in Parlamento dopo aver fatto un cursus honorum, aver ottenuto cariche, governato a livello locale e così via. No, mi pare un’analogia sbagliata, e soprattutto credo che siamo in un sistema partitico molto diverso. Allora il PCI era tecnicamente un partito anti-sistema che cercava una sua legittimazione attraverso il compromesso storico, mentre il M5S è stato in parte anche anti-sistema, ma non ha bisogno di legittimazione. E quindi siamo in una situazione di una democrazia parlamentare nella quale i partiti fanno alleanze; il M5S ha fatto un’alleanza di un anno con la Lega, dopodiché ha trovato un altro interlocutore e ha fatto un’altra alleanza. Per cui non vedo nulla di organico: in una democrazia parlamentare non ci sono cose organiche, strutturate, che rimangono lì per sempre. Più che al compromesso storico, dovremmo invece guardare per esempio alla Germania, dove i democristiani hanno fatto un’alleanza molto duratura con i liberali, poi questi ultimi si sono alleati con i socialdemocratici, che a loro volta si sono in seguito alleati con i verdi. Quindi le alleanze si fanno in Parlamento, non c’è nulla di organico, tutto è legato a programmi, a persone, a momenti storici, e naturalmente ai voti. Per andare al governo bisogna avere voti e seggi, e questo rende alcuni partiti potenzialmente di governo, mentre altri non ce la faranno mai.

Il recente referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha decretato la vittoria del Sì. Nella conseguente situazione che si è venuta a creare, quali sarebbero le principali riforme istituzionali da attuare?

È un discorso molto ampio e complesso, che non posso fare in questa sede. Però la premessa è: ci sono alcuni che sostengono che bisogna ritoccare la Costituzione, e altri che sostengono il contrario, perché non c’è una necessità vera in questo senso, e perché i riformatori sono inadeguati e farebbero solo pasticci. Questi ultimi esprimono una posizione alla quale sono sufficientemente vicino. Dopodiché si può fare riferimento a un passaggio che è stato suggerito, cioè accettare la riduzione del numero dei parlamentari in quanto si è in tal modo aperta una breccia nella Costituzione, attraverso la quale passeranno altre riforme. Se qualcuno crede a questo, deve poi naturalmente mettere mano ai guai che ha combinato con la riduzione del numero dei parlamentari. Alcuni dicono che a questi guai si può porre rimedio, ad esempio con la riforma dei regolamenti parlamentari. Mi pare abbastanza ovvio, però non sono convinto che non si potesse fare la riforma dei regolamenti parlamentari anche prima del referendum e della conseguente riduzione dei parlamentari. Se il Senato e la Camera non funzionano bene per colpa dei loro regolamenti, potevano essere riformati a prescindere dalla riduzione del numero dei parlamentari.

Qualcun altro dice che è venuto il momento di intervenire finalmente sul bicameralismo paritario, simmetrico ed indifferenziato; poi sento invece che ci sarà la riduzione dell’età dei votanti che eleggono i senatori, e quindi sostanzialmente l’elettorato sarà lo stesso, e quindi ciò non differenzia un bel niente. Non ho ancora capito se differenzieranno qualche funzione, qualche compito. Ma non vedo la proposta. Sento dire che finalmente la fiducia verrà data da Camera e Senato in una seduta congiunta, per evitare che il Presidente del Consiglio parli prima in un’aula, mandando lo stesso testo nell’altra, con due dibattiti diversi, ma mi pare una “riformetta” da niente. O il bicameralismo lo si prende sul serio, e allora serve per avere una doppia lettura dei disegni di legge, oppure non lo si prende sul serio, e allora si dovrebbe decidere di passare al monocameralismo.

Infine, si apre quella che in latino è detta vexata quaestio, ossia il tema della legge elettorale. La legge elettorale Rosato è pessima, punto. Deve essere riformata a prescindere da qualsiasi altro pasticcio sia successo nel sistema politico italiano. Abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, e quindi bisogna modificare la legge elettorale: certo, bisogna cambiare quella legge elettorale, ma qui poi si apre naturalmente il discorso di quali principi, criteri e obiettivi dovrebbero essere alla base di tale riforma, e quello che sento circolare è di nuovo una “riformetta”. Si vuole passare a un sistema elettorale proporzionale che non viene neanche definito bene; qualcuno si esercita nell’utilizzo di termini latini o presunti tali – germanicum, tedeschellum, adesso addirittura brescellum perché il presidente della Commissione Affari costituzionali si chiama Giuseppe Brescia.

In tutto questo c’è il fatto che in realtà i riformatori non vogliono darci una legge elettorale decente, e quindi vanno alla ricerca di questi piccoli meccanismi che favoriranno alcuni e sfavoriranno altri. Ma non sanno bene cosa sia la proporzionale, perché fra l’altro ci sono diverse varianti di sistemi elettorali proporzionali; e ricordo a tutti che quella che abbiamo usato in Italia dalle elezioni del 1946 a quelle del 1992, peraltro modificata con l’introduzione della preferenza unica, non era una brutta legge elettorale proporzionale, anzi era una delle migliori dal punto di vista della rappresentanza. Nessuno prende più in considerazione il maggioritario a doppio turno francese, in collegi uninominali, che invece è un’ottima legge elettorale. E quindi rimango qui contento, perché tutto questo mi consente di criticare, di scrivere articoli, ma come cittadino mi sento esasperato. Datemi una legge elettorale attraverso la quale il mio voto conti qualcosa.

Per quanto riguarda il rapporto tra sistema dei partiti e legge elettorale, ritiene che sia la legge elettorale a dover cambiare ogniqualvolta di registri un mutamento del sistema dei partiti, o viceversa deve essere quest’ultimo a doversi strutturare sulla base di una legge elettorale che resti il più possibile invariata?

Giovanni Sartori diceva che chi conosce un solo sistema politico, non conosce in realtà neppure quello, perché non può dire cosa è eccezionale e cosa è normale, se non è in grado di fare delle comparazioni adeguate. Andiamo allora a vedere quali sono gli altri sistemi politici, quelli di lunga durata, le democrazie che chiamerò ininterrotte. Le democrazie ininterrotte in Europa occidentale usano lo stesso sistema elettorale da quando hanno cominciato a votare: la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, usano sistemi elettorali proporzionali da quando hanno cominciato a votare, cioè tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Anche su questo Rokkan ha scritto delle cose memorabili, perché conosceva benissimo la Scandinavia, e conosceva anche la lingua di quei Paesi, dunque era in grado di scoprire molte cose rilevanti per il sistema elettorale e per quello che lui chiamava molto semplicemente “traduzione di voti in seggi”; e poi le varie clausole, dalla D’Hondt alla Hare alla Sainte Laguë e così via, anche qui c’è una varietà notevole.

Ma nella sostanza quei Paesi hanno iniziato a votare con una legge elettorale proporzionale, e continuano ad averla. Qualche volta hanno fatto dei piccoli ritocchi, per esempio alla clausola di esclusione, che in Svezia è del 4%, però non molto di più. La Gran Bretagna ha sempre utilizzato il suo sistema elettorale maggioritario a turno unico, in collegi uninominali. E questo serve naturalmente a dare certezze, sia ai partiti e ai candidati, sia agli elettori. Non richiede lo sforzo di imparare in continuazione come maneggiare un nuovo sistema elettorale che viene dato loro. Dopodiché sappiamo che la proporzionale è sostanzialmente debole dal punto di vista degli effetti che ha; può essere naturalmente rafforzata, non sappiamo però che tipo di impatto abbia sulla struttura dei partiti.

Di impatto notevole è sicuramente il sistema maggioritario inglese a turno unico; impone però l’organizzazione dei partiti? Credo sia sostanzialmente difficile dirlo, ma lo dirò nel seguente modo: i partiti si organizzano sulla base del collegio, è lì che devono essere forti, è lì che devono saper scegliere bene il candidato, è lì che devono saper convincere gli elettori. Diventano quindi dei forti constituency parties. Nel caso inglese i partiti sono relativamente forti perché i constituency parties trovano poi il modo di agganciarsi gli uni agli altri – questo non da adesso naturalmente, ormai è da almeno un secolo che lo fanno.

Nel caso italiano non so cosa succederebbe. Ma se mi si chiede che cosa preferisco, dico che preferisco i partiti organizzati su base locale, perché lì sono in grado di avere un rapporto vero con il loro elettorato. Non riesco a rispondere in maniera molto precisa, perché dovrei analizzare caso per caso. Sappiamo peraltro che i partiti nel resto dell’Europa sono prevalentemente migliori e più forti di quelli italiani: la Francia si è distrutta come sistema partitico, e infatti lì c’è un partito personale, quello di Macron; la Spagna è durata abbastanza a lungo, ma nel frattempo oggi è in una fase di transizione; restando in Europa meridionale, i partiti portoghesi hanno tenuto piuttosto bene, mentre nel caso greco c’è stato un collasso del sistema partitico, ed è ancora evidente il prodotto di quel collasso.

Come spiega il declino o comunque la flessione elettorale che i partiti socialisti hanno conosciuto negli ultimi anni?

Questa è una domanda tremenda. Il problema è molto grave. Non è del tutto corretto parlare di declino. Per fare degli esempi, il partito dei lavoratori svedese continua a essere partito di governo; il partito socialista è al governo in Finlandia, in una coalizione di cinque partiti; il partito laburista norvegese è spesso al governo, così come il partito socialdemocratico danese. Le ricordo che i socialdemocratici tedeschi, pur declinati in maniera considerevole, sono oggi un partito di governo, nella grande coalizione con i democristiani di Angela Merkel. I laburisti stanno probabilmente risorgendo, e oggi potrebbe persino essere che siano competitivi per vincere le elezioni. I socialisti portoghesi sono al governo, ed esprimono il capo del governo. Una parte di socialisti in Francia sono finiti nello schieramento organizzato da Macron, En Marche!. I socialisti in Austria sono un partito potenzialmente di governo.

Quindi i socialisti ci sono ancora. I socialisti e i comunisti sono spariti soltanto in questo Paese, è questo il punto. E la sparizione è stata, come dire, un “omicidio” [ride]. È stato un omicidio causato da coloro che hanno voluto il Partito Democratico. Hanno rinunciato esplicitamente alla tradizione socialista. Qualcuno potrebbe dire che Craxi aveva cooperato molto a far sparire il partito socialista. Però la sostanza è che l’Italia è il Paese che non ha più un partito socialista, di nessun tipo: socialista, laburista, di sinistra, riformista. Non posso contare quelli che un tempo venivano chiamati i “cespugli”, o i “gruppuscoli”, come Potere al Popolo o Rifondazione Comunista. Sono irrilevanti, naturalmente. Anche Sinistra Italiana è fondamentalmente irrilevante. Quindi dovremmo chiederci che cosa è successo qui, e le risposte sono abbastanza chiare. Da un lato i comunisti non si erano rinnovati, e con la caduta del Muro di Berlino si sono trovati in enorme difficoltà. Dall’altra i socialisti hanno subito il contraccolpo del declino del loro leader e del suo trasferimento in Tunisia. Infine, hanno rinunciato deliberatamente al socialismo, coloro che hanno dato vita al Partito Democratico.

Cooptati, raccomandati, votati o sorteggiati? @LIndiceOnline

Nadia Urbinati e Luciano Vandelli, La democrazia del sorteggio, Torino, Einaudi, pp. 180, € 12,00

Molte sono le motivazioni che stanno dietro la richiesta che alcune cariche pubbliche siano sorteggiate. Le più importanti riguardano la necessità di evitare che i potenti si riproducano e che offrano privilegi ai loro parenti, amici, sostenitori. Il sorteggio garantisce l’imparzialità e impedisce la corruzione. Hanno fatto molto bene Nadia Urbinati e Luciano Vandelli a esplorare, rispettivamente, come il sorteggio delle cariche sia stato considerato nel pensiero politico dall’antichità, in particolare, ma non solo, dai greci, ai giorni nostri e come, per l’appunto, sia visto, “teorizzato” e, da qualche tempo in qualche caso, praticato in Italia.

   Il sorteggio delle cariche pone almeno due problemi. Primo, per quali cariche debba/possa essere utilmente utilizzato. Secondo, quale sia la platea dei sorteggiabili, ovvero quali credenziali e titoli debbano possedere coloro che potranno essere sorteggiati (e chi ne decide l’ammissibilità o meno). Semplificando un po’, vi sono almeno quattro tipi di cariche e/o di attività per le quali si è parlato, e si continua a parlare, di sorteggio. In un caso, quello della costituzione delle commissioni di professori universitari chiamati a decidere delle promozioni dei colleghi, il sorteggio è in atto oramai da all’incirca una ventina d’anni. Da qualche tempo, a fronte di fenomeni scandalosi di attribuzione dei posti, il sorteggio è la soluzione ventilata/agitata per la formazione del Consiglio Superiore della Magistratura. Sappiamo che le giurie popolari sono selezionate attraverso il sorteggio. Al proposito, forse, gli autori avrebbero, però, dovuto ricordare che, come abbiamo visto in qualche bel film USA, dopo il sorteggio dei giudici popolari, interviene una lunga battaglia fra i consulenti appositi degli avvocati per escludere quei giurati che, per una pluralità di motivi, sembrino non dare garanzie di giudicare senza pregiudizi. Laddove, in contesti locali, alcune decisioni di interventi, attività, finanziamenti di opere pubbliche, siano affidate a assemblee di cittadini, quelle assemblee sono costituite attraverso procedure di sorteggio. Infine, last, ma, sicuramente, tutt’altro che least, si è già affacciata all’orizzonte la proposta di scegliere i parlamentari attraverso modalità che implichino il sorteggio.

    Entrambi gli autori sono, talvolta persino con qualche punta di esagerazione, contrari al sorteggio, contrarissimi soprattutto qualora riguardasse i parlamentari. Condivido la loro contrarietà quanto ai parlamentari. Ritengo, invece, che in altri casi il sorteggio possa essere giustificato e costituisca una procedura imparziale che offre opportunità a persone che altrimenti sarebbero costantemente escluse dalle cariche e dalle attività. Entrambi gli autori ritengono che il sorteggio non solo deresponsabilizza coloro che dovrebbero scegliere fra i candidati ad alcune cariche, deresponsabilizza anche i prescelti/ che, consapevoli dell’altissima improbabilità di un loro ri-sorteggio, cercheranno di trarre il massimo profitto dalla grande occasione che è loro offerta. Potrebbe essere il caso (sic) dei professori universitari e, aggiungo subito, dei magistrati.

   Urbinati e Vandelli argomentano la preferibilità rispetto al sorteggio di procedure con le quali i selettori possono valutare le qualità professionali (e, talvolta, anche personali) dei candidati, pervenendo ad un esito potenzialmente (lo sottolineo) migliore. Il fatto è che, però, da tempo i cittadini sono diventati molto sospettosi, non soltanto in Italia, ma qui più che altrove, della effettiva volontà dei selettori di usare criteri basati essenzialmente sul merito, esperienza e competenza, dei candidati/e. Nel caso del CSM al sorteggio viene opposto l’articolo della Costituzione italiana che parla chiaramente di elezione. Per aggirarlo qualcuno ha proposto che il sorteggio preceda l’elezione, vale a dire selezioni un certo numero di candidati che saranno poi sottoposti alla procedura elettiva. Per quel che riguarda i parlamentari, credo sia indispensabile spostare l’attenzione dalla loro prima candidatura/elezione alla ricandidatura per una eventuale rielezione. Qui si aprirebbe anche il tema spinosissimo del limite o no dei mandati. Affinché operino con responsabilità, i parlamentari dovrebbero essere rieleggibili e quindi obbligati a chiedere agli elettori un nuovo mandato. A loro volta gli elettori dovrebbero avere le capacità e le informazioni tali da valutare l’operato dei parlamentari. Chi ritiene che gli elettori non siano in grado di svolgere questo non facile compito è comprensibilmente tentato dall’affidarsi al sorteggio. Non resisto ad affermare che il sorteggio eviterebbe quantomeno lo scandalo, consentito dall’attuale legge elettorale italiana, che gli autori non discutono, delle cooptazioni. Sulla base dei voti ottenuti i partiti dovrebbero essere obbligati a individuare per sorteggio i loro eletti nella platea degli iscritti. Forse, la mia non è soltanto una provocazione. Il punto, comunque, è che, anche sulla scia delle molto critiche considerazioni di Urbinati e Vandelli, non lascerei cadere il tema del sorteggio per le cariche pubbliche.

Pubblicato su L’Indice N.9 – 2020 ANO XXXVII pag 29

Conte deve rispondere ai dubbi sulla efficacia del governo @DomaniGiornale

È lecito avere delle differenze d’opinione, anche forti, su quello che il governo fa e non fa, purché le critiche siano argomentate e le controproposte risultino dotate di un minimo di adeguatezza. Più preoccupante è la situazione quando le differenze d’opinione fanno la loro comparsa all’interno della stessa compagine governativa e nei suoi dintorni, per esempio, nei gruppi parlamentari che quel governo dovrebbero sostenere nella sua azione. Troppi commentatori sembrano essersi abituati a guardare quasi esclusivamente al Presidente del Consiglio, con suo grande compiacimento, oppure a quello che succede soprattutto nella galassia del Movimento 5 Stelle, senza riuscire a offrire una sintesi equilibrata.

   Naturalmente, anche in altre democrazie, dove pure il capo dell’esecutivo dispone di notevoli poteri e visibilità politica appaiono dissensi, ma, alla fine, quel capo, anche in versione femminile, è agli occhi di (quasi) tutti considerato il decision-maker in chief. Dagli USA presidenziali, alla Francia semipresidenziale, alla Gran Bretagna del Primo Ministro, alla Germania della Cancelliera, non mancano prese di distanza, ma la responsabilità delle scelte è chiaramente attribuita al capo dell’esecutivo e i dissensi tacciono.

   Da qualche tempo, in Italia, la situazione sembra piuttosto diversa. In verità, i malumori per i DPCM hanno una storia relativamente lunga anche se vedere Giuseppe Conte come despota con propensioni autoritarie mi è sempre sembrata un’assurdità più che una semplice esagerazione. Non era, forse, soltanto l’urgenza che motivava quei DPCM, ma qualcosa che Conte conosceva meglio di altri ovvero la pluralità di preferenze nella sua maggioranza che soltanto lui poteva ricomporre in quei DPCM. Con successo, fino a tempi recenti. La seconda ondata, prevedibile e prevista, anche se non con questa impennata e con questa gravità, sembra avere scosso in maniera più scomposta la maggioranza, accrescendo le differenze di opinioni, non tutte “legittime”, e soluzioni.

   Sarebbe sicuramente eccessivo parlare di “guerra di tutti contro tutti”, ma hanno fatto la loro comparsa malumori diffusi che riguardano non solo e non tanto le misure prese, ma coloro che hanno preso o debbono prendere quelle misure. Non sta a me giudicare quanto Andrea Marcucci, capo del gruppo dei senatori PD, sia o voglia essere la quinta colonna di Italia Viva e di Renzi, ma la sua richiesta, poi goffamente ridimensionata, di rimpasto è assolutamente emblematica del momento. È anche un colpo al Presidente del Consiglio e ai Cinque Stelle che si erano già espressi contro questa ipotesi/necessità. Ha dovuto essere immediatamente respinta da Zingaretti, mentre non pochi dirigenti del PD sembrano alquanto inclini ad intrattenerla. Lascio approfondimenti e seguito ai più o meno autorevoli retroscenisti ai quali, peraltro, continuerò a rivolgere i miei strali quando, vale a dire molto/troppo spesso, sovrappongono le loro preferenze politiche al racconto di quanto avviene dietro la scena.

   Il punto di sostanza è chiaro. Esiste ancora sufficiente compattezza nella maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio Conte per affrontare le prossime settimane che si annunciano durissime, forse drammatiche? Hanno Conte e i suoi ministri sufficiente fiducia nell’operato di ciascuno dei ministri e di tutti? Sono e si ritengono in grado di moltiplicare le loro energie, di fare appello a nuove risorse, di giungere ad un livello più alto di competenza e di impegno? Oppure la loro persistenza in carica discende sostanzialmente dalla convinzione che questo è, nonostante qualche debolezza di qualche ministro/a il migliore dei governi possibili e/o, dall’altro, dalla preoccupazione che qualsiasi mutamento nella compagine ministeriale destabilizzerebbe in maniera irrimediabile il governo tutto, al limite, persino lo stesso Presidente del Consiglio e che, pertanto, non bisogna neppure discuterne?    Purtroppo, per Conte e il suo governo, il problema è che già se ne discute e che, in effetti, automaticamente la discussione indebolisce il governo, brucia energie, mina l’azione. Alcuni, come il direttore del Domani, pensano e scrivono che è indispensabile un vero e proprio cambio di governo, a cominciare dal capo del governo. Altri, cerco di coinvolgere qualche potenziale sostenitore, affermano che, primo, dovrebbe essere lo stesso Presidente del Consiglio a prendere atto che per ridare slancio al governo un rimpasto può essere molto utile e, di conseguenza, secondo, chiedere ai capi dei partiti che fanno parte della maggioranza la loro disponibilità ad un rimpasto “guidato. È uno schema da “vecchia” Repubblica? No, è semplicemente un modo, forse il migliore, per ridare smalto e slancio all’azione del governo.

Pubblicato il 1° novembre 2020 su Domani

Gli scricchiolii e l’orecchio di Conte

Appoggiando l’orecchio sul terreno, si sentono scricchiolii che toccano il governo Conte e lo stesso Presidente del Consiglio. Leggendo quasi tutti i quotidiani, ad eccezione de “Il Fatto Quotidiano”, e guardando i telegiornali, è facile vedere che le critiche a Conte superano di gran lunga i giudizi, non dico favorevoli, ma giustificativi. Il numero quotidiano dei contagiati sta lì a indicare, secondo molti, che il governo Conte, pur consapevole della alta probabilità di una seconda ondata del Covid, non ha saputo prepararsi per tempo. Per quanto insistentemente e, a mio parere, esageratamente criticata, il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha ceduto il ruolo di capro espiatorio al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Nelle scuole di ogni ordine e grado i contagi sono stati pochissimi, mentre i trasporti nelle grandi città, a cominciare da Milano e Napoli si sono rivelati grandemente insufficienti e notevoli veicoli di contagi. Comunque sia, la situazione è oggi molto grave. Vero è che Spagna, Gran Bretagna e soprattutto la Francia sono messe molto peggio, ma la valutazione negativa degli italiani non può essere addolcita da qualsiasi proverbio: mal comune mezzo gaudio. Non è in nessun modo possibile “gioire” anche perché, primo, il peggio non è ancora arrivato e, secondo, l’impreparazione complessiva è visibilissima.

   La mia spiegazione non va in soccorso del governo, ma serve, confido, da un lato a capire meglio che cosa è successo, dall’altro, a ri-prepararci. L’Italia non se l’era cavata male nella prima ondata. Anzi, aveva dimostrato grandi capacità di reazione e di apprendimento. Alle soglie dell’estate arrivammo tutti tirando sospiri di sollievo, pronti a vacanze decenti che, infatti, molti riuscirono a fare. Alla fine dell’estate, anche se le preoccupazioni per le scuole e i trasporti esistevano, la maggioranza degli italiani nutriva aspettative positive. Sarebbero tornati al lavoro, la ripresa economica avrebbe riportato alla crescita. I fondi europei erano dietro l’angolo. A fronte di queste aspettative crescenti il ritorno virulento del Covid ha prodotto tremende frustrazioni soprattutto nei lavoratori autonomi, ristoratori e commercianti, partite IVA di ogni tipo che avevano fatto sacrifici mettendosi in regola per l’autunno. Ecco che la loro frustrazione si scatena, comprensibilmente, ma, quando tracima in violenze contro cose e persone, non giustificatamente. Per di più non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. I provvedimenti del governo contenuti nei famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) sembrano essere solo tamponi (sì, uso deliberatamente questa parola) senza visione, non dico di lungo, ma neppure di medio termine. La forza di Conte dipende dalla irresistibile debolezza delle alternative e dall’impensabilità di una crisi di governo al buio, ma senza quello che i politici chiamano “cambio di passo”, soltanto qualche scoperta medica potrà alleviare, non risolvere, la situazione italiana.

Pubblicato AGL il 30 ottobre 2020