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Strumento ma non bussola. Come usare i sondaggi durante la crisi del virus @domanigiornale

Giornalisti e commentatori discutono fin troppo dei sondaggi, popolarità dei leader e opzioni di voto per i partiti. Qualcuno continua a sostenere che i sondaggi sbagliano. Fermo restando che ci sono sondaggi che non dicono proprio nulla quando rivelano spostamenti percentuali minimi poiché il margine di errore è definito da +2 a -2, sono gli interpreti che sbagliano. Per lo più i sondaggi sono affidabili e da qualche tempo ormai arrivano nelle loro rilevazioni vicinissimi agli esiti. La critica allora si sposta sui dirigenti politici e sui loro partiti. Sono loro che, non soltanto si fidano troppo dei sondaggi, ma addirittura si fanno guidare da quei sondaggi nelle loro attività e nelle loro decisioni. Nel corso di fin troppo frequenti critiche al Presidente del Consiglio, ha di recente fatto la comparsa quella di una eccessiva preoccupazione per la sua popolarità misurata dai sondaggi. Per mesi, a fronte di un barrage di critiche giornalistiche e di annunci di sue inadeguatezze, di accuse alla sua gestione del Covid e di previsioni dei retroscenisti (no, non c’è contraddizione) di una sua quasi imminente sostituzione, stavano a smentirle almeno in parte, in larga parte, le inusuali percentuali di popolarità personale, al di sopra del 60 per cento, e il notevole vantaggio rispetto a tutti gli altri leader politici italiani. Quei dati non erano “sbagliati”. Anzi, erano persino rafforzati dall’essere il prodotto di rilevazioni effettuate in un periodo di tempo di parecchi mesi segnati da avvenimenti importanti e delicati, con scelte complesse. Immagino che il Presidente del Consiglio ne sia stato giustamente molto compiaciuto e ne abbia tratto la motivazione per continuare la sua attività senza farsi in nessun modo influenzare da indiscrezioni fantasiose e da commenti giornalistici spesso fuori/sopra le righe.  

Da qualche settimana i sondaggi sulla popolarità del Presidente del Consiglio, pur non segnalando affatto un crollo, indicano un leggero declino. Retroscenisti e commentatori hanno subito evidenziato questo elemento nella speranza di potere presto affermare che avevano previsto da tempo il fenomeno e che anche le loro critiche precoci avevano colto nel segno. Certo, la seconda ondata del Covid si sta manifestando di una gravità molto superiore alle attese e alle previsioni degli epidemiologi e dei virologi. Inevitabilmente, può almeno in parte riflettersi anche sulla popolarità di Conte alle prese con dilemmi che non hanno nessuna soluzione né facile né rapida né, tanto meno, definitiva. Sembra che sia il Presidente Conte sia, ancora più, il suo portavoce Rocco Casalino abbiano manifestato grande preoccupazione per il calo, peraltro ancora molto limitato, di popolarità. È emerso il quesito, questo sì alquanto preoccupante, dell’impatto di questo calo sulle decisioni che Conte sta prendendo e dovrà ancorar prendere nel futuro prossimo, se non ad horas.

   Il Presidente del Consiglio, affermano i suoi molti critici, si fa troppo influenzare dai sondaggi, se non addirittura guidare da loro. Personalmente, ritengo che non sarebbe accettabile il consiglio dato da Virgilio (che non si riferiva a sondaggi infernali) a Dante: “non ti curar di loro [i sondaggi], ma guarda e passa”. Al contrario, ritengo opportuno che Conte e i suoi collaboratori tengano in, anche grande, conto quello che i sondaggi rivelano. Infatti, conoscere quali sono le aspettative, le problematiche, le valutazioni dell’opinione pubblica è sempre utile, spesso importante, persino democratico. Se l’entourage di Conte ne trae qualche spunto per suggerire miglioramenti nelle politiche, anche, per esempio, nelle modalità di presentazione di quelle (difficili e controverse) relative alla quantità e qualità del lockdown, tanto di guadagnato –per tutti. Naturalmente, mi aspetterei che il Presidente del Consiglio faccia valere le sue convinzioni, formatesi anche nell’interscambio con gli scienziati, e non si lasci influenzare da convenienze di breve periodo e di corto respiro.

   I sondaggi sono uno strumento. Non possono trasformarsi nella bussola dell’azione di nessun governo. Però, nessun governo democratico può altezzosamente chiudere del tutto gli occhi di fronte a sondaggi che rivelano i sentimenti dell’opinione pubblica. In questa fase, è assolutamente irresponsabile chiedere la sostituzione del Presidente del Consiglio il quale con suo pieno merito si è guadagnato notevole fiducia e credibilità nell’Unione Europea. Conte gode di quella stabilità politica che è premessa di scelte efficaci anche di lungo periodo. Potrà subire cali, più o meno momentanei, di popolarità. Deve preoccuparsene esclusivamente se ritiene che quei cali segnalino veri e propri spostamenti nell’opinione pubblica. Ne deve tenere conto se sa come interpretarli e tradurli nella sua azione di governo. Deve anche avere la consapevolezza che alcuni dei più importanti provvedimenti governativi dispiegheranno i loro effetti nel corso del tempo. Il Presidente del Consiglio ha davanti a sé, con “buona” pace dei suoi critici, retro o post-scenisti, il tempo sufficiente affinché maturino i risultati. Allora, ciascuno potrà guardare i sondaggi e prepararsi a dare la sua valutazione con il voto.

Pubblicato il 27 ottobre 2020 su Domani

Basta soluzioni tampone, serve una road map del Covid. La lezione di Pasquino @formichenews

Dopo il ripetuto ricorso ai Dpcm, una discussione parlamentare sarebbe utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Il commento di Gianfranco Pasquino

Il dilemma è drammatico: chiudere le attività economiche per salvare vite, ma impoverendo tremendamente milioni di italiani oppure lasciare aperte moltissime attività ponendo a rischio contagio, con un numero di vittime già quantificabile, ampi settori della popolazione italiana? Per dare una risposta a questo dilemma è anche possibile, forse consigliabile guardare le decisioni prese altrove. Certo, non siamo un’isola con circa sei milioni di abitanti come la Nuova Zelanda. Non è possibile sigillare l’Italia. La lezione asiatica, Corea del Sud, Giappone, Taiwan (due di questi paesi sono isole), non l’abbiamo studiata, ma è molto plausibile che il loro successo dipenda da tratti culturali distanti da quelli degli italiani e da comportamenti che abbiamo già capito non sapremmo imitare e praticare. Degli altri paesi europei, a giudicare dai numeri, solo la Germania ha fatto meglio. Il governo Conte ha trovato qualche insegnamento in quell’esperienza?

In tutte le democrazie i governi debbono essere costantemente sotto la lente dell’opinione pubblica, anche quella delle opposizioni. È imperativo che giustifichino le decisioni che prendono e quelle che evitano. Hanno l’obbligo di spiegare tempi, modi, conseguenze di quelle decisioni. Non sono affatto sicuro che al dilemma che ho posto all’inizio la risposta migliore stia nel mezzo. No, in medio non stat virtus. Suggerirei alle opposizioni che le critiche più efficaci non sono quelle formulate alzando la voce e che si traducono in “un po’ più di questo (orari di apertura e soldi)” “un po’ meno di quest’altro (meno didattica a distanza)”. E non consistono mai nel condonare il “disagio” che si traduce in disordini, saccheggi, violenza organizzata che chiaramente è del tutto controproducente. Sono convinto che, da un lato, il capo del governo ha la facoltà di emanare i famigerati DPCM per comprensibili ragioni di urgenza e di necessità. Dopo il ripetuto ricorso a questo strumento ho, però, maturato l’opinione che una discussione parlamentare sia utile per migliorare e affinare le decisioni prese. Soprattutto, vorrei che tanto il governo quanto l’opposizione si esercitassero a individuare le tappe e i passaggi attraverso i quali evolverà il Covid. Però, non vedo come questo compito sarebbe meglio svoto da un governo di larghe intese, che non si è formato sulla spinta del Covid in nessuna democrazia (la Grande Coalizione tedesca è nata prima del Covid)

Nessun governo democratico è finora caduto a causa del Covid. Neppure Trump potrà e, forse, neanche sarà in grado di giustificare la sua sconfitta come esito di una malattia trascurabile, poco più di un’influenza. Nelle attuali condizioni in Italia non è pensabile un altro governo né è minimamente plausibile andare alle urne. Proprio per questo è lecito pretendere che il governo Conte non navighi a vista limitandosi alla formulazione di soluzioni tampone (sì, desidero proprio usare questa parola) soluzioni che non è in grado di argomentare motivatamente e giustificare convincentemente. Last, ma tutt’altro che least, e non è un’altra cosa, il governo dovrebbe stare approntando i progetti, tempi, contenuti, costi, indispensabili a ottenere gli ingenti fondi del programma Next Generation EU. Sarebbe utile che, lo dirò con il massimo di retorica disponibile, il paese venisse informato. Donne e uomini informati mezzo salvati.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su formiche.net

Democrazia Futura. Il corto circuito fra governo, politica e istituzioni @Key4biz ETICA DELLA POLITICA

“Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali”.

I rapporti fra gli esecutivi e le assemblee rappresentative sono in qualsiasi forma di governo: parlamentari, presidenziale, semipresidenziale, direttoriale, sempre complessi e conflittuali. Naturalmente, a seconda della forma di governo, tanto la complessità quanto la conflittualità variano quantitativamente e qualitativamente.

Alla problematicità di questi rapporti bisogna aggiungere anche quelli che intercorrono fra le autorità centrali e quelle locali in special modo nei sistemi politici federali. Infine, è sempre opportuno e utile ricordare ai molti giuristi che si esercitano in raffinate disquisizioni sulla “norma” che chi non è in grado di inserire nella sua analisi i partiti e i sistemi di partiti è destinato a cogliere soltanto una parte del problema, raramente la più importante, e a offrire visioni inevitabilmente incomplete e inadeguate, al limite fuorvianti.

Inoltre, ma considero quel che segue di decisiva importanza, chi studia e ritiene di conoscere un solo caso è in errore. Come scrisse più volte Sartori, neppure quel caso è conoscibile in maniera adeguata e soddisfacente se lo studioso non conosce altri casi ed è in grado di trarre il necessario giovamento dall’analisi comparata.

Naturalmente, questa considerazione si attaglia perfettamente a tutti coloro, italiani e stranieri, che nel corso del tempo hanno regolarmente considerato, in maniera più o meno positiva, il sistema politico italiano un’anomalia (che per troppi comunisti e qualche democristiano era “positiva”), ovvero, detto in maniera più tecnica, un caso deviante.

Per essere “provate” sia l’anomalia sia la devianza debbono essere messe a confronto con quanto riteniamo essere la normalità, la regola. Allora, per l’appunto, diventano essenziali tutte le conoscenze comparate acquisibili, a partire da quelle relative alle democrazie parlamentari accompagnate da quelle sui sistemi di partiti.

Il mio punto di partenza, ieri come oggi e presumibilmente domani, consiste nell’individuare con il massimo di precisione possibile quali sono i compiti delle assemblee elettive che sono variamente chiamate nazionali e legislative oppure, nelle forme di governo presidenziali, Congressi.

Procedere in maniera fruttuosa alla definizione dei compiti richiede una doppia operazione: primo, esplorare come quei compiti sono definiti nelle rispettive costituzioni; secondo, come sono stati svolti nella pratica e quali cambiamenti sono sopravvenuti nel corso della storia di quelle forme di governo.

Comprensibilmente, non posso qui e ora ripercorrere la storia dei cambiamenti nei compiti delle assemblee e neppure quella delle trasformazioni del ruolo e dei poteri degli esecutivi.

Per quanto non sempre soddisfacente, la letteratura esistente in materia è fin troppo ampia, con alcune punte di eccellenza, e consente di trarre una molteplicità di generalizzazioni che hanno talvolta condotte a quelle teorie probabilistiche che, secondo Sartori, caratterizzano l’impresa scientifica della scienza politica.

Compiti essenziali delle assemblee elettive

Entro subito in medias res. Tutte le assemblee elettive debbono svolgere due compiti essenziali (fra i quali non rientra quello, detto sommariamente, di “fare” le leggi): dare rappresentanza politica agli elettori, alla società, e controllare l’operato del governo, del potere esecutivo.

Sottolineo che la rappresentanza deve essere definita politica sia perché è frutto di una competizione elettorale free and fair sia perché candidati/e eletti/e cercheranno di rappresentare le preferenze e le esigenze, gli interessi e gli ideali degli elettori, loro, ma anche di coloro che non li hanno votati che, però, potrebbero essere ricettivi alle modalità con le quali i/le rappresentanti svolgeranno i loro compiti.

Quanto al controllo sul governo, nei casi delle democrazie parlamentari i governi nascono nell’assemblea elettiva; operano e vivono se e fino a quando sono sostenuti dalla fiducia, variamente espressa e manifestata dalla maggioranza dei rappresentanti di quell’assemblea; si trasformano quando cambiano le maggioranze; muoiono quando perdono la fiducia.

Dunque, buone assemblee hanno potere di vita e di morte sui governi da loro scaturiti. Al contrario delle democrazie presidenziali nelle quali l’esecutivo può essere rimosso solo da un impeachment che abbia successo (o dal decesso dell’occupante, l’incumbent), cosicché, mentre le democrazie parlamentari sono per lo più notevolmente flessibili e adattabili, le democrazie presidenziali sono rigide e rischiano l’immobilismo.

Declino e destrutturazione

Attrezzati con queste essenziali considerazioni preliminari, senza le quali non è possibile compiere nessun percorso analitico di un qualche interesse e di rilevanza, quali cambiamenti significativi sono intercorsi e sono tuttora in corso?

Sicuramente, il cambiamento più importante di tutti e più diffuso, anche se non uniformemente, è costituito dal declino dei partiti e dalla destrutturazione dei sistemi di partiti. Nel caso degli Stati Uniti, i problemi derivano anche dalla polarizzazione fra i Repubblicani, diventati faziosi e radicalizzati, persino conquistabili, come è avvenuto con Trump, e i Democratici, che si sono leggermente più spostati a sinistra.

Il cambiamento è stato più significativo in Italia dove dai grandi partiti di massa si è passati a partiti personali, a movimenti più o meno occasionali, a strutture deboli, penetrabili e esposte a scissioni. Da queste strutture non ci si può aspettare la capacità di imporre disciplina ai propri parlamentari e di coordinare i comportamenti di rappresentanti e governanti, neppure quella di formulare linee politiche coerenti e, meno che mai, una cultura politica come tessuto connettivo. Ne consegue che i rapporti Parlamento/Governo sono ondeggianti e fluttuanti.

Il governo sa di non potere contare sull’essere il punto di riferimento dei rappresentanti della maggioranza e sulla loro coesione. I tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti governativi che, spesso, costituiscono il più che legittimo e meritevole tentativo di tradurre le promesse programmatiche elettorali in politiche pubbliche, sono indefiniti, incerti, aleatori.

Inevitabilmente, il governo ricorrerà alla decretazione d’urgenza e su quei decreti porrà il voto di fiducia per coagulare le sue maggioranze parlamentari. Quanto più è debole, inesperto, incapace tanto più il Presidente USA (Trump lo esemplifica al massimo grado) produrrà executive orders saltando il Congresso. Nancy Pelosi, l’abile speaker democratica della Camera dei Rappresentanti ha formulato un piccolo pacchetto di riforme per riuscire a porre sotto controllo o addirittura impedire le strabordanti azioni presidenziali. 

Deboli saranno sia il sostegno sia l’opposizione provenienti dalle società che si sono largamente liquefatte, naturalmente, con molte differenze. Ad alcune, come a quella italiana, qualche leader, esasperato perché inadeguato cercherà di imporre la disintermediazione.

Altre, mai davvero “intermediate”, come quella francese, produrranno esplosioni di rabbia stile gilet gialli. Negli USA Black Lives Matter segnala che l’intermediazione è del tutto squilibrata e segnata a ferro e fuoco dal mai scomparso razzismo. Laddove la società mantiene elementi di coesione dalla società possono emergere partiti sovranisti e populisti, persino nella civilissima Scandinavia.

Tutto questo caos potenziale o attuale, ancora una volta con molte differenze fra sistemi politici e sociali, si abbatte sui rapporti fra parlamenti e governi con richieste di governi forti, rapidi, severi e con critiche a parlamenti e parlamentari alcuni dei quali accusati non solo di essere fannulloni e incapaci, ma persino “nemici del popolo” che non sanno né rappresentare né proteggere.

Si aprono spazi per azioni di governo non controllate, non temperate, incoerenti, ad hoc. Resuscitando un’espressione del Sessantotto, vedremo azioni che sono improntate dalla “pratica dell’obiettivo”, revocabili dal governo successivo.

Infine, da un lato, nel vuoto o nella debolezza del circuito istituzionale si aprono enormi spazi per la personalizzazione della politica che premia i detentori di risorse monetarie (i magnati), di visibilità (i divi, i giornalisti, gli sportivi), talvolta di expertise, ancorché non politica (gli scienziati, i professori), dall’altro, a dare visibilità e fama provvedono i mass media, più quelli “vecchi” di quelli nuovi (la Rete, il Web), ma nulla di quello che consegue riesce a rendere i rapporti Parlamento/Governo migliori se con questo aggettivo ci si riferisce al rispetto reciproco fra le due istituzioni e i loro occupanti, alla funzionalità in termini di tempi relativamente certi per la discussione e la decisione (che potrebbe anche essere negativa), alla trasparenza per gli elettori, le associazioni, i mass media dei quali, però, è sempre più opportuno sapere e volere criticare l’incompetenza e la partigianeria.

Nessuna soluzione facile

Non c’è nessuna soluzione facile e veloce disponibile a chi voglia migliorare i rapporti Parlamento/Governo. Appare indispensabile partire, soprattutto per il caso italiano, dalla Costituzione e da quanto è colà precisamente sancito. Poi, certo, bisogna porre mano alla legge elettorale seguendo una stella polare: il potere degli elettori, quindi, mai più pluricandidature né liste bloccate. Inoltre, è utile ritoccare i regolamenti parlamentari per disciplinare compiti e poteri della maggioranza e per offrire opportunità di interventi significativi all’opposizione, ma regolamentando ferreamente l’eventuale ostruzionismo.

Infine, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale hanno il dovere politico e costituzionale di ergersi ad arcigni difensori della Costituzione senza se senza ma. Siamo lontani da tutto questo. L’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto un allontanamento ulteriore. Solo l’Unione Europea con i suoi vincoli e con le sue richieste obbliga Governo e Parlamento a rientrare nei loro rispettivi ruoli e a (ri)stabilire rapporti e equilibri decenti.

Comunque, è la stessa, per quanto farraginosa, complessità delle democrazie contemporanee a costituire un argine a scivolamenti e derive potenzialmente autoritarie. Oserei dichiarare che c’è di peggio: lo spettacolo e la realtà dello spreco di risorse e di tempo (time is money) che inquina il futuro. Non se ne esce potenziando il solo governo e neppure il solo Parlamento. Non è sufficiente valorizzare il dissenso se non abbiamo di mira nuovi comportamenti. Serve una visione d’insieme e, finalmente, un’etica pubblica, incoraggiata e premiata da regole costituzionali. Niente di più niente di meno. Pensare e fare politica.

Another time another place.

Pubblicato il 26 ottobre 2020 su Key4biz

Chi ha vinto davvero nei dibattiti tra Trump e Biden per le presidenziali Usa 2020

Due vincitrici nei dibattiti presidenziali e vice: le giornaliste intervistatrici Kristen Welker e Susan Page. Ieri, Welker ha fatto molto meglio del suo collega Chris Wallace perché poteva spegnere il microfono di quel prevaricatore di Trump. I sondaggi post-dibattito dicono che Biden rimane largamente in testa, anche negli Stati che diedero la vittoria a Trump. In attesa di un improbabile evento cruciale, che negli USA è definito game changer, è probabile che i Democratici si stiano preparando per scongiurarlo. Con il suo nervosismo Trump dice che non sa come trovarlo.   

Un déjà vu la piccola storia infinita della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna

Non la chiamerò telenovela. Dovrei definirla “la già vista”, questo piccola, non edificante e non finita storia della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna. Non si faranno le primarie del partito/nel partito, ma, si fa dire alla mitica asfittica base che vuole “il candidato unico”. Poi, eventuali “primarie di coalizione” che, se ci fosse il “candidato unico” del PD, sarebbero un trucco ai danni dei potenziali alleati.

Trump ha messo in crisi il tanto lodato sistema istituzionale americano @domanigiornale

La Presidenza di Donald Trump ha rivelato alcuni seri inconvenienti nel molto lodato sistema politico istituzionale USA. Uno dei principi del federalismo, vale a dire che per vincere i candidati debbono ottenere la maggioranza dei voti nel Collegio Elettorale, fatto per impedire agli Stati grandi di avere un’influenza decisiva sull’esito, si è rivelato tremendamente significativo per gli Stati medio-piccoli. Molto più di George W. Bush, che ottenne mezzo milioni di voti meno del democratico Al Gore, il meccanismo del Collegio ha consentito a Trump di diventare presidente con tre milioni meno di voti di Hillary Clinton. Dunque, di essere tecnicamente un Presidente di minoranza. Grazie all’esistenza di una maggioranza repubblicana in Senato, il Presidente Trump ha praticamente travolto il principio liberale della separazione dei poteri. Il suo potere esecutivo condiziona in maniera sostanziale il potere legislativo a partire dal Senato e si è esteso alla Corte Suprema. Infatti, Trump ha sfruttato l’inusitata opportunità di nominare alla Corte addirittura tre nuovi giudici, tutti con un ineccepibile pedigree molto conservatore. Se sarà confermata la terza nominata, i repubblicani potranno contare su una maggioranza 6 a 3 per i prossimi trent’anni [i giudici sono nominati a vita]. I democratici hanno annunciato la loro intenzione di aumentare il numero dei giudici e di conferire loro un mandato fisso di diciotto anni per garantire un ricambio fisiologico più frequente.

Due altri elementi molto preoccupanti hanno fatto la loro comparsa con la Presidenza Trump. Come notato quasi trent’anni fa dal sociologo-politologo spagnolo Juan Linz, nelle democrazie parlamentari i capi di governo inadeguati, che provocano danni, sono facilmente sostituibili. Nel presidenzialismo può succedere che l’alta carica venga conquistata da un outsider, e Trump sicuramente lo era, il quale, poi, potrà comportarsi in maniera irresponsabile poiché il suo mandato è fisso e rigido. Se si rivela incompetente, imbarazzante, nepotistico, corrotto, pericoloso, sarà comunque difficile persino per il suo partito sostituirlo tranne in caso di impeachment per violazione della Costituzione. In effetti, l’impeachment è stato tentato dai democratici contro Trump, ma i repubblicani hanno fatto muro. Soltanto negli ultimi quattro-cinque mesi un piccolo numero di repubblicani ha preso le distanze dal Presidente.

   Spesso gli studiosi e i politici criticano alcune democrazie perché non rispettano i diritti, eliminano i freni e i contrappesi, l’esecutivo travolge il Parlamento e manipola il potere giudiziario. Quelle democrazie vengono ritenute di qualità inferiore e definite “elettorali” poiché si vota anche se le elezioni non sono propriamente e del tutto libere e eque. Negli USA, non da oggi, i repubblicani negli Stati mettono in atto una vera e propria “soppressione del voto”. Ancora di recente la Corte Suprema si è rifiutata di esprimersi in materia di gerrymandering, cioè di ridisegno truffaldino dei collegi elettorali, lasciando la decisione alla politica (cioè al Congresso) e alle assemblee dei singoli Stati, trentacinque dei quali hanno maggioranze repubblicane. Queste maggioranze si sono attivate per rendere difficilissimo votare a partire dalla registrazione degli elettori a continuare con la riduzione degli orari in cui si può votare (di martedì) con l’allestimento di un numero limitato di seggi elettorali e così via. Da ultimo, il Presidente si è scagliato contro la possibilità di votare per posta, asserendo mai provate frodi elettorali dei Democratici e rifiutandosi di assegnare fondi a questo tipo di voto la cui richiesta in tempi di Covid è molto aumentata. Il Postmaster General, da lui nominato in quanto suo generoso finanziatore, ha frequentemente sostenuto che potrebbero esserci problemi di arrivo tempestivo delle schede spedite per posta (le stime parlano di un 40 per cento dei voti espressi, in alcuni Stati molti elettori hanno già espresso il loro voto) e di inevitabile lentezza dello scrutinio. Insomma, con grande scandalo, anche di alcuni politici italiani, potremmo non conoscere il nome del vincitore la sera stessa del voto. Last but not least, Trump si è rifiutato di dichiarare che accetterà il risultato e agevolerà la transizione.

   In definitiva, il presidenzialismo USA sta mostrando non pochi inconvenienti ai quali soltanto politici lungimiranti che trovino accordi significativi potrebbero porre rimedio. Purtroppo, per i cittadini USA, ma anche per noi, l’irresistibile scivolamento dei repubblicani su posizioni fortemente conservatrici ha dato vita a una democrazia maggioritaria polarizzata. Con tutti i rischi che ne conseguono. I Padri Costituenti stanno incrociando le dita.

Pubblicato il 20 ottobre 2020 su Domani

Calenda e la cattiva politica della personalizzazione

L’ultima cosa che vorrei fare è dare troppa importanza al caso Calenda. In materia di autopubblicizzazione lui stesso ha già svolto il compito in maniera fin troppo egregia. Però, riflettere su quello che è successo e, soprattutto, su quello che potrà succedere, serve a comprendere alcuni aspetti, prevalentemente deteriori, della politica italiana. Il primo aspetto è molto visibilmente la personalizzazione della politica. Diventato ministro nel governo guidato da Enrico Letta, riconfermato nel successivo governo Renzi, il Calenda aderisce al Partito Democratico subito dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Poi nel gennaio 2019 decide di dare vita ad una sua associazione “Siamo Europei” che abilmente sfrutta per ottenere la candidatura come capolista per l’elezione del Parlamento Europeo, maggio 2029, del Partito Democratico nella circoscrizione Nord-Est. Le sue 275 mila preferenze sono, naturalmente, la logica conseguenza dell’indicazione del PD ai suoi attivisti e iscritti (sì, ci sono ancora tutt’e due) di dargli la preferenza piuttosto che della sua, pur esistente, personale popolarità. Nell’agosto 2019, in verticale dissenso con la scelta del PD di fare un governo con i Cinque Stelle, il Calenda abbandona il taxi democratico, con il quale era comunque arrivato a Bruxelles, e fonda una nuova formazione politica “Azione”. In una schieramento partitico tutto meno che consolidato, con milioni di elettori/trici insoddisfatti/e, quasi un terzo di loro disposti a cambiare comportamento di voto da un’elezione all’altra, lo spazio per la comparsa di nuovi veicoli politici rimane notevole. Quasi sicuramente, grande è anche l’insoddisfazione dei romani per quanto fatto, non fatto, fatto male dalla giunta guidata dal sindaco Virginia Raggi. La diffusa insoddisfazione può essere sfruttata, ha pensato e dichiarato il Calenda, da chi sostiene di non essere né di destra né di sinistra e che, inevitabilmente, mira a occupare uno spazio intermedio.

   La autocandidatura di Calenda è del tutto legittima e, anche se risulta inevitabilmente sgradita ai dirigenti del PD, in parte è loro responsabilità. A fronte di tuttora possibili e auspicabili autocandidature di partito, il PD avrebbe dovuto subito affermare che procedeva a fissare le regole per le primarie, modalità e tempi. Peraltro, non sono solo i vertici romani a manifestare qualche volontà o incapacità di procedere con lo strumento democratico delle primarie, facilmente utilizzabili anche in epoca di distanziamenti. A Bologna, il non più rieleggibile sindaco ha precocemente incoronato un suo assessore. Qualche quotidiano riporta che, se lasceranno via libera al “candidato unitario”, si terrà conto degli altri assessori potenzialmente sfidanti nella determinazione “degli assetti della futura giunta”. Non è un semplice ritorno al passato, al quale il PD dovrebbe opporsi frontalmente. Piuttosto è un pessimo modo di fare politica finora apparentemente respinto dagli interessati (ma le pressioni su loro rimangono forti).

   La cattiva politica del passato il Calenda la resuscita in maniera diversa, eticamente molto riprovevole. Se mai fosse eletto sindaco di Roma sarà costretto a tradire l’impegno preso con i 275 mila elettori che gli diedero la loro preferenza. Evidentemente, il Calenda non ritiene di doversi curare della rappresentanza di quegli elettori al Parlamento Europeo. Mi pare grave. Intravvedo, però, qualcosa che, su un piano diverso, è altrettanto, se non addirittura, più grave. Non mi riferisco al fatto probabile che la sua presenza sulla scena elettorale renderà più difficile la “corsa” della candidata/o del Partito Democratico poiché, certamente, questo è un obiettivo perseguito dal Calenda. Penso, invece, che, primo, per sei mesi almeno, in campagna elettorale, il Calenda si disinteresserà del Parlamento europeo. Secondo, che gli elettori romani avrebbero più di un motivo per temere che, vittorioso, il Calenda potrebbe essere un sindaco distratto da qualche sua ulteriore ambizione di politica nazionale e che, terzo, se sconfitto, potrebbe decidere di “rimanere” in Europa lasciando i romani che l’avessero votato privi della sua opera di oppositore a tutto campo. Un comportamento del genere nella Prima, nella Seconda, nella Terza e anche nella Repubblica di Calenda merita di essere definito irresponsabile.

Pubblicato il 23 ottobre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Come non si scelgono le candidate e i candidati sindaco a Bologna?

La narrazione delle modalità di selezione delle candidature a sindaco di PDS/DS/PD è sconfortante. Non è migliorata. Da ultimo, il “medio” sindaco uscente ha designato il suo successore. Brutt’affare.

Questa è la storia di come non si scelgono le candidate e i candidati sindaco a Bologna

Le due anime dell’America #Presidenziali2020 @C_dellaCultura

Molto probabilmente Trump non sarà rieletto il 3 novembre. Quasi sicuramente otterrà molti meno voti di Biden. Già Hillary Clinton conquistò tre milioni di voti più di lui. Trump ha già annunciato che tenterà comunque di mettere in questione l’esito del voto senza curarsi delle gravi conseguenze che il suo tentativo potrà avere per la democrazia USA. Lo farà nella convinzione che, se dovesse essere chiamata in causa, la Corte Suprema troverà il modo di dargli ragione come nel dicembre del 2000 quando con 5 voti dei giudici nominati dai repubblicani a 4 consegnò la Presidenza a George Bush e non al democratico Al Gore. Quel voto cambiò la storia del mondo, a cominciare da quella dell’Iraq.

Per un insieme di circostanze e di convenienze la Corte Suprema è diventata una protagonista assoluta nella politica della Repubblica presidenziale USA. Nei suoi quattro anni alla Casa Bianca Trump ha goduto della opportunità inusitata di riuscire a nominare addirittura tre giudici e di vederli rapidamente confermati dalla maggioranza repubblicana al Senato. Anticipo il verdetto positivo su Amy Coney Barrett (nella speranza di essere smentito) con la cui probabile conferma la Corte sarà composta da sei giudici nominati dai repubblicani e tre dai progressisti. È interessante sottolineare che cinque di quei giudici sono stati sponsorizzati dalla potente associazione conservatrice “The Federalist Society” che sostiene un’interpretazione “letterale” della Costituzione come fu scritta senza nessun riguardo per tempi e luoghi notevolmente cambiati a fronte di coloro che rivendicano la necessità di tenere conto delle trasformazioni sociali, culturali, di sensibilità intervenute nei secoli.

   Poiché I giudici rimangono in carica a vita, Trump ha la garanzia che per i prossimi trent’annni la maggioranza non cambierà. Infatti, i giudici da lui nominati che hanno rispettivamente Gorsuch 53 anni, Kavanaugh 55 e Barrett 48 non lasceranno certamente la loro carica. Potranno procedere all’abolizione totale, imperiosa richiesta, finora frustrata, dei repubblicani, della riforma sanitaria di Obama. Potranno anche restringere ulteriormente i criteri per consentire l’interruzione della gravidanza. Sono entrambe tematiche importantissime sulle quali Coney Barrett è stata oltremodo elusiva nelle sue audizioni al Senato. Certamente, “i giudici di Trump” non si preoccuperanno in nessun modo di garantire il diritto al voto che la maggioranza delle 35 assemblee legislative degli Stati controllati dai repubblicani manipolano e fortemente limitano. I mass media USA scrivono addirittura di voter suppression. Sono trucchi e talvolta veri e propri brogli che qualsiasi Commissione elettorale dichiarerebbe illegali.

Insomma, quello che non ha potuto/saputo fare la politica (di Trump) la Corte Suprema riuscirebbe a conseguire anche in tempi relativamente brevi. Questa regressione culturale e sociale è molto temuta dai Democratici i quali sono del tutto consapevoli che al loro eventuale Presidente non spetterà nessuna nomina per molti anni. Pertanto, la Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi ha già reso pubblica l’intenzione di aumentare il numero dei giudici della Corte Suprema portandolo da 9 a 11. In questo modo, l’eventuale probabile presidente avrà la possibilità di nominare subito due giudici. I democratici vorrebbero anche ridurre la durata della carica a diciotto anni, Tutto questo è giuridicamente accettabile poiché numero dei giudici e la loro durata non sono inscritti nella Costituzione, ma si trovano in un legge approvata circa un secolo fa dal Congresso e che, quindi, dal Congresso può essere riformulata. Politicamente, però, i Democratici hanno assoluto bisogno di conquistare la maggioranza al Senato. Anche per questa ragione, le elezioni del 3 novembre, nelle quali si rinnoverà un terzo dei senatori (35) sono particolarmente importanti, sostanzialmente cruciali per la qualità della democrazia USA.

In maniera che qualcuno considera esagerata, si diffonde l’idea che in questa elezione presidenziale sia in palio l’anima dell’America: Da una parte i suprematisti bianchi, i Proud Boys con le loro armi e le loro propensioni razziste, coloro per i quali la grandezza dell’America sta nel suo contrapporsi alla Cina e al resto del Mondo; dall’altra coloro che vogliono ridurre le diseguaglianze (che Trump definisce spregiativamente “socialisti”), che accettano e esaltano (forse fin troppo) il multiculturalismo e che spesso cadono negli eccessi del politically correct. Il paradosso di questa contrapposizione è che i suoi rappresentanti sono entrambi uomini bianchi ultrasettantenni della Costa Atlantica. Credo che Obama non si avventurerebbe a dire che “the best is yet to come”. Purché non arrivi dopo avere toccato il fondo.

Presidenziali USA: se non ci sarà un “fatto nuovo” (come fu l’inchiesta sulle email private di Hillary Clinton) Trump perderà le elezioni

Tutti i sondaggi lo danno per perdente, Trump, non solo in termini di voti. Nel 2016 ebbe tre milioni di meno di Hillary Clinton. Oggi è in netto svantaggio nel collegio dei Grandi Elettori. Opportunamente, i sondaggisti hanno individuato tre differenti scenari in caso di errori. Senza un evento devastante e imprevedibile, il Trump innervosito si avvia alla fuoruscita dalla Casa Bianca (sì, incrocio le dita).