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Contare i voti, salvare l’anima degli USA

Almeno una previsione pre-elettorale è risultata corretta: il conteggio dei voti per l’elezione presidenziale USA è in effetti già molto lungo e angosciante. Entrambi i candidati si sono frettolosamente dichiarati vincitori. Trump ha addirittura sottolineato di avere vinto “alla grande” aggiungendo che stanno cercando di rubargli la vittoria e preannunciando un ricorso alla Corte Suprema dove, grazie ai tre giudici da lui stesso nominati, gode di una maggioranza confortevole. La situazione è delicatissima poiché riguarda le condizioni della democrazia negli Stati Uniti e, da non dimenticare, le sue possibili conseguenze sul resto del mondo.

   Sarebbe sbagliato attribuire all’intero sistema istituzionale della Repubblica presidenziale gli inconvenienti elettorali e i problemi politici ai quali stiamo assistendo con grande preoccupazione. Le modalità con le quali votare, ad esempio, il voto postale, e i tempi e i modi del conteggio sono determinati dagli Stati. Questa è una delle implicazioni del federalismo che consente una varietà di soluzioni fino a quando non sarà una legge federale a stabilire l’uniformità. Qui sta il problema politico poiché i repubblicani dispongono tuttora di maggioranze nelle assemblee rappresentative di trentacinque stati su cinquanta. Quindi, si opporranno a qualsiasi richiesta di uniformità nella legislazione elettorale.

   Vinca oppure no Trump non avrà comunque ottenuto, come nel 2016, una maggioranza del voto popolare. Continueranno ad essere i Grandi Elettori designati in ciascuno degli Stati a decidere il vincitore. Anche questa è una conseguenza del federalismo. Per rassicurare gli Stati piccoli in termini di popolazione che non sarebbero stati schiacciati dagli Stati grandi i Costituenti sancirono che vincere la Presidenza avrebbe richiesto una convergenza fra più Stati e che i piccoli non sarebbero risultati emarginati. Soltanto con un emendamento alla Costituzione si potrebbe stabilire l’elezione popolare diretta del Presidente, ma qualsiasi emendamento costituzionale richiede l’approvazione ad opera di tre quarti delle assemblee statali, un quorum irraggiungibile per i democratici.

   Ciò detto, l’elemento politico più importante per spiegare il (cattivo) funzionamento della democrazia USA è rappresentato dalla radicalizzazione a destra del Partito repubblicano da più di vent’anni. Consapevoli di essere oramai diventati minoranza nel paese, ma non negli Stati del Sud e, in parte, del Midwest, difendono con le unghie e con i denti le loro posizioni. Disciplinatamente e senza nessuna concessione, approfittando dell’eterogeneità dei Democratici, sono finora riusciti ad esercitare un potere sproporzionato. Conquistata la Corte Suprema per un lungo periodo di tempo poiché i giudici rimangono in carica a vita, i repubblicani potranno cancellare la riforma sanitaria di Obama e rendere praticamente impossibile l’interruzione della gravidanza. La posta in gioco dell’esasperante conteggio di qualche milione di voti già difficoltosamente espressi è l’anima della società americana.

Pubblicato AGL il 5 novembre 2020


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