Politica, intervista a Gianfranco Pasquino @FuturoEuropa
Gianfranco Pasquino (1942), torinese, laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Ha insegnato cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, all’Università di California, Los Angeles. È stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente è Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo dal 1971 al 1977 e condirettore dal 2000 al 2003. È anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2016, 4a) di cui ha scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. Co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (2015) e autore di Italian Democracy. How It Works (2020) . Già Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, è socio dell’Accademia dei Lincei.
Le recenti elezioni regionali con la sconfitta di Salvini hanno al momento rafforzato il governo Conte, il pericolo è scampato o viste le tensioni con Itala Viva di Renzi il percorso sarà ancora irto di ostacoli?
Sono contento che “le elezioni del secolo” si siano svolte in Emilia-Romagna e del risultato che ne è conseguito, perché se avesse perso la sinistra di Bonaccini ci sarebbe stato un rimbalzo molto forte e sgradevole. Viceversa ha perso Salvini e il governo ha ripreso la sua dinamica, è un esecutivo sostenuto da due partiti più alcune componenti come LEU e Italia Viva, che non sono molto vicine in termini politici. Queste forze hanno aspettative diverse e le persone che ne fanno parte provengono da percorsi diversi, questo porta alla nascita di vari problemi. Purtroppo Renzi possiede una innata capacità di intralciare, danneggiare, sabotare, l’attività di governo; e lo fa perché ha bisogno di spazio e visibilità, ha necessità di interviste, è una vera e propria mina vagante, difficile capire se voglia fare cadere il governo o meno. Non credo sia nel suo interesse, ma già in passato ha commesso errori di questo tipo e non posso escludere che non li commetterà adesso. Farlo ora sarebbe molto grave, perché in caso di elezioni anticipate vorrebbe dire consegnare il paese a Salvini e al centro-destra, anche se in termini non così ampi come loro credono. Questo a meno che Salvini non commetta errori in campagna elettorale, come ha fatto anche recentemente. A maggior ragione bisogna evitare che vinca prima dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il governo dovrebbe quindi durare fino a gennaio 2022, e penso sia un obiettivo conseguibile.
Già in passato, in occasione degli incontri in Nomisma con il Cattaneo riguardo passate elezioni, lei sosteneva che l’Emilia-Romagna sia un caso particolare nel panorama italiano. Alla luce di questa considerazione possiamo presumere che ci sia una ripresa nazionale della sinistra o siamo di fronte a una vittoria limitata alla situazione particolare dell’Emilia-Romagna?
L’Emilia-Romagna continua a rimanere un caso a sé stante, così come Bologna, non mi pare ci siano i motivi per cambiare idea, ma si possono individuare alcuni elementi importanti. Il primo punto è che laddove il PD si apre ad apporti esterni, che possono convergere su una persona, in questo caso il Presidente Bonaccini aveva lavorato bene, gli si riconoscono doti di onestà e competenza. Ora bisogna trovare qualcuno a livello nazionale che sia capace di amministrare, in maniera onesta, rigorosa, vigorosa, posso citare il caso di Zingaretti che è segretario, ma non parlamentare. Quindi per le prossime elezioni bisognerebbe arrivare ad avere un partito aperto e inclusivo. Trasportare “semplicemente” il modello Emilia-Romagna a livello nazionale mi pare sbagliato. Bisogna agire a seconda delle elezioni, non esportare il modello.
Il Movimento delle Sardine forse non ha portato voti nuovi, ma ha riportato alle urne elettori che si erano disaffezionati e non votavano più. Anche questo è un fenomeno limitato all’Emilia-Romagna o può avere una valenza nazionale in futuro?
Nella misura in cui le Sardine capiranno che devono operare di volta in volta laddove si aprono opportunità, possono essere importanti e a volte anche decisive. Nel caso dell’Emilia-Romagna hanno certamente portato ai seggi persone che altrimenti non sarebbero andate a votare. Questo può succedere anche altrove, che poi possano risultare decisive a livello nazionale è complicato dirlo. Bisognerà vedere come si arriverà alle elezioni, come si presenteranno, che tipo di organizzazione riusciranno a darsi, se con una loro lista e un simbolo specifico. Oppure se vogliono limitarsi a dare indicazioni di voto zona per zona, identificando candidati del centro-sinistra da sostenere. Questo è tutto da verificare. Sarebbe sicuramente utile che la legge elettorale consentisse di dare almeno una preferenza, in questo caso si potrebbe indicare di volta in volta la persona giusta da votare. Votando questa persona automaticamente si voterebbe il partito della sinistra che rappresenta.
Lei pensa che il Movimento delle Sardine possa avere un futuro e non sia destinato a spegnersi in breve tempo?
La possibilità di un futuro esiste, ma il futuro va creato, e quindi devono capire come vogliono organizzarsi, perché una struttura se la devono dare. In altri contesti direi che si deve iniziare dalle elezioni locali. Ci sono quattro elezioni regionali che stanno arrivando, potrebbero provare a rimettersi alla prova. Cercare di capire se possono trovare le persone giuste, puntando a quello che tecnicamente viene chiamato processo di istituzionalizzazione. Andare subito alle elezioni nazionali mi pare complicato, ma tutto questo è ovviamente affidato alla loro capacità di mettere insieme le sparse membra della sinistra.
Le Sardine potrebbero ipoteticamente raccogliere l’eredità del primo Movimento 5 Stelle che si sta disfacendo?
Potrebbero sì, ma in realtà il Movimento 5 Stelle non è partito come le Sardine. Nacque grazie a e con un leader che era Beppe Grillo. I loro quattro coordinatori sono indubbiamente persone con delle capacità, ma mentre il Movimento 5 Stelle è partito dall’alto, loro hanno preso il via dal basso. Riuscire quindi anche a darsi una leadership visibile è un problema, Grillo raccoglieva insoddisfazione a tutto campo, da sinistra a destra. Le Sardine raccolgono i malesseri della sinistra, per cui il loro bacino è più contenuto. Sarei quindi molto cauto nel paragone, anche se hanno certamente dei margini di crescita, mentre il Movimento 5 Stelle è in chiara discesa.
Lei è stato uno dei propugnatori della legge sul conflitto di interessi che non ha mai visto la luce, alla luce del caso Berlusconi a suo tempo, ma anche Casaleggio recentemente, ne vedremo mai la nascita?
Temo di no, perché i conflitti di interesse sono moltissimi, e quindi se si va a una regolamentazione vera troppe persone dovrebbero privarsi di cariche, mi pare molto complicato. Si potrebbe cercare di impedire che chi ha palesi conflitti di interesse vada a ricoprire incarichi di governo. Bisognerebbe riuscire a comprendere cosa è la democrazia nei partiti, e quindi riuscire a disciplinare come i partiti scelgono le candidature, come formano i programmi, le coalizioni in cui si mettono, tutte cose delicatissime.
Il governo Conte ora dovrà mettere in campo provvedimenti per durare, quali?
Il primo problema del governo Conte sarà riuscire a rilanciare l’economia, e non sarà facile, oltretutto il corona-virus sta operando contro l’Italia, paese che esporta molto verso la Cina. Se non si cresce non si producono posti di lavoro, e quindi il malcontento aumenta. Bisogna dare atto al Presidente Conte di avere una grande capacità di raccontarsi, di stare sulla cresta dell’onda spiegando le cose in maniera chiara e semplice. Ma l’onda è molto bassa, a meno che non scatti qualcosa a livello europeo tipo la green economy.
Anche i nodi come i decreti immigrazione ora verranno al pettine, e non sarà facile districarli.
Sì, ma anche il problema immigrazione al momento ha perso la sua presa, non è più il problema maggiormente saliente, al primo posto metterei il lavoro e l’economia, magari rivalutando anche il reddito di cittadinanza. Salvini ha cavalcato il problema immigrazione, ma oggi mi pare che questo abbia meno peso sulle opinioni degli elettori. La competizione rimane apertissima.
Pubblicato il 28 febbraio su FuturoEuropa.it
Capitale sociale e coronavirus
Nell’estate del 1995 si ebbe a Chicago una straordinariamente intensa ondata di calore con altissimo indice di umidità e temperature ben al disopra dei 40 gradi. Inevitabilmente seguirono numerosi decessi, in particolare fra le persone anziane, ma nient’affatto distribuiti in maniera uniforme nei diversi quartieri della città. Una originale ricerca riscontrò che il tasso di mortalità era stato molto più elevato fra le persone che vivevano da sole in zone nelle quali non operava nessuna associazione in grado di aiutarli con cibo, acqua, rassetto dell’abitazione, compagnia. Nel caso delle carestie alcune ricerche hanno provato che laddove esistevano organizzazioni capaci di reperire e smistare le pur poche risorse alimentari, le conseguenze negative per persone e animali sono state considerevolmente limitate. Di fronte a disastri naturali, come terremoti e inondazioni, la disponibilità e capacità delle persone coinvolte a cooperare aiutandosi vicendevolmente consentono di limitare i danni e di procedere con maggiore rapidità e successo alla ricostruzione e al ritorno alla vita “normale”. Da tempo, alcuni sociologi particolarmente avveduti hanno studiato questi fenomeni nei quali la cooperazione anche fra persone che non si conoscono produce effetti positivi parlando di “capitale sociale”. Una buona rete di relazioni interpersonali basata sulla fiducia è davvero un capitale che può, in casi di bisogno, essere messo a frutto. Le società che dispongono di molteplici reti interpersonali e, di conseguenza, di notevole capitale sociale diventano più prospere e resistono meglio a fronte delle emergenze.
Riflettevo su queste conoscenze da tempo acquisite e oramai consolidate nella ricerca sociologica mentre guardavo rattristato e allarmato le immagini dei piccoli comuni della Lombardia e quello veneto di Vo’: strade deserte, serrande dei negozi abbassate, nessun movimento, nessun segno di vita. Sappiamo che così deve essere secondo le autorità mediche e civili poiché il coronavirus si trasmette attraverso il contatto fra persone. Per evitare il contagio e impedire esplosione e diffusione di una pandemia l’unica strategia possibile, comunque la migliore, è tenersi lontani gli uni dagli altri. Anche laddove esiste capitale sociale, con tutta probabilità in quei comuni lombardi, dove in altre condizioni i cittadini si aiuterebbe reciprocamente, bisogna rinunciarvi perché il suo ricorso sarebbe del tutto controproducente. Invece di avere fiducia gli uni negli altri siamo invitati a essere sospettosi. In chiesa i fedeli debbono rinunciare a scambiarsi “il segno della pace”. Gli amici non possono incontrarsi. I parenti non debbono organizzare riunioni e momenti di convivialità. Gli estranei non si avvicinino a meno di due metri di distanza. Nessuno, tranne il personale medico, può aiutare nessuno tranne tenendosene alla larga. Il coronavirus sta bruciando tutto il capitale sociale esistente. Superata la pandemia fino a quando rimarremo sospettosi e diffidenti?
Pubblicato AGL il 24 febbraio 2020
Minima Politica @UtetLibri
È possibile avere buona rappresentanza politica con una pessima legge elettorale? Chi può credere che meno rappresentanza porti a più governabilità? Che non sia, piuttosto, un passo verso una democrazia illiberale? Fra i freni e i contrappesi che producono equilibri liberal-democratici in Italia svolge un ruolo importante il Presidente della Repubblica? Le risposte esaurienti a questi legittimi interrogativi costituiscono cognizioni minime indispensabili per capire la politica e agire di conseguenza.
La Repubblica italiana, sorta dalle macerie della guerra e inserita da subito nel tessuto politico della tradizione democratica europea, vive momenti di grande confusione. Guerre di visualizzazioni e like su Facebook, baruffe senza costrutto nei talk show, scenette tragicomiche nelle austere aule di Senato e Camera. A questo ircocervo tra reality show e vaudeville siamo talmente assuefatti che ci sembra l’unico orizzonte possibile.
La ragione sta nell’ignoranza diffusa e persino compiaciuta che pare essersi impossessata del discorso corrente. Tra l’ansia da sondaggio e il termometro ossessivo dei social network, viviamo un assetto da campagna elettorale permanente dove i politici possono dire tutto e il contrario di tutto, fiduciosi nella labile memoria storica del loro elettorato e nell’inerzia intellettuale dell’opinione pubblica che dovrebbe sorvegliare e in caso criticare.
Però, chi ancora crede nella democrazia sa che è imperativo reagire all’attuale temperie di approssimazione, fumisteria e populismo. Che è necessario impegnarsi per pulire il linguaggio, per fare uso corretto dei concetti fondamentali, per comunicare insegnando e imparando, giorno dopo giorno.
Con il cuore e la testa ai Minima moralia di Theodor Adorno, Gianfranco Pasquino impartisce sei nitide, ironiche, affilate lezioni sui nodi cruciali della politica contemporanea: i meccanismi elettorali, gli speculari spettri di governabilità e rappresentanza, il ruolo e i compiti delle istituzioni nella complessa architettura della democrazia, lo spauracchio degli eurocrati e il mito del sovranismo.
Ripercorrendo la nostra complicata storia nazionale, ma attingendo dove serve anche agli esempi europei e internazionali, Minima politica racchiude e sprigiona il minimo di conoscenze che i cittadini devono acquisire per capire gli accadimenti politici e partecipare ogni giorno alla vita di questo confuso e malgovernato Paese.
Coazione a sbagliare l’avventurismo istituzionale di Matteo Renzi
Ricomincia l’avventura costituzionale? Vent’anni fa Mario Segni lanciava l’idea del sindaco d’Italia, ovvero l’elezione popolare del Presidente del Consiglio ricorrendo al modello, più elettorale che istituzionale, dei sindaci. Oggi la riprende Renzi con la stessa superficialità e mancanza di precisione. Tre lustri fa per controbattere chi voleva introdurre in Italia l’elezione diretta del Primo ministro, ho curato un “bel” (sic) libro Capi di governo (Il Mulino, 2005): Austria e Germania, Gran Bretagna e Irlanda, Spagna e Svezia. Per tre volte utilizzata in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo Ministro, fu abbandonata perché non funzionava. Non esiste nessun buon motivo per riesumarla in Italia. Nelle democrazie parlamentari, il Primo Ministro nasce e muore in Parlamento. Punto.
Chi rompe deve pagare
Il Coronavirus è lungi dall’essere debellato. Continua a contagiare e mietere vittime. Sta, forse, per estendersi in luoghi finora non affetti. Il suo impatto sull’economia cinese è già stimato ingente, non solo in termini di riduzione di almeno un punto del Prodotto Interno Lordo, ma anche di scambi commerciali e turistici con il resto del mondo. Date le dimensioni economiche oramai conseguite dalla Cina, un po’ tutti i sistemi economici subiranno conseguenze negative. Da tempo in sostanziale stagnazione, l’economia italiana subirà, sta già conteggiando, notevoli perdite dalle mancate esportazioni. L’Italia è alle soglie di una probabile recessione senza che la politica ne avverta la gravità e si prepari a misure straordinarie.
Sicuramente, è importante discutere della prescrizione che attiene ai diritti dei cittadini, dei decreti sicurezza che dovrebbero per l’appunto rassicurare i cittadini, le loro vite, la loro libertà, le loro proprietà. Però, non concentrare l’attenzione sul rilancio dell’economia e della sua crescita che, creando posti di lavoro, avrebbe conseguenze benefiche sulla vita quotidiana delle famiglie italiane è molto più che un grave errore. Invece, il dibattito pubblico è quasi sostanzialmente monopolizzato dalla minaccia quotidiana di Renzi e di Italia Viva rivolta al governo Conte. Più precisamente, Renzi afferma di non volere elezioni anticipate, ma curiosamente dice di non temerle pur non avendo attualmente i voti necessari a superare la clausola di ingresso nel prossimo parlamento. Vuole la sostituzione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Nessun governo Conte 3, ma un altro governo, non è chiaro composto e guidato da chi, è la richiesta di Matteo Renzi.
In un Parlamento che, se il taglio dei parlamentari non sarà sconfitto nel referendum costituzionale del 29 marzo, perderà un terzo dei suoi componenti, sono molti coloro che vanno in cerca di un riposizionamento promettente. Ha senso criticarne le modalità, ma non le intenzioni. Sullo sfondo si staglia il classico pericolo/spauracchio dell’economia italiana: l’impennata dello spread che seguirà subito qualsiasi segnale di instabilità governativa. Sono proprio le reciproche accuse, le malposte ambizioni, le ripicche e i personalismi che aprono una prateria all’instabilità del governo e alla sua inevitabile impossibilità di prendere decisioni. Altrove, qualsiasi buon amministratore avvertirebbe tutti i suoi collaboratori degli ingenti costi di un dibattito malevolo, centrato sulle persone e non orientato a soluzioni operative. Potendo cercherebbe di disarmare i responsabili dei danni. Forse è giunto il momento che dal colle del Quirinale il Presidente della Repubblica faccia sapere solennemente e “costituzionalmente” a tutti gli inquilini pro tempore di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama che non è (mai) sufficiente l’esistenza di una maggioranza numerica che non sappia dimostrarsi operativa. La pazienza “presidenzial-costituzionale” non è infinita.
Pubblicato AGL il 19 febbraio 2020
Pensieri corti: Conte, Renzi, Zingaretti e Mattarella parlano a Pasquino @formichenews
Di Maio, Conte, Zingaretti, Renzi, Mattarella. Cosa pensano protagonisti e osservatori delle tribolazioni di governo? Lo spiega Gianfranco Pasquino su Formiche.net
Conte: sono diventato ancora più paziente dopo essermi temprato con Salvini. Ho imparato molto e il Conte 2 è molto meglio del Conte 1. Abbiamo un buon rapporto con l’Europa. Disponiamo di un cronoprogramma. Siamo anche in grado di prevedere quale disastro sarebbero le elezioni anticipate. Per di più, avendo incautamente lasciato capire che non mi immagino disponibile ad un Conte 3 dovrei cercarmi un’alternativa occupazionale. Essendo stato l’avvocato del popolo, non mi resta che diventare l’avvocato della casta, ma dopo le punizioni (vitalizi e taglio di poltrone) che abbiamo imposto loro, il rischio è che non mi vorranno proprio. La situazione è ancora più delicata poiché a Mattarella l’idea di un Conte 3 non sembra piacere per niente. Comunque, non mi deprimo e meno che mai mi sottovaluto. Non sarà un non-partitino di meno del 5 per cento a scalzarmi. Stiano sereni. Dal mio osservatorio di Palazzo Chigi vedo movimenti favorevoli. Continuo con il mio motto preferito: Adelante con juicio. Mi sono “scafato” e non ho nessuna intenzione di mollare. Lavoro per gli italiani. C’è molto da fare.
Renzi: non so più cosa fare. Strillo. Mi agito. Presso. Straparlo. Chiamo a raccolta. Ricatto. Faccio la mossa (del cavallino). E quello, il Conte 2, non si schioda dallo sgabello (e i sondaggi rimangono poco favorevoli). Debbo continuare per rimanere sulla cresta dei mass media (sulla cresta dell’onda, dove mi piaceva tanto, proprio non riesco a salirci più). Sento anche brutti rumori di (sotto)fondo. Che siano i renziani, quelli che ho candidato e fatto eleggere, che stanno spostando i loro traballanti sgabelli verso altri lidi accoglienti? Qualcosa mi inventerò, ma quousque tandem? Difficile è la vita fra il piccolo cabotaggio e il piccolo sabotaggio. Comunque, c’è vita anche fuori della politica. Ah, l’ho già detto e poi mi sono smentito. Chiederò a Lotti. Ah, Lotti preferisce non parlare con me? M’inventerò qualcos’altro. Dite che il bene del paese viene prima degli interessi personali?. Sono sempre stato convinto che il bene del paese coincidesse con i miei interessi personali. Lo dirò meglio mercoledì a Porta a Porta. Ma anche no.
Zingaretti: Stiamo costruendo qualcosa di nuovo, nel partito, grazie a Bonaccini che ha vinto le elezioni del secolo tenutesi in Emilia-Romagna (mica gli verrà in mente di candidarsi a segretario del Partito Democratico?), e anche nel paese. Faremo un grande campo/cantiere di sinistra, senza esagerare, aperto un po’ a tutti, moderno, inclusivo etc etc. Meglio che il lavoro vada avanti mentre siamo al governo. No, non abbiamo paura delle elezioni anticipate (no, non tanta paura, ma qualche preoccupazioncina, sì). Certo, quel Renzi è davvero un maleducato. Aveva ragione De Bortoli quando lo definì “un maleducato di talento”. È il talento che non riesco a vedere. Talento che, invece, riconosco a Conte che media fra noi, PD, e i Cinque Stelle entrati in una (meritata) confusione politica. È da loro che temo la mossa sbagliata. Noi, comunque, continueremo a presentarci come una forza tranquilla. A Mitterrand portò bene. Ah dite che c’era un altro sistema istituzionale… Ah non c’era la proporzionale … Va bene va bene ne parleremo nelle assisi prossime venture.
Di Maio, no; Di Battista, meno che mai; Fico, si nasconde dietro la sua carica (pardon, poltrona) istituzionale; Taverna, pronta, ma non chiamatela ortodossa. Tocca a Crimi. Tutto rimandato agli Stati Generali, forse rimandati anche gli Stati Generali. Nessuno di loro dice di avere paura delle elezioni anticipate, anche se, bisognerà ricordarlo, tutti i summenzionati, meno Di Battista, non potranno tornare in parlamento essendo alla fine del loro secondo mandato. Mica vorranno violare una delle regole fondamentali! E allora questo secondo mandato facciamolo durare ad esaurimento completo. Ovvero, quantomeno, fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Il Centro-destra non ad una voce, ma con tutte le voci: al governo sono in disaccordo su tutto. Governo delle tasse e delle manette. Debbono andare a casa. Poi usciremo dall’Europa, magari anche no. Poi —però, non possiamo dirlo adesso–, eleggeremo il Presidente della Repubblica. Ah, dite che ringalluzzitissima, Giorgia Meloni vuole il presidenzialismo, cioè l’elezione popolare (populista) diretta del Presidente della Repubblica? Anche Berlusconi? I Leghisti raccolgono le firme?
Bisognerà organizzare un incontro: a Arcore? A Washington, D.C.?
Mattarella: non li reggo più. Nessuno di loro. Ma non reggo neanche i retroscenisti che s’inventano un po’ di tutto e che non sanno quasi niente delle regole istituzionali e della Costituzione. Insomma, nessun governo rimane in carica se perde i numeri, ma i numeri può anche trovarseli in Parlamento. Non voglio una maggioranza numerica e stagnante. Bisogna che esista una maggioranza politicamente operativa. No, il punto di non ritorno non è ancora stato raggiunto. Dalla posizione privilegiata del Colle vedo quel punto molto mobile. Fa capolino, poi si ritrae. Ricompare poi si allontana. No, non posso fare previsioni. Per la mia elezione non mi hanno chiesto credenziali di astrologo (ma sono sicuro che non le ha neanche Pasquino). Sia chiaro, però, che i tempi e le modalità tanto dello scioglimento quanto delle elezioni anticipate e con quale governo sono prerogativa quasi assoluta del Presidente della Repubblica. E, com’è noto, non gradisco avventure (e neppure gli avventurieri).
Pubblicato il 17 febbraio 2020
Il caso Salvini
Nel dibattito in Senato sul concedere o no al Tribunale dei Ministri di Catania l’autorizzazione a procedere contro l’ex-Ministro degli Interni Matteo Salvini, non pochi Senatori hanno fatto ricorso a formule logore e a considerazioni sbagliate. La più logora delle formule è “gli avversari politici si sconfiggono nelle urne e non per via giudiziaria”. Nessuno si è sentito di sostenere che se gli avversari politici violano le leggi, ad esempio, anche soltanto in materia di campagna elettorale e del suo finanziamento, oppure la Costituzione, per esempio, in materia di diritti, è non soltanto opportuno, ma sicuramente doveroso che vadano comunque sotto processo. La legge è eguale per tutti. Punto.
Nella sua difesa, il sen. Matteo Salvini ha fatto ricorso ad un po’ di vittimismo: perché solo lui e non gli altri ministri quando la decisione fu presa? (domanda più che legittima che potrà ripetere nel processo); un po’ di familismo: l’acuto dolore dei suoi figli nel leggere sulle prime pagine dei giornali gravi accuse al loro papà e la saggezza della nonna che ripeteva “male non fare paura non avere”; un po’ di populismo: con lui saranno processati milioni di italiani per bene che vogliono controllare e impedire l’immigrazione clandestina. Se Salvini è così sicuro di avere operato, non solo per il bene dell’Italia e degli italiani, ma rimanendo nell’ambito delle patrie leggi, il processo, al quale aveva detto di volere andare a testa alta, sarà utilissimo tanto a scagionarlo quanto a definire le prerogative e gli eventuali limiti giuridici e costituzionali del potere che spetta al Ministro degli Interni.
L’affermazione più pesante è venuta nella conclusione dell’arringa dell’avvocato Giulia Bongiorno, attualmente senatrice della Lega: “Se voterete a favore saremo al crepuscolo della democrazia parlamentare e della separazione dei poteri”. Tutt’al contrario. Infatti, nelle democrazie parlamentari i poteri sono largamente condivisi fra le istituzioni. Il Parlamento dà e toglie la fiducia al Governo. Le leggi sono scritte dai governi e approvate, o respinte, dai parlamentari. Cinque giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento e cinque sono nominati dal Presidente della Repubblica. Last but not least, la magistratura valuta che i comportamenti di tutti siano conformi alle leggi approvate dal Parlamento. Nessuno è al di sopra delle leggi e tutti i poteri sono chiamati a rispondere responsabilmente delle loro attività anche di fronte agli altri poteri. La “responsabilizzazione” (accountability) è la virtù democratica per eccellenza. La dignità della politica, per la quale ha urlato un accorato appello il sen. Casini, si (ri)conquista e si difende, non sottraendo chi ha cariche politiche a qualsiasi controllo, ma da parte loro esercitando il potere responsabilmente. Concluderò con una delle espressioni più logore e più frequentemente pronunciate: “la giustizia faccia il suo corso” (meglio se completandolo prima delle prossime elezioni politiche).
Pubblicato AGL il 14 febbraio 2020
INVITO Minima Politica. Sei lezioni di democrazia #12febbraio #Bologna @UtetLibri
Mercoledì 12 febbraio 2020 ore 18 La Feltrinelli Libreria Piazza ravegnana - Bologna
Gianfranco Pasquino presenta Minima politica (Utet). Con il cuore e la testa ai Minima moralia di Theodor Adorno, Gianfranco Pasquino impartisce sei nitide lezioni sui nodi cruciali della politica contemporanea: i meccanismi elettorali, gli speculari spettri di governabilità e rappresentanza, il ruolo e i compiti delle istituzioni nella complessa architettura della democrazia.
Si può anche andare oltre la destra e la sinistra ma sapendo come andarci e cosa fare @Mov5Stelle
Né di destra né di sinistra né, immagino, di centro, ma certo sottosopra. Da qualche tempo, i Cinque Stelle meritano di sentirsi così. Sono post-ideologici perché non riescono a trovarli quei principi e valori che sono essenziali per qualsiasi ideologia. Poi, inevitabilmente, si collocano un po’ dappertutto e un po’ dappertutto perdono voti. Che arrivino ai loro Stati Generali di metà marzo con un minimo di preparazione, dopo avere letto almeno un libro sui movimenti e sulla politica nelle democrazie parlamentari.





