Dare i numeri a proposito di rappresentanza politica @Tboeri @repubblica #tagliodeiparlamentari
Il già apprezzato Presidente dell’INPS Tito Boeri ha scritto un articolo (Non solo questione di numeri, Repubblica, 31 dicembre 2019) alquanto confuso dimostrando di non sapere come misurare la produttività dei parlamentari.
La presenza alle votazioni in aula certamente non è una misura di produttività. Spesso quelle votazioni giungono al termine di un lungo iter in Commissione e su molti disegni di legge non c’è oramai più conflitto. Davvero la produttività di un parlamentare si misura sui disegni di legge da lui/lei “sfornati” che non hanno nessuna possibilità di essere presi in considerazione, giustamente, poiché, da un lato, sono messaggi, oramai abbastanza rari, mandati agli elettori, ma più spesso sono “favori” restituiti a qualche gruppo di interesse che, in effetti, è il vero autore di quel disegno di legge? Comunque, se produttività è produrre disegni di legge, allora Boeri dovrebbe essere fermamente contrario alla riduzione del numero dei parlamentari. Infatti, quanti più sono i parlamentari tanti più saranno/sarebbero i disegni di legge.
Propongo, a Boeri e ad altri, che la produttività venga misurata con riferimento non ai disegni di legge, che è preferibile siano presentati dal governo espresso da una maggioranza parlamentare e quindi legittima/ta, ma con riferimento alla rappresentanza. Che cosa fanno i parlamentari per dare rappresentanza politica ai loro elettori, agli elettori in generale? Allora, sì, Boeri capirà che, in realtà, il problema e la produttività dipendono proprio in larghissima misura dalle leggi elettorali, dalla loro capacità di collegare concretamente gli elettori al parlamentare che hanno eletto. Qui il discorso si fa più complesso e la misurazione richiede criteri adeguati, non causali, non occasionali. Another time, another place. Tuttavia, per qualcosa che è più di un’approssimazione come risposta, suggerisco di leggere il mio Minima Politica. Sei lezioni sulla democrazia (UTET 2020), delle quali una è sulle leggi elettorali, un’altra è proprio sulla rappresentanza.
Fioramonti? Bocciato sulla scuola (di politica). L’opinione del prof. Pasquino @formichenews
È indubbio che né la scuola né l’Università né la ricerca costituiscano priorità di questo governo. A prevalere due motivazioni fortissime: tenere lontano Salvini e il centrodestra nella speranza, flebile, di qualche avvenimento imprevedibile a favore del M5S o Pd. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica e autore di Italian Democracy. How It Works, Routledge
Se dovessero dimettersi tutti i ministri di tutti i governi ai quali mancano le risorse per le attività che, a loro parere, sono indispensabili al buon funzionamento del loro settore, allora sì che avremmo il tanto auspicato “uomo solo al comando”. Questo mio incipit segnala che non credo proprio che le dimissioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, in quota, come si dice, al Movimento 5 Stelle, siano spiegabili completamente guardando alla mancanza di fondi per la scuola che lui desiderava. Tuttavia, è indubbio che né la scuola né l’Università né la ricerca costituiscano priorità di questo governo, e dei “pochi” altri governi che l’hanno preceduto, né, azzardo, di quelli che lo seguiranno.
Migliorare scuola, università, ricerca sono obiettivi nobilissimi, non conseguibili in tempi brevi e che portano pochissimi voti. Tutti coloro, a partire dai commentatori e dai loro quotidiani, che si occupano di scuola ecc. saltuariamente alcune giornate all’anno, quando escono i dati comparati che rivelano (sic) che siamo messi molto male, si stracciano le vesti (firmate). Raccolti più o meno autorevoli pareri sul perché l’Italia va male, versate alcune, mi raccomando non troppe, lacrime di coccodrillo, tiremm innanz. Questo è lo sfondo che non poteva non essere noto a Fioramonti il quale, dunque, avrebbe dovuto da subito dichiarare che accettava il compito di ministro a condizione di avere a disposizione una certa somma da impiegare per un intervento sostanzioso e di lungo respiro per, ripeto, scuola, università, ricerca.
Su Facebook, Fioramonti sostiene di avere comunicato per tempo le sue intenzioni: preventivamente ai designatori?, poi al Presidente del Consiglio?, infine, nel Consiglio dei ministri? Può darsi anche no. Vorrei, però, che nessuno perda di vista il punto: senza una buona scuola (ahi, la citazione m’è sfuggita), senza un’ottima università, senza una ricerca adeguatamente finanziata, l’Italia non riuscirà mai più a crescere, se non con qualche inopinato sobbalzo, e i “cervelli” continueranno tristemente, per loro e per il Paese, ad andarsene. Il presidente del Consiglio, al quale spetta (sic) il potere di nomina dei ministri, e i Cinque Stelle, non so in quale ordine, sostituiranno Fioramonti, ma chiunque gli succederà, donna o uomo, continuerà a non avere i fondi necessari.
Nel frattempo, interroghiamoci pure sugli effetti relativamente alla stabilità del governo Conte, agli equilibri (parola grossa) dentro il Movimento 5 Stelle, addirittura alla formazione di un nuovo gruppo a fondamento prossimo venturo di una Lista Conte (sottotitolo “per altri anni bellissimi”). Il problema è altrove: investire nella formazione e nella ricerca. Per il (futuro del) governo, mi pare che continuino inesorabilmente a prevalere due motivazioni fortissime: tenere lontano Salvini e il centrodestra nella speranza, credo flebile, di qualche avvenimento imprevedibile a favore del Movimento e/o del Partito democratico; arrivare fino al gennaio 2022 per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica.
Questa è la struttura politica della situazione, mentre la struttura economica è costituita dal macigno del debito pubblico che non si riduce. La congiuntura politica, oltre che dalle elezioni regionali, nell’ordine d’importanza, dell’Emilia-Romagna e della Calabria, è costituita, seppure con pesi diversi, dalla leadership dei due maggiori partiti di governo: in caduta libera la leadership di Di Maio; stagnante, senza nessun presagio di impennata, quella di Zingaretti. Quindi, anche se si formano gruppi e gruppetti, partitini e listine, nessuno dei quali, peraltro, ha interesse a nuove elezioni, l’anno 2019 si chiude sotto l’egida di un autorevole invito che viene dal passato, ma guarda al futuro: “Adelante con juicio”.
Pubblicato il 27 dicembre 2019 su formiche.net
Parlamentari: meno non è meglio #referendum #taglio #parlamentari
Il raggiungimento della fatidica soglia, stabilita in Costituzione, di un quinto dei parlamentari, in questo caso, dei senatori per chiedere il referendum sul taglio del numero dei parlamentari, è una buona notizia. Prodotta da un accordo fra i Cinque Stelle e Salvini, con tutti crismi del populismo di bassa lega e di quell’antiparlamentarismo viscerale che ha radici profonde nel sistema politico italiano, malauguratamente confermata anche dai parlamentari del Partito Democratico, la riduzione drastica del numero dei parlamentari è stata giustificata con riferimento al risparmio di denaro del contribuente e, in parte minima, come modalità per sveltire i processi decisionali. Per quanto probabilmente reale, il risparmio risulterebbe piuttosto contenuto. Lo sveltimento dei processi decisionali sarebbe tutto da provare anche perché la loro lentezza non dipende dal numero dei parlamentari, ma dall’incapacità dei governanti e dai dissidi, dai conflitti, dagli scontri fra i partiti delle coalizioni di governo e all’interno degli stessi partiti.
Riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 non significa affatto riduzione di quei conflitti. Quanto al miglioramento della qualità delle leggi, un minor numero di parlamentari non implica in nessun modo che si avranno parlamentari più preparati e più competenti. Anzi, è probabile che se ne troveranno meno poiché i partiti non reclutano e non candidano sulla base di competenze, ma con riferimento a appartenenze di corrente, disciplina, ossequio ai dirigenti e soprattutto al leader del partito e dei suoi collaboratori potenti. Gli effetti dell’irruzione della possibilità di un referendum che ripristini il numero dei parlamentari si faranno, comunque, sentire immediatamente. Dovrà arrestarsi la discussione, che già non promette niente di buono, sull’ennesima riformettina elettorale.
È facile capire che, in linea di massima, un ridotto numero di parlamentari rende più difficile ai partiti piccoli ottenere seggi. Renderebbe anche, se qualcuno lo proponesse seriamente, molto più improbabile la formulazione di un sistema elettorale impostato su collegi uninominali che dovrebbero essere molto grandi e nei quali, quindi, un rapporto più stretto dei candidati e degli eletti con gli elettori diventerebbe molto complicato da conseguire. Senza entrare nei dettagli, un conto è per un candidato cercarsi voti in un collegio uninominale di circa 100 mila elettori, un conto molto diverso è quando il collegio ha più di 200 mila elettori, che sarebbe la dimensione minima dei collegi senatoriali con l’attuale riduzione. Non è il caso di avventurarsi nella previsione dell’esito del referendum, ma è sperabile che i partiti e i loro dirigenti, i comunicatori e gli elettori colgano l’opportunità referendaria, persa quando Renzi personalizzò la sua riforma costituzionale, per chiarirsi le idee su che tipo di rappresentanza desiderano nella democrazia parlamentare italiana. Questo è il mio auspico.
Pubblicato AGL il 19 dicembre 2019
Due e forse più cose che so sulle leggi elettorali @formichenews
Il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica e autore, tra gli altri testi, di “I sistemi elettorali”, (Il Mulino, 2006)
No, non chiedete di sapere tutto sui sistemi elettorali. Soprattutto non chiedetelo né ai sedicenti riformatori elettorali né ai loro consulenti. Limitatevi ad alcuni pochi punti. Primo, a chi vi dice che non esiste legge elettorale perfetta rispondete subito che quell’affermazione è banale e persino un po’ manipolatoria. Per di più, cela il fatto che esistono alcuni sistemi elettorali che funzionano meglio, molto meglio di altri. Guardatevi intorno. Leggete qualche libro, almeno qualche articolo. Secondo, ricordate che nelle democrazie parlamentari, in TUTTE le democrazie parlamentari, le leggi elettorali servono a eleggere un Parlamento, mai un governo. Il pregio delle democrazie parlamentari è la loro flessibilità proprio per quanto riguarda il governo. Nasce in Parlamento, si trasforma, cade, può essere ricostituito. Terzo, eleggere un parlamento è operazione diversa dall’eleggere un sindaco o un presidente di regione. Dimenticate lo slogan “sindaco d’Italia”. Chi vuole il presidenzialismo oppure il semipresidenzialismo lo argomenti e lo proponga. Poi, comunque, dovrà anche suggerire una legge elettorale decente.
Leggi decenti e talvolta, anche buone possono essere sia maggioritarie sia proporzionali. Qui: Tradurre voti in seggi in maniera informata, efficace e incisiva. Si può, si deve, Lezione n 1 del Video Corso Il racconto della politica, Casa della Cultura di Milano agosto 2018, segnalo gli elementi essenziali da conoscere. Il plurale è d’obbligo poiché esistono interessanti varianti sia delle leggi maggioritarie sia, ancor più, delle leggi proporzionali. Un punto, però, deve essere chiarito subito –mi piacerebbe scrivere per sempre, ma con i riformatori/manipolatori italiani nulla può mai darsi assodato e accertato per sempre: i premi di maggioranza di qualsiasi entità e comunque congegnati non consentono di definire maggioritaria quella legge elettorale. Semmai, bisognerebbe parlare di sistema misto a prevalenza proporzionale o maggioritaria.
Mi affretto ad aggiungere che il doppio turno di coalizione non soltanto è una proposta pasticciata e pasticciante, ma non ha praticamente nulla in comune con il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali di tipo francese. Il doppio turno chiuso ovvero riservato a due soli candidati si chiama ballottaggio. Il doppio turno “aperto” ha clausole che lo disciplinano e che consentono operazioni politiche brillanti fra le quali desistenze, che servono ad accordi di governo, e “insistenze” che misurano la forza di candidati e di partiti e che testimoniano qualcosa (non posso essere più preciso).
Last but not least, il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Quando, per di più, i candidati/le candidate sono paracadutati in liste bloccate e con la possibilità di essere presentati in più collegi, la rappresentanza politica (che, comunque, richiede un discorso più ampio che ricomprenderebbe il non-vincolo di mandato e il non-limite ai mandati) non sarà sicuramente buona. La coda è tutta italiana.
Come si fa a scrivere una legge elettorale senza sapere quanti rappresentanti dovranno essere eletti: 200 o 315 senatori; 400 o 630 deputati. Se il referendum chiesto dalla Lega portasse a un ripristino del numero attuale dei parlamentari, qualsiasi legge elettorale nel frattempo elaborata dovrebbe essere riscritta e non sarebbe un’operazione semplice. Fin qui le mie proteste. La proposta è che si scelga fra il maggioritario francese con pochissimi adattamenti e senza nessun “diritto” (?) di tribuna e la proporzionale personalizzata (si chiama così) tedesca senza nessun ritocco, meno che mai la riduzione della clausola nazionale del 5 per cento per accedere al Parlamento. Dunque, non finisce qui.
Pubblicato il 18 dicembre 2019 si formiche.net
Brexit and Pandora’s Box @DCU_Brexit_Inst
“Get Brexit Done” , the highly successful Conservative slogan, can be interpreted in two rather different ways. It is a commitment made by the Prime Minister Boris Johnson. It is also a mandate given to him by the British voters. Johnson has received a resounding mandate and will have to work hard too fulfill his commitment in the next few months. Hopefully, he will duly be held accountable by the voters.
The British “Constitution” (I refer to the famous book by Walter Bagehot, 1867) has performed admirably. After having unsuccessfully tried to manipulate the rules of the game, among other minor violations, shutting Parliament, Johnson has been rewarded by several factors that pertain to the British political system. First, to a large extent the incumbent has the power to dissolve Parliament and call new elections at the time that is most convenient for him. In this instance he was decisively helped by Labour’s leader Jeremy Corbyn. Second, in many, if not most, constituencies, Conservative candidates were blessed by tactical voting deliberately made possible by Nigel Farage. The leader of UKIP has sacrificed his, in any case difficult, access to Westminster to the uppermost goal of obtaining Brexit. Third, tactical voting has not worked for the parties (and candidates) opposing Brexit. Finally, in contrast with Johnson’ clear stand, Corbyn’s statements and campaign were often confused and appeared shaped by expediency.
The Labour leader practically did not offer any alternative to what Johnson was advocating. In a way, one could say that the old English expression “better the devil we know” influenced the behavior of many voters who chose Johnson also because quite a number of them were unable to make sense of Corbyn’s stands and Labour policies. No wonder that what was known of the Labour “devil” has appealed to the smallest number of British voters in the last thirty years. The incumbent prevailed and the (Labour) opposition is in shambles. Even though the mandate that Johnson has received does not come from an absolute majority of voters, one cannot nourish any hope for a second referendum.
The December 12 elections also were a referendum and the pro-European Union activists have to accept its outcome and the sad fact that British public opinion does not lend its support to an option other than Brexit. Perhaps, the pro-Europeans could start immediately to monitor what the Prime Minister does, does not, does poorly in his (re)negotiations with EU authorities. From the beginning, they should try vigorously to enforce political accountability at the same time constructing an alternative narrative of what the European Union really is and what the kind of exit desired by the Prime Minister will mean for Britain. Leaving aside, but not underestimating, all the complex elements having to do with trade negotiations and freedom of movement. I will only stress that along the road away from Bruxelles there are two major problems to be solved: the Northern-Ireland backstop and the preference for Remain repeatedly and massively expressed by Scotland. Neither will be easily solved and I tend to believe that quite a number of Europeans would be very supportive of a Scottish independence referendum that may lead to membership in the European Union. One should not be worried by the not so farfetched outcome, but by the tensions and conflicts that will inevitabile accompany the process from its start.
Perhaps, the most fundamental lesson coming from the British elections was already known, though not fully learned. To leave the European Union is not easy. It requires time and energy. It is very costly. Now we may add that leaving the European Union may open a Pandora’s box from where other up to then relatively muted problems and ills will spring. What has taken place in the mother of all parliamentary political systems and the beacon of majoritarian democracies is something that the European “sovereignists” (those who would like to recover their supposedly lost sovereignty by withdrawing from the European Union) are already seriously pondering.
December 18, 2019
Governo Conte oltre il panettone
Rincorrendo le quotidiane differenze di opinione fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle e i dirigenti del Partito Democratico e le loro numerose esternazioni, si ha l’impressione che il governo Conte 2 stia continuamente scricchiolando. Tuttavia, sembra oramai quasi certo che Conte e i suoi ministri saranno ancora in carica quando arriverà il momento di mangiare il panettone natalizio. Guardando ai due problemi attuali di maggiore portata, il destino dello stabilimento Ilva di Taranto e il futuro oscuro di Alitalia, si capisce che, da un lato, il governo non ha saputo trovare soluzioni tempestive e adeguate, dall’altro, che né per l’Ilva né per Alitalia e neppure per la Banca Popolare di Bari, le responsabilità sono di questo governo, ma affondano in scelte e non-scelte dei governi precedenti. L’opposizione di centro-destra alza la voce, spesso con toni molto sgradevoli, ma, come nel caso del Meccanismo Europeo di Stabilità, non ha nessuna proposta alternativa. Anzi, forse il salire dei toni, di cui di recente è stata maestra Giorgia Meloni (e l’impennata di consensi nei sondaggi a suo favore sembra premiarla), dipende proprio dalla sostanziale impotenza propositiva del centro-destra. Non è soltanto questione di inefficacia del sovranismo, ovvero del proposito di riconquistare, non si sa come, poteri ceduti all’Unione Europea oppure, meglio, con l’UE condivisi, con Berlusconi molto tentennante sul punto, ma, eventualmente, di come usarli nelle politiche economiche e sociali italiane. La vittoria di Boris Johnson in Gran Bretagna ha messo in imbarazzo i sovranisti italiani che si sono affrettati a dire che, no, non pensano affatto di uscire né dall’Unione né dall’Euro.
Giorno dopo giorno appare che le maggiori, ma nient’affatto letali, insidie per il governo Conte vengono dal suo interno. Nascono, da un lato, dalla necessità per i Cinque Stelle di prendere dolorosamente atto che molte parti del loro programma alla prova dei fatti risultano inattuabili, se non addirittura controproducenti e, dall’altro, che la leadership di Di Maio si è certamente dimostrata inadeguata, portando al dimezzamento dei voti, ma al momento rimane insostituibile poiché la sua fuoruscita porterebbe a deflagrazioni. L’insidia più grande per il governo viene, deliberatamente e costantemente, dallo scissionista Matteo Renzi. L’ex-segretario del PD ha la necessità di conquistare spazi cosicché prende rumorosamente le distanze dalle politiche del governo in cui pure stanno esponenti da lui designati, e per dimostrare la sua rilevanza si sta dedicando al piccolo sabotaggio. Un mediocre di talento, il Presidente del Consiglio Conte si riposiziona frequentemente, procede a mediazioni, offre un volto rassicurante e produce dichiarazioni rassicuranti venendo premiato dai sondaggi come il leader nel quale gli italiani hanno più fiducia. Che, in attesa del D-Day rappresentato dalle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, sia lui “l’uomo solo al comando” desiderato dagli italiani?
Pubblicato AGL il 16 dicembre 2019
Come dare rappresentanza democratica a una società “dissociata”?
Lo disse bene Aristotele: l’uomo è un animale politico, ovvero, le persone agiscono in un sistema che è fatto di una (semi)sfera politica e una (semi)sfera sociale che interagiscono, s’incontrano e si scontrano, s’influenzano reciprocamente. In alcuni paesi, dalla Spagna alla Gran Bretagna e, naturalmente, l’Italia, è diventato più difficile rappresentare e governare poiché le società si sono diversificate e hanno scomposto i grandi partiti. Il problema è come, quando, chi riuscirà a effettuare sintesi virtuose?
Altro che “Prima Repubblica”, è così che funzionano le democrazie parlamentari #verifica
L’apprendimento delle modalità con le quali funzionano le democrazie parlamentari continua. È lento poiché politici, giornalisti e studiosi partono da zero di conoscenze (e si meritano zero in pagella). I governi di coalizione, che sono la norma nelle democrazie parlamentari, mettono insieme programmi e visioni diverse che ricompongono in politiche pubbliche. Poi, di tanto in tanto, sottopongono a verifica, lo propone anche Conte, lo stato di attuazione. Nessun ritorno a vecchi riti. Solo il giusto e il necessario.
Il governo durerà ma i 5S si liberino di Di Maio #intervista @ildubbionews
Intervista raccolta da Giulia Merlo
“Le sardine? Apprezzo sempre la partecipazione e dico che un movimento nella fase nascente ha bisogno di tempo per trovare uno sbocco”.
I sondaggi dicono il vero, secondo il politologo Gianfranco Pasquino: l’Italia, per ora, è un paese che si è orientato verso il centrodestra. Ma l’attuale quadro politico è in subbuglio: con il movimento delle sardine ma anche con la variabile ancora incalcolabile sul futuro del premier Giuseppe Conte.
Professore, quale è il suo giudizio sulle sardine?
Io apprezzo sempre quando le persone si mettono insieme con un obiettivo comune e risvegliano la partecipazione, soprattutto quella giovanile. Sono favorevole anche quando l’obiettivo è la protesta, a maggior ragione se fatta contro Matteo Salvini e il populismo.
La critica maggiore è che si tratta di protesta senza proposta.
Che significa? Quelli che oggi sbandierano proposte spesso si riempiono la bocca di parole solo retoriche oppure di offese nei confronti di qualcuno. Io dico di dare tempo al tempo: per citare Weber, il movimento delle sardine è ancora nella fase di stato nascente. Poi la mobilitazione si estenderà ancora, infine si deciderà che farne e se darle sbocco.
Di solito le mobilitazioni sono contro il governo, mentre in questo caso sono contro il populismo salviniano, quindi l’opposizione.
Sulla base di questo ragionamento, non avrebbe senso nessuna manifestazione contro il fascismo, visto che è stato sconfitto. Invece ha senso, perché si manifesta contro un pericolo che si percepisce come attuale e questo fa parte della conversazione democratica. Io non trovo nulla di male nel protestare contro un’opposizione che agisce in modo scomposto e propaganda notizie false. E poi la protesta delle sardine non è solo contro Salvini, ma anche contro l’eccessiva timidezza del governo, ovvero di chi dovrebbe fargli da contraltare.
Esiste spazio per uno sbocco elettorale di questo movimento?
Esiste se la sinistra partitica rimane statica. Se le sardine avranno voglia, allora avranno anche lo spazio per organizzarsi. Del resto, abbiamo visto succedere qualcosa di simile con i 5 Stelle, anche se in quel caso a capo c’era un leader forte come Beppe Grillo.
Altrimenti il consenso delle sardine si riverserà nel centrosinistra?
È possibile, ma non è un meccanismo automatico. Il Pd deve cercare quel consenso, dicendo alcune cose o candidando determinate persone, per esempio. Insomma, deve esserci una trattativa e un accordo preelettorale tra i dem e le sardine.
I 5 Stelle sono in netto tracollo, è una parabola invertibile?
Lo spazio di protesta nei confronti del sistema politico che il Movimento intercettava esiste ancora, ma ora c’è la concorrenza sia di Salvini e, a loro modo, anche delle sardine. Il problema dei 5 Stelle è uno solo: la leadership. Luigi Di Maio è debole, inadeguato e fa perdere voti. Per recuperarli, tornando non certo al 32% del 2018 ma a un buon 20%, bisogna fare una buona campagna elettorale ma soprattutto trovare un nuovo leader: Beppe Grillo, per esempio, recupererebbe molto consenso.
Il Pd, ieri, ha chiesto una «verifica» di questo governo. È segno che i dem vogliono staccare la spina?
Io trovo normale che si chieda di fare il bilancio, perché questo è un governo strano e la verifica fa parte delle necessità di tutte le coalizioni, in cui può sorgere la necessità di sostituire qualche ministro o trovare una nuova linea politica.
Nessun rischio di crisi, quindi?
Se questo governo nasce per contrastare Salvini, allora deve rimanere in carica finché può e dimostrare che la sua politica funziona adoperando tutto il tempo a disposizione, quindi fino al 2023. Per durare, però, i partiti devono smettersi di farsi concorrenza interna. Altrimenti sarà un fallimento di tutto il governo e farà crescere l’opposizione, quindi Salvini.
I sondaggi sono veri e il nostro è un paese di centrodestra?
I sondaggi raramente sbagliano, ma fotografano una situazione hic et nunc. Però la campagna elettorale può cambiare tutto: qualcuno fa errori, qualcuno individua la tematica vincente oppure qualcosa di imprevedibile accade. Nelle ultime elezioni alcuni milioni di italiani hanno cambiato comportamento elettorale. Inoltre, esiste una variabile ancora imponderabile.
Quale?
Il premier Conte. Secondo i sondaggi è il più popolare, ma non si sa ancora cosa farà. Lui dice che non si candiderà, ma chissà: potrebbe stare coi 5 Stelle, farsi un partito personale … Oppure, forse, si sta preparando a diventare il prossimo presidente della Repubblica.
Pubblicato il 10 dicembre su ildubbionews.it
Donne libere e forti vincono e governano #SannaMarin
No, non è stata calata dall’alto, non paracadutata. No,non viene da nessuna cordata. No, non si è attaccata ad una corrente guidata da un uomo. Vinto il ballottaggio con un dirigente del suo partito, la 34 enne socialdemocratica Sanna Marin, già ministro dei Trasporti, è diventata Primo ministro della Finlandia. Niente quote niente cooptazioni: in campo aperto. Donne libere e forti vincono e governano. Non dirò di più.






