Ecco perché hanno salvato Azzollini

Una maggioranza schiacciante di senatori, addirittura 189, ha salvato dagli arresti domiciliari il collega del Nuovo Centro Destra Antonio Azzollini accusato dalla Procura della Repubblica di Trani di una varietà di reati: dal falso in bilancio alle assunzioni clientelari dallo spreco di denaro pubblico a consulenze d’oro. I numeri sono lampanti. Anche gran parte dei senatori del Partito Democratico, contraddicendo loro precedenti solenni dichiarazioni, ha respinto la richiesta dei magistrati capovolgendo la delibera della Giunta per le immunità che aveva sancito l’insussistenza di intenti persecutori nei confronti del potente senatore Azzollini. Forse i componenti della giunta tanto platealmente sconfessati dai loro colleghi dovrebbero trarne qualche conclusione, magari anche quella dell’inutilità e irrilevanza del loro lavoro e, forse, della stessa esistenza della Commissione.

Ovviamente, nonostante le sempre ipocrite dichiarazioni, pochi senatori, oltre, sperabilmente, ai componenti della giunta, si sono formati un’opinione dopo avere effettivamente letto le carte. Infatti, quasi nessuno di loro si è pubblicamente espresso contrastando specifiche motivazioni dei magistrati. La maggioranza di loro sostiene di avere votato “secondo coscienza”. Curiosamente, in maniera assolutamente inusuale, il capogruppo del Partito Democratico Luigi Zanda aveva addirittura inviato una lettera ai componenti del suo gruppo invitandoli a votare proprio “secondo coscienza”. Sarebbe interessante conoscere in quale altro modo si apprestavano a votare i Senatori e le Senatrici del PD: contro coscienza? Ma, poi, cosa sarà mai un voto di coscienza se non è accompagnato dalla conoscenza dei fatti, della natura delle imputazioni, delle motivazioni dei magistrati e delle conseguenze di vario tipo del voto stesso?

Insomma, i magistrati chiedevano gli arresti domiciliari dell’Azzollini, non tanto per il timore di fuga dell’accusato, ma poiché ritengono che, rimasto a piede libero, l’accusato abbia la possibilità, usando della sua influenza, della sua rete di relazioni e di ingenti somme di denaro, di manipolare le prove e, magari, di intimidire gli accusatori e gli eventuali testimoni. La “coscienza” della maggioranza dei senatori ha risposto “no”. Da un lato, non si corre il rischio che il collega Azzollini inquini, cancelli, camuffi, intimorisca; dall’altro, i magistrati starebbero perseguitando l’Azzollini per ragioni che non ci vengono spiegate. Certo, il salvataggio del senatore del NCD da parte dei colleghi non è il primo e non sarà l’ultimo. Le votazioni sulle relazioni delle Giunte parlamentari per le Immunità assomigliano spesso a roulette nelle quali i numeri che escono non sono, però, mai del tutto casuali.

Rimanendo in metafora ci sono dei croupiers molto attenti, non alle coscienze, ma agli umori dei giocatori e alla stabilità del tavolo da gioco. Nel caso Azzollini, poteva, come qualcuno deve avere fatto sapere al capogruppo PD Zanda, anche saltare il banco. Infatti, l’Ncd ha già subito l’onta delle dimissioni da ministro di Lupi. Un arresto, anche se ai domiciliari, sarebbe stato molto mal digerito gettando altre brutte ombre su tutto il partito. In Senato, poi, già i movimenti si sono fatti vorticosi. Le minoranze del PD non cedono. Arrivano i soccorsi dei verdiniani. Si annunciano tempi, non necessariamente difficilissimi, ma che richiedono convergenze solide fra gli alleati di governo. Insomma, le convenienze politiche hanno sicuramente avuto un ruolo non marginale nel salvataggio di Azzollini. Non è, però, proprio il caso di sostenere che “ce ne faremo una ragione”. Questa “politica ad orologeria” che salva qualcuno/chiunque, non in base ad inoppugnabili evidenze giuridiche, ma quando vengono fatte balenare conseguenze sgradevoli sugli assetti e sulle politiche governative, è destinata ad alimentare l’antipolitica, il disgusto per la politica, il distacco dalla politica. Tanto i governanti quanto il Partito Democratico scaricheranno le responsabilità sull’autonomia del Senato e sulla coscienza dei singoli senatori. Se la prendano tutta.

Pubblicato AGL 30 luglio 2015

Paritarie. Senza oneri per lo Stato

L’istruzione è un diritto riconosciuto dalla Costituzione. All’uopo, lo Stato si impegna a garantire la creazione di scuole di ogni ordine e grado affinché tutti cittadini riescano quantomeno ad ottenere il livello di istruzione offerto dalla scuola media. Fino a quel livello la frequenza è gratuita. Oltre lo Stato si impegna a sostenere i meritevoli e i bisognosi con esenzioni e borse di studio. Uno dei principi fondamentali della Costituzione è il pluralismo che, nel settore dell’istruzione, significa che, a determinate condizioni, i privati, singoli, associazioni, anche religiose, enti di vario tipo, hanno il diritto di dare vita a scuole di qualsiasi tipo e livello purché questo avvenga “senza oneri per lo Stato”. Vale a dire che, in senso lato, chiunque può dare vita ad un istituto scolastico, ma solo se in grado di formarlo e farlo funzionare con fondi propri.

Le scuole istituite da privati debbono ottemperare a criteri prestabiliti se desiderano che i titoli di studio acquisibili da chi le frequenta vengano riconosciuti sul mercato del lavoro. L’osservanza di regole chiare e prestabilite in termini di curriculum di studi, di reclutamento di docenti, di percorsi per il conseguimento dei titoli ha consentito a centinaia di scuole non pubbliche di ottenere il riconoscimento di scuole paritarie. Sono scuole nelle quali i genitori pagano rette di entità più o meno elevate e che godono di esenzioni, spesso in materia di tassazione. In questo caso, dunque, lo Stato si assume in maniera indiretta, ma reale e visibile, “oneri”.

La recente sentenza della Cassazione che condanna due scuole paritarie di Livorno gestite da suore a pagare l’ICI (con pesanti arretrati) sembra fondarsi sul fatto che il pagamento delle rette configuri fini di lucro che giustificherebbero la tassazione di quegli istituti altrimenti favoriti. L’eventuale chiusura di quegli istituti e, a cascata, di molti altri in condizioni simili priverebbe, laddove lo Stato non sia immediatamente in grado di offrire alternative, migliaia di studenti dell’istruzione a cui hanno costituzionalmente diritto. Da un puro punto di vista contabile è lecito chiedersi se, una volta eliminate le esenzioni di cui hanno goduto/godono le scuole paritarie non-statali, quelle risorse saranno sufficienti a fare sì che lo Stato riesca a provvedere istruzione nella stessa quantità delle scuole paritarie. La risposta sembrerebbe essere negativa e non vale l’obiezione che lo Stato verrebbe spinto a porre fine alla sua inadempienza poiché, anche senza tenere conto dei tempi inevitabilmente lunghi per sanare l’inadempienza, gli mancherebbero comunque i fondi necessari.

In sostanza, è giusto che le scuole paritarie siano soggette alla legge e non godano di esenzioni ingiustificabili, ma, in non pochi casi, l’inciso “senza oneri per lo Stato” deve essere letto e contemperato con riferimento alla realtà effettiva di uno Stato e di una scuola pubblica che non sono tuttora in grado di garantire altrimenti quell’istruzione che la Costituzione sancisce come diritto fondamentale. Non esiste nessuna soluzione facile, ma è ora di lasciare da parte anatemi e privilegi e di operare, non all’insegna di slogan che inneggiano alla buona scuola, ma affinché in tutto il paese si affermino e operino moltissime buone scuole, meglio se pubbliche, comunque in grado di offrire ottima, non settaria, istruzione.

Pubblicato AGL 28 luglio 2015

A Changing Republic. Politics and Democracy in Italy

Mentre il sistema politico italiano è entrato in un nuovo giro di riforme malfatte, Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi riflettono criticamente sulla storia politica italiana degli ultimi vent’anni, mettendone in luce tutti i limiti, le criticità e, per chi davvero volesse coglierle, le opportunità per rendere le istituzioni più efficaci e meglio funzionanti. 

In uscita ai primi di settembre per Edizioni Epoké

A Changing Republic. Politics and Democracy in Italy

Di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi.

A Changing Republic

 

 

Mediani e processioni

Corriere di Bologna

“Sondaggio, sondaggio delle mie brame, chi deve fare il sindaco di questo reame?”  Il Partito Democratico sembrava voler cercare in un fantomatico specchio la risposta lancinante quesito. Improvvisamente e senza spiegazioni, il sondaggio è sparito. Probabilmente, i dirigenti del PD hanno temuto che avrebbe loro legato le mani e sembrano accontentarsi della processione, chiedo scusa, della consultazione fatta nei circoli. Il lapsus “processione” mi è sfuggito poiché ho seguito di persona la presentazione della paracadutata candidatura di Cofferati nel 2004 che, confessione dei militanti compresa, ha avuto molte caratteristiche parareligiose fino al silenziamento dei dissenzienti. L’abituale conformismo dei circoli è approdato senza troppo entusiasmo alla conclusione che, sì, il sindaco Merola non ha fatto così male da non meritarsi la ricandidatura. Dia attenzione alla sicurezza dei cittadini e metta un freno alle occupazioni, tanto in un partito di mediani non si troverà nessun fuoriclasse.

Ha ragione l’ex-sindaco Giorgio Guazzaloca che i tempi dei numeri uno a Bologna, lui cita il cardinale Biffi e, il Rettore e molto altro Roversi Monaco, lasciando ai lettori dell’intervista al “Corriere” il piacere di aggiungere il suo nome, sono finiti.  Dichiarandosi mediano, il sindaco Merola gli aveva dato ragione in anticipo, ma, da qualche tempo, come ha mostrato Simone Sabattini, il mediano Merola ha deciso di giocare a tutto campo svariando sulla sinistra per rintuzzare eventuali avversari. Infatti, circola sotterranea l’idea di una lista civica dove troverebbero accoglienza diversi reduci della vecchia guardia (uno dei quali avrebbe potuto, e dovuto, cercare di diventare numero uno più di quindici anni fa) e recenti orfani delle frange di sinistra che nel passato qualche strapuntino in regalo riuscivano ad averlo.

Nel limbo seguito alla consultazione, è giusto chieder e ai dirigenti quelli del Partito della Città, di: a) rispettare le regole; b) assumersi le responsabilità delle decisioni. Le regole dicono che, se c’è un candidato che raccoglie il giusto numero di firme, si va a primarie che non è detto indeboliscano il sindaco. Potrebbero esaltarne le doti di mediano-realizzatore. Se no, tocca ai dirigenti prendere in mano la situazione. Ricordano al sindaco che ha vinto la sua carica grazie al partito, non lo deve snobbare e non può fare una lista personalizzata. Lanciano la campagna elettorale rivendicando quanto di buono è stato fatto, evidenziando le innovazioni e indicando quale Bologna, città metropolitana, realizzare nei prossimi cinque anni.

Pubblicato il 14 luglio 2015

Chi vuol essere giudice costituzionale?

Cattura

“Sono almeno una decina le persone che aspirano alla nomina alla Corte, almeno quelle a mia conoscenza. C’è chi vuol mettersi al servizio del paese. Chi non sta bene nel posto che occupa. Chi vuol prolungare l’attività lavorativa con il novennio alla Corte. Chi pensa di occupare una posizione ai piani alti. Chi sopravvaluta l’attività della Corte. Perché tante persone, specialmente professori universitari, hanno così scarsa vocazione per la ricerca e l’insegnamento?” (p. 227). Questa è la fotografia scattata da Cassese nel settembre 2013, Sono sempre molti gli aspiranti alla carica di giudice costituzionale. Alcuni, sia i cinque aspiranti alla nomina presidenziale sia i cinque che pensano di potere essere eletti dal parlamento si preparano per tempo. Si agitano con modalità di vario tipo che, naturalmente, includono la presenza sui quotidiani, meglio come editorialisti, ma anche con dichiarazioni del più vario genere, e il sostegno alla linea e soprattutto ai dirigenti dei partiti designatori. Grandi manovre sono già in corso da qualche tempo (mentre scrivo, fine maggio 2015), soprattutto dopo che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto filtrare, senza smentite, che intende nominare un “fedelissimo”, magari uno di coloro che hanno sostenuto, pancia a terra, in udienze parlamentari, in dichiarazioni varie, in articoletti, persino con molti tweet, il suo amato Italicum. Certo disporre di un giudice costituzionale pregiudizialmente favorevole all’Italicum sarebbe un vantaggio non da poco se e quando il testo venisse sottoposto alla Corte per le sue troppe similarità allo smantellato, dalla Corte, Porcellum oppure se qualcuno ne chiedesse un referendum abrogativo, totale o parziale. Infatti, come rileva il giudice emerito Sabino Cassese, sulle leggi elettorali, sia sul Porcellum sia sulla eventuale reviviscenza del Mattarellum (“la Corte non ha avuto coraggio e si è fermata a metà”, p. 233 e, comunque, “per riformare la legge elettorale, la Corte non è il medico giusto”, p. 173) in seguito ad un referendum, la Corte ha manifestato notevoli incertezze e la sua giurisprudenza appare tutto meno che salda e consolidata.

Ho già toccato due elementi sui quali le considerazioni, i ricordi, meglio gli appunti del giudice Cassese sono interessantissimi e creano una molteplicità di curiosità: “chi ha detto che cosa, perché, con quali preoccupazioni e quali obiettivi?”. La maggior parte di queste curiosità sono destinate a rimanere deliberatamente insoddisfatte poiché Cassese ha preferito non fare nessun nome. Questo è davvero un diario personale, ma su molte “cose”, Cassese non è affatto riluttante e riservato. Anzi, è spesso abrasivo. Dal suo diario è possibile imparare molto, più che sulle sentenze e la loro sostanza, sulla struttura della Corte, sul suo funzionamento, sulle sue procedure e sui moltissimi aspetti che Cassese ritiene da cambiare il prima possibile, ma che, appare evidente, difficilmente cambieranno.

Nel corso del mandato di Cassese (2005-2014), la settimana lavorativa alla Corte Costituzionale italiana è andata progressivamente riducendosi: dal lunedì al venerdì è diventata dal lunedì al mercoledì. Non si sono, invece, ridotte né le spese di funzionamento della Corte né i compensi che i giudici hanno protetto da par loro nei confronti di qualsiasi taglio ad opera del Parlamento e a favore della finanza pubblica. Ad esempio, Cassese cita con parole di rimprovero il fatto che quasi tutti i giudici godano di una indennità comparativamente alquanto elevata che cumulano con una pensione da “servitori dello Stato”: ex-magistrati, ex-professori universitari, ex-parlamentari. Inoltre, molto denaro viene speso per gli assistenti dei giudici costituzionali. Non è chiaro come e da chi gli assistenti sono (stati) reclutati. Spesso si tratta di magistrati: 109 su 140 nei sessanta anni di vita della Corte. “Molti hanno fatto alla Corte costituzionale una vera e propria carriera parallela, con doppio stipendio. 28 dei 109 sono rimasti al Palazzo della Consulta più di nove anni, anzi 7 sono rimasti più di vent’anni, con punte di ventisette anni” (p. 197). La loro lunga durata appare poco giustificabile agli occhi di Cassese che ritiene gli assistenti complessivamente di bassa qualità. Per quel non molto (ma abbastanza) che so della Corte Suprema degli USA, i giudici possono contare sulla qualità degli assistenti qualche volta “ereditati”, qualche volta da loro stessi selezionati. Non sono affatto rari i casi di assistenti che hanno poi fatto splendide carriere nell’accademia e nella magistratura.

Cassese fa spesso riferimenti ad altre Corti costituzionali e al Conseil constitutionnel francese, ma soprattutto alla Corte suprema USA sulla quale disponiamo di molto materiale di ottima qualità: memorie dei giudici, loro biografie, saggi, indagini giornalistiche, ricerche anche di scienza politica e, last but not least, le sentenze firmate. Come è noto, negli USA, persino i giudici che contribuiscono alla approvazione delle sentenze della maggioranza hanno la facoltà di chiarire la loro posizione con quella che è definita concurring opinion. Molto opportunamente Cassese fa notare che la traduzione corretta deve essere non opinione, ma parere. Ed è proprio al parere in dissenso, dissenting opinion, che Cassese dedica ripetutamente la sua attenzione. Complessivamente, mi sembra che non ne auspichi l’introduzione nelle procedure decisionali della Corte italiana. Infatti, afferma recisamente che la dissenting opinion “ha il grande svantaggio di consentire di individuare l’opinione di questo e di quello, e di etichettarlo” (p. 79. Negli USA, però, dove il Presidente che nomina praticamente già appone la sua “etichetta”, i giudici che firmano dissenting opinions possono in questo modo affermare la supremazia della loro conoscenza e interpretazione della Costituzione sull’origine della loro nomina. Più rivelatrice è una sua apposita “Lezione sulla cosiddetta ‘opinione dissenziente'” collocata in appendice. Cassese affida conclusione della sua argomentazione alla citazione di una lunga frase di Georges Vedel, da lui lodato come “uno dei grandi maestri del diritto costituzionale francese. E’ una stroncatura dell’opinione dissenziente, e non solo: “a coloro che vogliano danneggiare gravemente il Conseil constitutionnel offro due ricette infallibili: la prima è quella di affidare alla Corte stessa l’elezione del suo presidente, l’altra è quella di ammettere l’opinione dissenziente, questa sarebbe ancora più efficace della prima” (p. 285). In via di principio, ma anche fortemente influenzato dall’esperienza della Corte Suprema nella quale spesso le dissenting opinions, scritte sotto forma di brevi trattarti di altissima cultura giuridica e politica,hanno avuto il merito di consentire la costruzione di una giurisprudenza alternativa e migliore, personalmente riterrei utili i pareri dissenzienti. Credo che avrebbero una duplice funzione positiva. Aprirebbero la strada al miglioramento delle sentenze e, anche alla luce di quanto Cassese scrive, obbligherebbero i giudici a studiare di più e a prepararsi meglio.

Nei suoi nove anni alla Corte, Cassese non deve essersi fatto molti amici. I suoi giudizi sui “compagni di viaggio” non sono mai lusinghieri; anzi, sono per lo più molto critici, persino, e questo aggettivo non è una esagerazione, devastanti. La citazione di quelli che Cassese chiama weberianamente “tipi ideali” merita di essere lunghetta: “–conosce due argomenti e su quelli interviene regolarmente. Il resto non gli interessa. … –Si appisola durante le udienze. Buon uomo, studia poco, fa proposte, ma è pronto ad accettare l’altrui punto di vista. E’ ferrato su un solo argomento. … –Di poche parole, coglie i problemi, se la cava sempre con poco, ma ciò che è peculiare di una Corte costituzionale gli sfugge. … –Ha preso la sua nomina alla Corte come l’attribuzione di una onorificenza. Non si prepara, i suoi assistenti mandano in giro appunti sciatti, non interviene. E, in più, ha un pessimo carattere e risponde piccato a ogni piccola osservazione o domanda. … –Pontifica, ma studia poco, quasi solo le sue questioni. … –Ha passione per una o due materie, e su quelle si impunta. E’ capace di ingaggiare battaglie infinite che sfiancano la Corte. … –Attento e preparato, ma non ha capito quale sia il ruolo della Corte costituzionale. … –Ha un alto concetto di se stesso, che manifesta spesso con voce adirata e solenne, anche se pretende di avere humour. Legge quello che gli preparano” (pp. 235-237). Ho cercato di indovinare quali ritrattino riguardino Sergio Mattarella, che fu compagno di viaggio dall’ottobre 2011 al gennaio 2015 e di Giuliano Amato, eletto nel settembre 2013. Forse è Mattarella la “mente fine, ottima preparazione, molto buon senso, ma tendenza a dar ragione al legislatore, nel tentativo di lasciare le cose come stanno”. Quanto ad Amato, non avrei dubbi: “la miglior mente della Corte, colto, sottile, analitico, ascoltato. Le sue esperienze precedenti gli fanno spesso superare il limite fra argomenti forti e ragionamenti avvocateschi”, ma proprio non lo conosco e non riesco ad immaginarmelo, come conclude Cassese, “infiammabile”.

Mi sono limitato a citare questi nove sintetici profili, ma Cassese ne ha tracciati più del doppio. Non ho visto aggettivi femminili e mi chiedo se le donne giudici siano davvero immuni dai difetti che Cassese rileva negli altri. Riassumendo direi che Cassese avrebbe desiderato compagni di viaggio dotati di tre caratteristiche ovvero, almeno disponibili ad impegnarsi per acquisirle: primo, studiare e imparare per operare a tutto campo; secondo, non subordinare la Corte né ai potenti in politica ovvero alla politica dei potenti né al Parlamento; terzo, sapere combinare cultura, non soltanto giuridica, con rigore analitico ed espositivo. Dopodiché, non riesco a resistere alla tentazione, provocatami dall’autore, di chiedermi che cosa avrebbero scritto di Cassese i suoi compagni di viaggio se avessero avuto voglia di lavorare un po’ di più. Forse: “grande lavoratore, ma spesso in giro per convegni e occasioni di vario genere in Italia e all’estero; eccessivamente meticoloso al limite dell’azzeccagarbugli anche se preparatissimo; un po’ spocchioso, troppo sicuro di sé, talvolta arrogante, convinto, a torto, di potere cambiare l’andazzo”. Certamente, Cassese non è riuscito a cambiare l'”andazzo” né nel modo di lavorare della Corte (si veda il documento a uso interno datato 2008: “Sul funzionamento della Corte costituzionale”) né quanto alle modalità di selezione del Presidente della Corte.

Da tempo, con pochissime eccezioni, abituati a eleggere Presidente il loro collega più vicino alla scadenza, i giudici costituzionali hanno perseverato in questa pratica, che consente uno scatto di indennità e una pensione più elevata, oltre, naturalmente, al prestigio per tutta la vita di Presidente Emerito. E’ una prassi frequentissima (sei presidenti già nei primi sette anni di Cassese alla Corte) che ha incontrato severe e ripetute obiezioni anche di funzionalità da parte sua: “un organo costituzionale non può cambiare presidente ogni pochi mesi” (p. 208) e “è un presidente vero chi sia eletto e resti in carica sei mesi o meno?” (p. 225). Con ammirevole coerenza, quando era oramai arrivato il suo turno per anzianità di servizio e vicinanza alla scadenza, Cassese si è chiamato fuori dalla corsa spiegando le sue ragioni in una lettera che riporta nel diario. Imperterriti i giudici hanno eletto chi, Giuseppe Tesauro, sarebbe rimasto in carica per circa tre mesi, dal 30 luglio al 9 novembre 2014. Presiedette una sola Camera di Consiglio e certamente non sarebbe stato in grado di garantire nessuna continuità di indirizzo né proporre cambiamenti al modo di lavorare, ma ha dovuto passare rapidamente la carica al più anziano dei potenziali successori. Come si dice? I giudici costituzionali non si fanno mancare niente.

I nove anni alla Corte costituzionale sono sicuramente stati un’esperienza interessante, ma altrettanto sicuramente, dal diario di Cassese, appare che debbono essere stati anche molto frustranti. “Non c’è dubbio che il lavoro della Corte consista in un grande esercizio di logica e di retorica, la prima usata per analizzare e capire, la seconda per convincere. La Corte è, invece, la prigione della fantasia e dell’intuizione, in cui pure consiste il lavoro scientifico” (p. 132). Per sua grande fortuna e virtù, nei suoi nove anni Casese ha saputo fare moltissime altre cose poiché aveva la capacità, il prestigio, le conoscenze (non soltanto di persone e di tematiche, ma anche linguistiche), la voglia di confrontarsi con altri giudici, altri professori, altre Corti. Cassese cita, sempre con compiacimento, la sua partecipazione a seminari internazionali, soprattutto a quello annuale, molto importante, di Yale, ma anche alla Columbia University, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania. Affiora in qua e in là anche un po’ di nostalgia per la perduta attività accademica: lezioni, seminari, incontri con studenti, mentoring.

Non so come reagiranno i giudici ex-colleghi di Cassese al suo pungentissimo diario. I meno capaci, che sembrerebbero la maggioranza, passeranno oltre. Sarebbe molto utile, un vero servizio alle nostre conoscenze sulla Corte e sui suoi rapporti con le altre istituzioni, che i pochi giudici capaci decidessero di confrontarsi almeno con le tesi di Cassese sulla necessità di riformare il lavoro della Corte, di ridefinire i suoi interventi, di segnare i confini con il Parlamento e il governo. Una cosa so, per certo. Nella Corte è arrivato un giudice dotato di tutte le qualità di Cassese, come conoscitore della Costituzione, come capacità di lavoro, come prestigio e rapporti internazionali, e di molto maggiore esperienza politica. Attendo per tempo debito, senza fretta, ma con enorme curiosità, il suo diario.

Sabino CASSESE, Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 319 Euro 22,00

Pubblicato su Paradoxa, ANNO IX – Numero 2 – Aprile/Giugno 2015

Una letale spirale di sfiducia

Una volta avuta la prova che quella di Tsipras in un referendum che non avrebbe mai dovuto indire (altro che prova di democrazia) è stata una vittoria di Pirro, le diciotto democrazie dell’Eurozona hanno concesso al Primo ministro greco una nuova possibilità. Cancellando, alla faccia del “popolo” greco, ovvero di quel terzo che aveva votato “No” alle condizioni del negoziato, i suoi impegni, Tsipras è stato obbligato a fare nuove proposte. In sostanza, ha guadagnato, o perduto, a seconda dei punti di vista (il secondo mi pare più convincente), tempo. Crescono i problemi in Grecia, le banche rimangono chiuse, i debiti accumulano altri interessi. Tuttavia, la proposta greca, non più appesantita dall’ingombrante figura di Varoufakis, va, almeno nelle riforme interne che Tsipras tardivamente promette, nella direzione giusta. Anzi, si pone nel solco dei sacrifici già fatti, con lacrime e sangue, ma anche con successo, da Irlanda, Portogallo, Spagna.

Purtroppo, per Tsipras, per la Grecia e, ahinoi, per tutti paesi dell’Eurozona, ha fatto la sua inevitabile comparsa un altro fattore, finora solo strisciante: la fiducia. Nelle democrazie, come sono tutti i sistemi politici dell’Unione Europea (anche se il capo del governo ungherese Orbàn fa del suo peggio in materia), contano le opinioni pubbliche. I politici più avvertiti tengono grande conto delle loro opinioni pubbliche. Non le insultano; non le ingannano. Se sono capi di organizzazioni partitiche vere, radicate, come si dice nell’italiano politichese, “nel territorio” hanno antenne sensibili che riportano quanto si sente, quanto si muove, quanto si preferisce. Non soltanto i tedeschi, ma molti capi di governo hanno ricevuto dalle loro opinioni pubbliche un’informazione sgradevole, ma, sicuramente, degna di attenzione.

La maggioranza degli europei non si fidano dei greci. Pensa che fanno promesse che non manterranno. Non li ritengono credibili neppure, come scrisse Virgilio nell’Eneide, quando “portano doni”. E Tsipras non ha proprio nessun dono da portare. Al contrario, vorrebbe esenzioni, proroghe, addirittura regali. Per di più con le sue dichiarazioni, da ultimo, con il suo discorso al Parlamento Europeo, ha cercato, in maniera davvero troppo orgogliosa, di scaricare buona parte della responsabilità delle condizioni del suo sventurato paese sulle spalle dei creditori, definendoli “terroristi”, delle banche e dei banchieri e, indirettamente, dei paesi più solidi dell’Unione Europea, di quelli che rispettano le regole e pretendono che tutti lo facciano. Soltanto coloro che rispettano le regole sono poi legittimati a chiedere che siano cambiate, magari spostando le politiche comuni dall’austerità alla crescita.

Se, come sembra, il negoziato all’Eurogruppo scivola dai numeri, dalle riforme, dalle promesse alla fiducia, allora un suo esito positivo appare sempre più difficile, molto improbabile. Non è chiaro se la Germania, non priva di sostenitori fra gli altri stati, desidera davvero escludere la Grecia dall’Eurozona, dandole cinque anni nei quali rimettere in sesto le sue finanze, con una sua moneta e con il pieno controllo della sua economia –per quanto “piena” possa essere l’autonomia economica di un paese piccolo e molto impoverito. Quello che, invece, è lampante è che la mancanza di fiducia reciproca distrugge qualsiasi possibilità di tenere insieme un progetto, quello dell’unificazione europea, nato proprio intorno alla volontà di sei, dieci, quindici, infine ventotto paesi, di credersi parte di uno stesso mondo. Come l’Eurogruppo riesca a uscire dalla spirale letale della mancanza di fiducia è impossibile prevederlo.

Pubblicato AGL il 12 luglio 2015

I numeri della Grecia e Beckett

La terza Repubblica

Compulsando i dati di quella che è stata definita con tanta retorica “la vittoria del popolo greco”, qualcuno dovrebbe, anzitutto, chiedersi se i “sì” sono stati espressi dai turisti euro settentrionali oppure da un’altra parte consistente dello stesso popolo. I numeri contano. Eccoli: elettori 9.858. 508. Votanti 6.161.140. Voti NO 3.558.450. Percentuale del “No” sugli aventi diritto circa 36 o poco più: un “mandato” espresso dall’incirca un quarto degli elettori greci. Un mandato a dire “no” a proposte che, nei negoziati erano già state superate. Varoufakis se ne va in moto e, come se il Ministro dell’Economia da lui nominato avesse applicato una sua politica personale, Tsipras riprende a negoziare da dove aveva lasciato. Peggio, poiché la situazione greca si è inevitabilmente deteriorata. Applausi dalle “sinistre” sinistre europee, ma anche dalle destre, strange bedfellows, bizzarre compagne di letto, direbbero gli anglosassoni, che se ne intendono. Tsipras viene lodato come colui che, se vincesse, farebbe saltare il banco dei banchieri e dei tecnocrati, se non fosse che sia il Consiglio Europeo, formato da capi di stato che hanno vinto le elezioni nei rispettivi paesi, i quali non sono né più né meno legittimati di Tsipras, ma diciotto contro uno, sia la Commissione Europea, nominata da quei capi di governo, incluso il greco, pensano che gli impegni presi vanno onorati, anche per rispetto ai paesi che li hanno tradotti in politiche sgradevoli, ma in definitiva utili. Infine, smentendo in pratica tutte le critiche ai tecnocrati senza cuore, soltanto gli interventi del più importante dei tecnocrati, Mario Draghi, hanno finora tenuto a galla quel che rimane dell’irriformata economia greca. Ma, anche per il banchiere centrale c’è un limite oltre il quale, in assenza di misure serie, non può andare.

Esaltato dagli applausi delle sinistre e delle destre nazional-populiste e dai commenti lacrimevoli di fin troppi giornalisti, Tsipras ha provato a ricominciare da dove aveva lasciato. Anzi, ha creduto che il suo nuovo inizio fosse rafforzato dal voto. Invece, quel voto “NO” prova soltanto che la maggioranza dei greci non ha capito che fuori dall’Euro nessuna moneta nazionale li salverà da un ulteriore peggioramento delle loro condizioni di vita dalle quali non uscirà senza l’aiuto dell’Unione Europea e senza una guida responsabile che non scarichi le sue inadempienze proprio sui suoi concittadini (e su ripetute svalutazioni).

L’ultimo, almeno momentaneamente, inganno è probabilmente il più grave e il più fuorviante di tutti. Tsipras non sta affatto negoziando per imporre all’Unione Europea oppure all’Eurozona una politica di crescita e di espansione contro la politica di rigore e di austerity, alternative che, incidentalmente, non contrappongono verticalmente il Nord contro il Sud dell’Europa. Né lui né Varoufakis (né i loro affannati sostenitori al souvlaki) hanno mai argomentato nulla di tutto questo. Tsipras negozia soltanto per ottenere eccezioni, rinvii, proroghe, altri fondi senza offrire nulla in cambio. Di nuovo, ricorrendo all’inglese, more of the same, la stessa minestra malamente riscaldata. Naturalmente, questo non significa che la politica economica dell’Unione non debba essere cambiata, anche presto, anche a fondo. Non significa neppure che si debba lasciare andare a fondo la Grecia, i cui governanti, peraltro, Tsipras compreso, se lo meritano. Significa, invece, che le regole prima si rispettano, poi si cambiano convincendo i governanti democraticamente eletti che esistono regole migliori e più efficaci. Molto rabbuiato, l’irlandese Samuel Beckett ha comunicato al Ministero della Cultura greco che, se può servire a qualcosa, è disposto a cambiare titolo alla sua immortale pièce: En attendant Tsipras.

Pubblicato su Terzarepubblica.it

La vittoria di Pirro del governo di Atene

La vittoria del NO nel referendum greco, meglio, in quanto indetto dal governo, un plebiscito, è di proporzioni indiscutibili. E’ preferibile non contare gli astenuti, dei quali è corretto sostenere che non hanno voluto farsi contare e che, comunque, una volta raggiunto il quorum del 40 per cento, non sono da contare. Il capo del governo, leader di Syriza, Alexis Tsipras ha, dunque, vinto, ma ha ottenuto e, quel che più importa, otterrà quel che voleva? In pratica, la maggioranza degli elettori greci ha respinto le condizioni poste dalla Commissione Europea il 25 giugno per rinegoziare i debiti greci. Queste condizioni erano già state cambiate qualche giorno dopo, ma, certamente, risultavano egualmente inaccettabili a Tsipras e al suo strafottente Ministro dell’Economia Varoufakis.

Tornando a Bruxelles carico dei voti ottenuti in patria, Tsipras potrebbe chiedere di ricominciare dal secondo pacchetto, ma i negoziatori europei e del Fondo Monetario Internazionale difficilmente gli concederanno questo “ritorno”, vale a dire che su quell’ultima offerta non c’è più negoziato possibile. D’altronde, dal momento che si è fatto molto discutere di democrazia, anche se malamente, chiunque potrebbe ricordare a Tsipras che gli elettori del NO gli hanno dato, questa volta, un mandato sufficientemente chiaro: non accettare il pacchetto proposto dai creditori. Certo, Tsipras potrebbe sostenere che sul secondo pacchetto non esiste nessun veto democratico, ma i creditori gli chiederanno di attuarlo tutto e subito.

Ci sono due verità accertabili. La prima è che qualsiasi problema intercorra fra creditori e debitori bisogna che fra loro si stabilisca un rapporto di fiducia. Tutti i leaders europei, in special modo quelli che contano anche perché hanno le loro finanze in ordine, sono appoggiati dalle rispettive opinioni pubbliche in una convinzione: dei greci non ci si può fidare. Secondo i dati dell’Eurobarometro, sondaggio semestrale su molte migliaia di cittadini europei, soltanto il 30 per cento pensa che i greci siano affidabili, per i tedeschi la percentuale sale a più dell’80, soglia oltre la quale si trovano anche, come ci aspetteremmo, tutti i cittadini dei paesi nordici. Seconda verità: Tsipras si è sostanzialmente legato le mani. Da giocatore d’azzardo potrebbe anche cercare di sostenere che il mandato ricevuto non si applica a eventuali nuove offerte dei creditori, che, peraltro, è molto difficile, ma non impossibile, che verranno fatte. Riguarda soltanto il rifiuto delle condizioni del 25 giugno. Questa eventuale affermazione desterebbe preoccupazioni aggiuntive in quasi tutti i governi dell’Unione Europea, nessuno dei quali ha preso le distanze dalle ultime condizioni offerte alla Grecia. Sarebbe ancora più irritante per i paesi, come l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, che non hanno goduto di nessuno sconto e non hanno ricevuto nessun favore e che, dopo i sacrifici (i famosi compiti a casa), si stanno riprendendo (la Spagna alla grande)

Tsipras non gioca da solo. Quindi, molto conterà l’interpretazione che dei risultati del referendum vorranno dare i tedeschi, i francesi, gli olandesi, i finlandesi. Nessuno di loro vuole cacciare la Grecia dall’Euro, ma nessuno di loro vuole farsi prendere in giro con il rischio che si diffonda l’idea e poi, magari, addirittura la prassi di negoziati continui, improduttivi, che non soltanto non migliorano la situazione dei paesi che non hanno governato correttamente la loro economia e fatto le riforme, ma che destabilizzano un’Unione che vuole mirare a essere più coesa, con politiche convergenti e solidali. In estrema sintesi, facendo riferimento, come si deve, alla storia greca, nient’affatto un limpido cammino ininterrotto verso democrazia e sviluppo, l’esito del referendum rischia di essere per Tsipras quasi una vittoria di Pirro. Le sue armate hanno distrutto le proposte del 25 giugno, ma potrebbero trovarsi debolissime nel resistere alle pressioni, più interne che esterne, che sembrano spingere la Grecia ineluttabilmente fuori dall’Euro.

Pubblicato AGL 6 luglio 2015

Vídeo de la intervención Populismo e Instituciones Campus FAES 2015

Guadarrama, Madrid, 2 de julio 2015

 

 

Populismo e Instituciones

Vídeo de la intervención del profesor emérito de Ciencia Política de la Universidad de Bolonia, Gianfranco Pasquino, dentro del curso de Política del  Campus FAES 2015 (duodécima edición )

Campus

FAES Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales

Populismo e Instituciones. Campus FAES 2015 #Madrid

faes g

 

Jueves, 2 de julio a las 12.00 horas

Populismo e Instituciones
Gianfranco Pasquino, profesor Emérito de Ciencia Política, Universidad de Bolonia

campus 3

 

LOCALIZACIÓN: El Campus tendrá lugar en Guadarrama, Madrid.

Centro de Congresos Fray Luis de León, Paseo de la Alameda 39, 28440 Guadarrama

PROGRAMA COMPLETO AQUI

Hoy lunes 29 a las 10:30 h da comienzo la XII edición del Campus FAES. Puede seguir en directo el acto inaugural, así como el resto de intervenciones, a través de nuestra web.

www.fundacionfaes.org

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2 luglio

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