Conciliare sogni e concretezza
La cultura e la scuola ci salveranno, sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, contro i molti che pensano che gli insegnanti siano il problema. L’Europa, quella “cosa” bella sognata da un uomo confinato a Ventotene nel pieno della Seconda Guerra mondiale (magari sarebbe stato preferibile farne il nome: Altiero Spinelli), è il luogo dove troveremo molte soluzioni ai problemi italiani se sapremo comportarci come si deve. L’Europa è il luogo dove dal 1 luglio il Presidente del Consiglio italiano si troverà a collaborare con gli altri capi di governo europei per il suo importante semestre di Presidenza. In maniera molto disinvolta, qualche volta fin troppo (le mani in tasca), Renzi ha cercato di parlare di più alla società che alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Nella parte iniziale del suo intervento, probabilmente, la parte migliore, ha ricordato a tutti, che la politica è un’attività nobile e che chi disprezza la politica non sarà mai grado di guidare una società. Secondo lui, ma la diagnosi è controversa, la società italiana è, da parecchi anni, più avanti della politica cosicché da tempo la politica deve rincorrere la società. La potrà raggiungere esclusivamente se saprà fare le riforme, quelle istituzionali e quelle socio-economiche. Le riforme istituzionali, a cominciare dall’abolizione, urgentissima, delle province e poi dall’approvazione della legge elettorale e, detto con qualche esitazione, vista la sede in cui parlava, del Senato, debbono essere fatte con tutti coloro che le condividono. Le altre non escludono apporti fuori della maggioranza di governo, ma richiedono compattezza e concretezza.
A tratti, Renzi, che non leggeva un testo scritto, è sembrato persino troppo sicuro di sé, accettando, addirittura incentivando, qualche interruzione ad opera dei senatori, in particolare di quelli delle Cinque Stelle da lui sfidati. Qualche volta ha mostrato eccessi di autostima, ricorrendo a una terminologia inusuale nelle aule parlamentari quasi a marcare con lo stile il distacco da un passato in verità molto prossimo e nient’affatto superato. In maniera non proprio originale, ha insistito alla Veltroni sui sogni e sul coraggio. Ha fatto qualche esempio, non sempre calzante, per rendere vivace la sua esposizione. Ha tentato una difficile conciliazione fra coloro che vorrebbero procedere a un’integrazione a maglie larghe degli immigrati (concedendo subito la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia) e coloro che difendono l’identità italiana come un baluardo invalicabile. E’ sembrato disposto a non pochi compromessi, a suo modo di vedere, essenziali per trovare punti d’accordo.
Nel complesso, il suo discorso, interrotto da non molti applausi, ha spiccato soprattutto per il modo con il quale veniva pronunciato, molto meno per la concretezza, rivendicata, ma non sufficientemente esplicitata. I numeri e le date sono stati pochi. I costi e i tempi delle riforme, in special modo, quella cruciale della burocrazia, affidata a una neo-Ministra non proprio preparatissima, non ci è dato conoscerli, mentre prima di entrare in carica Renzi aveva baldanzosamente garantito l’attuazione di una riforma importante al mese. Sono stati i due banchi del governo a mandare un visibilissimo (e, in linea di principio, positivo) segnale: una nuova generazione, salve tre o quattro eccezioni, ha conquistato le cariche e ha conseguito la parità di genere. Le parole del premier, non tutte scelte ad arte, ma a lui congeniali, indicano che almeno il lessico è già cambiato. Non è necessariamente migliore del linguaggio dei politici più capaci della Repubblica, il migliore dei quali sta al Quirinale, ma costruisce aspettative di cambiamento. Però, l’indispensabile passaggio dalle parole ai fatti, quello che Renzi ha insistentemente rimproverato al suo predecessore Letta di non avere saputo fare, rimane inevitabilmente ancora tutto da costruire.
Pubblicato AGL 25 febbraio 2014
Dopo la ricreazione compiti europei
“La ricreazione è finita” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dando inizio al suo Primo Consiglio dei Ministri. Mi sono subito chiesto chi negli ultimi quattro-cinque anni in Italia è riuscito a godersi il tempo della ricreazione: forse i ministri, quelli davvero nuovi, oppure, forse, soltanto lo stesso Presidente del Consiglio che pronuncia la frase con la quale De Gaulle pose fine al maggio francese nel 1968 indicendo elezioni anticipate che vinse alla grande. Dunque, tutti al lavoro a cominciare dal programma e dalle priorità che dovranno essere presentate lunedì all’esame di un Parlamento, speriamo severo e non vociante, capace di arricchirlo di contenuti e di affinarle. Quel programma, con le priorità, i costi e gli esiti previsti, perverrà subito all’attenzione della Commissione Europea e degli operatori economici internazionali. Per tutti costoro, Renzi è ancora sostanzialmente uno sconosciuto allo stesso modo della grande maggioranza dei suoi ministri, compresi quelli allo Sviluppo economico e al Lavoro e Welfare, con la sola di Pier Carlo Padoan.
Non so chi ha storto il braccio di chi nel lungo colloquio fra il Presidente della Repubblica che, secondo l’art. 92 della Costituzione, nomina il Presidente del Consiglio e “su proposta di questo, i Ministri. Vedo, però, che è sparita l’unica personalità che ha una statura e un prestigio europeo e internazionale di enorme rilievo: Emma Bonino. Naturalmente, adesso che deve mettersi a studiare al neo-Ministro Federica Mogherini, per fortuna non priva di una buona preparazione di base, non mancheranno le occasioni importanti, tra India ed Europa, per fare risaltare le sue capacità. Inevitabilmente, la ricerca di novità e il ricorso alla gioventù, entrambi elementi variamente apprezzabili, non possono accompagnarsi con l’esperienza. Purtroppo, chi legge le storie professionali e politiche dei neo-ministri, non può non trovarvi parecchie carenze sul piano europeo. Questo è tuttora un problema condiviso dalla maggioranza degli italiani i quali sono pronti a criticare sprezzantemente l’Unione Europea, conoscendo pochissimo quello che l’Unione è e fa per l’Italia. Anzi, meno la conoscono e più la criticano andando a ingrossare le fila degli euroscettici e degli euro contrari pronti a farsi ipnotizzare dai populisti.
E’ un fatto che le prime sfide economiche e politiche del governo si trovano fin da subito proprio in Europa. Certamente è possibile cominciare a mettere ordine nella casa italiana procedendo al ridimensionamento del debito pubblico, al taglio delle spese dello Stato, alla riduzione dei costi della politica, persino alla creazione di posti di lavoro e alla riqualificazione dei lavoratori (magari esplorando che cosa hanno già fatto i paesi europei “virtuosi”, ma una ripresa seria e sostenuta e una crescita effettiva del Prodotto Interno Lordo passano anche, forse in special modo, attraverso le politiche che saranno concordate a livello europeo, e grazie alla flessibilità che la Commissione (che non è soltanto la Germania) concederà a un governo e a ministri che dimostrino di essere credibili. Nel caso dei ministri italiani la loro credibilità europea non può essere misurata su quello che hanno fatto, ma esclusivamente su come presenteranno e come argomenteranno le politiche che intendono attuare. Proprio come vorrebbe Renzi, in Europa lui e i suoi ministri, donne e uomini debbono metterci la faccia.
La sfida economica è chiara, ma non ne ho sentito la piena consapevolezza. Chi sa se nel non-braccio di ferro Napolitano-Renzi, i due hanno avuto modo di parlarne. Comunque, non se ne vedono riflessi sulla composizione del governo. La sfida politica è altrettanto chiara e assolutamente inevitabile: le elezioni del 25 maggio dei parlamentari italiani al Parlamento europeo. Non sarà ovviamente un test decisivo, ma le percentuali ottenute saranno importanti non soltanto per il Partito Democratico, ma anche, complessivamente, per gli alleati di governo. A mio parere, conterà moltissimo l’impegno del governo e dei partiti che lo sostengono a fare opera di pedagogia politica, a spiegare l’importanza dell’Unione Europea, a inviare a Strasburgo-Bruxelles parlamentari non in “ricreazione” dalla politica italiana, ma impegnati a essere un costante tramite fra i cittadini italiani e le istituzioni europee. La sfida economica e la sfida politica stanno insieme. Il governo italiano avrà tanta maggiore influenza sulle politiche europee quanto più consenso avrà ottenuto nelle elezioni europee e, sconfitti i populisti nostrani, porterà a Bruxelles, persone, convinzioni, affidabilità.
Pubblicato su l’Unità 23 febbraio 2014
I partiti italiani sono ancora in crisi
Mancano poche ore alla nascita di un nuovo Esecutivo targato Matteo Renzi. Su questa imminente realtà e su altri aspetti propri della politica italiana degli ultimi tempi abbiamo “consultato” il Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino
Professore Pasquino, prima Monti, poi Letta e oggi Renzi: le elezioni per scegliere democraticamente il governo politico del proprio Paese nel nostro sono diventate demodé? È corretto dire che la sovranità in Italia spetta ancora al popolo?
In nessuna delle democrazie parlamentari, il popolo sceglie il governo. Ve lo siete inventato voi italiani questo inesistente esito. Ovunque, nelle democrazie parlamentari, il popolo vota i parlamentari designati dai partiti. Contati i voti, si formano le alleanze e il capo del partito che ha più seggi diventa capo del governo. A determinate condizioni, può essere sostituito dal suo stesso partito anche quando gli altri partiti non lo gradiscono più. È sufficiente che, come scrive limpidamente la Costituzione italiana, il governo ottenga e mantenga la fiducia del Parlamento. Naturalmente, il popolo potrebbe pretendere di sceglierli davvero i parlamentari, cosa che non può fare con il Porcellum di Berlusconi e Calderoli e non potrà fare con il Porcellinum (liste sempre bloccate, ma più corte; premietto di maggioranza; pluricandidature, ma non in tutte le circoscrizioni) di Renzi e Berlusconi. Neppure nelle democrazie presidenziali, il popolo sceglie il governo. Elegge il Presidente che nomina i suoi ministri, ma che, poi, come dimostra il caso di Obama, se non ha la maggioranza in Congresso, non riesce a governare.
I partiti “tradizionali” sono – ormai da un ventennio – bollati come istituzioni in crisi di identità e leadership avendo perso il ruolo principale di «formazioni che promuovono la maturazione civile e l’iniziativa del popolo». Lei stesso – cito testualmente uno stralcio di una sua intervista con Costozero datata gennaio 2009 – li definì «organismi burocratici oppure populistici oppure padronali oppure clientelari oppure tutto insieme. Non hanno democrazia interna. Non incoraggiano la partecipazione. Non promuovono il merito». Intravede attualmente in tal senso qualche spiraglio di miglioramento?
No, nei partiti italiani (ma nel resto d’Europa è tutta un’altra storia) non vedo alcun miglioramento. Continua ad esserci un po’ di tutto: un paio di movimenti populisti, uno anche mediatico; un partito padronale; un partito tre quarti personale (il PD di Renzi) e un quarto burocratico; qualche partitino clientelare. D’altronde, se voi italiani continuate a pensare che la politica è una cosa sporca e che i politici sono tutti corrotti, che la società cosiddetta civile è migliore di quella politica, che la politica può essere fatto da chi vede le stelle e manda tutti a Vaffa, non vi meritate niente di meglio. Soprattutto, non avrete niente di meglio.
Passando invece alle nuove metodologie della discussione politica, condivide la scelta di affidare importanti momenti anche di decisione e scelta a dirette streaming, lanci su twitter ed elezioni sul web?
Assolutamente no. Le procedure democratiche non hanno proprio niente a che fare con la demagogia, con i terribili semplificatori, con chi cinguetta, ma non sa su che cosa, con consultazioni in rete fasulle che sono un misero surrogato di comici plebiscitarismi. La democrazia è dialogo, è discussione sull’agenda dei problemi e delle priorità, è confronto fra soluzioni, è votazioni regolamentate nelle quali nessuno perde mai tutte le volte e nessuno vince mai tutte le volte. Al contrario, la rete è una melassa spesso affollata da insulti.
“Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiede il Paese”: in nome di questo sprone cosa dovrebbe prioritariamente fare il nuovo Esecutivo secondo lei?
La richiesta dell’Europa, non della sola Germania, ma anche della Finlandia e della Svezia, dell’Olanda e della Gran Bretagna, è che l’Italia diventi un paese decente, affidabile, che prende impegni e li mantiene, che rispetta e attua le direttive dell’UE, che riforma il sistema giudiziario e riduce la corruzione. Sono cose che qualsiasi politico degno di questa qualifica dovrebbe cercare di fare anche a prescindere dalle richieste provenienti dall’Europa. Il nuovo (con la stessa maggioranza del vecchio, con quasi la metà dei ministri riconfermata: quanto nuovo sarà mai?) esecutivo dovrebbe fare tutto quello che serve a rendere l’Italia un paese “giusto” che ricompensa e premia il lavoro e il merito, che cerca di mettere tutti gli italiani in condizioni di eguaglianza di opportunità, di studio, di lavoro, di vita. Chi le ha viste proposte di questo genere, in streaming o alle Invasioni Barbariche, a Palazzo Vecchio o a Palazzo Chigi? Please, mandatemi un paio di tweets.
di Raffaella Venerando
pubblicata su costozero.it il 19/02/2014
A Renzi è scivolata la pedivella. Si è trovato con l’incarico senza un nome di ministro
Per il politologo Gianfranco Pasquino il segretario Pd è stato vittima della sua irruenza
A Renzi è scivolata la pedivella. Si è trovato con l’incarico senza un nome di ministro
di Goffredo Pistelli
La sfida di Matteo Renzi, per come la raccontano alcuni, parrebbe quella di un giovane laureando, brillante, dotato e di belle speranze, atteso alla discussione di una tesi importante, di ricerca, forse superiore ai suoi mezzi.
Gianfranco Pasquino, allora, è l’esaminatore giusto per un doppio motivo: perché è un politologo di fama e perché la politica l’ha fatta davvero, in parlamento con l’Ulivo, e nella sua Bologna, con una lista civica che ha avuto il suo peso.
Domanda. Professore, facciamo un passo indietro. Questa staffetta era necessaria? Per alcuni osservatori Renzi non aveva alternative: con le europee alle porte e il rischio di vedersi addebitare un’eventuale sconfitta per mano grillina, ha dovuto agire. Lei che ne pensa?
Risposta. Guardi, credo che il vero motivo di quanto è accaduto sia l’irruenza stessa del segretario Pd: non voleva arrivare a un cambio in tempi così rapidi.
D. Dice che la situazione gli è sfuggita di mano?
R. Sì, a forza di pressare e punzecchiare Enrico Letta, siamo arrivati a un punto di non ritorno. Lo si capisce bene dal fatto che non fosse preparato: non aveva pronta una squadra di governo, neppure un nome e le idee esposte sono quelle che il sindaco va affermando da tempo.
D. E il ruolo del presidente della Repubblica, allora, qual è stato? Perché senza dubbio il lungo incontro di lunedì della scorsa settimana al Quirinale, fra lui e Renzi, ha fatto da effetto slavina…
R. Credo che Giorgio Napolitano non avesse per una volta calcolato esattamente quello che stava succedendo. Non si spiega facilmente, dopo un così insistito sostegno a Letta, questo abbandono così rapido. A meno che…
D. A meno che?
R. A meno che, da uomo di partito, e qui l’espressione è usata nel suo senso più alto, abbia valutato scegliere un uomo di partito, un segretario per giunta, che in pieno inverno aveva avuto il 67% dei consensi fra gli elettori alle primarie, e che aveva il pieno controllo della direzione di quella forza politica. Tutte caratteristiche che Letta non poteva offrire. Napolitano avrebbe pensato cioè che quella fosse una soluzione migliore per il Paese. Sarebbe stata cioè la scelta di tornare a un governo politico. Perché non si può dire certo che l’esecutivo che verrà sarà «di servizio, come sostiene qualcuno
D. Se, come dice lei, Renzi si è trovato a Palazzo Chigi in tempi non preventivati, ora che cosa deve fare? Correre, immagino…
R. No, guardi. L’errore sarebbe proprio quello: mettersi a correre. Se lo facesse dimostrerebbe che non ha capito niente della politica italiana. Innanzitutto, all’opposto, deve ragionare e prendere il tempo che ci vuole per fare una coalizione capace di durare. Se no si troverà a farla con B. e il partito gli si spaccherà in mano.
D. Non corra, lei dice, ma la scaletta delle riforme annunciate e da passo di marcia. Anche se si tratterà di fare dei decreti: quattro in altrettanti mesi, non sono pochi…
R. Nessuna delle riforme che Renzi ha menzionato si può fare in trenta giorni. Al massimo, se va bene, ci vuole un mese e mezzo per farne approvare una da un ramo del Parlamento. Sa cosa diceva Giuliano Amato che, oltre a essere stato due volte premier, ha fatto il ministro del Tesoro?
D. La fermo: potrebbe essere un ministro adatto per il governo Renzi?
R. Certo, ma non credo voglia lasciare la Corte Costituzionale, per un esecutivo che potrebbe durare anche solo un anno…
D. Capisco. Prosegua pure…
R. Amato diceva che un governo è un naufrago in una mare procelloso: un disegno di legge è come un messaggio dentro una bottiglia e quando, dopo 7-8 mesi, arriva a destinazione, è illeggibile, perché ha preso acqua.
D. Lei è scettico…
R. Intanto la legge elettorale non appare più una priorità, perché un governo che vuol durare fino a fine legislatura non si mette certo all’animo di farla.
D. Quindi la priorità quale diventerà?
R. Immagino il rilancio dell’economia e dell’occupazione per la quale, intanto, Renzi dovrà trovare un buon ministro perché Flavio Zanonato non ha dato davvero una buona prova di sé.
D. Ecco, Renzi deve trovare i ministri adatti. Proviamo dargli qualche suggerimento. L’economia la scansano tutti, pare…
R. Se Mario Monti abbassasse la cresta, sarebbe l’uomo adatto: è conosciuto internazionalmente, apprezzato dai mercati e dagli operatori economici, è stimato, ha una visione europeista.
D. Se abbassasse la cresta, lei dice…
R. Ma sì, dovrebbe mettere da parte le sue aspirazioni di politico dell’ultimo periodo e recupere il suo profilo di grande tecnico. Dovrebbe cioè entrare in una logica di ministro, cosa che comporta la necessità di negoziare.
D. Qualcuno aveva suggerito Romano Prodi…
R. No, troppo ingombrante per Renzi. Non se lo potrebbe permettere. E poi creerebbe divisioni anche col Nuovo centro destra. Semmai un buon nome potrebbe essere Stefano Fassina.
D. E col «Fassina chi?» come la mettiamo?
R. Sì, si possono fare le battute ma si è formato alla Bocconi, ha fatto il viceministro, parla inglese.
D. Ha lavorato al Fondo monetario internazionale, certo. Restano gli scontri violentissimi degli ultimi due anni, però…
R. L’accantonamento delle questione personali sarebbe un gran segno di maturità da parte di Renzi. Pier Carlo Padoan, di cui si parla molto, è un ottimo economista ma di peso politico ne ha poco.
D. E le altre riforme, professore, come le vede? C’è chi dice che quella, annunciata, delle burocrazie possa essere la più rischiosa, in quanto il sistema potrebbe di fatto ribellarsi…
R. È una responsabilità che chi vuol cambiare, come Renzi, deve assumersi. Riportare sotto controlla l’alta burocrazia è un compito storico. Quando la macchina amministrativa tornerà a mettere a disposizione della politica le competenze, che ci sono, sarà un gran giorno. Ma, fra i nomi che sento, non ce n’è uno che sia in grado.
D. Lei chi vedrebbe adatto alla bisogna?
R. Certo, uno che sarebbe in grado è ancora Franco Bassanini.
D. Rischi politici, ce ne sono professor Pasquino? Silvio Berlusconi, pur grato per la rottamazione dell’antiberlusconismo, potrebbe non gradire l’accelerazione renziana…
R. B. non ha sufficiente potere politico per intralciare Renzi. Certo, è contento di tornare in televisione, ma ha subito una dura sconfitta in Sardegna, dove si era impegnato personalmente, e andrà male alle europee dove non potrà candidarsi e quindi usare il suo cognome e ad averne il traino che sappiamo.
D. Pericoli interni, ce ne sono?
R. Nel Pd, intende? Non vedo una sfida vera e propria ma, quello sì, uno strato di persone che non vogliono il successo di Renzi, facendosi sostenitori passivi o oppositori morbidi. Come questo Pippo Civati che va a sobillargli i senatori contro. Insomma, non si fa così.
D. Ed alleati come Dario Franceschini, alla lunga terranno?
R. Mi pare che Franceschini stia aspettando la ricompensa per tutto quello che ha fatto, dal congresso in qua. E credo che l’avrà. L’uomo comunque è tutt’altro che privo di qualità.
pubblicato su ItaliaOggi 19/2/2014, pag. 7
El renzismo, ¿un globo pinchado?
INTERNACIONAL / CRISIS POLÍTICA EN ITALIA
El renzismo, ¿un globo pinchado?
18 de febrero de 2014
Gianfranco Pasquino*
– Matteo Renzi ha aceptado el encargo de Napolitano. ¿Le será fácil formar Gobierno?
–Sí, será bastante fácil formar Gobierno. Después, lo que le será bastante complicado es hacer funcionar un Ejecutivo en el cual el primer ministro no tiene ninguna experiencia y ¡tiene muchísima prisa!
– Dos de sus «ministrables» (Barico y Farinetti) ya le han dicho que no, pero Renzi espera presentar a su Gabinete en los próximos días. ¿Sus planes para Italia son demasiado ambiciosos?
–Muchos más de dos. Los planes de Renzi son, en palabras, ambiciosísimos. Sobre todo en el contexto de la realidad de un país donde siempre hay mucha resistencia a cualquier cambio. Por lo que sus ambiciones se verán reducidas y restringidas.
– ¿Dónde cree que tendrá más problemas el nuevo Gobierno? El líder del PD aspira a agotar la legislatura, pero si las reformas y la economía siguen estancadas parece difícil…
–Será muy difícil agotar la legislatura. Justamente, la vida del Gobierno va a depender de su capacidad de hacer reformas en la economía: crear empleo, recortar los gastos del Estado, producir crecimiento… Los desafíos del próximo ministro de Economía son enormes. Y también tendrá que hacer reformas electorales e institucionales. El comienzo no ha sido brillante.
– Renzi es un gran comunicador, no sólo ha llegado antes a la cita con Napolitano, también ha ido en su propio coche y ha dicho que su prioridad es el empleo, principal problema de «su generación», recordando que es joven. Con estos gestos, ¿convencerá a la sociedad italiana, tan desencantada con la clase política, y hará que se olviden de que no ha pasado por las urnas?
–Comunicar no es gobernar. Demoler la generación de los viejos políticos no crea automáticamente una generación de políticos (y políticas) jóvenes y excelentes. No, la sociedad italiana se queda bastante desencantada con toda la clase política. Espera a ver lo que Renzi haga. Menos palabras y más hechos. No, no es un problema si Renzi no ha pasado por las urnas. Sería un problema si Renzi (nos) llega a través de las urnas después del fracaso de su Gobierno. Pero las expectativas no son muy altas.
– ¿Qué puede hacer ahora el Movimiento 5 Estrellas? Parece que se ha quedado muy aislado, aunque sea de hecho el segundo partido más votado…
–El Movimiento 5 Estrellas está aislado porque no sabe y no quiere buscar aliados. Es un movimiento de protesta (y no de propuesta) con parlamentarios sectarios y sin experiencia, sin preparación, sin conocimientos. El triunfo de la antipolítica significa no saber cómo hacer política.
*Ex senador y politólogo italiano. Profesor de la Universidad de Bolonia y de la Universidad Johns Hopkins. Preguntas elaboradas por Esther S. Sieteiglesias
pubblicato su La Razon.es
E’ appena uscito in libreria “Politica e istituzioni”
Politica” è quello che uomini e donne fanno nella città (polis) per convivere, governarsi, difendersi, prosperare. Definire la “politica” significa però – oggi più che mai – fare i conti anche con l’antipolitica (una critica della politica, accettabile e persino utile) e perfino con il rigetto della politica (atteggiamento, questo, deplorevole e controproducente). Studiare la politica significa occuparsi di alcuni temi fondamentali, ai quali il libro dedica rispettivamente un capitolo: perché e come votare? che cosa sono i partiti? che cosa sono invece i movimenti? chi fa le leggi? come funzionano e quali sono le differenze tra le diverse forme rappresentative (parlamentarismi, presidenzialismi, semi-presidenzialismi… )? Accanto a questi temi più istituzionali, il volume affronta infine aspetti legati alla nuova dimensione della “democrazia 2.0”: dal labile confine tra populismo e politica al futuro della democrazia stessa.
I contenuti digitali del volume a corredo del volume sono stati curati da Marco Valbruzzi. Per accedervi, collegarsi a sito http://www.mybook.egeaonline.ite inserire il codice stampato sul retro di copertina.
Indice
1 Studiare la politica (e l’antipolitica)
1.1 Difficile, criticabile, imprescindibile
1.2 L’antipolitica
1.3 Le cose della città
1.4 La scienza della politica
1.5 Il metodo comparato
1.6 Potere, ma non solo
2 Il voto e i sistemi elettorali
2.1 Votazioni formali e democrazia
2.2 Votare o non votare?
2.3 L’universo dei sistemi elettorali
2.4 Proporzionali e rappresentativi?
2.5 Il potere degli elettori
2.6 Oscuro oggetto del desiderio
3 I partiti non sono affatto partiti
3.1 Definizione e indispensabilità
3.2 Organizzarsi in partiti
3.3 Molteplicità di partiti
3.4 Che cosa fanno i partiti
3.5 I sistemi partitici
3.6 L’insostituibilità dei partiti
4 Movimenti e mobilitazione
4.1 La politica non si esaurisce nei partiti
4.2 Interessi partitici, ideali in movimento
4.3 Partecipanti movimentati, come e dove
4.4 Chi si movimenta?
4.5 Le risposte delle autorità
4.6 Successi e riflussi
4.7 Dell’istituzionalizzazione
4.8 Movimenti violenti e terrorismi
4.9 Infelicità e riflusso
5 Leggi e rappresentanza
5.1 Democrazie compiutamente dirette e critiche anti-parlamentari
5.2 Una o due Camere
5.3 Chi è il legislatore?
5.4 Il Congresso USA legislatore
5.5 Rappresentanza e mandato
5.6 Mandato e trasformismo
5.7 Altri compiti di Parlamento e parlamentari
6 Chi è il più forte? Modelli istituzionali a confronto
6.1 Un uomo solo al comando è davvero il più forte?
6.2 Presidenti istituzionalmente deboli
6.3 Un’altra storia: le democrazie parlamentari
6.4 Semipresidenzialismo o iperpresidenzialismo?
6.5 Potere istituzionale e politico dei capi dei governi parlamentari
6.6 Lezione comparata: cercare meglio
7 Populismo e politica 2.0
7.1 La democrazia è in crisi. Vogliamo democrazia
7.2 Dal popolo, del popolo, per il popolo
7.3 Elezioni e diritti
7.4 La democrazia competitiva di Schumpeter
7.5 Crisi della e crisi nella democrazia
7.6 Cessione e perdita di sovranità
7.7 Cittadini democratici e cittadini populisti
Bibliografia essenziale
Il predicatore disarmato
Non un re, ma un predicatore disarmato: così è apparso il Presidente Napolitano nel suo ottavo discorso di Capodanno. La troppo frequentemente utilizzata metafora del re è assolutamente inappropriata. Da un lato, Napolitano è stato democraticamente eletto e rieletto da due parlamenti diversi per composizione politica e demografica, con il secondo parlamento, l’attuale, significativamente ringiovanito. Dall’altro, non soltanto non desiderava la rielezione e non l’ha in nessun modo sollecitata, ma la aveva anche dichiarata inopportuna per ragioni istituzionali e personali. Lo ha ribadito nel suo più del solito asciutto, sobrio, severo discorso di Capodanno annunciando (non minacciando) anche la sua intenzione di andarsene quando la situazione italiana sarà migliorata, quando la sua pres(id)enza non sarà più necessaria. Non essendo un re, Napolitano non ha un erede designato ed è lecito dubitare che il Parlamento partorito dal Porcellum incontrerà enormi difficoltà, notissime al Presidente, nell’elezione del suo successore: una ragione in più per non uscire frettolosamente di scena.
Non un re, ma un predicatore il quale, però, è disarmato. Deve agire, e Napolitano lo sottolinea puntigliosamente, ma senza astio, subendo una “campagna calunniosa di ingiurie e di minacce”, sostanzialmente prive di fondamento e addirittura ridicole. I suoi comportamenti, anche i più innovativi e sorprendenti non hanno mai travalicato i limiti dei suoi poteri costituzionali. Contrariamente ai suoi disinvolti e supponenti critici, giunti a sventolare la carta della messa in stato d’accusa, Napolitano conosce quei limiti e anche le opportunità molto meglio di tutti loro, compresi i giuristi “presidenziabili” secondo Grillo e Travaglio. Lo ha dimostrato in più occasioni, la più recente delle quali è sfociata nella riscrittura ad opera del governo di un deprecabile decreto, da lui subito respinto. Lo dimostra sostenendo il governo contro tendenze destabilizzanti e distruttive che renderebbero impossibile formulare disegni di ripresa che hanno bisogno di un orizzonte più lungo. E’ la concezione che Napolitano ha dell’unità nazionale, inevitabilmente non condivisa dalla neanche troppo strana coppia dei leader extraparlamentari Grillo e Berlusconi, che motiva la sua convinzione che le scelte del governo debbano essere lungimiranti e continuative.
Come molti si aspettavano e avevano fin troppo facilmente previsto, il Presidente ha giustamente insistito sulla necessità di riformare la politica e le istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Peccato che, dopo avere sottolineato il ruolo centrale del Parlamento, il Presidente abbia detto che non spetta a lui indicare concretamente e precisamente i contenuti delle riforme da fare. Eppure sarebbe davvero importante sentire dalla sua voce (o dalla sua penna, con un solenne Messaggio al Parlamento)quale legge elettorale consentirebbe di avere un Parlamento migliore, di dare vita ad una dialettica politica fatta di confronto di idee e di proposte, di restituire potere agli elettori, di costruire governi stabili e duraturi. Non basterà il sacrificio dei cittadini italiani di cui il Presidente ha letto alcune lettere accorate nel tono, molto civili nella sostanza. Sarà certamente utile il coraggio di innovare da parte di molti imprenditori. Tuttavia, se non cambiano profondamente le modalità di fare politica in Italia non sarà possibile sfruttare l’importante occasione del semestre italiano di Presidenza in Europa, quell’Europa dei valori e dei diritti nella quale Napolitano crede profondamente. Quell’Europa che costituisce un altro dei temi che lo separano dai suoi critici, più o meno populisti, certamente ignoranti e manipolatori. L’esercizio presidenziale di moral suasion continua con tenacia, sostenuto dalla convinzione che qualche volta le idee riescono a fare breccia nel muro di gomma del potere, che i predicatori disarmati riescono ad avere successo. Gli italiani e il governo sanno di potere contare sulla competenza costituzionale e sulla saggezza politica del Presidente. A ognuno la sua parte.
Straordinariamente necessario e urgente: il superamento del bicameralismo
Di chi è la responsabilità del decreto milleproroghe? Del governo, che non sa calcolare modi e tempi dei suoi provvedimenti? oppure del Parlamento che non sa svolgere il suo compito: analizzare, emendare, approvare in tempi decenti le leggi che attuano il programma di governo e che cerca, invece, di legiferare secondo le preferenze di parlamentari e partiti che rispondono alle sollecitazioni di gruppi esterni? Tra qualche giorno, forse, ascolteremo per l’ennesima volta i Presidenti delle due camere vantarsi competitivamente del numero di leggi approvate dai loro deputati e senatori. Secondo i due Presidenti, ma anche secondo la maggior parte dei commentatori, quanto più produttivo di leggi è un Parlamento tanto migliore sarebbe il suo funzionamento. In base a questo criterio il peggior Parlamento al mondo è quello inglese che nel corso del suo intero mandato fa, ovvero, meglio, esamina e approva, un numero di leggi pari a quelle che il Parlamento italiano produce in un anno anche politicamente tormentato.
In verità, se il governo è letteralmente costretto a emanare un decreto che proroga la scadenza di non proprio mille, ma quasi, decreti e leggine, questo è dovuto, essenzialmente, alla lentezza e alla farraginosità di funzionamento del Parlamento italiano. Anzitutto, un Parlamento bicamerale paritario raddoppia, quasi inevitabilmente, i tempi di esame e di approvazione di qualsiasi disegno di legge che deve passare dalle Commissioni di merito e poi dalle aule di entrambe le Camere. Inoltre, il bicameralismo non serve affatto, come pensarono o speravano i Costituenti, a migliorare la qualità della legislazione. Al contrario, proprio il numero dei “passaggi” fra una camera e l’altra consente alle lobby e alle corporazioni di qualsiasi tipo di avere più tempo e di escogitare più modi per intervenire su quei testi, con esiti migliorativi esclusivamente per i loro particolaristici interessi. Infine, per quel che riguarda specificamente il decreto mille proroghe (in altri anni detto “omnibus” poiché si occupava di tutto un po’), da un lato, alle milleproroghe si è impropriamente aggiunto ad appesantirlo il decreto “salvaRoma”; dall’altro, non bisogna dimenticare che praticamente per quattro mesi, da gennaio alla fine di aprile, non c’era nessun governo in grado di introdurre la legislazione necessaria. Nessuna sorpresa che si sia verificato un accumulo di provvedimenti, alcuni dei quali importanti e, dunque, anche fonte di divisione nella maggioranza.
Le responsabilità del governo impallidiscono di fronte a quelle di un Parlamento guidato da Presidenti neofiti che non hanno le conoscenze e neppure la forza politica personale per pilotare, come dovrebbero, i disegni di legge del governo, per imporre tempi certi, per bocciare gli emendamenti evidentemente clientelari, per contrastare quei parlamentari, facilmente identificabili, che, non contrastati dai loro capigruppo, sono portatori di interessi lobbistici. Lasciato a sé, qualsiasi parlamento, ma, in particolare, il Parlamento bicamerale e ipertrofico italiano non può che produrre una legislazione frammentaria, composita, mal formulata, fatta di scambi fra gruppi di parlamentari sia di maggioranza che di opposizione. Molti di questi inconvenienti conducono, non per la prima volta, a esiti certamente anti-costituzionali. Se i decreti sono giustificabili soltanto in casi di “straordinaria necessità e urgenza”, alcuni di loro sono diventati necessari e urgenti soltanto e proprio a causa di ritardi colpevolmente procurati. Giusto allora che il Presidente della Repubblica, arcigno e autorevole guardiano della Costituzione, li blocchi. Giusto che il governo, pure non innocente, ne ritiri le componenti peggiori. Più giusto ancora sarebbe se il Parlamento, i capigruppo e i Presidenti delle due Camere ammettessero le loro responsabilità e cercassero di porvi rimedio duraturo. Però, forse, Boldrini e Grasso stanno maliziosamente cercando di dimostrare che la riforma in senso monocamerale del Parlamento italiano è oramai diventata “straordinariamente necessaria e urgente”. Così sia.
Pubblicato AGL
Cara Boldrini, ti scrivo …
Come non rallegrarsi? La Presidente della Camera annuncia agli italiani un bellissimo, ancorché imprecisato, regalo, se non di Natale, almeno per l’Anno Nuovo. Metterà il suo impegno prioritario al servizio di una nuova legge elettorale. Qualcuno, per esempio, Napolitano, che assistette impotente alla nascita del Mattarellum, oppure Casini, che non fece proprio un bel niente contro il Porcellum, dovrebbe comunicare all’on. Laura Boldrini che i Presidenti delle Camere non si immischiano in materie elettorali. Addirittura, il Presidente del Senato Grasso ha compiuto il suo atto politico più rilevante accettando, con un profondo respiro liberatorio e senza raccomandabili sensi di colpa, che la riforma della legge elettorale trasmigrasse dal Senato, nella cui Commissione Affari Istituzionali si era colpevolmente arenata, alla Camera. Ciò detto, a nessuno sono note, non le preferenze, che la Presidente Boldrini vorrà pure comunicare agli italiani “popol suo”, ma le sue competenze “elettorali”.
Una new entry nel dibattito già abbondantemente inquinato da incompetenti, da plagiatori, da approfittatori e da frenatori, dovrebbe sentirsi obbligata a fare chiarezza sul traguardo che si prefigge e. dato il suo potere, sulle modalità con le quali intende perseguirlo e conseguirlo. I proclami vuoti, anche quando sono espressi dai nuovi politici, sono quel che di peggio la vecchia politica ci ha lasciato. La Presidente Boldrini ha sicuramente voluto gettare il suo cuore buonista oltre l’ostacolo rappresentato dai mattarelli e dai porcelli, dai doppio turnisti di coalizione e dai proporzionalisti. Adesso, è lecito attendersi che chiarisca in che modo solleciterà i “suoi” deputati a procedere spediti verso l’approvazione di una riforma, in tempi decenti, che non irritino la suscettibilità dei giudici costituzionali. Soprattutto, nella sua prossima ventura esternazione, dovrà regalarci una spiegazione convincente del modello al quale dovrà ispirarsi la nuova legge elettorale. Questa è, cara Presidente, trasparenza e assunzione di responsabilità.
Anno che va, problemi che restano
Un vecchio, non grande, ma grandissimo, e un giovane, la cui grandezza comincerà a misurarsi nel 2014 hanno dominato l’anno che si chiude.
Un Presidente della Repubblica, già entrato nella storia, non foss’altro che per la sua non voluta e non cercata rielezione senza precedenti, ma anche per la sua impressionante presenza sulla scena istituzionale e politica di un paese ripiegato su se stesso, sui suoi particolarismi, populismi, affarismi e individualismi d’accatto, ha dominato e, mi auguro, continuerà a dominare la politica italiana.
A fronte dei sopracitati deterior(at)issimi “ismi”, le domande da porsi sono essenzialmente due.
Primo, quando il Presidente interventista, a parole “parlamentarista”, prenderà atto che questa sua Repubblica è da tempo arrivata sulla soglia del semipresidenzialismo alla francese? Che, insomma, se il Presidente della Repubblica fa e disfa i governi, allora è opportuno che sia l’elettorato a dargli un mandato pieno a operare in quel modo?
Seconda domanda, se il sistema politico vive appeso alla salute e, aggiungo, all’umore, che appare sempre più di irritazione, di un uomo molto anziano, quanto potrà durare, quando quell’uomo manderà tutti a farsi benedire? Dove sta il successore (la donna so chi è! però, lo sanno tutti)? Una ragione in più per andare verso l’elezione diretta del Presidente della Repubblica Italiana.
Non basteranno neppure le benedizioni del Papa venuto quasi dalla fine del mondo a salvare un’Italia arrivata quasi alla fine della sua Repubblica, ma non della sua democrazia (che, per ragioni varie, non tutte imperscrutabili, per esempio, il sostegno dell’Unione Europea, tiene, seppur malamente).
Non basteranno le intemerate del giovane segretario del Partito Democratico il quale ha già comunque il merito storico di avere sbaraccato una classe dirigente comunista giunta al capolinea almeno dieci anni fa.
Non basterà una nuova imprecisata, qualche volta plagiata, legge elettorale. Non basterà il Mattarellum con un premio di maggioranza che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale nella sua entità.
Sbarazzino è il segretario Renzi, ma non può sbarazzare il campo della vecchia politica senza essere preciso e coerente nelle sue proposte istituzionali e nelle sue alleanze prossime venture. Per fortuna che il Renzi ha allargato il suo orizzonte fino al 2018. Resta da vedere se, terminata l’effervescenza dell’elezione con percentuali persino troppo elevate, saprà organizzare la sua politica, conducendo una sana guerra di trincea (e di gazebos per tutte le cariche) magari fino alla discussione di una cultura politica all’altezza dei migliori partner e partiti progressisti europei.
Nel frattempo, sullo sfondo, smacchiati i giaguari e tacitate le pitonesse, rinchiusi falchi e falchetti, continuo a sentire con fastidio un rumore, confuso, sgraziato, assordante di grilli e grillini. Sono convinto che diventeranno afoni a forza di gridare “Vaffa”, “vaffa” (che educatamente ricambio), ma alcuni dei problemi che hanno sollevato dovranno pure essere affrontati e risolti. Buon 2013.




