Caro Presidente, ti scrivo
Caro Presidente,
ti scrivo e, poiché sembri lontano e distratto, ancor più forte ti scriverò. Capisco il tuo riserbo in materia di proposte di riforme istituzionali. In verità, è un riserbo che non hai sempre mantenuto. Per esempio, anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha fatto a pezzettini il Porcellum, hai subito richiesto una riforma elettorale. Molti, invece, non a torto, pensano che l’esito di quella sentenza sia una legge elettorale proporzionale, il consultellum, quasi immediatamente praticabile. Sembra che tu desideri altro, ma, ecco una parte del tuo riserbo, non l’hai fatto trapelare. Vuol dire, dunque, che condividi le liste ancora bloccate, il bislacco premio di maggioranza e tutte le cervellotiche soglie di accesso al Parlamento? Per quel che concerne la riforma del Senato, hai dichiarato il tuo sostegno alla fine del bicameralismo paritario, ma, si sa, meglio, si dovrebbe sapere, che di bicameralismi differenziati ne esistono molte varianti. Possibile che quella prospettata da Renzi e Boschi sia la migliore? Qui stanno molti punti dolenti che, in parte, ti riguardano direttamente, in parte, riguardano l’istituzione Presidenza della Repubblica, il suo ruolo, i suoi compiti.
Davvero pensi, una volta terminato il tuo secondo mandato, quando lo vorrai, ma, preferibilmente per me, il più tardi possibile, sia opportuno e istituzionalmente utile per te (e per i futuri presidenti della Repubblica) diventare deputato a vita? Che senso ha? Davvero ritieni una buona soluzione che tu e i futuri Presidenti siate dotati del potere di nominare ventuno senatori per sette anni? Che senso ha? Facendo un passo indietro, certamente sei consapevole che, una volta privato il Senato del potere di eleggere il Presidente, toccherà alla sola Camera dei deputati procedere a questa importantissima elezione. Se il cosiddetto/maldetto Italicum sarà approvato nella sua versione attuale, nella prossima Camera dei deputati ci sarà una maggioranza assoluta creata dal premio di maggioranza che potrà fare il bello e il cattivo tempo, pardon, che potrà da sola eleggere un Presidente il quale molto difficilmente apparirà Presidente di garanzia, in grado di rappresentare, come vuole la Costituzione, l'”unità nazionale”.
Per di più, quel Presidente di parte avrà molti poteri di nomina che, è fortemente presumibile, eserciterà non contro la maggioranza che lo ha eletto e neppure a prescindere da quella maggioranza (sono sicuro che hai apprezzato il mio understatement). Quindi, non soltanto quei ventuno senatori avranno un colore molto preciso, ma anche, punto molto dolente, i cinque giudici costituzionali di spettanza del Presidente non arriveranno al Palazzo della Consulta con tutti i crismi della loro autonomia di pensiero e di giudizio. Insomma, fra deputati nominati dai dirigenti del loro partito e delle loro correnti, quindi, ubbidientissimi, senatori nominati da te, forse in carriera, di sicuro tecnicamente irresponsabili (non dovranno rispondere a nessuno né politicamente né elettoralmente tranne alla loro personale ambizione), con giudici costituzionali probabilmente espressione di una parte politica, dove vanno a finire i pesi e i contrappesi che, tu ci insegni, sono il pregio delle democrazie, non soltanto di quelle parlamentari?
Con riferimento alla tua storia istituzionale e ai tuoi comportamenti politici, parlamentari e presidenziali sono fiducioso che tu condivida le mie preoccupazioni. Non sono un “professorone” (copyright ministro Boschi), anche se continuo day by day a impegnarmi per diventarlo. Non sono neppure un “solone del diritto” (copyright Dario Nardella, candidato sindaco di Firenze). Quindi, ho pochissime chance di essere ascoltato e preso in seria considerazione. Tu, caro Presidente, hai molte lauree ad honorem (professorone anche tu?), ma è la tua autorevolezza personale che va anche oltre la carica istituzionale che ti consentirà, se ritieni degne di interesse almeno parte delle mie riflessioni, di essere ascoltato e, quel che più conta, di sovrintendere a riforme che non siano uno spezzatino e che siano suscettibili, non di stravolgere i pesi e i contrappesi, togliendo potere agli elettori, ma di fare funzionare meglio (più velocemente…) la democrazia italiana.
Professoroni, erroroni, pasticcioni
Quando la politica disprezza la cultura, c’è un problema. Anzi, ce ne sono due. I politici non vogliono confrontarsi con gli intellettuali e gli intellettuali non trovano il modo per farsi capire dai politici. Tuttavia, poiché i politici, bene o male, per fortuna o per virtù, hanno (acquisito) potere sono loro che portano maggiori responsabilità se i rapporti diventano tesi e degenerano. Accusare, come ha fatto il Ministro Boschi, i “professoroni” di avere bloccato per trent’anni il processo di riforma non è soltanto sbagliato. E’ un omaggio eccessivo a professori che di potere politico non ne hanno mai avuto molto. Sostenere, come fa Dario Nardella, braccio destro di Renzi e suo erede designato a sindaco di Firenze, che il cambiamento è “ostacolato dai soloni del diritto”, suona quasi come un’ammissione di debolezza e di timore che il governo non abbia la capacità e le conoscenze sufficienti per portare a compimento cambiamenti troppo presto e troppo rumorosamente vantati. D’altro canto, esprimere, come hanno fatto l’ex-Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelski e l’ex-Garante della Privacy (ed ex-candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza della Repubblica) Stefano Rodotà, serie preoccupazioni per una degenerazione autoritaria della democrazia italiana a causa delle riforme istituzionali ed elettorali lanciate dal governo, appare eccessivo. In questi anni certamente eccessive sono state le reazioni di parte del ceto dei professori di diritto a qualsiasi riforma delle istituzioni che non fosse la loro personale riforma. Ciascuno e molti di loro hanno perso credibilità, scientifica prima ancora che politica. Invece, la credibilità politica del governo e, in particolare, la popolarità del Presidente del Consiglio continuano a rimanere elevate. Non altrettanto elevate sono la qualità delle sue riforme, finora solo prospettate, e le probabilità che saranno rapidamente approvate nei termini e nei contenuti desiderati da Renzi e dal Ministro per le Riforme. La legge elettorale ha superato lo scoglio della Camera, dove, grazie al premio in seggi, il governo gode di un’ampia maggioranza. Al Senato, la legge rimane al palo e rischia di essere ritoccata in due o tre punti (quote rose, voto di preferenza, entità e numero delle soglie) che renderanno inevitabile il ritorno alla Camera. Evitare l’elezione dei consigli provinciali non significa ancora abolire le province che si dovrà fare con apposita revisione costituzionale, lunga e perigliosa. Rendere il Senato non elettivo è un’operazione difficile a fronte di legittime opposizioni relative alle discutibili modalità della sua nuova composizione, ai compiti che gli saranno attribuiti, alla contrarietà di Berlusconi. Consentire ai leader di partito di continuare a nominare i loro parlamentari e togliere poteri al Senato significa, in una delle critiche condivisibili espresse dai “professoroni”, indebolire considerevolmente il Parlamento di fronte al governo, eliminando contrappesi che servono a qualsiasi democrazia la cui qualità non può mai essere valutata con riferimento prevalente ai costi della rappresentanza. Non basterà, come si prospetta, scrivere il nome di Renzi nel simbolo del Partito Democratico per le elezioni del 2018 per rafforzare lui e il suo modello di “premierato” . Margaret Thatcher, Tony Blair, Angela Merkel non hanno mai avuto bisogno di scrivere il loro nome nei rispettivi simboli di partito per diventare capi del governo autorevoli ed efficaci. Il rischio del bailamme di riforme affrettate e mal congegnate non è quello di uno scivolamento autoritario, anche se i contrappesi sono la clausola di garanzia delle democrazie che conosciamo e che sanno mantenersi tali. Il rischio è rappresentato, da un lato, da riformette che, pasticciate e scollegate, non funzioneranno; dall’altro, dai conflitti fra istituzioni che portino a paralisi decisionali. Non è il caso di accettare a scatola chiusa i pareri di tutti i professoroni, ma confrontarsi con le loro critiche, è più di un gesto di saggezza. Potrebbe salvare Renzi e Boschi da molti errori, alcuni dei quali già visibilissimi e brutti.
Pubblicato AGL 6 aprile 2014
Video La Repubblica di Sartori Milano 2 aprile 2014
Interventi di Maurizio Ferrera, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino. Coordina Antonio Carioti
L’incontro è stato organizzato in occasione dell’uscita del numero della rivista «Paradoxa» La Repubblica di Sartori, a cura di Gianfranco Pasquino (VIII, 1, 2014). «Paradoxa» è edita dalla Fondazione Internazionale Nova Spes.
Rumore, furore, errore: la cosiddetta riforma del Senato
Quello che c’è di buono: differenziazione dei compiti di Camere e Senato, non è nuovo. Quello che c’è di nuovo: composizione del Senato, non è affatto buono.
La differenziazione non può consistere soltanto nel togliere dalle mani dei senatori prossimi venturi il voto di fiducia/sfiducia e l’approvazione del bilancio. La composizione non può essere raffazzonata in maniera tale da avere sindaci e presidenti delle Regioni a fare, comprensibilmente male, un doppio lavoro, insieme a ventuno senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica. Questa sì che è un’innovazione forte, fortemente sbagliata, ma sicuramente gradita al Presidente Repubblica che, felice della doppia opportunità, perché tornerà ad essere senatore a vita, ha subito inviato il suo apprezzamento per la riforma! Persi fiducia e bilancio a questi senatori, che arrivano dalla provincia e che, senza un adeguato rimborso spese, non vedranno l’ora di tornarsene a casa, sono affidati quelli che, evidentemente, i baldanzosi riformatori, chiedo venia, riformatrici, ritengono compiti degni delle autorità locali: le leggi costituzionali, i diritti dei cittadini e, mi auguro, una spruzzatina di rapporti con l’UE (Regioni d’Europa? Europa delle Regioni?). Quanto ai numeri si capisce poco perché il Bundesrat tedesco debba essere composto da appena 69 rappresentanti per 80 milioni di abitanti, mentre il Senato delle autonomie italiano debba avere 148 rappresentanti per circa 50 milioni di elettori.
La proposta di riforma viene giustificata da due pressanti esigenze: fare cassa (chiedo, di nuovo, scusa) risparmiando sulle indennità per la Casta e velocizzare la legislazione.
Sul primo punto, sarebbe quasi decisivo ridurre il numero dei deputati. Cinquecento bastano e avanzano, magari trovando un modo (ne conosco almeno venti) per consentire agli elettori di sceglierseli e togliendo dalle mani della nuova casta il potere assoluto di nomina che, guarda caso, è proprio quello al quale Berlusconi non vuole rinunciare e che Renzi sa che acquisirà (di qui i posizionamenti vorticosi dentro il PD).
Sul secondo punto, chi sa qualcosa dei parlamenti contemporanei, non soltanto europei, non può che trasecolare. E’ il Senato che rallenta e affossa la legislazione tanto sapientemente preparata dai ministri e dalle loro burocrazie? E’ il bicameralismo che, poverino, esercita la sua perfezione nella lentezza? Come mai, allora, appesantito e rallentato dal Senato, il Parlamento italiano riesce sistematicamente ad approvare quattro volte il numero delle leggi approvate dal Parlamento inglese e più di due volte di quelle approvate dal Parlamento tedesco, entrambi bicamerali differenziati?
Adesso, capisco, è un’illuminazione improvvisa: è perché il bicameralismo italiano viene definito “perfetto”. Incidentalmente, prima ministri e parlamentari, giornalisti e commentatori politici impareranno che l’aggettivo corretto è “paritario” o “simmetrico” meglio sarà. Nel frattempo, persino i due Presidenti, non soltanto gli attuali, delle Camere, si vantano del numero delle leggi approvate, non della loro qualità, mai del controllo esercitato dal Parlamento sul governo o dello stimolo a fare.
E’ un mistero assolutamente inglorioso che Renzi e Boschi si mostrino convinti che una Camera di sindaci e di personalità scelte dal Presidente (con quali criteri? In base a quali caratteristiche? Dopo la sua nomina dei “saggi” sono arrivato a non fidarmi più neppure delle capacità di Napolitano) saprà esercitare controllo e stimolo.
Soltanto un numero ristretto di uomini e donne, pochi, prestigiosi, autorevoli, responsabili, che abbiano ottenuto un mandato elettorale e politico e che, giustamente ambiziosi, desiderino riconquistarlo, potranno svolgere compiti utili, anche inventandoseli, quand’anche relegati nella asfittica Camera di Renzi e Boschi. La loro è una riforma, direbbe il compagno Shakespeare, “full of sound and fury, signifying nothing”.
pubblicato su Gazebos.it 2 aprile 2014
Vi spiego pregi e difetti della riforma renziana del Senato. Parla il prof. Pasquino
intervista di Francesco De Palo pubblicata su formiche.net 1 aprile 2014
“Il rispetto istituzionale fa parte della democrazia e penso che un’etica qualche volta vada fatta apparire. Qui invece vedo solo prediche e accuse, tra l’altro abbastanza infondate”. Commenta così l’attacco del premier Matteo Renzi al Presidente del Senato Pietro Grasso uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino, che ragiona con Formiche.net non solo sull’atteggiamento renziano emerso dall’intervista concessa al Corriere della Sera, ma anche nel merito di una riforma, quella del Senato, che non ritiene affatto risolutiva, anche dopo l’approvazione di ieri in consiglio dei ministri del disegno di legge costituzionale.
Renzi sul Corriere sbeffeggia i professorini di sinistra come Zagrebelsky: solo un punto di vista diverso o una rottura insanabile?
Credo che naturalmente i Professori possano essere criticati, anche quando parlano di politica e di Costituzione, ma non in quanto Professori bensì perché dicono cose più o meno condivisibili. Ciò che non si condivide, però, va spiegato, non serve fare un attacco personale alla categoria che giudico sgradevole. Ricordo quello che dicevano una volta i democristiani, il “Culturale” di sinistra. Ecco, eviterei questo se fossi in Renzi.
Renzi critica la sinistra del partito difendendo il decreto sui contratti a termine, considerato intoccabile da Ncd e Forza Italia: c’è troppa intesa con l’opposizione?
No. Temo che Renzi sappia che senza quel tipo di rapporto con l’opposizione avrebbe ancora più difficoltà a governare. Ciò è un male, perché dovrebbe invece avere la capacità di tenere assieme la sua coalizione che, mentre alla Camera è sufficientemente ampia, al Senato ha una minore forza.
Ha ragione il premier ad attaccare Grasso sul Senato?
Su questo ha torto almeno su tre piani. Il primo attiene al come il ministro Boschi rimprovera alla seconda carica dello Stato di essere un nominato, dal momento che la stessa è nominata due volte, come parlamentare e come ministra. I nominati ci sono dappertutto, in quanto la legge elettorale non solo lo ha consentito ma lo ha imposto. In secondo luogo, se criticano Grasso in quanto nominato non possono dimenticarsi che la legge elettorale che ha proposto Renzi, e supponendo che l’abbia proposta la stessa Boschi, consentirà parlamentari nominati anche alle prossime urne. In realtà è ciò che Berlusconi vuole. Infine credo ci sia un’etichetta istituzionale che non consenta a nessun premier di criticare in questo modo il Presidente del Senato. Il rispetto istituzionale fa parte della democrazia e penso che un’etica qualche volta vada fatta apparire. Qui invece vedo solo prediche e accuse, tra l’altro abbastanza infondate. Dopo di che Grasso ha un solo dovere: difendere una buona riforma del Senato. Quella che ha proposto Renzi non lo è.
Cosa non condivide della riforma del Senato?
Qui occorre essere molto coerenti con un certo tipo di impostazione, ciò che Renzi sostiene di essere ma non è vero. L’unico punto sul quale fa leva è il risparmio sui costi del Senato, ma per risparmiare quei denari potremmo anche tagliare il numero dei deputati o soprattutto dei dipendenti del Senato stesso. Penso che cento parlamentari in meno non sarebbero un problema, in Francia sono 577, in Germania 600. Lo dico perché quelli sono Paesi con cui vale la pena confrontarsi.
C’è anche un problema di criteri?
Sento che adesso il numero magico è 148. Mi chiedo il perché. Un Senato di questo genere non potrebbe avere rappresentanti nominati dal Presidente della Repubblica. Fin quando Renzi non spiegherà il senso di questa riforma, sarà solo carta straccia.
La concertazione tanto cara alla Cgil è finita, ma Renzi ne ha anche per Confindustria: è iniziata una guerra sotterranea?
Se concertazione vuol dire che la parola decisiva sui provvedimenti del governo viene messa dai sindacati o da Confindustria, è bene che finisca. Ma essa può anche essere intesa come un tipo di procedimento di consultazione, ovvero che il Premier ascolta. Un passaggio corretto, perché da solo non può capire tutto. É una banalità, come lui aggiunge, dire che poi alla fine è il governo che decide. Ma certo. Attenzione però, perché in democrazia il governo decide ma poi – magari – spiega in Parlamento il perché di scelte e direttrici alle parti sociali. Contrariamente non si riconosce a deputati e senatori la capacità di apporre miglioramenti e cambiamenti.
A livello istituzionale e mediatico Renzi usa toni e temi “berlusconiani”?
Il dibattito non mi appassiona. Registro una rottura con determinati elementi della vecchia politica, ed è un bene. E’ un male, invece, il voler intimare come Renzi fa quando minaccia di andarsere, non lo ha fatto neanche Berlusconi. Renzi non dimentichi di essere arrivato a Palazzo Chigi grazie a un colpo di Palazzo che per di più aveva anche dichiarato di non voler fare e poi ha fatto: ha una grande coda di paglia.
twitter@FDepalo
Per cambiare non basta un leader (ma lui durerà)
1) La svolta impressa da Matteo Renzi al suo partito sta cambiando la cultura politica del Pd o il cambiamento è di facciata?
1) Non basta un leader, nessun leader, per cambiare la cultura politica di un partito che — peraltro — era diventata già una cultura pallida e evanescente. Non vedo in Renzi la volontà di dare una nuova cultura ma solo la volontà di far cambiare comportanti ai vecchi politici del Pd. Per cambiare una cultura di un partito ci vuole ben altro che una figura di spicco.
2) Il “fenomeno” Matteo Renzi durerà ancora a lungo o no? E per quale ragione?
2) Il «fenomeno» non durerà a lungo, ha un tempo molto limitato, Renzi deve fare le riforme. Ma il premier può durare a lungo come politico perché, ormai, controlla il partito dal punto di vista numerico, anche se non controlla ancora i gruppi parlamentari. Il «fenomeno» quindi non durerà, il politico sì. Soprattutto non durerà negli aspetti «accessori»: il suo leaderismo, il suo modo di parlare, di sfidare sempre tutti e tutto non può durare a lungo. Augurabilmente, se ne stancherà anche lui.
3)Le riforme proposte da Renzi sono state giudicate da alcuni intellettuali e osservatori politici come “autoritarie”. Lei è d’accordo o no?
3) Quelle proposte da Renzi non sono riforme autoritarie. Sono solo riforme pasticciate. Come fanno, lui e la ministra Boschi, a dire di voler riformare il bicameralismo perfetto? Se è perfetto, non si riforma, già usano le parole sbagliate. Ancora: i renziani hanno attaccato il presidente del Senato Pietro Grasso (che ha criticato la riforma proposta in Consiglio dei ministri, ndr) perché è nonimato. Se Grasso è nominato, Boschi è binominata, prima da Renzi con il Porcellum, poi sempre da Renzi al governo. Il loro modo di discutere dei problemi è deplorevole. E, ribadisco, le riforme che lanciano sono pasticciate. Prima le hanno presentate come effetto della scelta fatta dagli elettori con le primarie (che non erano primarie, ma l’elezione del segretario di un partito): ma gli elettori non stavano votando il programma di governo di Renzi, bensì solo un segretario del Pd. E in quel programma, presentato durante le primarie da Renzi, l’Italicum come è stato proposto adesso non c’era. L’Italicum è un piccolo «porcellum», un «porcellinum» che consentirà a Boschi di essere di nuovo nominata. Sul Senato, la verità è che non sanno cosa fare. Togliere il voto di fiducia a questo ramo del Parlamento va anche bene, tutto il resto è insicuro. Per fare una buona riforma bastava avere non dico il coraggio ma l’intelligenza di guardare cosa fanno le «seconde Camere» in ambito europeo. Non l’hanno fatto, hanno fatto un pasticcio.
Intervista a cura di Marzio Fatucchi
CORRIERE FIORENTINO 1 aprile 2014
In fretta e male
La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.
Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.
Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).
Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.
AGL 1 aprile 2014
Oltre il bicameralismo imperfetto
Il bicameralismo italiano, non essendo affatto “perfetto”, come troppi, persino fra gli addetti ai lavori, si ostinano a dire, deve , comunque, essere riformato. Meglio definito paritario o simmetrico, il bicameralismo può anche essere abolito del tutto. Esiste il monocameralismo in paesi non scivolati sotto il tallone dell’autoritarismo né di altri “ismi” come la Danimarca, la Finlandia, il Portogallo, la Svezia. Altrimenti può essere differenziato in maniera risolutiva ed efficace, vale a dire, affinché se ne giustifichi la persistenza. Fermo restando che in nessun sistema politico bicamerale sono entrambe le Camere a dare (e a togliere) la fiducia, questa non può essere l’unica nota differenziante e la giustificazione di una presunta migliore governabilità sarebbe davvero meschina e insufficiente. La differenziazione che conta è quella che riguarda la competenza, congiunta o esclusiva, per materia. Se il prossimo Senato dovrà essere una camera di “riflessione”, allora bisogna che siano chiare le materie sulle quali darà il suo apporto.
La grandissima maggioranza dei parlamenti bicamerali basa la sua differenziazione sulla rappresentanza territoriale. Le due eccezioni sono costituite dal prototipo della democrazia parlamentare, la Gran Bretagna, dove la Camera dei Lord, composta da Lord ereditari o di nomina reale, ha un collegamento minimo con il territorio, e dal prototipo della democrazia presidenziale, gli Stati Uniti d’America, dove il Senato, probabilmente, il più forte ramo parlamentare esistente al mondo, ha certamente un collegamento fortissimo con il territorio, gli Stati, ma sarebbe alquanto improprio definirlo camera di rappresentanza territoriale. In Europa, la migliore e più forte rappresentanza territoriale è offerta dal Bundesrat tedesco. I suoi solo 69 componenti sono nominati dalle maggioranze di governo di ciascun Land. Vittoriosi in Baviera i democristiani nominano i loro rappresentanti al Bundesrat senza nessuna concessione ai socialdemocratici e ai verdi. Nei Länder dove vincono, i Socialdemocratici e i Verdi fanno altrettanto nominando soltanto loro rappresentanti. Lo stesso vale per tutti gli altri Länder.
Mutatis mutandis, purché i mutamenti siano limitatissimi, questa modalità di composizione del prossimo, numericamente ridottissimo, Senato italiano, sono facilmente imitabili. Come stanno le cose, in Lombardia, saranno la Lega Nord e Forza Italia a nominare i loro rappresentanti (che potrebbero anche essere senatori uscenti, o giù usciti), mentre in Emilia-Romagna sarà il Partito Democratico a farlo, tenendo conto degli eventuali alleati al governo della Regione. Esiste, però, anche una modalità più innovativa, che garantirebbe rappresentanza territoriale, dando grande potere agli elettori e agli eletti. Una volta stabilito il numero complessivo dei prossimi Senatori, suggerirei non più dei componenti del Bundesrat, e distribuiti fra le Regioni di modo che quelle piccole ne abbiano uno soltanto e quelle grande non più di quattro/cinque, la loro elezione avverrebbe in una competizione su scala regionale, in inglese si dice at large. Vale a dire che ciascun elettore avrebbe un solo voto con il quale scegliere il suo candidato in liste regionali presentate dai partiti, ma anche da associazioni dei più vari tipi. Coloro che otterranno il più alto numero di voti individuale saranno eletti e andranno a rappresentare la loro Regione, proteggendone e promuovendone gli interessi in Italia, e anche in Europa, se a questo nuovo Senato saranno affidate le politiche europee e se l’UE riuscirà mai a diventare effettivamente l’Europa delle Regioni.
Stabilita con criteri chiari e univoci la composizione del nuovo Senato, dovrebbe risultare più semplice la differenziazione delle materie di competenza delle due camere. Comunque, se l’attuale Senato mira a giustificarsi come camera di riflessione, ne ha l’opportunità immediata. Respinga la blindatura imposta dal governo e proponga una riforma all’altezza della sfida. Hic Rhodus hic salta.
L’Unità 31 marzo 2014











