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I politici che bluffano oggi preparano tempi peggiori @HuffPostItalia

In un dramma che continua è già possibile individuare alcune lezioni che la politica italiana potrebbe imparare. Probabilmente, alla fine di questa tremenda prova ne verranno altre insieme ad approfondimenti e revisioni delle lezioni sperabilmente già apprese. Prima lezione, con buona pace dei seguaci della sig.ra Thatcher, esiste una società. Esistono uomini e donne che hanno relazioni con altri uomini e altre donne che improntano i loro comportamenti anche tenendo conto delle conseguenze che possono/potrebbero avere sulla vita degli altri, nella consapevolezza che è giusto che la loro libertà si arresti dove comincia la libertà degli altri, e viceversa. Anzi, proprio perché sanno che esistono conseguenze buone e cattive, a questi uomini e a queste donne la politica ha il dovere di indicare i comportamenti più atti a mantenere la coesione sociale e non lasciarli scivolare o peggio a spingerli verso una società liquefatta. La probabilità che i comportamenti suggeriti, indicati, imposti dalla politica siano effettivamente accettati e tradotti in seppur dolorose pratiche dipende dalle conoscenze scientifiche disponibili. La seconda lezione è che la politica ha l’obbligo di avvalersi delle conoscenze scientifiche, di rivalutare il ruolo e l’importanza della scienza e degli scienziati, degli studiosi e dei competenti. Ha altresì l’obbligo di assumersi la piena responsabilità di decidere fra le alternative disponibili argomentando e spiegando pubblicamente le ragioni delle scelte.

Esiste una responsabilità sociale degli scienziati come esiste una responsabilità politica dei governanti e dei rappresentanti. Soltanto riconoscendo questa differenza e, al tempo stesso, la necessità dell’incontro è possibile affrontare attrezzati i problemi complessi che la modernità continuerà a presentare ai cittadini del mondo. La terza lezione che la politica può imparare e anche i cittadini potrebbero apprezzare è che la fiducia è una risorsa di eccezionale importanza tanto nei rapporti orizzontali fra cittadini quanto nei rapporti verticali fra le autorità, specialmente, ma non solo, quelle politiche e la cittadinanza. La fiducia si crea sulla base delle esperienze pregresse e delle competenze dimostrate, cresce se dimostra di giovare, diminuisce e va perduta quando viene tradita. Governanti e rappresentanti che promettono quello che sanno di non riuscire a mantenere, che rilanciano perché pensano che non saranno chiamati a rispondere dei loro bluff, ridimensionano, ridicolizzano la fiducia e preparano tempi peggiori anche se così facendo conquistassero temporaneamente cariche di governo. A giudicare da non poche dichiarazioni dei/delle dirigenti e dei/lle parlamentari dei partiti di opposizione, non pochi di loro questa lezione sulla fiducia non l’hanno assorbita oppure hanno deciso consapevolmente di ignorarla.

Nelle democrazie il luogo per eccellenza della fiducia è un Parlamento liberamente eletto con parlamentari, uomini e donne liberi/e di rappresentare l’elettorato e di agire senza vincolo di mandato, senza nessun vincolo neppure quello nei confronti dei capipartito e dei capi fazione che hanno sfruttato il potere di eleggerli e nelle cui mani rimane soprattutto il potere di ricandidarli e di farli rieleggere. La quarta lezione da apprendere è che in una situazione di gravissima crisi, il potere di decidere il più rapidamente possibile sta nelle mani dei decisori che, in quanto governanti, godono della fiducia della maggioranza parlamentare. Le leggi, dovremmo saperlo, non le fanno i parlamenti, ma i parlamenti non solo hanno il compito importantissimo di valutare quelle leggi, eventualmente emendandole, ma debbono anche controllare continuativamente e accuratamente l’operato del governo e porre paletti chiari alla sua azione. In attesa che i sovranisti de noantri critichino Putin e soprattutto Orbán per come manipolano il parlamento per ridimensionarne fino a cancellarne le capacità di controllo sul governante massimo, la lezione per la democrazia italiana è che il Parlamento acquisisca davvero centralità nel sistema politico-istituzionale, non come tribuna per tornei oratori, ma tanto come luogo privilegiato della discussione politica e della valutazione delle alternative quanto come arena per l’informazione dei cittadini. Se la politica imparasse queste lezioni e ne facesse tesoro per il futuro che mi auguro il più prossimo possibile, la qualità della democrazia italiana farebbe davvero un balzo in avanti, in alto.

Pubblicato il 3 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Come mettere in equilibrio economia e salute #intervista #ACEF Associazione Culturale Economia e Finanza


<p><a href=”https://vimeo.com/402512812″>Intervista a Gianfranco Pasquino</a> from <a href=”https://vimeo.com/acef”>Giacomo Barbieri</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

QUI TUTTE LE INTERVISTE DEL PRESIDENTE ACEF – Associazione Culturale Economia e Finanza

Che cosa voleva dire Draghi all’Europa

Tutt’altro che incline a spettacolizzare le sue scelte di gestione economica e meno che mai la sua persona, Mario Draghi ha scritto un articolo molto importante pubblicato dal “Financial Times” qualche giorno fa. Tristemente, nel dibattito pubblico, l’articolo di Draghi ha finora ricevuto molta meno attenzione di quella che merita. Cercherò di spiegare perché formulando alcune ipotesi e traendo quelle che ritengo essere conseguenze ineludibili. Per cominciare, sottolineo che il “Financial Times” è, insieme al “Wall Street Journal”, il più importante quotidiano economico del mondo, e che, in generale, la sua visione dell’economia e dell’Unione Europea è sempre stata piuttosto distante da quella di Draghi e dalle modalità con le quali ha agito come Presidente della Banca Centrale Europea. La decisione di pubblicare è, probabilmente, stata dettata dalla straordinarietà della crisi prodotta dal coronavirus e dalla convinzione condivisa del senso di urgenza e drammaticità della situazione (da fare conoscere anche al Primo Ministro della Gran Bretagna). Tutto l’articolo di Draghi, argomenta punto per punto, politiche che gli Stati-membri dell’Unione Europea dovrebbero attuare molto rapidamente e che gli organismi dell’Unione Europea dovrebbero accompagnare e sostenere senza esitazioni. La risposta indirettamente pervenuta dalla riunione telematica del Consiglio dei capi di governo è stata assolutamente deludente. Benissimo ha fatto Giuseppe Conte a non firmare il documento conclusivo e a imporre un altro incontro fra due settimane. Sostanzialmente, Draghi propone quasi un rovesciamento delle politiche economiche neo-liberali finora seguite dall’Unione in buona misura poiché imposte dalla Germania, con la sua ideologia dominante dell’Ordoliberalismus, ma, questo punto è molto importante, condivisa da non pochi altri Stati-membri dell’Europa centro-settentrionale fra i quali si distingue per durezza e malposta intransigenza l’Olanda. C’è una componente quasi religiosa nel chiedere che chi fra gli Stati del Sud si trova in difficoltà paghi sulla sua pelle il prezzo dell’indisciplina, dei “peccati”, non solo economici, che li hanno condotti a chiedere sostegno. In maniera soffice e elegante, non meno laicamente “religiosa”, Draghi fa notare in avvio del suo articolo che in situazioni di tragedie umane abbiamo un dovere di solidarietà reciproche. Poi,affonda uno degli elementi chiave dell’Ordoliberalismus (inserito nel Patto di Stabilità e Crescita), cioè il tabù del debito pubblico il cui incremento deve essere accettato. Cito: “Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. La ineluttabilità che il debito pubblico aumenti è strettamente collegata ai compiti che gli Stati debbono svolgere a cominciare dal “fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro” e a “incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà”. Ancora più esplicitamente, dovranno essere “i governi ad assorbire una grande parte della perdita di reddito … se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità”. Infine, Draghi chiede “un cambiamento di mentalità” affinché, “in quanto europei” ci si sostenga “a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune” (corsivo mio). Sostanzialmente, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea sta, da un lato, spingendo quella Banca in una direzione fortemente interventista, in larga misura, sembrerebbe, condivisa dalla Presidente Christine Lagarde, dall’altro, qui forzo un po’, fa rivivere il keynesismo, impossibile in un solo Stato, come politica economica e sociale europea, dell’Unione. Invece di “tirarlo per la giacchetta”, operazione alla quale non obietto, per chiamarlo a salvare la patria Italia, con modalità tutte da definire, sarebbe preferibile che le autorità politiche italiane mirino ad ottenere un consenso ampio fra gli Stati-membri dell’UE proprio sulle politiche delineate da Draghi.

Pubblicato il 31 marzo 2020 su il Fatto Quotidiano

Draghi: cambio di passo per affrontare virus e crisi economica @Zeta_Luiss

Sito di informazione della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” – Luiss Guido Carli.

L’allarme dell’ex presidente della BCE. Gianfranco Pasquino: “è molto preoccupato”
Intervista raccolta da Elisabetta Amato e Chiara Sgreccia

«È necessario un cambio di mentalità per affrontare questa crisi, come lo sarebbe in tempo di guerra» ha scritto Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sul Financial Times. «Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati. Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile».

Aumentare il debito pubblico e permettere agli stati di spendere quanto è necessario per fronteggiare la pandemia è la risposta – secondo l’ex presidente BCE – per impedire alla recessione economica attuale di trasformarsi in una crisi profonda. Ma non basta: occorre fornire liquidità alle imprese e, oltre a dare incentivi a chi perde il lavoro, deve essere mobilitato il sistema finanziario affinché le aziende non perdano la loro capacità produttiva e non siano costrette a licenziare i dipendenti. Le imprese possono superare questo momento di recessione facendo debito che poi lo stato dovrà assorbire. «Il punto non è se ma come lo stato potrà farlo» scrive Draghi.

Le banche hanno un ruolo chiave in questo sistema, offrendo velocemente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Diventano uno strumento della politica pubblica per sanare il sistema produttivo e per questo i costi a loro carico dovranno essere sostenuti dallo stato. Inoltre le imprese dovranno essere ripagate delle perdite che stanno subendo in quanto le loro capacità di investimento, una volta fuori dalla crisi, saranno fondamentali. Per questo è necessario accrescere il debito pubblico, pena «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale che sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico».

La velocità ha un ruolo fondamentale. Non si tratta di una crisi ciclica ma di un vero e proprio shock di cui nessuno di coloro che pagano le spese ha colpa. La velocità con cui si deteriorano i bilanci privati deve essere affrontata con uguale velocità nel mobilitare i bilanci pubblici, le banche ed il sostegno europeo «Il costo dell’esitazione può essere irreversibile».

«Io e Mario Draghi ci conosciamo abbastanza bene e questo mi dice qualcosa di importante sull’articolo che ha pubblicato: è evidentemente molto preoccupato»: così il professor emerito di Scienza Politica, Gianfranco Pasquino, ha commentato le parole dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. L’amicizia nata a Cambridge nel 1974, quando Mario Draghi svolgeva il suo dottorato all’MIT con Franco Modigliani, ha permesso al professor Pasquino di vedere al di là dei tecnicismi. Ha riconosciuto il tono calmo e chiaro, che contraddistingue da sempre l’ex presidente, ma con una nota di tensione: «è l’articolo di una persona che sa che stanno succedendo cose importanti e che l’Europa, l’istituzione che lui ha guidato con la Banca Centrale Europea per otto anni, non sta facendo quello che dovrebbe fare. Preoccupazione che non deriva dal suo protagonismo, che non ha mai avuto e non lo ha neanche adesso».

Secondo Gianfranco Pasquino, Mario Draghi scrivendo quell’articolo si è mantenuto coerente con l’insegnamento di Modigliani e con il suo lavoro di presidente. Proseguendo nel commentare le parole del suo compagno di pallone ai tempi della sua fellowship a Harvard afferma: «È un articolo keynesiano: nei momenti di crisi i governi devono investire in opere pubbliche, che producano reddito e che salvaguardino al massimo le fasce della popolazione. Questo è importante perché cerca di evitare che dalla recessione si passi alla depressione e crea anche una possibilità di rilancio da quella che sarà una crisi economica molto lunga».

Nell’Europa tanto amata da Mario Draghi, c’è posto, però, per un’azione comune? Secondo il professor emerito di Scienza Politica ci dovrebbe essere per poter uscire da questa situazione, aiutando così anche il nostro paese: «L’Italia da sola non ce la può fare ha assoluto bisogno di un aiuto europeo. Gli europei più intelligenti, più lungimiranti, sanno che aiutare l’Italia significa aiutare l’Europa e i loro paesi. Se si aiuta l’Italia si avrà un rimbalzo positivo anche sugli altri paesi». Gianfranco Pasquino ha, infine, provato a immaginare un futuro politico italiano post coronavirus: «Non so come ne uscirà la politica dell’Italia. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di avere delle capacità e possiamo dire di essere stati fortunati, perché altri l’avrebbero giocata in maniera più politica. Conte la sta giocando in maniera di rappresentanza nazionale, come colui che deve guidare un governo e cerca di evitare lo scontro politico». E gli italiani cambieranno? «Non so se questo ci farà capire che siamo tutti sulla stessa barca, perché vedo che ci sono tantissime persone che sono state multate: non si rendono conto che la loro licenza incide sulle vite degli altri. Mi auguro che i disciplinati diventino quasi la totalità degli italiani. Se alla fine di questo ci renderemo conto che osservare le leggi, non solo ci rende dei bravi cittadini, ma permette anche di far vivere bene gli altri, allora sarà un grande successo. Se, però, mi chiede se ci scommetto le dico di no».

Pubblicato il 27 marzo 2020 su zetaluiss.it

 

 

Che fare del Parlamento al tempo del coronavirus?

Infuria un dibattito surreale nel quali soprattutto alcuni parlamentari e dirigenti del centro-destra chiedono la convocazione immediata di Camera e Senato. Senza esplorare, per carità di patria, la loro precedente assiduità al lavoro parlamentare, per Salvini e Meloni sono percentuali risibili e riprovevoli, sembra che la motivazione più forte sia quella autolesionistica. Molte categorie sociali italiane sono esposte al contagio, dunque, è giusto, oserei scrivere “democratico”, che i parlamentari si espongano allo stesso rischio. Mentre sappiamo che i rischi che ammirevolmente corrono alcune categorie, a cominciare dal personale sanitario, hanno uno scopo chiaro: salvare vite e curarle, è lecito che agli affannati “convocatori del parlamento” venga chiesto di offrire una motivazione altrettanto impellente.

Non buttiamola subito in democrazia, cioè che il Parlamento è l’istituzione centrale in una democrazia parlamentare, dunque deve essere aperto per battere più di un colpo. Troppo spesso abbiamo ascoltato i governanti criticare il Parlamento come un intralcio per le loro decisioni e coartarlo con la decretazione d’urgenza e la tenaglia del voto di fiducia. Qualcuno dei riformatori ama tanto il Parlamento che ha votato la riduzione drastica del numero dei parlamentari per renderlo più efficiente. Poi, però, definisce efficienza la smodata produzione delle leggi, che risponde a ben altre esigenze, non escluso il clientelismo spicciolo a favore di qualche categoria privilegiata. E vi aggiunge anche la possibilità del voto online come se il compito principale del Parlamento fosse fare presto un alto numero di leggi. Non è così, ma se del caso sarebbe sufficiente convocare in luoghi molto spaziosi le commissioni di merito in sede deliberante: siano loro, senza passare per l’Aula, a esaminare, emendare, approvare le leggi. Se poi si desiderano trasparenza e assunzione di responsabilità il tutto venga teletrasmesso con grande soddisfazione dei sostenitori di una democrazia “decidente”, magari elettronicamente.

Nessun parlamento si caratterizza e si giustifica perché fa (molte) leggi. Un buon parlamento ha due compiti più importanti, più necessari, più esigenti. Primo, un’assemblea di eletti (nel solo significato che “sono stati eletti”) deve rappresentare le preferenze, le paure, le speranze dei cittadini. Naturalmente, lo farà meglio quanto più la legge elettorale avrà dato potere ai cittadini-elettori, che non è il caso della Legge Rosato. Questa rappresentanza servirà, da un lato, a informare quei cittadini delle opzioni e delle decisioni, costi e benefici. Dall’altro, dovrà, sia ad opera dell’opposizione sia di tutti i parlamentari, controllare l’operato del governo. Sono disponibili tutti gli strumenti tecnologici necessari per riunire telematicamente i parlamentari affinché, rinunciando alle sceneggiate d’aula, operino secondo queste modalità a cominciare dal decreto Cura Italia. Procedano.

Pubblicato AGL il 20 marzo 2020

Dopo, non basterà l’autorevolezza di un uomo solo

Ad una gravissima emergenza spesso la risposta politica consiste nella richiesta e nell’imposizione di comportamenti consoni: disciplina, sobrietà, altruismo. Consiste anche nell’accentramento del potere decisionale in poche mani, addirittura una sola. La visibilità e il potere si accompagnano alla responsabilità. In democrazia chi ha acquisito il potere di decidere verrà chiamato a rispondere delle decisioni da lui prese. Può succedere anche in regimi non-democratici che ai decisori venga chiesto conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. Non credo che Xi Jinping possa stare del tutto tranquillo. È sperabile che le indecisioni e qualche smargiassata di Donald Trump e Boris Johnson finiscano per pesare sul loro consenso politico.

Un’emergenza di lunga durata accompagnata dalla costante presenza di un solo decisore politico che, per carità di patria, non viene sottoposto a nessun controllo parlamentare e di un’opinione pubblica dispersa, potrebbe costituire un pericolo per la democrazia? Cittadini-elettori abituati al fatidico “uomo solo al comando” potrebbero affidarvisi anche una volta che l’emergenza sia terminata, soprattutto se grazie alle decisioni prese da quell’uomo? Non esistono situazioni comparabili a quanto succede oggi se non, oserei affermare, la rielezione (con procedure assolutamente democratiche) di Franklin D. Roosevelt in tempo di guerra, mentre Churchill, che pure aveva guidato la Gran Bretagna a una vittoria clamorosa, perse le prime elezioni di pace.

Non è, comunque, della caduta della democrazia che stiamo parlando come conseguenza dell’accentramento del potere e dell’accresciuta visibilità del governante. Piuttosto pare giusto interrogarsi se l’opinione pubblica, una volta superata l’emergenza nel silenzio della politica, dei leader di partito, dei rappresentanti, del Parlamento, non diventi disponibile a credere che, per l’appunto, leader di partito, rappresentanti e Parlamento siano non solo inadeguati, ma anche inutili, se non addirittura controproducenti. Un uomo al vertice, non ostacolato da oppositori motivati dalla ricerca di vantaggi per i propri partiti e le proprie personali carriere, non rallentato da dibattiti parlamentari roboanti ma non apportatori di elementi concreti, non ingabbiato da lacci e lacciuoli burocratici, non obbligato a tenere conto di mass media spesso malamente politicizzati, farebbe funzionare il sistema politico meglio delle modalità democratiche finora esperite? Corrono alcune democrazie questo rischio? Lo corre la democrazia italiana?

Fino ad ora non è in questione la probabilità di scomparsa della democrazia. La preoccupazione, soprattutto in un regime democratico mai particolarmente brillante nel dibattito pubblico di idee e proposte, raramente capace di informare l’opinione pubblica e di valorizzare i pareri divergenti, riguarda proprio l’erosione degli spazi, la limitazione delle alternative, la propensione a seguire e accettare poche voci. Ipse dixit. Terminata l’emergenza e sconfitto il coronavirus ci saranno molte scelte difficili da fare. Si dovrà stilare una scala di priorità. Risorse scarse dovranno essere motivatamente assegnate a attività da privilegiare. Non basterà l’autorevolezza di un uomo solo. Soltanto una società che abbia mantenuto l’attenzione alle regole, alle procedure, alla necessità di un confronto potrà agire in maniera soddisfacentemente democratica. Meglio riflettervi già adesso.

Pubblicato il 18 marzo 2020 su huffingtonpost.it

 

Triste realismo

Lo so. Dovrei scrivere parole di orgoglio e di speranza. L’orgoglio: “stiamo affrontando con coraggio, con stoicismo, con senso civico, un’epidemia di dimensioni e di impatto devastanti. Ci stiamo riuscendo senza proteste, senza disordini, dimostrando un notevole livello di maturità e di disciplina”. Peccato che gli stranieri, non solo gli europei, non se ne rendano conto appieno e non apprezzino, come pure dovrebbero. La speranza: “questa fase difficile passerà, supereremo tutto, andremo avanti come abbiamo sempre saputo fare, nelle emergenze notoriamente gli italiani danno il meglio di se stessi”. So, anzi, sono convinto che ciascuna di queste frasi contiene elementi di verità, verificabili con il fact checking, ma vedo anche tentativi di autoconvincimento di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri, come se, ripetendocelo, riuscissimo a farlo diventare vero.

Purtroppo, non solo a causa dell’isolamento sostanziale a cui, come molti, sono costretto, sto maturando opinioni diverse, credenze non del tutto prive di collegamenti con la realtà. Quello che comincia a preoccuparmi di più è che, certo con tutte le buone intenzioni di questo mondo, le “autorità” stanno illudendoci sul futuro che non mi pare proprio prossimo. Ascolto alcune frasi, troppo spesso ripetute, con fastidio crescente. Primo, no, non saremo mai più come prima. Il Coronavirus ci avrà più o meno sottilmente cambiati. Rimarranno timori e preoccupazioni, dovremo vivere con conseguenze che ancora non siamo in grado di prevedere e valutare, ma che è molto improbabile che cambino la nostra vita per il meglio. No, non torneremo più forti di prima. Al contrario, ci vorrà molto, moltissimo tempo soltanto per tornare faticosamente, dolorosamente al livello di prima. Avremo tanto da ricostruire, dal punto di vista materiale e da quello dei rapporti sociali. No, non abbiamo nessun elemento per sostenere che diventeremo tutti migliori. Non conosco ricerche che abbiano rilevato che, superati disastri come inondazioni (tsunami), terremoti, epidemie, le persone sono diventate migliori: in che cosa rispetto a quali parametri?

Infine, no, è molto improbabile che alla fine del Coronavirus riprenderemo a correre come affermano soprattutto i milanesi. Ne usciremo stremati, fisicamente e psicologicamente. Non avremo abbastanza energie per correre. Forse ci interrogheremo se “correre” significa effettivamente riprender(si) la vita; se quello che desideriamo è una vita di corsa piuttosto che di riflessione e di più accurata individuazione e selezione delle nostre preferenze. Alle riflessioni molti arriveranno lentamente trovando alimento in se stessi. Per altri, sarebbe bello che il percorso fosse loro indicato da un “predicatore” (ne servirebbe più di uno) capace di argomentare con parole opportune, senza retorica, come si costruisce una società giusta, non conformista, in grado di offrire eguaglianze di opportunità. No, quel predicatore non lo vedo (ma non voglio escludere che sia già fra noi).

Pubblicato AGL il 9 marzo 2020

Coesione nazionale nel rispetto dei ruoli

Quale è il modo migliore per affrontare un’emergenza grave come un disastro naturale di grandi dimensioni o un’epidemia, come quella causata dal coronavirus, che colpisce le zone più sviluppate dell’Italia e minaccia di danneggiare fortemente l’economia del paese? Secondo Matteo Renzi e Matteo Salvini l’inizio della soluzione si trova nella sostituzione del governo in carica (per Renzi deve soprattutto andarsene Conte) con un governo di unità nazionale, seguito appena possibile, secondo Salvini, da nuove elezioni. La proposta, interpretata come si deve, cioè, da un lato, strumentale, dall’altro, opportunistica, non ha trovato praticamente nessuna sponda. Se davvero l’opposizione, con Salvini che ne è il capo non ufficiale, e Renzi che svolge il ruolo di guastatore interno alla maggioranza, intende contribuire al superamento dell’emergenza, ha due notevoli possibilità. Primo: adoperarsi per migliorare le soluzioni proposte dal governo, mai sabotandole, ma appoggiandone attivamente l’attuazione concreta. Secondo: ridurre il livello del conflitto politico mandando il messaggio di responsabilità e coesione che più conta per l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Forse è utile aggiungere che qualsiasi crisi di governo nell’attuale situazione avrebbe conseguenze esiziali. Costerebbe tempo e denaro rendendo inevitabilmente più complicati gli interventi necessari che i ministri in carica e le autorità della Protezione civile stanno mettendo in pratica sulla base di conoscenze acquisite non immediatamente e facilmente trasferibili. Se esistessero personalità politiche e scientifiche nei ranghi dell’opposizione in grado di offrire effettivamente conoscenze che l’attuale governo non ha, nulla osta che lo facciano in nome del senso dello Stato e dell’appartenenza alla comunità italiana. Non è comunque in questa direzione che sembra andasse la richiesta/ proposta di governo di unità nazionale. Forse è già tramontata e sarebbe opportuno dimenticarla se non fosse che non è affatto da escludere che ritorni a galla. Infatti, tanto Matteo Salvini quanto Matteo Renzi continuano ad avere bisogno di visibilità politica per non essere oscurati dalla struttura della situazione nella quale tutti, meno i quotidiani e gli editorialisti della destra, inevitabilmente guardano con speranza a quello che il Presidente del Consiglio Conte e il suo governo fanno. Criticare fermamente e respingere la proposta di governo di unità nazionale serve a evitare che sia soltanto spinta sotto il tappeto e rimanga pronta ad essere resuscitata. Nelle emergenze il protagonismo di alcuni non è mai positivo quando serve solo obiettivi personalistici. Nelle emergenze deve essere potenziata l’azione delle istituzioni, in questo caso il governo e il suo capo con i loro collaboratori specializzati. Superata l’emergenza a tutti sarà chiesto di assumersi la responsabilità di quanto fatto, fatto male, non fatto. In trasparenza senza confusione di ruoli.

Pubblicato AGL il 29 febbraio 2020

Capitale sociale e coronavirus

Nell’estate del 1995 si ebbe a Chicago una straordinariamente intensa ondata di calore con altissimo indice di umidità e temperature ben al disopra dei 40 gradi. Inevitabilmente seguirono numerosi decessi, in particolare fra le persone anziane, ma nient’affatto distribuiti in maniera uniforme nei diversi quartieri della città. Una originale ricerca riscontrò che il tasso di mortalità era stato molto più elevato fra le persone che vivevano da sole in zone nelle quali non operava nessuna associazione in grado di aiutarli con cibo, acqua, rassetto dell’abitazione, compagnia. Nel caso delle carestie alcune ricerche hanno provato che laddove esistevano organizzazioni capaci di reperire e smistare le pur poche risorse alimentari, le conseguenze negative per persone e animali sono state considerevolmente limitate. Di fronte a disastri naturali, come terremoti e inondazioni, la disponibilità e capacità delle persone coinvolte a cooperare aiutandosi vicendevolmente consentono di limitare i danni e di procedere con maggiore rapidità e successo alla ricostruzione e al ritorno alla vita “normale”. Da tempo, alcuni sociologi particolarmente avveduti hanno studiato questi fenomeni nei quali la cooperazione anche fra persone che non si conoscono produce effetti positivi parlando di “capitale sociale”. Una buona rete di relazioni interpersonali basata sulla fiducia è davvero un capitale che può, in casi di bisogno, essere messo a frutto. Le società che dispongono di molteplici reti interpersonali e, di conseguenza, di notevole capitale sociale diventano più prospere e resistono meglio a fronte delle emergenze.

Riflettevo su queste conoscenze da tempo acquisite e oramai consolidate nella ricerca sociologica mentre guardavo rattristato e allarmato le immagini dei piccoli comuni della Lombardia e quello veneto di Vo’: strade deserte, serrande dei negozi abbassate, nessun movimento, nessun segno di vita. Sappiamo che così deve essere secondo le autorità mediche e civili poiché il coronavirus si trasmette attraverso il contatto fra persone. Per evitare il contagio e impedire esplosione e diffusione di una pandemia l’unica strategia possibile, comunque la migliore, è tenersi lontani gli uni dagli altri. Anche laddove esiste capitale sociale, con tutta probabilità in quei comuni lombardi, dove in altre condizioni i cittadini si aiuterebbe reciprocamente, bisogna rinunciarvi perché il suo ricorso sarebbe del tutto controproducente. Invece di avere fiducia gli uni negli altri siamo invitati a essere sospettosi. In chiesa i fedeli debbono rinunciare a scambiarsi “il segno della pace”. Gli amici non possono incontrarsi. I parenti non debbono organizzare riunioni e momenti di convivialità. Gli estranei non si avvicinino a meno di due metri di distanza. Nessuno, tranne il personale medico, può aiutare nessuno tranne tenendosene alla larga. Il coronavirus sta bruciando tutto il capitale sociale esistente. Superata la pandemia fino a quando rimarremo sospettosi e diffidenti?

Pubblicato AGL il 24 febbraio 2020

Chi rompe deve pagare

Il Coronavirus è lungi dall’essere debellato. Continua a contagiare e mietere vittime. Sta, forse, per estendersi in luoghi finora non affetti. Il suo impatto sull’economia cinese è già stimato ingente, non solo in termini di riduzione di almeno un punto del Prodotto Interno Lordo, ma anche di scambi commerciali e turistici con il resto del mondo. Date le dimensioni economiche oramai conseguite dalla Cina, un po’ tutti i sistemi economici subiranno conseguenze negative. Da tempo in sostanziale stagnazione, l’economia italiana subirà, sta già conteggiando, notevoli perdite dalle mancate esportazioni. L’Italia è alle soglie di una probabile recessione senza che la politica ne avverta la gravità e si prepari a misure straordinarie.

Sicuramente, è importante discutere della prescrizione che attiene ai diritti dei cittadini, dei decreti sicurezza che dovrebbero per l’appunto rassicurare i cittadini, le loro vite, la loro libertà, le loro proprietà. Però, non concentrare l’attenzione sul rilancio dell’economia e della sua crescita che, creando posti di lavoro, avrebbe conseguenze benefiche sulla vita quotidiana delle famiglie italiane è molto più che un grave errore. Invece, il dibattito pubblico è quasi sostanzialmente monopolizzato dalla minaccia quotidiana di Renzi e di Italia Viva rivolta al governo Conte. Più precisamente, Renzi afferma di non volere elezioni anticipate, ma curiosamente dice di non temerle pur non avendo attualmente i voti necessari a superare la clausola di ingresso nel prossimo parlamento. Vuole la sostituzione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Nessun governo Conte 3, ma un altro governo, non è chiaro composto e guidato da chi, è la richiesta di Matteo Renzi.

In un Parlamento che, se il taglio dei parlamentari non sarà sconfitto nel referendum costituzionale del 29 marzo, perderà un terzo dei suoi componenti, sono molti coloro che vanno in cerca di un riposizionamento promettente. Ha senso criticarne le modalità, ma non le intenzioni. Sullo sfondo si staglia il classico pericolo/spauracchio dell’economia italiana: l’impennata dello spread che seguirà subito qualsiasi segnale di instabilità governativa. Sono proprio le reciproche accuse, le malposte ambizioni, le ripicche e i personalismi che aprono una prateria all’instabilità del governo e alla sua inevitabile impossibilità di prendere decisioni. Altrove, qualsiasi buon amministratore avvertirebbe tutti i suoi collaboratori degli ingenti costi di un dibattito malevolo, centrato sulle persone e non orientato a soluzioni operative. Potendo cercherebbe di disarmare i responsabili dei danni. Forse è giunto il momento che dal colle del Quirinale il Presidente della Repubblica faccia sapere solennemente e “costituzionalmente” a tutti gli inquilini pro tempore di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama che non è (mai) sufficiente l’esistenza di una maggioranza numerica che non sappia dimostrarsi operativa. La pazienza “presidenzial-costituzionale” non è infinita.

Pubblicato AGL il 19 febbraio 2020