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Andare oltre la rimpatriata
È risultato gradualmente (e, per loro, dolorosamente) evidente che molti esponenti della vecchia ditta citata da Bersani non potevano più restare in un partito il cui leader, sempre spalleggiato dal suo giglio magico, li emarginava e li irrideva, delle cui idee non sapeva che farsene. Solo in piccola parte, però, lo scontro Renzi/Bersani (anche se Renzi preferisce avere D’Alema come nemico massimo), è stato sulle idee. In maniera nettamente prevalente, è stato sulle persone, sulla loro più o meno lunga storia, sulle loro, più o meno legittime, ambizioni. Consiglio sempre di diffidare dei politici che non hanno ambizioni. Il potere serve per tradurre le ambizioni in scelte e decisioni con le quali i politici ambiziosi tenteranno di acquisire ancora più consenso soddisfacendo le preferenze degli elettori. Purtroppo, lo scontro in atto dentro il PD e nei suoi dintorni è difficile da definire in termini di politiche: lavoro, scuola, diseguaglianze, migranti, Europa. Non è uno scontro fra culture politiche del passato (comunisti e cattolici democratici) di cui si poteva anche dubitare che fossero il meglio che l’Italia aveva prodotto, ma che nei dieci anni trascorsi dal varo del Partito Democratico non si sono né contaminate né, meno che mai, fuse. Semmai, confuse.
Esclusa dai renziani la conferenza programmatica che poteva essere il luogo del dibattito sulle culture politiche che mancò nella primavera del 2007, l’elezione del segretario sarà solo un modo, neanche il migliore, per contare le truppe. Il reclutamento delle truppe non può andare troppo per il sottile, soprattutto per coloro che tentano la costruzione di un “campo” nel quale fare confluire tutte le sparse membra degli oppositori di Renzi (che non cessa di personalizzare la sua politica). Nelle prime riunioni degli scissionisti, come riferite dalle cronache locali, fanno capolino molti che sono stati emarginati dai renziani, ma anche che erano usciti dalla politica poiché sconfitti, ritenuti inadeguati, qualche volta, per esauriti limiti delle loro capacità. Questa specie di rimpatriata con forti componenti generazionali è in un’incerta misura inevitabile quasi quanto il conformismo che, non nuovo nella storia del PCI e dei suoi successori, tiene insieme coloro che rimangono nel PD, pur avendo grandi differenze d’opinione. Chi se ne va ha il compito oneroso di presentare con chiarezza le alternative che propone. Sarebbe molto più credibile se quelle alternative non provenissero soltanto, per limitarmi all’Emilia-Romagna, da Bersani e da Errani. Se, poi, nelle affollate assemblee s’affacciano politici e sindacalisti di persin troppo lungo corso e latitano i giovani, allora un problema c’è.
Pubblicato il 1° marzo 2017
Ridefinire la Sinistra
La città di Bologna, perplessa e inquieta, s’interroga: quali saranno le prossime mosse politiche del sindaco Merola? dopo la scissione che, peraltro, avrà poco spazio nel PD conformista bolognese, davvero non andrà né da una parte né dall’altra? Si adopererà, come dichiara, per tentare, in maniera ambiziosa, di cambiare il mondo, chiedo scusa, il centro-sinistra (è fatta: il trattino l’ho messo)? Inevitabilmente, gli “antipolitici” non perderanno l’occasione di sostenere che, invece di partecipare a operazioni più grandi di lui che, nel passato, non ha mai neppure abbozzato, Merola farebbe meglio a impiegare il suo tempo cercando di governare la città. Condivido, ma, dal momento che il molto mobile sindaco prende posizioni politiche e le cambia con notevole frequenza: dalla Ditta a Renzi nello spazio di una notte, poi a Pisapia che, prima, lo ha snobbato, poi, lo ha sganciato–, è giusto cercare di capire perché e con quali conseguenze. Forse, il perché l’ha già detto candidamente lui stesso.
Giunto al secondo mandato, non potendo essere rieletto, si sente più libero. Quindi, si dedica a un’operazione, dai contenuti e dai contorni indefiniti, che, infatti, oscilla dal creare qualcosa alla sinistra del PD di Renzi fino all’ulivismo, ma su questa prospettiva vaghissima è subito stato bacchettato da una vestale dell’Ulivo del breve tempo che fu. Nell’indeterminatezza della sua operazione politica, Merola si trova, non solo poiché gli “indeterminabili” sono tantissimi, in mezzo ad un guado. L’altra sponda nessuno sa dove sia e come si configuri. Più concretamente, il PD bolognese ed emiliano-romagnolo si dedica a curare quello che c’è, le cariche (le “poltrone” nell’elegante terminologia populista renziano) presenti e future. Qualcuno, non solo gli assessori comunali Priolo e Lepore, ai quali aggiungerei il deputato De Maria, è anche già, alquanto prematuramente, in pista per la successione a Merola. Meno parlano di come ricostruire un partito, una coalizione, una politica, meglio è, per loro, ma certamente non per una sinistra che ha bisogno di ridefinirsi.
Nel lungo tragitto di amministratore di Merola non ricordo nessuna elaborazione politica sua (mi verrebbe da aggiungere, risultando provocatorio, “e dei suoi intellettuali di riferimento”). Quello che manca oggi, non soltanto al Partito Democratico nazionale, è una riflessione approfondita, forse attraverso quella Conferenza programmatica che Renzi e i suoi collaboratori hanno respinto, nella quale siano discusse e decise, non le ragioni dello stare insieme, ma gli obiettivi da perseguire. Per usare il logoro lessico della politica politicata, si parli non di schieramenti, ma di programmi, meglio di visioni. In questa direzione il Merolapensiero ha ancora moltissima strada da fare.
Pubblicato il 23 febbraio 2017
Una storia da ricostruire. Il PCI sotto le Due Torri
Chi non conosce la storia è condannato a riviverla”. Magari, commenterebbero alcuni vecchi comunisti italiani, orgogliosi della storia del PCI e della loro storia personale di impegno, di azione, di cultura politica. Forse, più che riviverla, quella storia bisognerebbe, non rottamarla, ma insegnarla nelle sue luci e nelle sue ombre, in quello che fu positivo, anche per la democrazia italiana, e in quello che fu negativo e che ha portato all’inadeguata trasformazione del PCI che non riuscì mai a imboccare la strada difficile, ma promettente, della socialdemocrazia. Naturalmente, una storia è fatta di azioni e di interpretazioni, si (ri)costruisce su documentazioni e riflessioni, anche su critiche e autocritiche. Una buona storia è recupero di un patrimonio culturale costituito anche da immagini, simboli, effigi. Nulla di tutto questo parla da solo, ma tutto può essere interrogato da chi ne abbia gli strumenti per farlo.
Curiosamente, sappiamo molto della città di Bologna, della sua storia recente, dall’avvento del fascismo alla liberazione, dei governi comunisti, dell’alleanza fra PCI e PSI, della leggendaria campagna elettorale del 1956: “Dossetti contro Dozza”, dei sindaci. Non esiste, però, una vera e propria storia del Partito Comunista Bolognese. Adesso, dalla bella indagine di Pier Paolo Velonà apprendiamo che colui che fu anche il tesoriere del PCI, ovvero Mauro Roda, adesso presidente della Fondazione 2000, possiede un vero tesoretto di oggetti che fanno parte della storia del PCI e che sarebbero essenziali per chiunque volesse ricostruire quella storia con appropriati metodi di indagine che la illuminino anche nel vissuto quotidiano del partito, dei dirigenti, dei militanti.
Forse un simile patrimonio, integrato da elementi che altri comunisti posseggono, dovrebbe trovare una sua sede ampiamente accessibile. Qui torna la storia con la necessità di una rivisitazione per capirne di più sulla costruzione della democrazia a Bologna e dintorni e sul modo con il quale il PCB mantenne un livello di consenso molto elevato per un lungo periodo di tempo. Qualcuno potrebbe anche giungere a pensare che documenti e oggetti, azioni e trasformazioni poggiavano tutte su una base solida: una cultura politica di fondo, anche ideologica, non priva di difetti, ma omogenea e capace di indicare obiettivi. Al proposito, guardando a quanto è successo negli ultimi quindici-vent’anni, una qualche forma di nostalgia appare più che giustificata.
Pubblicato il 14 febbraio 2017
Vento emiliano e nuove filosofie
Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna non si fa mancare quasi niente tranne, talvolta, i voti, per esempio, quelli che servivano a evitare il ballottaggio di Merola. Non potendo andare oltre il secondo mandato (e la presidenza della Città metropolitana), sfuggitagli per via referendaria la carica di Senatore, il sindaco ha deciso di sbizzarrirsi in politica, forse, sostiene più d’uno, a scapito del miglioramento della sua attività amministrativa che lo vede al sessantesimo posto circa della classifica stilata dal Sole 24Ore. Può anche permettersi di contraddire variamente le proposte e le indicazioni del suo segretario di cui qualche tempo fa si era dichiarato convinto sostenitore. Adesso, mentre esprime il suo favore al referendum sul Jobs Act, legge simbolo del periodo renziano, annuncia che elezioni anticipate non sono una buona soluzione e opera per un’ipotesi di coalizione che includa quelli che un tempo sarebbero stati chiamati “cespugli di sinistra”. Se rinascesse l’Ulivo, e Romano Prodi sostiene che è possibile, quei cespugli avrebbero molte opportunità di essere considerati importanti.
Su altri versanti, i Dem dell’Emilia-Romagna mantengono alta la loro visibilità. Vero che dei tre ministri reclutati da Renzi, una, Federica Guidi, ha dovuto dimettersi qualche tempo fa, il secondo Giuliano Poletti, galleggia su imbarazzanti affermazioni, che non sono gaffes, ma ne rispecchiano il pensiero politico, e il terzo Graziano Delrio è un po’ emarginato, ma se le indiscrezioni hanno qualche fondamento, sarà la nuova segreteria di Renzi a fare il pieno di emiliano-romagnoli. Dal cerchio non più magico del giglio fiorentino al poco frizzante, ma solido ambiente emiliano-romagnolo? Il segretario che cerca un suo personale rilancio ha bisogno di un partito, anche se chi lo conosce non crede che saprebbe poi farlo funzionare e valorizzarlo. Vorrebbe un partito più unito, magari senza Bersani e quel che rimane dei bersaniani. Saranno Critelli, Calvano, Bonaccini, Richetti (alla ricerca di un ruolo chiave e sovraordinato nella nuova segreteria) e Andrea Rossi all’organizzazione a dargli quel partito? Difficile dirlo, ma inevitabile sottolineare che un riallineamento complessivo del PD emiliano-romagnolo su Renzi, da un lato, desterebbe grandi preoccupazioni nei molti parlamentari che desiderano la ricandidatura e molte speranze negli aspiranti fra i combattenti del pur sconfitto fronte del “sì”, dall’altro, aprirebbe spazi per Merola ( non “per il suo progetto” di cui non vedo né gli obiettivi né il perimetro). I nomi li ho fatti. Mancano solo le indicazioni su quali grandi, ma anche piccole, idee sapranno proporre sia i nuovi renziani sia il vecchio Merola. A quando il philosophari?
Pubblicato il 28 gennaio 2017
Le visioni aperte necessarie
Nella commemorazione di Dossetti, il Presidente Mattarella avrebbe potuto ricordare che neanche il consigliere comunale Giuseppe Dossetti fu soddisfatto dalla sua esperienza a Palazzo d’Accursio dove, pure, era il capo di un’opposizione “anti-sistema” al governo del PCI. Nella campagna elettorale e nelle proposte programmatiche, Dossetti e la sua squadra lasciarono un segno profondo in parte attuato dall’intelligenza politica del sindaco Dozza e da quello che, allora, era un vero partito politico. Certo, Dossetti merita di essere ricordato soprattutto per il suo percorso vita complessivo, per la sua testimonianza religiosa e per la sua visione ecumenica. Il Dossetti costituente, rallegratosi dal sonoro NO nel referendum di dicembre, che ha evitato modifiche peggiorative alla Costituzione, alla cui scrittura lui aveva contribuito, era un giurista di grandi qualità. Avrebbe apprezzato il richiamo elogiativo che Mattarella ha fatto di Irnerio e della sua importante scuola. L’ascesi dossettiana non impedì mai al monaco Dossetti di seguire in maniera vigilante, come la sentinella biblica da lui spesso richiamata, gli avvenimenti politici, non giorno dopo giorno, ma nella loro trama profonda. A Dossetti sarebbe specialmente piaciuto interloquire con Mattarella su due aspetti molto inquietanti della politica contemporanea.
Il Presidente ha opportunamente sottolineato, con chiaro riferimento a Dossetti, che le esperienze passate arricchiscono la storia presente e futura quando sono state lungimiranti, quando hanno avuto visione, quando hanno guardato, non il contingente, ma le prospettive della comunità di vita. Oggi, la comunità di vita riguarda, da un lato, l’accoglimento dei migranti, dall’altro, le modalità con le quali gli italiani sentano di rapportarsi all’Europa. L’art. 11 della Costituzione italiana è limpidissimo nel garantire asilo politico a tutti coloro costretti a lasciare paesi schiacciati da autoritarismi e guerre civili, ma come non interpretarlo estensivamente anche a favore di coloro che non hanno più possibilità di garantire una vita decente alle loro famiglie? Quanto ai risorgenti, in verità, mai scomparsi nazionalismi, il problema non consiste nel superarli, meno che mai cancellarli. Consiste nel combinare insieme la cittadinanza, le identità, i valori nazionali, degni di essere preservati, con la cittadinanza europea e i valori del progetto di unità politica che ha garantito decenni di pace e di prosperità. Tutto questo stava nel pensiero lungimirante di Dossetti e accompagna la visione che Mattarella espone con coerenza e affida fiducioso ai giovani che, nelle loro scelte di stare o di emigrare, meritano rispetto e sostegno. Parole di Presidente.
Pubblicato il 13 gennaio 2017
La “svoltina” delle cinque stelle
Per noi che sappiamo che la legge non è mai eguale per tutti e che vediamo, senza scandalo, che è variamente applicata, il cambiamento acrobatico di Grillo, approvato da una maggioranza russa (i bulgari hanno da tempo un sistema multipartitico competitivo), sul non automatismo delle sanzioni agli aderenti al Movimento non arriva di sorpresa. La nuova (non)regoletta è che gli avvisi di garanzia non avranno conseguenze per chi è incappato nei cosiddetti “rigori” della legge. Bisognerà aspettare, fiduciosamente, un’eventuale condanna in primo grado. Dopodiché, eventualmente, si potrà procedere alla critica nei confronti della magistratura che incrimina e poi assolve.
La “svoltina” di Grillo che, comunque, in quanto Garante massimo continuerà ad avere la prima e, come spesso vuole, l’ultima parola, merita due riflessioni. La prima concerne il Movimento nel suo insieme, da tempo oramai costretto a cambiare regole e procedure a fronte delle sfide del sistema politico. Non essendo finora riusciti a cambiare la politica sono costretti a lasciarsi, più o meno riluttantemente, cambiare dalla politica. Questo avviene soprattutto quando alle costrizioni della politica giorno dopo giorno s’accompagnano quelle del governare, parola grossa, in particolare se riferita a quanto sta succedendo a Roma dal giugno 2016. Lo stillicidio di guai giudiziari sulle nomine del sindaco Raggi non solo ha diviso il Movimento, ma ha allarmato non poco Grillo. Quella che doveva essere la vetrina del buongoverno in attesa dell’assalto a Palazzo Chigi rischia di diventare un macigno sulla strada di un’eventuale, non ancora improbabile, vittoria elettorale.
Ai ritmi ai quali procedevano le espulsioni, mal giustificata nel caso del sindaco di Parma Pizzarotti, rapidissime all’inizio dell’esperienza parlamentare, a orologeria nel caso di Roma, faceva la sua comparsa il rischio che la battaglia finale sarebbe combattuta dai grillini contro gli ex-grillini. Rammento che tempo fa la previsione, rivelatasi alquanto erronea, era quella dello scontro fra comunisti e ex-comunisti, entrambi, adesso lo sappiamo, sconfitti dagli ex-democristiani. La seconda riflessione è che, mentre alza il tiro, non sempre a torto, contro la stampa, Grillo prende le distanze dalla magistratura. Non consentirà che siano le inchieste a influenzare selezioni, assunzioni, espulsioni. Tuttavia, e questo vale per tutti i protagonisti politici, la ritrovata autonomia della politica sarebbe più apprezzabile se s’accompagnasse a un codice etico severo, da applicare ai nemici e agli amici, senza furbizie.
Pubblicato il 5 gennaio 2017
Il silenzio prima della corsa
Non tutte le strade portano a Roma. Però, chi vuole andarci sa che deve attivarsi fin da adesso. Tranquillini continuano a essere i parlamentari e i potenziali candidati di Forza Italia. Sanno, da sempre, che le candidature si decidono ad Arcore. Abbastanza chiara è la “classifica” delle candidature possibili per Fratelli d’Italia. Esiste già qualcuno con giustificate ambizioni che, quasi certamente, saranno ricompensate. Nessuna inquietudine o fibrillazione fra i leghisti. Praticamente tutto dipende da Salvini il quale sa che la Lega deve rappresentare il territorio scegliendo candidati che dal territorio emergono e che nel territorio si cercheranno i voti. Nella misura del possibile questi criteri hanno funzionato soddisfacentemente nel passato e non c’è ragione per modificarli. Le primarie la Lega le chiede soltanto per il leader dell’eventuale coalizione, già sarebbe un’enorme novità, non per i candidati al Parlamento. Forse ammaestrati dalle loro precedenti, pochissimo frequentate, “parlamentarie”, alle 5 Stelle toccherà decidere se ripeterle in meglio, con meccanismi più partecipati, più coinvolgenti, più mobilitanti, oppure innovare. Sanno di avere una grande responsabilità poiché gli osservatori vedono le Cinque Stelle alle soglie del prossimo governo che soltanto parlamentari preparati e competenti saranno in grado di sostenere e di controllare adeguatamente.
Altrettanta attenzione è concentrata sul vero concorrente delle 5 Stelle: il Partito Democratico. Qualcuno ricorderà, anche se la smemoratezza sembra in questi giorni la qualità più visibile nel Renzi che aveva promesso di lasciare e nella Boschi che aveva collegato la sua carriera alle riforme costituzionali sonoramente bocciate il 4 dicembre, un enfatico proclama renziano: la nuova classe dirigente del Partito Democratico emergerà dai Comitati del Sì. Non ho visto molto fervore, molto impegno e molta originalità nella costituzione di quei comitati. Non ho neppure incrociato giovani che volessero promuoversi pancia a terra per difendere le riforme renzian-boschiane, ma ho riscontrato l’attivismo di chi, renziano, spera/va di rientrare in gioco. Fra i Democratici chi già sta in parlamento farebbe a meno di eventuali primarie, sapendo quanto poco rispettose dei diritti di tutti i partecipanti sono state quelle del dicembre 2012. Chiarissimo è che nel PD è in corso, in parte al buio, un riposizionamento delle e nelle correnti. Stretti fra il Congresso prossimo venturo e la legge elettorale, non “ottima” come Renzi e Boschi sostennero senza mai essere contraddetti, i “parlamentabili” democratici tacciono. E’ plausibile pensare che il loro silenzio sia tale anche perché di politica e politiche hanno poco da dire.
Pubblicato il 15 dicembre 2016
Riflettere sulle analogie
Uomini bianchi in perdita di status, impoveriti, che vedono le loro radici messe in discussione, che temono che quel poco che rimane loro del sogno (non solo americano) sia lacerato non da altri sogni, ma dall’incubo di un’immigrazione sregolata, stanno decidendo le sorti dell’Occidente. In Gran Bretagna hanno detto che preferiscono orgogliosamente vivere nella loro isola, in “splendido” isolamento. Negli USA hanno mandato il messaggio che persino un miliardario, purché bianco, un po’ sessista, maleducato, con qualche accento di xenofobia, ma distante dall’establishment politico è preferibile a una donna che di quell’establishment è parte integrante, che rappresenta anche i privilegi, che avrebbe garantito more of the same, proprio la continuità che gli incattiviti bianchi non vogliono affatto. Un po’ in tutta Europa sale quest’onda di reazione contro il permissivismo dei ceti-medio alti, i loro privilegi, talvolta il loro ipocrita paternalismo.
Senza esagerare le somiglianze, è possibile cogliere alcuni elementi preoccupanti anche in un microcosmo come Bologna? L’omogeneità del tessuto sociale del passato s’è perduta da tempo. Una parte della cittadinanza vive bene, gode della sua posizione, talvolta esibisce quel tanto di paternalismo che ritiene appropriato al suo status. Si permette anche di criticare coloro che esprimono preoccupazioni, non solo egoistiche, nei confronti degli immigrati. Quella parte di cittadini divenuti privilegiati, magari anche grazie al duro lavoro dei nonni e dei padri, non capisce perché si debba intervenire per ridurre le diseguaglianze che loro hanno superato lavorando, con impegno e con senso civico. Non è possibile conoscere a fondo le loro impressioni e valutazioni sull’immigrazione e sulle diseguaglianze, sul disagio della condizione giovanile, che non voglio esagerare e al quale quei cittadini benestanti rimediano facilmente per i loro figli. Sicuramente provano un po’ di ostilità nei confronti di qualsiasi rivendicazione, per di più espressa non nei canali tradizionali, ma nel disordine. Non raccontano quello che pensano poiché sanno che a Bologna, forse più che altrove, i politicamente corretti esprimerebbero disapprovazione per qualsiasi critica agli immigrati e a un malposto, buonismo.
Almeno in via d’ipotesi sembra lecito temere che qualcosa si muova sotto la classica coperta del perbenismo bolognese. Gli insoddisfatti mugugnano, ma non hanno la voglia, il coraggio? la sfrontatezza?, di esprimere apertamente posizioni e visioni diverse. Troppo facile dire che la politica bolognese non ha neppure colto gli indizi di questa situazione poiché essa stessa è parte del problema. Difficile dire se la società bolognese saprà metabolizzare cambiando oppure se si stia avvicinando a un punto di rottura. Magari sfruttato/strumentalizzato da un piccolo Trump locale.
Pubblicato il 10 novembre 2016
INVITO Presentazione della 4a edizione del Dizionario di Politica #Bologna
21 Settembre 2016
ore 17.30 Sala Stabat Mater
Archiginnasio
Presentazione della 4a edizione del
Dizionario di Politica, a cura di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino
Ne discutono: Gianfranco Pasquino, Marco Valbruzzi, Maurizio Viroli.
modera Enrico Franco, direttore del “Corriere di Bologna”
«Il Dizionario di Politica e` un’opera importante, unica nel suo genere, non soltanto in Italia, ma anche all’estero dove e` stato apprezzato e tradotto. Rigoroso nelle definizioni, articolato e convincente nella trattazione dei termini politici, questo Dizionario, opportunamente rivisto e aggiornato, e` uno strumento istruttivo, utile per gli studenti, per i docenti e sicuramente anche per tutti coloro che di politica vogliono saperne meglio e di piu`.» (Giovanni Sartori)
Breve manuale per le opposizioni
Sicuramente, marceranno divisi gli oppositori di Merola in Consiglio Comunale, e neanche abbastanza allegramente. E’ davvero improbabile che i due pentastellati, Manes Bernardini, Scelta Civica e Lucia Borgonzoni, che meriterebbe il ruolo di sindaco-ombra, riescano a trovare accordi strategici e neppure tattici. Forse il centro-destra cercherà almeno qualche punto di convergenza, ma Bugani, magari benedetto da Grillo, se ne andrà per un’altra strada. D’altronde, le distanze programmatiche, politiche e di ambizioni personali sono molte, non facilmente ricomponibili. Ciascuno dei protagonisti potrebbe fare riferimento al programma presentato agli elettori e su quello, ovvero sui punti salienti, fare leva per criticare il sindaco Merola e la sua giunta e per controproporre purché quei punti offrano un’alternativa vera alle politiche del sindaco e siano convincentemente comunicabili non esclusivamente ai loro specifici elettorati. I consiglieri dell’opposizione potrebbero anche cercare di portare le loro critiche precise e le loro controproposte mirate fra i cittadini, non solo nelle periferie. Il collegamento fra quanto si fa o no in Consiglio e quanto viene percepito dagli elettori è abitualmente uno dei più difficili da costruire, ma è essenziale sia per sindaco e giunta sia, ancor più, per l’opposizione. Un comportamento, facile, ma poco efficace, tutti gli oppositori dovrebbero evitare: la spettacolarizzazione delle loro attività con l’obiettivo di acquisire visibilità nei confronti degli altri oppositori, una lotta che non porta da nessuna parte, ma che è destinata a confondere e deludere anche l’elettorato, che è molto, che non ha votato Merola.
Altrove, in qualche caso, non del tutto sporadico, ma in altri tempi, l’opposizione, se rappresentato da un unico partito o lista poteva cercare di costruire con pazienza e sapienza un’alternativa praticabile al governo in carica. A Bologna, l’esempio più altisonante è stato rappresentato dai democristiani eletti con Dossetti nel 1956. E’ difficilissimo da imitare anche perché persino il sistema politico locale bolognese sta diventando tripolare, l’assetto peggiore per qualsiasi opposizione si candidi a governare. Addirittura intravvedo un altro tallone d’Achille. Manca ai variegati oppositori bolognesi un uomo/una donna considerabile come colui/colei che nel Consiglio comunale diventa la figura di spicco che costruisce l’alternativa per la prossima consultazione elettorale quando Merola non sarà rieleggibile. Purtroppo per i bolognesi senza un’opposizione incisiva il governo cittadino non sarà stimolato a dare il meglio (che non so quanto sia) di se stesso.


