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La nostra Repubblica esigente

Per nessuno scopo, analitico, interpretative, propositivo, la Costituzione italiana può essere divisa nettamente in due parti: una attinente ai diritti (e doveri), l’altra all’ordinamento dello Stato. I principi ispiratori dei Costituenti e la loro visione complessiva informano chiaramente e coerentemente entrambe le parti. Tutte le componenti della Costituzione italiana si tengono insieme e segnalano che qualsiasi revisione, anche minima, deve essere valutata con riferimento al suo impatto complessivo. La tesi che argomento e svolgo nel libro La Costituzione in trenta lezioni, UTET 2015 è che nessuna Costituzione è mai semplicemente un documento giuridico. Le Costituzioni migliori , a cominciare da quella degli Stati Uniti d’America e a continuare con quella della Germania contemporanea, sono documenti eminentemente politici. Mirano a plasmare la vita di una comunità, a darle le regole di comportamento e di rapporti fra persone, associazioni, istituzioni.

Anche la Costituzione italiana mira a fare, limpidamente, tutto questo. Plasma la Repubblica democratica, evidenziando, fin dall’inizio, che la Repubblica sono i cittadini, siamo noi. Ai cittadini — elettori, rappresentanti, governanti– spetta il compito di rimuovere gli ostacoli all’effettiva partecipazione alla vita della comunità (art. 3). Con questa indicazione, i Costituenti miravano a costruire le premesse della coesione sociale e a dare senso e identità ad una comunità di sconosciuti, usciti da vent’anni di fascismo che aveva teso a isolarli e a punirli se si associavano e se parlavano di politica. A questi “sconosciuti”, anche agli stessi uomini e donne nell’Assemblea Costituente, apparve subito necessario ricordare l’importanza della partecipazione, sottolineare il riconoscimento del pluralismo e delle capacità associative, anche in partiti politici (art. 49), mettere in evidenza che le cariche pubbliche, in politica, nelle istituzioni, nella burocrazia debbono essere adempiute con “disciplina e onore” (art. 54). Ai detentori di cariche istituzionali, fra i quali si trovano, naturalmente, anche i magistrati, si raccomanda di tenere in grande conto sia la separazione dei poteri affinché ciascuno di loro svolga i compiti specifici affidatigli sia l’equilibrio affinché nelle loro inevitabili interazioni nessuna istituzione cerchi di sopraffare le altre e tutte operino in un complesso “gioco” di freni e contrappesi. Forse, nella predisposizione di questi freni e contrappesi si colloca anche il fin troppo spesso menzionato “complesso del tiranno”, ma che i freni e i contrappesi siano la base sulla quale operano tutte le democrazie migliori appare innegabile.

La Costituzione è un documento politico esigente. Funziona tanto meglio quanto più i cittadini, i rappresentanti e i governanti non si limitano a rivendicare diritti, ma si impegnano a svolgere fino in fondo i doveri ai quali vengono chiamati: educare i figli, votare, pagare le tasse in proporzione al loro reddito, riconoscere e rispettare il diritto d’asilo e porlo in pratica. La Costituzione ha accompagnato e, oserei dire, ha guidato la crescita dell’Italia da paese rurale, agricolo, ampiamente analfabeta, sostanzialmente impoverito e distrutto dal fascismo e dalla Guerra fino a farlo diventare l’ottava potenza industriale del mondo. Tuttavia, è sempre esistita una qualche insoddisfazione nella società e nella politica per obiettivi, il più importante dei quali è la crescita culturale e sociale, che non venivano raggiunti. Insomma, la società italiana non diventava, non è ancora diventata abbastanza civile. Né, oramai da anni, fa progressi, ad esempio, in materia di pagamento delle tasse o di contenimento e “respingimento” della corruzione. Questi gravissimi inconvenienti non sono evidentemente attribuibili alla Costituzione e ai suoi articoli, tantomeno alla sua ispirazione, agli accordi e ai compromessi, spesso fecondi, che i Costituenti raggiunsero fra loro, offrendo una non banale e non criticabile lezione di metodo.

Se, come ho detto e ribadisco, “la Repubblica siamo noi”, allora dobbiamo criticare gli italiani, individualisti e egoisti, che pensano di cavarsela da soli e di non dovere nulla allo Stato e ai loro concittadini; gli italiani “familisti amorali”, che orientano e giustificano qualsiasi loro comportamento con l’esclusivo perseguimento di vantaggi per la loro famiglia; gli italiani che si fanno forti della loro appartenenza a qualche corporazione (burocrazia, magistratura, classe politica, giornalismo); gli italiani che screditano qualsiasi forma di impegno e si rifiutano di riconoscere il merito e di premiarlo. Questi sono gli italiani che non hanno saputo né voluto capire che soltanto agendo nel rispetto delle regole, dei diritti, dei doveri scritti nella Costituzione, la Repubblica, di cui celebriamo i settant’anni, raggiungerà una apprezzabile qualità democratica e si accompagnerà ad una società davvero, finalmente civile.

Pubblicato AGL il 2 giugno 2016

La corruzione che affonda il Paese

Quando i dirigenti dei partiti indeboliscono la loro struttura, la aprono agli arrivisti, non controllano la selezione del personale, non sanno escludere chi fa politica non per vocazione ma per carriera, qualsiasi tipo di corruzione è in agguato e sarà sicuramente praticato dalle Alpi alla Sicilia. Quando i partiti, i loro dirigenti, i loro rappresentanti al governo e all’opposizione si rivelano disposti a tutto pur di mantenere le cariche ottenute e di proseguire la carriera, tutti gli operatori economici, ma soprattutto quelli che in un mercato aperto e competitivo non riuscirebbero a vincere, entrano in relazioni di scambi perversi con quei politici. Negli scambi, inevitabilmente, sono coinvolti anche i burocrati, nominati e promossi dai politici, che traggono il massimo del vantaggio dal loro ruolo cruciale di intermediari, ma, spesso, anche essendo coloro che danno attuazione alle decisioni. Alla fine della filiera si trova la magistratura il cui compito costituzionale è scoprire, processare, punire i responsabili della corruzione che stravolge la vita della collettività e le attività economiche, sociali, politiche.

È indispensabile prendere le mosse da queste considerazioni, accompagnandole con il dato della corruzione percepita che pone l’Italia al 63 esimo posto nella classifica di Transparency International (ai primi posti stanno i paesi con il più basso livello di corruzione, scandinavi e anglosassoni). Risanare un paese profondamente corrotto richiedere colpire la testa della corruzione, cioè la politica e le burocrazie pubbliche. La Legge Severino che, appena approvata, è stata abbondantemente e subdolamente criticata da parlamentari, politici e loro giornalisti di riferimento, va proprio nel senso giusto. Data la vastità della rete di corruzione politica in Italia e la sua straordinaria capacità di riprodursi (inimitabile esempio di “energie rinnovabili”), il contrasto va effettuato non tanto con l’inasprimento delle pene detentive, che, naturalmente, non debbono neppure essere addolcite, ma colpendo politici e burocrati in quello che hanno di più caro: il posto di “lavoro” e le prospettive di carriera.

Per quanto riguarda i detentori di cariche elettive, il primo passo è l’immediata sospensione. A condanna acquisita, il secondo passo è la decadenza dalla carica. Infine, il terzo e ultimo passo è la decisiva sanzione dell’ineleggibilità, un po’ come è stato comminato a Berlusconi, ma a mio parere l’ineleggibilità dovrebbe essere definitiva. Per i burocrati coinvolti in casi di corruzione la sequenza delle pene dovrebbe riguardare, anzitutto, lo stipendio, anche per indennizzare lo Stato (cioè i cittadini) dei danni subiti; poi, la retrocessione nelle mansioni e quindi nello stipendio; infine, il licenziamento, accompagnato nei casi più gravi anche dalla rivalsa dello Stato sulla pensione eventualmente maturate. Se queste mie riflessioni e proposte hanno qualche validità, i dirigenti di partito e i politici dovrebbero rivisitare la legge Severino e le sue clausole e lavorare sulla riforma della burocrazia predisposta dal Ministro Marianna Madia affinché si giunga ad una rapida e, soprattutto, certa applicazione delle sanzioni da me indicate.
Potremo anche valutare la reale volontà dei politici di combattere la corruzione nei loro ranghi e in quelli della burocrazia dalla celerità e dalla sistematicità dei loro interventi e dal loro non intralcio, ma sostegno alle inchieste della magistratura. Quando l’Europa ci guarda è soprattutto la corruzione italiana che vede e l’inadeguatezza degli interventi con i quali ridurla. Meno corruzione, percepita e praticata, più affidabilità: questa sarebbe l’Italia che va avanti.

Pubblicato AGL 9 maggio 2016

Messaggio senza enfasi dell’arbitro Mattarella

“Aver cura della Repubblica”. Questa semplice esortazione del Presidente Mattarella agli italiani contiene il senso più profondo del suo messaggio di fine anno. Senza nessuna enfasi, di cui non è capace, ma che, comunque, lo sappiamo dai suoi precedenti incarichi pubblici, evita con determinazione, il Presidente ha chiaramente delineato come gli italiani dovrebbero aver cura della loro Repubblica. Le tematiche sono quelle che qualsiasi cittadino con un po’ di senso civico sa essere importanti: il lavoro, l’evasione fiscale, l’immigrazione, le mafie, la legalità, il ruolo delle donne. Sono le modalità con le quali il Presidente ha declinato ciascuna problematica e come le ha evidenziate a contenere elementi di apprezzabile novità. Il lavoro è stato messo, giustamente, al primo posto e ne è stata rilevata l’importanza non soltanto per i giovani, ma anche per coloro che il posto lo perdono dopo una lunga attività. L’evasione fiscale è stata fortemente stigmatizzata sia per il suo costo che grava sulla collettività sia per la grave lacerazione che produce nel tessuto sociale della convivenza fra i cittadini che pagano le tasse e quelli che sfuggono sia, infine, perché, se tutti o quasi pagassero, tutti (o quasi) potrebbero pagare meno. Il passaggio più toccante sull’immigrazione è quello con il quale Mattarella ha reso noto che il 70 per cento dei bambini immigrati dichiara di avere come miglior amico un bambino italiano. Questa notazione suggerisce che il futuro dell’integrazione, che deve avvenire nella legalità con i clandestini che vanno espulsi, comincia dal basso, fra coloro che non guardano al colore della pelle e alla religione, ma apprendono il valore dell’amicizia. Per riferirsi alle diverse forme di criminalità organizzata che infestano troppe aree dell’Italia, Mattarella ha usato il sostantivo plurale mafie. E’ una parola raramente pronunciata che non ha fatto la sua comparsa nel bilancio di fine d’anno stilato da Renzi. E’ degno di nota che Mattarella si sia tenuto lontano da qualsiasi trionfalismo riguardo alla lotta contro le mafie, ma abbia, invece, proseguito il suo discorso riaffermando la decisiva importanza della legalità contro la corruzione “di chi corrompe e di chi si fa corrompere”. Pur facendo un paio di riferimenti all’Unione Europea, in particolare per la necessità di coordinamento nell’affrontare il terrorismo (definito “fondamentalista” senza nessun riferimento alla sua matrice islamica), il Presidente, che sappiamo essere un europeista convinto, non ha sottolineato quanto l’Europa è importante per l’Italia, ma ha anche evitato espressioni critiche sia della Commissione Europea sia della Germania che, invece, hanno caratterizzato il discorso di Renzi. Particolarmente brillante è stato il riconoscimento diretto a tre donne che hanno raggiunto traguardi di altissima rilevanza: la scienziata Fabiola Gianotti, l’astronauta Samantha Cristoforetti e alla pluricampionessa paraolimpica Nicole Orlando (ma non è mancato l’omaggio a Valeria Solesin e alla sua famiglia). Pure presentatosi come arbitro nel complesso gioco, in verità più spesso, uno scontro fisico sia fra i partiti sia fra le istituzioni, Mattarella non ha fatto nessun riferimento né al governo (i cui altisonanti successi Renzi ha già abbondantemente vantato), nessuna valutazione dell’attività del Parlamento, troppo e male criticato per responsabilità non sue, nessuna espressione di sollievo per il plenum finalmente raggiunto alla Corte Costituzionale. Nei loro confronti e nei confronti dei partiti, l’arbitro Mattarella probabilmente già esercita una soffice, non pubblicizzata opera di persuasione, tenendola riservata, quindi, sperabilmente, più efficace. La chiusa del discorso con gli auguri a tutti bambini nati nel 2015, l’anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, merita una doppia interpretazione. Mattarella ha voluto sottolineare che la vita continua e suggerire che “aver cura della Repubblica” significa anche impegnarsi per creare le opportunità migliori per i nuovi italiani. Auguri a tutti (ma non agli evasori).

Pubblicato AGL il 2 gennaio 20016

La democrazia dei favori

Corriere di Bologna

Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.

Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.

Pubblicato il 9 aprile 2015

Severo monito del Colle

AGL 2 gennaio 2015
Ancora una volta, sicuramente l’ultima, il Presidente Napolitano ha invitato gli italiani ad avere fiducia in se stessi, a partecipare alla politica, l’unico modo per migliorare tutti insieme la vita, ad agire in maniera responsabile e convinta. In un discorso tutto politico, Napolitano ha sottolineato di avere fatto del suo meglio in condizioni difficilissime per stabilizzare il governo, per sostenere l’opera di riforma delle istituzioni per ridurre le distanze fra le forze politiche. Con accenti spesso accorati, ha incoraggiato tutti a fare leva sul grande capitale umano di cui l’Italia può, a suo forse troppo ottimistico parere, tuttora disporre. L’Italia continua ad avere una missione in quanto nazione. Alcuni italiani “esemplari” danno corpo a questa missione nelle loro meritorie attività. Tuttavia, secondo il Presidente bisogna sconfiggere mali atavici, fra i quali, soprattutto, la criminalità organizzata e la corruzione.

Il bilancio che il Presidente fa della sua lunga e non più prolungabile esperienza è molto sfaccettato. Quanto è stato cominciato lo considera positivo in Italia e in Europa, anche il Capo del governo dirà meglio alla fine del suo semestre di presidenza non caratterizzato da nessun cambiamento di verso delle politiche europee. Ma fra le righe del discorso di commiato di Napolitano si coglie la persistente preoccupazione che, apparentemente terminato lo stato di eccezionalità che lo condusse riluttante ad accettar un secondo mandato, governo e parlamento non riescano a portare a compimento l’azione riformatrice che sola può rilanciare l’Italia. Guardando il vecchio Presidente, affaticato e in parte insoddisfatto si coglievano elementi di tristezza anche nell’affermazione che il suo impegno non mancherà neppure dopo la sua uscita dal Quirinale (d’altronde, tornerà in Parlamento a fare il senatore a vita. Anche nel prossimo Senato riformato e depotenziato ma non per chi saprà fare valere le sue conoscenze e il suo prestigio.)

I grandi leader politici lasciano il loro paese in condizioni migliori di quelle in cui l’hanno trovato. Napolitano crede indubitabilmente che la situazione politica attuale sia migliore di quella dello “sbandamento” del febbraio-marzo-aprile 2013. Probabilmente è anche migliore di quella del maggio 2006 quando fu eletto la prima volta. Eppure a lui non sfugge che proprio la sua successione, le modalità con le quali verrà eletto il prossimo presidente, le sue qualità politiche, che Napolitano ha indicato come assolutamente importanti, del prescelto, faranno un’enorme differenza. Napolitano lascia, certamente non abbandona, un paese appeso ad un futuro nel quale la sfiducia nelle istituzioni, come dimostrato da recenti ricerche, è bassissima, e nei partiti ancora più bassa.

Ha grandi meriti il Presidente che se ne va, ed è giusto e doveroso riconoscerglieli. Quei meriti appaiono ancora più grandi quando si ascoltano le risposte banali, di parte, faziose, che provengono, del tutto prevedibili dalle parti politiche. Si ha l’impressione che nessuno o quasi voglia effettivamente operare affinché il prossimo presidente sia, non all’altezza di Napolitano che, per ragioni di storia personale e di biografia politica non ha eguali, ma all’altezza di sfide, italiane e europee che permangono tutte e sono ancora gravissime. In attesa della mossa del cavallo che sorprenda positivamente tutti gli italiani, è opportuno, caro Presidente che, insieme a noi, anche lei rimanga vigile, severo e incisivo.

Pubblicato AGL 2 gennaio 2015