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La Costituzione italiana è stata attuata? #Vicenza 18 marzo

 

Venerdì 18 marzo 2016 alle ore 17.45 presso la Sala Stucchi in Palazzo Trissino l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con il patrocinio del Comune di Vicenza organizza una conferenza su “Settant’anni di Repubblica: la Costituzione italiana rimane una Rivoluzione promessa?”. Unico relatore sarà il prof. Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più stimati e conosciuti in Italia e all’estero. Il Convegno verterà essenzialmente sui principi della Costituzione e sulla loro attuazione nella realtà economica e sociale del Paese nonché sui circuiti istituzionali intesi ad aumentare la partecipazione e il potere di scelta dei cittadini. L’espressione “Rivoluzione promessa”, coniata da Piero Calamandrei, indica il potenziale contenuto di rinnovamento radicale morale e politico della Carta Costituzionale. La Costituzione è una “Rivoluzione promessa” perchè esprime l’ansia della giustizia sociale e un programma alto di riforma complessiva e di trasformazione dinamica della società. Oggi la Costituzione – nata dalla Resistenza antifascista -, pur nel dissolvimento delle ideologie, costituisce il nostro principale giacimento morale, vera e propria “religione civile” in cui tutti ci riconosciamo al di là delle diverse opzioni politiche. Ma è oggi d’obbligo chiedersi se essa – nella sua vocazione di tutela delle libertà fondamentali, di codificazione dei diritti e doveri dei cittadini, di regolamentazione dei rapporti tra cittadini e istituzioni, di ripartizione dei poteri – è stata attuata con coerenza e se e in che misura e in che direzione deve essere riformata. Il convegno sarà dunque anche l’occasione per una valutazione sulla qualità delle modifiche costituzionali che saranno sottoposte a referendum. Si parlerà di principi fondamentali della Carta Costituzionale e anche di nuovo ruolo e nuova composizione del Senato, dell’assenza e della presenza di pesi e contrappesi per dare equilibrio al sistema costituzionale e del nesso tra rappresentanza e governabilità alla luce del “combinato disposto” riforma costituzionale e nuovo sistema elettorale.

Gigi Poletto
A.N.P.I. VICENZA

Venerdì 18 marzo 2016 ore 17.45
Sala Stucchi di Palazzo Trissino
Corso Andrea Palladio, 98 Vicenza

Locandina

INVITO a #Rimini 17 marzo La Costituzione in trenta lezioni

Giovedì 17 marzo, ore 21

Sala del Podestà

Piazza Cavour – Rimini

Presentazione con l’Autore del libro

La Costituzione in trenta lezioni

***

Organizzano Istituto Di Scienze Dell’Uomo e Laboratorio di Cultura Politica

In collaborazione con CGIL Rimini, Istituto Gramsci di Rimini, Comitato Salviamo la Costituzione

Rimini 17 marzo h 21

INVITO Prima presentazione di La Costituzione in trenta lezioni – 17 febbraio 2016

testa

sono lieti di invitarla alla presentazione di

di Gianfranco Pasquino
LA COSTITUZIONE IN TRENTA LEZIONI

mercoledì 17 febbraio 2016, ore 17
Biblioteca dell’Archiginnasio
piazza Galvani 1, Bologna

L’Autore ne parlerà con
Elena D’Orlando (Università di Udine)
Justin O. Frosini (Università Bocconi)
Tommaso Giupponi e Sofia Ventura (Università di Bologna)

Archi Invito 1

Archi Invito 2

Video – La Costituzione in trenta lezioni a #PaneQuotidiano

Pane quotidianoPane Quotidiano, programma condotto da Concita De Gregorio su Rai 3

Oggi è spesso ignorata, dimenticata, abusata. Ma la Costituzione italiana, come spiega oggi(03/02/2016) a Pane Quotidiano il politologo Gianfranco Pasquino, è sempre molto attuale. Anche se ha quasi settant’anni, può ancora guidare la politica contemporanea grazie alla sua duttilità e alla capacità di affrontare questioni spinose e delicate come i diritti civili o la coesistenza di religioni diverse

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015)

Unioni Civili. Serve trasparenza

La famiglia è uno dei pilastri sui quali si costruisce, si mantiene, si riproduce una società. Dappertutto. Le modalità con le quali si dà vita ad una famiglia, la si scioglie, la si costituisce in maniera diversa, sono cambiate nel tempo. Il matrimonio è una di quelle modalità, ma, forse, in qualche paese è già una scelta minoritaria, spesso effettuata tardi e con molteplicità di motivazioni. Una di queste motivazioni è costituita dall’accesso, assolutamente legittimo, a tutte le forme di assistenza e previdenza che vanno sotto il nome di welfare. Né la formazione di una famiglia tradizionale: uomo, donna, figli propri, né le unioni civili fra persone dello stesso sesso che adottano i figli dei due contraenti configurano dei diritti. Sposarsi e convivere stabilmente sono facoltà, opportunità, attività che ciascuno può liberamente esercitare oppure no. Una società democratica e aperta, liberale ha il dovere di consentire che le persone scelgano come preferiscono vivere la loro vita. Nessuno obbliga nessuno e nessuno deve impedire agli altri di decidere quali tipi di rapporti intrattenere. Allo Stato è lecito chiedere che riconosca tutte le modalità di convivenza che non violino né la Costituzione né le leggi esistenti e che consentano il massimo di “felicità” possibile senza intaccare la felicità, le convinzioni e le preferenze degli altri. La linea distintiva non corre fra coloro che credono in una fede e coloro che non hanno fede. Passa fra coloro che desiderano garantire a tutti di scegliere secondo le loro credenze e preferenze e coloro che pretendono di imporre le loro credenze e preferenze.

Per quanto riguarda i figli, in particolare le adozioni, il punto dolente dell’attuale scontro, fuori e dentro il Parlamento, sono due le bussole che servono ad orientare anche il legislatore. La prima bussola si trova nell’art. 29 della Costituzione italiana. E’ costituita dal dovere dei genitori di “mantenere, istruire, educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”. Difficile, al limite della Costituzionalità, non richiedere, anche a conviventi dello stesso sesso che abbiano deciso di contrarre un’unione civile, l’adempimento degli stessi obblighi nei confronti dei figli avuti in precedenza. Anzi, proprio l’unione civile costituisce la garanzia, rafforzata dalla libera scelta dell’adozione, che quegli obblighi saranno mantenuti da entrambi i soggetti dell’unione civile. Nulla di tutto questo attenta alla sacralità, se si vuole usare questo termine, alla coesione, all’importanza, al benessere della famiglia classica. Sarebbe, poi, un artificio fin troppo facile mettere in rilevo che questo tipo di famiglia è in crisi poiché la crisi non viene certamente superata dalla diffusione delle unioni civili, ma non viene neppure aggravata dal loro riconoscimento. Quanto alla seconda bussola per orientarsi in una tematica complessissima non può che essere quella della condizione dei minori, dei bambini. La possibilità di adottare i figli nati prima della formazione di una unione civile ha come scopo quello di rendere buona e migliore la vita di quei bambini altrimenti destinati a rimanere in un limbo sociale con tutte le conseguenze negative in termini economici, di dignità, di rapporti interpersonali. Certo, bisogna che il legislatore tracci con grande precisione il confine fra la stepchild adoption e le pratiche di utero in affitto.

Infine, proprio perché, un po’ dappertutto nel resto dell’Europa, da tempo le unioni civili sono riconosciute e regolamentate, in molti casi accompagnate dalla possibilità di adottare la prole del compagno/compagna, è importante che il Parlamento italiano operi, non ricorrendo né alla disciplina di partito né al voto segreto, ma in totale trasparenza. In argomenti delicati e controversi, carichi di ideali e di valori, è opportuno che i parlamentari si assumano apertamente la responsabilità del loro voto, in coscienza e in scienza, vale a dire spiegando perché ritengono preferibile una scelta rispetto ad un’altra. Darebbero un importante contributo alla crescita culturale di quell’insieme di famiglie dei più diversi tipi che si chiama società civile.

Pubblicato AGL 2 febbraio 2016

Galeotto è il Centotrentotto. Referendum o plebiscito? Risponde Gianfranco Pasquino

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Professor Pasquino, lei ha provocato un confronto intenso e aspro con un tweet in cui sostiene che il referendum costituzionale che Renzi ha ribadito di volere chiedere è in realtà un plebiscito. Vuole spiegare la differenza che a molti, evidentemente, sfugge?

Secondo l’art. 138 il referendum su modifiche costituzionali può, non deve, essere richiesto da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. Non può essere chiesto se in seconda lettura le due Camere hanno approvato le modifiche con la maggioranza dei due terzi. Di governo non si parla. I governi e i loro capi non chiedono il referendum che, incidentalmente, non deve essere definito “confermativo”, ma “oppositivo”. Infatti, l’aspettativa dei Costituenti era che si attivassero essenzialmente gli oppositori delle modifiche. Invece, sia il Ministro Boschi sia il capo del governo Renzi hanno ripetutamente rassicurato o minacciato che alla fine del percorso chiederanno il referendum. Da ultimo, nella conferenza stampa di fine d’anno, Renzi ha detto chiaramente che se perdesse se ne andrebbe. Dunque, chiede un plebiscito ‘sì’-‘no’ praticamente sulla sua persona.

Le è stato obiettato che anche in passato alcuni referendum, quello sul divorzio 1974 e quella sulla scala mobile 1985, finirono sostanzialmente per diventare plebisciti, ovvero giudizi su persone, rispettivamente Fanfani e Craxi.

Obiezione sbagliata sul metodo e sul merito. Infatti, non furono né Fanfani né Craxi a chiedere i referendum, ma, nel primo caso, milioni di cattolici e, nel secondo caso, il PCI di Berlinguer e buona parte della CGIL. Inoltre, in gioco erano due leggi ordinarie da abrogare. Fra l’altro, la legge per regolamentare il referendum fu il prodotto di uno scambio alla luce del sole, pardon, del Parlamento. La vollero i democristiani che non fecero ostruzionismo contro l’approvazione del divorzio. Infine, Fanfani non era capo del governo né quando il divorzio fu approvato né quando si tenne la campagna referendaria alla quale partecipò attivamente con grande gusto. L’inutile referendum voluto dal centro-sinistra nel 2001, che già allora criticai frontalmente, costituisce un pessimo precedente, ma almeno non era in gioco nessuna carriera personale. Non fu un plebiscito, ma una grossa stupidaggine costituzionale e un brutto precedente da non ripetere. C’è, poi, anche un’altra ragione per opporsi al referendum renziano.

Un’altra ragione? Quale?

Sono sempre disposto a pagare i costi della democrazia, ma alcuni referendum sono davvero inutili e dispendiosi, non soltanto quanto al costo della loro organizzazione, ma anche in termini di energie e di tempo politicamente meglio utilizzabile. Chi giustifica la riforma del Senato anche perché si risparmieranno dei soldi, ne vuole buttare una barca con un solo reale obiettivo: rafforzare la sua traballante popolarità? Se saranno le opposizioni, come è loro facoltà costituzionale, a chiedere il referendum contro le riforme renziane, valuterò le argomentazioni oppositive, ma vorrò ascoltare anche le loro motivazioni a favore di riforme necessarie, ma migliori.

Insomma si può sapere perché i Costituenti introdussero il referendum costituzionale e a quali condizioni?

Contrariamente ad alcuni uomini e donne politiche di recente conio, i Costituenti ritenevano: primo, di non essere infallibili e, secondo, che le trasformazioni della società e del sistema politico avrebbero potuto rendere necessarie alcune modifiche della Costituzione. Una parte dei parlamentari, per l’appunto, un quinto (frazione facilmente conseguibile dall’opposizione); cinque consigli regionali magari perché schiacciati da un ritorno sotto varie forme al centralismo; 500 mila elettori interessati, informati, partecipanti, organizzati in associazioni, dovevano essere autorizzati ad opporsi a quanto una maggioranza parlamentare aveva (mal)fatto. Se, però, la maggioranza che aveva approvato le modifiche era addirittura dei due terzi, allora, pensarono i Costituenti, non bisognava tenere nessun referendum. Il rischio, che i Costituenti giustamente paventavano, a maggior ragione in un paese nel quale, anche oggi (come si è purtroppo ascoltato nelle male indirizzate critiche al Parlamento che non eleggeva i giudici costituzionali, mentre responsabili erano i capi partito e i capi gruppo della maggioranza) l’antiparlamentarismo è vivo, vitale e vivace, era di una contrapposizione fra Parlamento e popolo con la possibile delegittimazione del Parlamento.

Lo si sente accennare sommessamente, ma è vero che i referendum su materie tanto importanti come le modifiche costituzionali non hanno quorum ovvero per essere validi non richiedono che vada a votare la maggioranza assoluta dei cittadini?

Proprio così, ed è un’altra perla di saggezza dei Costituenti. Non è giusto che coloro che non sono interessati alle modifiche sottoposte al referendum (lasciamo da parte le motivazioni fra le quali comunque c’è sempre una buona dose di apatia) rendano nullo il referendum consentendo che le modifiche restino anche se, faccio un esempio estremo, ha votato il 48 per cento degli elettori e il 40 per cento si è espresso contro. I Costituenti decisero che dovevano contarsi e contare oppositori e sostenitori, vale a dire coloro che sono interessati alle riforme e informati su quanto fatto. Spetta agli oppositori fare opera di informazione e mobilitazione, se vogliono vincere. Ecco perché credo che l’aggettivo più corretto per definire il referendum costituzionale è “oppositivo”.

Situazione brutta e ingarbugliata anche a causa dell’annunciata fuoriuscita di Renzi, se sconfitto. Come se ne esce, professor Pasquino?

Se ne esce applicando la Costituzione. Il capo del governo smette di fare lo sprezzante e di minacciare. Coloro che non vogliono le riforme costituzionali Renzi-Boschi si contano in Parlamento e eventualmente si danno da fare raccogliendo le firme. Magari ne approfittano anche per spiegare, sperando che ne siano capaci e che i mass media non combinino pasticci confezionando talkshow tipo marmellate, il significato di quelle brutte riforme e argomentando le alternative possibili una delle quali non è stare fermi, ma fare riforme migliori.

A.A.

Intervista pubblicata il 4 Gennaio 2016

“Le riforme e lo spezzatino” Sabino Cassese recensisce “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”

Il Sole testata

Sono in molti al capezzale della nostra democrazia, chi per valutare, chi per riformare, chi per accusare. La voce di Gianfranco Pasquino si differenzia dalle altre. Lui ama analisi distaccate, critiche, ma non catastrofiste. È contrario a semplificatori e conservatori ad oltranza. Pensa che anche le Costituzioni invecchino, e che quella italiana sia invecchiata non solo nella seconda parte, ma anche nella prima. Ritiene che gli stessi costituenti abbiano aperto la strada alle modifiche costituzionali, prevedendo le relative procedure. Non si limita a guardare nel nostro orticello, ma fa sempre paragoni con quanto accade nelle democrazie che fanno parte della nostra tradizione costituzionale comune. Non dimentica mai l’insegnamento dei classici, a partire da Bagehot. Critica il cosiddetto renzismo, ma non con la violenza passionale e lo spirito predicatorio di tanti altri commentatori. Tutti buoni motivi per leggere i suoi libri.

Quest’ultima riflessione sulla democrazia italiana parte dalla constatazione che non è vero che non si siano fatte riforme: se ne sono fatte molte, alcune buone, altre cattive. Insiste sulla necessità di considerare il sistema complessivo: le riforme costituzionali non si possono fare come uno spezzatino, richiedono un disegno coerente. Debbono avere di mira il potere dei cittadini e l’efficienza del sistema, quindi rappresentanza e governabilità (qualcuno una volta ha scritto che merito di un buon Parlamento è di dare al proprio Paese un buon governo). Insiste sulla necessità di ulteriori riforme, considerato che la nostra democrazia è di qualità modesta.

Da queste premesse prendono le mosse le sue critiche. Per Pasquino l’ultima legge elettorale è sbagliata perché i parlamentari sono nominati, non scelti, e quindi sono asserviti ai partiti. Questi ultimi sono atrofizzati, verticizzati, personalizzati: per restituire lo scettro al popolo, vanno riformati, ma la loro riforma può venire solo dalla modifica del sistema, della legge elettorale e del modo di finanziamento. Anche la riforma del Senato, tuttora in corso, è oggetto delle critiche di Pasquino: la sua composizione è cervellotica, i suoi compiti non ben definiti, non c’è la garanzia che l’iter delle decisioni sia più rapido. Infine, Pasquino non sposa la tesi secondo la quale i presidenti Scalfaro e Napolitano si sarebbero comportati da monarchi, ma ritiene che essi abbiano dovuto, contro la loro stessa volontà, giocare il ruolo del gestore delle crisi proprio di un sistema semi-presidenziale. Infine, Pasquino non nasconde le sue preferenze, che vanno all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica, accompagnata da un sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali.

Come è dimostrato fin dal titolo (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate), al centro di questo libro sta il problema della democrazia. Questo termine indica uno dei concetti più sfuggenti del nostro armamentario politico, tanto sfuggente che per qualificarlo occorre accompagnarlo con aggettivi (democrazia liberale, democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa, e così via). Ora, i nostri sistemi politici hanno una componente democratica, ma questa si accompagna con altre componenti, una liberale e una efficientistica. Della prima fanno parte istituzioni come quelle giudiziarie, le corti costituzionali, le autorità indipendenti. Della seconda fanno parte gli organi amministrativi e in generale il potere esecutivo. Quando ci riferiamo alla democrazia, indichiamo una parte (quella che riguarda elezioni, corpi rappresentativi, nazionali e locali, vertici di governo), per il tutto (lo Stato, di cui fanno parte, a giusto titolo, anche altri organi ed altre funzioni).

Di qui la domanda: se si isola solo una delle componenti di questi organismi complessi che sono gli Stati–nazione, paragonabili a certe chiese che includono mura e colonne romane, volte rinascimentali e dipinti secenteschi, non si corre il rischio di non rispondere proprio a quella preoccupazione che muove Pasquino, quella di tener conto del sistema nel suo insieme, di evitare le spezzatino?

Gianfranco Pasquino,Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, Milano, pagg. 198, € 16,00

Sabino Cassese

Pubblicato il 27 dicembre 2015 Il Sole 24 ORE  pag 31

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Il vero peso dei voti di Verdini

Pur variamente criticato, sbagliando, l’articolo 67 della Costituzione è chiarissimo e non si presta a deformazioni interpretative: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (corsivo mio). Nuovamente sbagliando, i critici dell’assenza del vincolo di mandato affermano che l’articolo 67 giustifica il trasformismo. Tutt’altro, l’articolo consente ai parlamentari, se lo vogliono, di votare in maniera difforme da quanto decide il loro governo, il loro gruppo parlamentare, il loro partito, gli eventuali gruppi esterni che abbiano favorito o prodotto la sua elezione, nell’intento, se il parlamentare è in grado di argomentarla, di meglio rappresentare la Nazione. Naturalmente, quando il voto dato è importante e clamorosamente “svincolato”, l’opinione pubblica e gli elettori o no di quel parlamentare desiderano giustamente conoscere il perché.

A nessun parlamentare dovremmo concedere di trincerarsi dietro la sua coscienza. A tutti dovremmo chiedere di spiegare con la loro scienza, ovvero con le conoscenze a loro disposizione, di giustificare convincentemente perché hanno votato in un certo modo. Verdini e altri dieci senatori del nuovo gruppo parlamentare Ala hanno esposto una giustificazione semplice e convincente del loro voto a favore della riforma del Senato. Quando erano nel gruppo parlamentare di Forza Italia, Verdini ed altri, però, non tutti, già votarono, in prima lettura, quel pacchetto di riforme. Il testo non è sostanzialmente cambiato. Gli allora contrari hanno cambiato, più o meno opportunisticamente, idea. I già favorevoli non vedono ragione di cambiare il loro voto per seguire le bizzarrie e le peripezie dei loro ex-colleghi di partito. Sono loro, semmai, che dovrebbero spiegare il loro voto difforme rispetto al precedente. Inoltre, punto tutt’altro che marginale, sulle riforme costituzionali assolutamente tutti i parlamentari dovrebbero rivendicare e praticare un voto in scienza e coscienza. Dunque, in quanto cittadini-elettori dovremmo essere molto più preoccupati sia dall’imposizione della disciplina di partito, assolutamente fuori luogo in questo tipo di voti, sia dall’eventuale richiesta del voto di fiducia. Entrambi sono forzature. Entrambi sono violazioni della libertà di voto in materie non soltanto complesse, ma che attengono appieno al rapporto fra parlamentari e elettori.

Il problema risiede nella legge elettorale utilizzata nel 2013 che ha prodotto un parlamento non di eletti, ma di nominati. Il fenomeno delle nomine non finirà con l’Italicum poiché anche un conteggio generoso approda ad una percentuale di nominati che non sarà inferiore al 60 e potrà arrivare fino al 70-75 dei prossimi parlamentari. Quanto a Verdini e ai suoi nulla osta che si spingano fino a votare l’eventuale fiducia al governo, anche se è più probabile che troveranno qualche escamotage regolamentare. Se i loro voti fossero decisivi, toccherà al capo del governo scegliere se accettarli e rimanere in carica oppure  se trarre la conseguenza che il governo non ha più una maggioranza politica autosufficiente.

Infine, è sbagliato interrogarsi adesso su che cosa Verdini e i suoi avrebbero già ottenuto in cambio dei loro utilissimi voti. Tutto, o quasi, sarà visibile al momento delle prossime elezioni: chi e quanti dei senatori (e dei deputati) verdini ani saranno ricandidati da quale partito, in quali collegi e in quali posizioni sulla lista. Sarebbe tutta un’altra storia se il sistema elettorale fosse di tipo maggioritario in collegi uninominali. Allora, sì, gli elettori avrebbero un voto pesante, decisivo, promuovendo o punendo i candidati costretti a spiegare quanto hanno fatto in Parlamento . Invece di criticare l’incolpevole Costituzione, gli strali delle critiche debbono essere diretti a chi ha ideato e imposto prima, il Porcellum, poi le piccole revisioni che lo hanno trasformato in porcellinum, chiedo scusa, nell’Italicum.

Pubblicato AGL 7 ottobre 2015

La giacchetta del Senato

TerzaRepubblica intervista Pasquino. Ecco come tutti i difetti della riforma verranno al pettine

La terza Repubblica

Noi di Terza Repubblica, travolti e francamente sconvolti da un’overdose di pareri giuridici sulla riforma del Senato, abbiamo deciso di fare alcune domande a un autorevole scienziato della politica.

D. Davvero per capire che riforma è quella del Senato bisogna usare strumenti giuridici?

R.Certamente, no. Quegli strumenti da azzeccagarbugli sono spesso fuorvianti, e inutili. La riforma dell’imperfetto bicameralismo italiano va collocata nel quadro politico dei rapporti fra le istituzioni: “Regioni-Parlamento-Governo-Presidente della Repubblica” e del potere degli elettori. A costoro viene tolto moltissimo potere, elettorale (rappresentanza politica c’è soltanto quando libere elezioni la producono) e politico, che viene dato alle classi politiche peggiori che il paese abbia espresso nell’ultimo ventennio, quelle dei Consigli regionali che, in un modo o nell’altro, nomineranno i Senatori. Con la Camera delle autonomie né le Regioni né i sindaci acquisteranno potere positivo. Al massimo eserciteranno un po’ di potere negativo nei confronti sia della rimanente Camera dei deputati sia del Governo. Altro che velocizzazione dei procedimenti legislativi.

D. E il Presidente della Repubblica che nominerà cinque Senatori?

R.E’ l’elemento più assurdo e ridicolo della composizione del Senato. Napolitano e Mattarella dovrebbero dirlo chiaro e forte che non ci pensano neanche per un momento a esercitare il potere di nomina.

D. Molti dicono, e ineffabili “quirinalisti” si affannano a sostenere, che non dobbiamo tirare i Presidenti per la giacchetta.

R.Il “tiro per la giacchetta” è un’attività eminentemente democratica se accompagnata da motivazioni che, in questo caso, riguardano sia quegli inutili poteri di nomina sia la perdita di poteri del Presidente derivante dalla legge elettorale. Il cosiddetto “arbitro”, secondo Mattarella, non potrà più nominare (come dice esplicitamente la Costituzione) il Presidente del Coniglio e neppure opporsi allo scioglimento del Parlamento, ovvero della Camera dei deputati, richiesto da un capo di governo premiato dai seggi dell’Italicum. Il Senato delle autonomie continuerà come se nulla fosse, tanto avrà sempre pochissimo da fare.

D.Sarebbe dunque stato meglio abolirlo tout court?

R.Oh, yes. Magari non guardando al passato né quello in Assemblea Costituente (che, pure, è opportuno conoscere nella sua interezza) né quello delle Bicamerali (neanche loro nullafacenti), ma chiedendosi per il futuro: a che cosa deve servire una seconda camera? Adesso è tardino per un limpido monocameralismo (perfetto?) che farebbe risparmiare denaro e, forse tempo, ma richiederebbe una profonda modifica dell’imperfetto Italicum. E’ un po’ patetico il Presidente del Consiglio che con la sua serafica ministra Boschi minaccia di cancellare il Senato.

D. Insomma, prof, non c’è proprio nulla di buono nella riforma del Senato?

R. Oh, no. C’è molto di buono, soprattutto è l’insieme che è promettente. Cominceranno gli inconvenienti quando le Regioni dovranno nominare i loro Senatori (la presenza eventuale, di cui si discute come se fosse equivalente all’elettività, di un apposito listino, scelto da chi?, non cambia niente). Poi, quando eventuali crisi porteranno qualche regione a elezioni anticipate e cambi di maggioranze alle quali faranno seguito tensioni per i rappresentanti da sostituire in Senato. Poi, ancora, quando esploderanno scontri fra il Senato delle autonomie e la Camera dei deputati e/o il governo. Quando qualche Senatore rivendicherà la sua libertà di voto “senza vincolo di mandato”. Sono certo che alla prova dei fatti ne vedremo delle brutte. Qui sta l’elemento positivo della riforma. E’ così malfatta e rabberciata che le sue magagne spingeranno molti a tirare la giacchetta del Presidente della Repubblica e la prossima maggioranza a procedere a modifiche profonde.

Pubblicato il 19 settembre 2015