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Ritorsioni sulla strada per le Europee

Certamente, come sostiene il Presidente del Consiglio, il governo va avanti. Come se niente fosse? Anche se, dopo l’Abruzzo verrà la Sardegna, 24 febbraio, le 5 Stelle hanno subito imboccato la strada della ritorsione “programmatica”: NoTav , costa troppo. È un colpo al vittorioso Salvini che si sta godendo l’avanzata con la quale ha travolto sia le 5 Stelle sia, ancora una volta, Forza Italia. Qualcuno dentro le Cinque Stelle, nella mitica “base”, appare molto preoccupato, e fa bene. Vorrebbe anche chiederne conto ai vertici, nell’ordine, Di Maio, Di Battista e, forse, Casaleggio (con Grillo defilato). Con l’elezione di un Presidente di Regione di Fratelli d’Italia può giustamente esultare anche Giorgia Meloni. Tirano un sospiro di sollievo i dirigenti del Partito Democratico. Grazie all’apporto di una pluralità di liste hanno contenuto la sconfitta, ma che l’Operazione Abruzzo implichi logicamente il sostegno a un composito listone per le elezioni europee, come annunciato da Orfini, Zingaretti e Martina, sottoscrivendo il Manifesto di Calenda, rimane, a mio parere, alquanto dubbio. Preoccupante, soprattutto per chi si candida a fare il segretario del PD, è scoprire che il partito va meglio se si “annega” in un laghetto di liste civiche. Salvini va a vele spiegate per due ottime ragioni. Primo, continua a interpretare il desiderio di sicurezza degli elettori e di modernizzazione meglio di chiunque altro, senza troppi distinguo. Secondo, prende sul serio le campagne elettorali e le fa battendo il territorio, mettendoci, politichese, la faccia.

Il NO delle 5 Stelle alla TAV serve a rassicurare la “base” – i cui segreti, desideri e numeri, sono custoditi dalla piattaforma Rousseau, che sovrintende alle modalità e agli esiti delle votazioni– su uno dei temi di bandiera. Però, il capo politico Luigi Di Maio, da un lato, non sa che pesci prendere, dall’altro, deve assolutamente sperare che qualcosa funzioni da qui alle elezioni europee, passando il più indenne possibile dalle elezioni regionali sarde, già un po’ pregiudicate dalla sconfitta pesante subita nelle municipali di Cagliari. Quello che deve totalmente e rapidamente funzionare è il reddito di cittadinanza che entrerà in vigore ad aprile, in tempo, dunque, per fare sentire i suoi effetti. Comunque, Di Maio è in una posizione di sostanziale debolezza. Non può permettersi di fare saltare il governo poiché non ha nessuna alternativa. Finirebbe all’opposizione con poche prospettive future: duri, forse, ma, dopo una non esaltante esperienza di governo, non più puri. Non interessato alla “purezza”, ma disposto a “sporcarsi le mani” per attuare il suo programma, anche con durezza, Salvini ha una preoccupazione dominante: evitare di andare sotto processo, e una minore, immediata: recuperare sulla TAV. Poi la sua strada sarà in discesa almeno fino a maggio quando il peggio che gli possa succedere è che le aspettative siano troppo superiori all’esito del voto europeo. È un rischio che può permettersi di correre.

Pubblicato AGL il 13 Febbraio 2019

Non sarà un anno bellissimo #governogialloverde

Qualsiasi paese che voglia contare sulla scena internazionale deve avere un governo credibile che, quando assume impegni, li rispetta e partecipa con gli altri paesi a creare e mantenere un ordine internazionale il meno turbolento possibile. Se vogliono incidere sul suo funzionamento, gli Stati-membri dell’Unione Europea, debbono, anzitutto, osservarne le regole. Potranno, poi, anche cercare di cambiarle. Ci riusciranno soltanto convincendo gli altri Stati membri. È facile capire che le critiche alla Commissione Europea e agli altri governi non creano un clima favorevole al paese che avanza quelle critiche se, nel frattempo, non osserva le regole. Fin dall’inizio il governo giallo-verde ha assunto una posizione di sfida nei confronti della Commissione e non ha trovato “sponde” negli altri Stati-membri. Di recente, il governo Conte-Salvini-Di Maio (non sono sicuro che questo sia l’ordine giusto, ma mi chiedo dove fosse il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi) ha impedito approvazione di un documento a favore di elezioni il prima possibile per il ritorno alla democrazia del Venezuela. È incomprensibile come si possa essere “equidistanti”, è l’aggettivo usato da Conte, fra il dittatore che reprime e affama i venezuelani e chi chiede elezioni libere, competitive, trasparenti.

Comprensibile, ma molto criticabile, è il comportamento di un ministro della Repubblica italiana, Luigi Di Maio, che è andato a incontrare e a offrire solidarietà a un pezzo del movimento Gilet Gialli che sfida il governo francese. Invece, quella del Ministro Salvini che annuncia la “convocazione” del Ministro francese degli Interni è una gaffe peraltro rivelatrice di mancata conoscenza dell’etichetta nelle relazioni fra Stati. Andando in Francia, paese con il quale l’Italia ha non pochi dossier aperti (immigrazione, Fincantieri, Tav, Alitalia), forse Di Maio voleva “soltanto” creare le premesse per una futura confluenza in un gruppo comune nel Parlamento Europeo degli eventuali eletti del Movimento dei Gilet. Forse Salvini non ha potuto/voluto prendere le distanze dal suo alleato di governo dei cui voti avrà bisogno per evitare di finire sotto processo.

Sicuramente, tanto Di Maio quanto Salvini hanno compiuto, il primo in maniera più plateale, atti politici all’insegna dell’improvvisazione e dell’impreparazione che rende improbabile stabilire i necessari rapporti di collaborazione con altri governi europei, meno che mai con la Francia. Tutt’e due hanno gli occhi puntati sulle elezioni europee di maggio quando i duri dati derivanti dai voti consentiranno di valutare quanto è cambiato il loro rispettivo consenso. Nel frattempo, però, le conseguenze del chiamarsi fuori da azioni comuni dell’Unione Europea e dell’interferenza nella politica interna della suscettibile Francia pregiudicano ulteriormente la attendibilità dell’Italia e rendono ancora più improbabile che il 2019 sarà, come annunciato incautamente dal Presidente del Consiglio Conte, “un anno bellissimo”.

Pubblicato AGL il 10 febbraio 2019

Dirigisti di democrazia

Salvini si esprime a favore della TAV e chiede che se la sbroglino i cittadini con un referendum. Di Maio sostiene che i referendum non li chiedono i ministri, ma i cittadini. Però, non invita gli elettori del Movimento a raccogliere le firme. Il governatore della Liguria Toti (FI) sfida il Ministro Toninelli (M5S), che non ci sta, a un referendum sulle Grandi Opere. Chi perde si dimette. Democrazia diretta per le Cinque Stelle non è più quella che consente ai cittadini di esprimersi e decidere, ma quella che dirigono o vorrebbero dirigere loro.

La democrazia che spaventa i pentastellati

Improvvisamente e inaspettatamente, si è aperto un molto delicato problema per il Movimento 5 Stelle: mettere alla prova un elemento essenziale della loro concezione di democrazia diretta e partecipata. Sul terreno della TAV dove, fra l’altro, si trova molto esposta la amministrazione pentastellata di Torino, il Capitano Salvini prima ha dichiarato di essere favorevole a quella “grande opera”, poi ha aggiunto “se la sbroglino i cittadini con un referendum”. Il Sottotenente Di Maio, noto sostenitore della democrazia partecipata, ha subito replicato che i referendum li debbono chiedere i cittadini, non un ministro, il che è solo parzialmente vero. Infatti, autorizzato dal Parlamento, i referendum li può chiedere anche il governo, come fu nel 1989 per il referendum, certo, consultivo: “volete dare più poteri al Parlamento Europeo?” (quesito approvato dall’88 per cento, affluenza alle urne dell’80 per cento degli aventi diritto). Poi, Di Maio ha glissato evitando di spiegare perché non siano proprio gli elettori delle Cinque Stelle nella Valle di Susa e a Torino a dare inizio alla raccolta delle firme.

Nella vicina Liguria, il governatore Giovanni Toti (Forza Italia, ma molto vicino alla Lega) ha sfidato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti il pentastellato Toninelli a fare un referendum sulle Grandi Opere, compresa la Gronda intorno a Genova, aggiungendo “chi perde si dimette”. La risposta di Toninelli, “il referendum lo debbono chiedere i cittadini”, è stata molto evasiva, ma proprio per questo rivelatrice.

Vero è che referendum del genere di quello chiesto da Salvini e da Toti presentano molti problemi. Per esempio, a quello sulla TAV, supponendo che lo chiedano gli abitanti della Val di Susa che sono i diretti interessati, chi sarà ammesso a votare: solo i residenti oppure anche i proprietari di seconde case per la villeggiatura e coloro nati in Val di Susa che colà hanno parenti, ma non vi abitano più, oppure ancora tutti i torinesi, tutti i piemontesi? Ma, se l’opera è di interesse nazionale, non dovrebbe il referendum coinvolgere tutto l’elettorato italiano? Un discorso simile vale anche per il referendum chiesto da Toti. Infatti, sia il Ponte Morandi sia la Gronda, una “bretella” per alleggerire il traffico che grava su Genova, interessano non solo i genovesi e, più in generale, i liguri, ma, da un lato, tutti coloro che ritengono che quelle opere sono necessarie a un paese moderno e dinamico, e, dall’altro, coloro che alle grandi opere si oppongono (questa è la posizione assunta ufficialmente da lungo tempo dal Movimento 5 Stelle). Adesso, emergono le loro contraddizioni. Sembra proprio che i vertici delle Cinque Stelle temano di dare voce ai cittadini e di ascoltarne le preferenze. La democrazia “diretta” la stanno interpretando come democrazia da loro diretta, non come democrazia nella quale i cittadini si esprimono direttamente senza mediazioni.

Pubblicato AGL il 13 dicembre 2018

 

Orecchio a terra? In piedi, con la schiena diritta! #GiuseppeConte

Molti s’interrogano su quello che il Presidente del Consiglio Conte sente del popolo quando appoggia, come ha dichiarato martedì sera nella trasmissione televisiva di Floris, appoggiando l’orecchio per terra. I grandi capi pellerossa sentivano arrivare i pericoli, cioè, i soldati USA che, gradualmente, li annientarono. Invece, il Presidente del Consiglio non riesce a sentire le documentate critiche della Commissione Europea e dei Ministri dell’Economia degli Stati-membri dell’Unione alla manovra economica di Di Maio e Salvini (ai quali si potrebbe aggiungere Tria, ma non lui che in materia non ha detto nulla). Non riesce a sentire che da più parti, anche dal popolo, per esempio, quello, spesso evocato, delle partite IVA, provengono critiche alla costosissima combinazione “reddito di cittadinanza più flat tax” che poco spazio lascerà a un’equilibrata riduzione delle tasse. Il popolo che Conte sostiene di ascoltare si è diviso di recente sulla prescrizione dei processi con quello grillino chiaramente contrario a lasciare fare il bello e il cattivo tempo agli avvocati di clienti danarosi che la tirano per le lunghe e quello leghista che, tacitato da Salvini, a sua volta incline a non rompere con Berlusconi su un tema di grande interesse per il leader di Forza Italia (ottanta per cento dei suoi processi sono andati prescritti a legislazione vigente), è per toccare l’argomento solo in maniera cosmetica. I corposi interessi del popolo imprenditoriale e industriale, ma anche operaio che sta nell’elettorato della Lega, vorrebbero che le Grandi Opere: dalla TAV alla ricostruzione del Ponte Morandi si facessero davvero e presto. Quel popolo lì Conte lo sente poco. La sua posizione sulla TAV non è nota e di pressioni sul Ministro pentastellato alle Infrastrutture e ai Trasporti Danilo Toninelli nessuno ne ha viste. Eppure, una parte di popolo piemontese e genovese segnala urgenze e vantaggi. Le parole e le proteste di quel popolo Conte non sembra sentirle. L’avvocato del popolo procede come fanno i populisti: quelli che stanno con il leader, ma in questo caso con la coppia Salvini-Di Maio, sono il popolo buono di cui lui sarà l’avvocato. Tutti gli altri, in particolare, giornalisti e intellettuali, banchieri e burocrati, europei, ma anche italiani, quelli annidati negli Uffici bilancio di Camera e Senato e nel palazzo del Ministero dell’Economia, sono il popolo cattivo. Sarebbe utile, anche se difficile, sapere dal Presidente del Consiglio elogiatore di Trump, se il popolo al quale appartiene la sovranità non sia piuttosto un’entità fatta di cittadini ai quali il capo del governo dovrebbe offrire non banalità e pensieri rosa, ma una guida. Per i quali dovrebbe rappresentare non un garante che modera i conflitti, forse, comunque, inevitabili fra Movimento 5 Stelle e Lega, ma colui che offre soluzioni perché ha le conoscenze e il potere per scegliere e decidere, senza appoggiare l’orecchio a terra, ma, in piedi, con la schiena diritta.

Pubblicato AGL 8 novembre 2018

Infelice ritorno al medioevo #vaccini

È giusto e opportuno che le due opposizioni (PD e Forza Italia) al governo giallo-verde sostengano, con argomentazioni talvolta diverse, che i punti centrali del programma economico: la flat tax della Lega e il reddito di cittadinanza, insieme non potranno essere realizzati. Però, è probabile che il Ministro dell’Economia Giovanni Tria piegherà i numeri in modo che la tassa non sarà del tutto “piatta” e che il reddito di cittadinanza includerà un numero non molto alto di italiani che ne avranno “diritto”. Nel frattempo, l’incertezza sulle misure del governo ha già fatto salire lo spread fra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani con la conseguenza che le spese degli interessi a carico dello Stato aumentano a scapito delle risorse necessarie proprio per la riduzione delle tasse e l’attuazione del reddito di cittadinanza.

Molto più gravi, invece, sono le indecisioni su due tematiche diversamente importanti, con impatti significativi, rivelatori di qualcosa che non attiene ai numeri, ma alla cultura e alla visione del paese che i due partiti al governo vorrebbero. Sia il TAP in Puglia sia la TAV in Piemonte sono opere pubbliche deliberate tenendo conto dell’impatto ambientale e dei benefici futuri non soltanto degli abitanti di quelle zone. Guardano avanti (e porteranno avanti). Respingerle significa certamente accettare la prospettiva della “decrescita” nell’espressione pentastellata, peraltro nient’affatto “felice”, forse rancorosa, probabilmente non condivisa, dicono i sondaggi, da una maggioranza popolare (alla faccia del populismo buono lodato dal Presidente del Consiglio Conte). Significa anche esprimere sfiducia in quello che la scienza delle costruzioni garantisce riguardo alle due opere. Né si può dimenticare che una parte ampia d’Europa si attende che l’Italia onori gli impegni presi.

Nel caso dei vaccini, il rifiuto della scienza è addirittura plateale. È sostanzialmente inconfutabile che i vaccini hanno debellato malattie, hanno salvato vite, sono essenziali. I distinguo, le proroghe, le prese di distanza, i richiami a presunte libertà e responsabilità personali rivelano una pessima concezione della vita organizzata. Il punto non è che i genitori si assumeranno la responsabilità delle malattie contratte dai loro figli non vaccinati. È, invece, che bambini non vaccinati diventerebbero portatori di malattie che infetteranno altri bambini. Non è questione di responsabilità “personale”, ma di responsabilità nei confronti di coloro che vivono nella stessa società, e senza esagerazioni, data la rapidità delle comunicazioni, si può aggiungere nello stesso mondo. I numeri dell’economia sono, in qualche modo, riconducibili ad un disegno e ad accordi, lo scontro sulla scienza è quasi uno scontro di civiltà. Su questo terreno le opposizioni debbono essere assolutamente intransigenti. Chiuderò in maniera retorica: il ritorno al Medioevo è dietro l’angolo.

Pubblicato AGL il 7 agosto 2018