
Per lo spazio che occupa, per le politiche che propone, per il ruolo che può svolgere, il PD è un partito indispensabile. Questa sua indispensabilità, unita alle incertezze, alle contraddizioni e agli errori dei suoi dirigenti lo rende particolarmente e giustamente esposto alle critiche. Facendo tesoro di queste critiche, filtrandole e selezionandone il meglio, i suoi gruppi (proprio così, al plurale) dirigenti riuscirebbero fare crescere il partito oltre il 20 per cento o poco più degli attuali consensi elettorali.
Lo spazio occupato è grosso modo equidistante fra due piccoli partiti che si contendono il centro, non propriamente affollato da elettori, e due organizzazioni che mirano ad un elettorato più orientato a sinistra. In assenza del Partito Democratico nessuno di questi raggruppamenti avrebbe qualche chance di contrastare credibilmente il governo di centro destra e di controproporre politiche rilevanti. Sulle politiche, il Partito Democratico soffre degli stessi problemi che hanno inciso e continuano ad incidere negativamente su molti partiti socialisti e progressisti. Per un insieme di ragioni, tutti hanno effettuato uno scivolamento verso politiche culturali, di genere e molto attente ai diritti, venendo percepiti come meno inclini e meno capaci di elaborare politiche economiche e sociali gradite e utili alle classi popolari. Per dirla in maniera giornalistica, insieme ad altri partiti simili, il PD è diventato il partito della ZTL dimenticando le periferie e i suoi abitanti/elettori e, naturalmente venendo fortemente penalizzato in termini di voti. Eguaglianza economica irraggiungibile, dislivello di status, di riconoscimento, di prestigio incolmabile: quasi il peggior dei mondi possibili.
Nel contesto italiano forse un po’ di più che in altri contenti occidentali multipartitici, il ruolo che il PD può svolgere e al quale, spesso, adempie è doppiamente cruciale. Con la sua presenza attiva e convinta l’opposizione acquisisce maggior peso, visibilità, efficacia. Senza il suo contributo, le sue attività, le sue personalità non è minimamente concepibile/immaginabile che si affermi e esista una qualsiasi alternativa politico-elettorale praticabile al governo Meloni. Se, poi, è vero, come credo e sono in grado di documentare, che la qualità dei governi dipende anche dalla qualità delle opposizioni, ne consegue che il contributo complessivo del PD al funzionamento del sistema politico sarebbe elevato e ricadrebbe positivamente anche sui ceti popolari.
Per essere all’altezza della sua indispensabilità (e del suo nome) il PD non può fare a meno del pluralismo interno, dell’incontro/scontro di posizioni diverse, di proposte, persino di prospettive in competizione. Mi pare che definire questa competizione come riguardante in maniera schematica, da un lato, i “movimentisti radicali” capeggiati dalla segretaria Schlein, dall’altro, i sobri “riformisti” che hanno abbandonato Bonaccini, sia troppo semplicistico e poco illuminante. Inoltre con riferimento alle dichiarazioni e alle non nuove prese di posizione dei riformisti vedo il duplice gravissimo rischio di indebolire il partito tanto nel ruolo di centro propulsore dell’opposizione quanto come asse portante dell’alternativa a venire. Comunque, il criterio principe con il quale valutare il tasso di riformismo dei riformisti non può essere quello di correre in soccorso delle “riforme” come quella della magistratura fatte dal governo Meloni, quasi un anticipo del soccorso da portare al più impegnativo e più dirompente premierato. Indebolendo il PD i rifomisti non stanno affatto facendo avanzare una prospettiva riformista. Al contrario, in parte danno qualcosa di più di una immeritata apertura di credito al governo (poi, si sa, i governi hanno sempre la possibilità di essere generosi), in parte maggiore ridimensionano il ruolo del loro partito, la sua indispensabilità e la sua efficacia. In definitiva, non giovano neppure al miglior funzionamento del sistema politico.
Pubblicato il 5 novembre 2025 su Domani