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Il “federalismo pragmatico” di Draghi dev’essere il nuovo orizzonte dell’Ue @DomaniGiornale

Sbaglia chi pensa che in questi tempi operare per cercare di dare vita ad un ordine politico internazionale sia tempo buttato via. Vero è che alcuni importanti players o aspiranti tali operano in chiave antitetica, ma si possono già individuare fenomeni e strategie che contrastano i loro obiettivi. “Fare più grande l’America” è intrinsecamente e deliberatamente la strategia che rende impossibile qualsiasi nuovo ordine internazionale. Gli studiosi Usa che criticano Trump hanno posto l’accento soprattutto sulla impossibilità che la sua strategia di “egemonia predatoria” abbia successo neanche nel breve termine. Infatti, né in Venezuela né a Gaza, né nel conflitto russo/ucraino né nei rapporti con l’Iran, Trump può vantarsi di avere imposto situazioni accettabili destinate a durare.

L’espansione strisciante dell’influenza cinese, ad esempio, in Africa, continua così come non sono venute affatto meno le mire di Xi Jinping su Taiwan. Continua anche il logorio della Russia di Putin che non riuscirà sicuramente ad essere un protagonista in qualsiasi futuro ordine internazionale. Invece, non solo per difendere i suoi interessi e per propugnare i suoi valori, l’Unione Europea deve, secondo Mario Draghi, giocare un ruolo significativo sulla scena internazionale. Riuscirà a farlo soltanto se s’impegna a ripensare le sue strutture istituzionali.

Subito, ma forse non proprio diffusamente, lodato, nelle parole di Draghi il messaggio del discorso di Lovanio si traduce nella proposta di un “federalismo pragmatico”. Con il poeta dirò “c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico”. L’antico è facile da scoprire. Infatti, il Manifesto di Ventotene è tutto all’insegna del federalismo, certamente definibile “ideologico”, intessuto di idee fortissime, anche se nel suo ostinato perseguimento Altiero Spinelli diede sempre prova di grande pragmatismo. Il nuovo, solo in parte, è costituito dalla esplicita indicazione di Draghi della auspicabilità e fattibilità di un’Europa non soltanto a due, ma a più velocità. Quali, certamente notevoli, implicazioni istituzionali conseguono dovrà essere discusso prossimamente. Nel frattempo, è possibile porre alcuni punti fermi.

Primo, l’accelerazione che Draghi desidera deve fare i conti con una Commissione e con una burocrazia europea poco inclini a cambiamenti rapidi e profondi. Le non proprio eccessive lodi del governo italiano stanno a significare una qualche perplessità politica, oltre che la difficoltà, in particolare del governo delle destre, di transitare dal, seppure pallido, sovranismo, ancorché già, pragmatico, al federalismo pragmatico. Secondo, Draghi sembra riferirsi essenzialmente, forse, inevitabilmente, all’Unione Europea che c’è, a ventisette. Ma se è davvero pragmatico il suo federalismo deve fare i conti anche con gli allargamenti già in corso e con quelli in preparazione. Basteranno due velocità oppure ci saranno settori nei quali bisognerà garantire più tempo e più alternative per il coinvolgimento dei nuovi stati membri? Soprattutto, però, il problema più complicato è rappresentato dalle modalità di ritorno, di rientro nell’Unione della Gran Bretagna, gigante politico, economico, culturale e, non da ultimo, militare, essenziale tanto per il federalismo quanto per il pragmatismo.

Infine, poiché le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne sembrerebbe assolutamente opportuno suscitare e ascoltare le voci dei parlamentari europei, dei partiti, dell’associazionismo europeo. Nelle parole di Draghi si trova anche l’urgenza di una scelta, quella di un protagonismo internazionale al quale, più o meno consapevolmente e deliberatamente, gli europei rinunciarono 80 anni fa. Erano stati fin troppo protagonisti in due guerre mondali. Adesso, hanno imparato che, se sapranno affinarlo pragmaticamente, il loro protagonismo diventerà efficace e molto influente per dare vita ad un ordine politico internazionale che si regga sui loro valori, di pace, giustizia sociale, prosperità. Yes, we can.

Pubblicato il 3 febbraio 2026 su Domani


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