
Le buone teorie, secondo alcuni importanti filosofi della scienza, hanno due grandi pregi: l’eleganza e la parsimoniosità. Con un numero ristretto di generalizzazioni concatenate, formulate in maniera il più possibile limpida senza eccessi di tecnicità, quelle teorie inquadrano e spiegano soddisfacentemente una molteplicità di fenomeni. Se pretendessimo che anche le revisioni della Costituzione italiana, certo scritta con eleganza e parsimonia apprezzabilissime, fossero soggette a questi due criteri valutativi, quella relativa alla separazione delle carriere dei magistrati non passerebbe la prova. Il testo è piuttosto lungo, alquanto farraginoso e, poiché raddoppia un organismo cruciale: il Consiglio Superiori e introduce l’Alta Corte, implica un amento dei costi di funzionamento. Invece, a mio parere, non è preoccupante che si presti, inevitabilmente, tanto a elogi epocali quanto a critiche abissali. Sono il tenore di quegli elogi e le implicazioni di quelle critiche, coloro che si pronunciano e il modo come lo fanno che inquietano e irritano.
Elogiare la revisione perché era quello che voleva Silvio Berlusconi non suona convincente, lo ha opportunamente già notato Franco Monaco, a chi ricorda che Berlusconi sosteneva la superiorità del potere esecutivo conquistato attraverso le elezioni sugli altri poteri, legislativo e giudiziario, non propriamente una concezione liberale. D’altronde, il ministro della Giustizia ha affermato che bisogna ristabilire la superiorità della politica sulla magistratura e che anche la sinistra (quando vincerà le elezioni …) ne trarrà vantaggi.
Per quanto possano essere organizzati, attenti, coesi, non credo che i mafiosi e le loro famiglie, più o meno allargate, riescano ad essere deciSIvi nel voto. Soprattutto, pur sapendo che la democrazia italiana continua ad avere notevoli problemi di funzionamento (uno dei quali si trova proprio nella disciplina dei referendum), non credo affatto che la separazione delle carriere in requirenti e giudicanti abbia di per sé l’effetto di facilitarne, meno che mai provocarne il crollo. Esistono una pluralità di anticorpi in grado di attivarsi. Inoltre, un conto è funzionare male un conto molto diverso è avere una struttura traballante. Naturalmente non penso nemmeno che, una volta inquadrati per tutta la loro vita i magistrati in una sola carriera, ne conseguirà la soluzione automatica, definitiva e felice dei problemi dell’Amministrazione della Giustizia in Italia. Avendo constatato che i dati ufficiali rilevano che solo l’0,50 per cento di loro che sono cica 9.600 hanno effettuato il passaggio di una carriera all’altra, non è plausibile che quel piccolo numero abbia creato grandi problemi. I magistrati del NO si difendono affermando regolarmente che i loro organici sono sottodimensionati, le dotazioni di personal ausiliario, di supporti tecnici e di materiale sono inadeguate. Aggiungerei che talvolta anche la loro preparazione non è all’altezza, che le loro conoscenze a fronte di quelle dei criminali non sono abbastanza aggiornate e, punctum dolens, che i loro tempi di lavoro, dei quali sono fondamentalmente e personalmente responsabili, risultano molto discutibili.
Non mi faccio illusioni. Il referendum non risolverà i problemi della Giustizia mentre sicuramente comporterà qualche conseguenza politica rilevante, Questo referendum costituzionale, non “popolare confermativo”, come dice lo spot istituzionale tramesso dalla RAI, potrebbe indebolire il governo, comunque scalfirne l’aureola di arroganza. Non è ancora chiaro se Giorgia Meloni, dichiarato preventivamente che non si dimetterà, ci metterà la facci a all’ultimo opportunistico momento. In caso di sconfitta si pone un problema, non di obbligo giuridico, ma certo dii moralità politica, di dimissioni, Se vincerà il “no” le opposizioni avranno sconfitto una brutta revisione, anche alla faccia delle quarte colonne al loro interno. Quel che più conta avranno anche comunicato che una maggioranza popolare per il cosiddetto premierato non c’è neanche con i duttili “sinistri per il sì”. Non è poco.
Pubblicato il 19 febbraio 2026 su Domani