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Arlecchino e le riforme elettorali

Di leggi elettorali ne abbiamo viste di tutti i colori e di proposte di riforma ne abbiamo sentite di troppi tipi. Quelle che abbiamo visto all’opera, proporzionale con preferenze della prima fase della Repubblica, Mattarellum dal 1994 al 2001, proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza, ovvero, anche secondo la Corte Costituzionale, un vero Porcellum, utilizzato tre volte: 2006, 2008, 2013, non sono state soddisfacenti. Tutte avevano dei problemi, grossi; più di tutte il Porcellum. Dunque, fare di meglio non dovrebbe essere impossibile e neppure troppo difficile. Invece, un po’ tutti i partiti, tutti i dirigenti e i loro esperti di riferimento, nonché la maggioranza dei parlamentari ragionano in base a due presupposti paralizzanti. Primo, quale è la legge elettorale che farà vincere il mio partito (e, di conseguenza, mi salverà il seggio)? Secondo, quale è la legge elettorale che funziona meglio per me/noi in questo contesto (che molti definiscono tripolare)?

La ricerca di vantaggi particolaristici, per di più nel breve periodo,è il modo più sicuro per fare una brutta legge elettorale destinata ad essere variamente criticata, mai pienamente accettata e, quel che più conta, a funzionare male. L’unico criterio che i sedicenti riformatori elettorale dovrebbero usare è quello del potere dei cittadini-elettori. Qual è, pertanto, la legge elettorale che dà più potere agli elettori? Senza disperdersi nel sogno di una legge elettorale perfetta, che non esiste, ma ci sono leggi elettorali ottime come quella tedesca, proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento), e come quella francese (maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali), entrambe imitabili e facilmente importabili, sembra opportuno prendere le mosse da quel che conosciamo meglio. D’altronde, i riformatori elettorali italiani non hanno affatto saputo inventare qualcosa di particolarmente apprezzabile.

Sembra che nessuno desideri ritornare alla proporzionale di un tempo che fu, anche se non sono pochi quelli che desidererebbero il voto di preferenza (facilmente surrogabile dai collegi uninominali). Impossibile ripresentare qualsivoglia variante del Porcellum dichiarato incostituzionale (e brutto) dalla Corte Costituzionale. Non resta, fra i sistemi noti, che il Mattarellum. Non è né ottimo né pessimo. E’ perfezionabile. Tre quarti dei parlamentari (sperabilmente dei soli deputati se il Senato verrà profondamente riformato) sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali dove candidati e elettori dovranno”metterci la faccia”. Un quarto dei deputati è eletto con il recupero proporzionale. Consente ai partiti e alle coalizioni che lo vogliano di designare il loro candidato a capo del governo.

Il Mattarellum non svantaggia a priori nessuno e non avvantaggia nessuno. Non ha bisogno di voti di preferenze neppure di premi di maggioranza. Con qualche ritocco, per evitare liste civetta, ovvero false, e per meglio distribuire il recupero proporzionale, funzionerà adeguatamente. Soprattutto, nelle condizioni date, può essere il più facile e conveniente punto di convergenza e di approdo delle principali forze politiche: dal Partito Democratico al nuovo veicolo di Berlusconi, “Forza Silvio”, alla Lega, persino al Movimento Cinque Stelle. Alfano lo teme perché dovrebbe cercarsi alleati da posizioni di debolezza, ma in un anno e mezzo, l’orizzonte che Renzi e Letta danno al governo, il Nuovo Centro Destra potrebbe riuscire a rafforzarsi sul territorio.  Poiché la nuova discussione su quale legge elettorale approvare comincerà alla Camera dove il Partito Democratico ha una ampia maggioranza partorita dal premio del Porcellum, al PD spetterà la prima mossa. Saggezza istituzionale suggerisce che il Mattarellum ritoccato ha buone probabilità di viaggiare veloce verso la approvazione. Tutto il resto appare alquanto, forse troppo, problematico. Chi la tira per le lunghe rischia, nel tempo dell’anti-politica e del populismo telematico, di tirare le cuoia.

Il mondo dopo il Porcellum

Il mondo dopo il Porcellum, “abbattuto” dalla Corte Costituzionale, è più libero, ma anche più pericoloso. E’ più libero soprattutto per gli elettori che non dovranno più essere costretti a votare per il loro partito tracciando una crocetta (l’espressione massima loro consentita di sovranità popolare) sul suo simbolo. E’ più libero anche per i candidati la maggioranza dei quali non dovrà aggregarsi ad un qualsiasi capo corrente o a mostrarsi ossequioso sostenitore del capopartito per farsi mettere in lista. Persino gli stessi capipartito potrebbero essere tentati dalla libertà: scegliere i candidati migliori anche per le loro capacità di rapportarsi ad un elettorato da conquistare, magari ricorrendo alle primarie, ottimo strumento di partecipazione e comunicazione. A questa libertà, sicuramente allargabile a seconda del nuovo sistema elettorale, fa da contrappeso la pericolosità del mondo liberato dal Porcellum.

Il primo elemento di pericolosità è dato dalla difficoltà di interpretazione, in attesa di chiarificazioni sulle motivazioni, delle decisioni prese dalla Corte Costituzionale e dalle modalità con le quali ottemperarvi. Fermo restando che la Corte ha voluto ridare potere agi elettori, questo fondamentale obiettivo è conseguibile con più formule elettorali. Il secondo elemento di pericolosità è dato, non necessariamente dal ritorno della proporzionale, meno che mai quella definita “pura” da alcuni commentatori. La proporzionale pura è , come il bicameralismo “perfetto”, un oggetto inesistente nei sistemi politici contemporanei. Esistono più sistemi elettorali proporzionali, alcuni dei quali funzionano, come quello tedesco, meglio di altri. Danno vita a governi di coalizione, più rappresentativi dei governi prodotti dai, rarissimi, premi di maggioranza. Moderano i conflitti politici. Non sono, però, in nessun modo la conseguenza unica e inevitabile delle obiezioni e della scure della Corte Costituzionale. La pericolosità sta nel pensiero contorto e confuso di alcuni sedicenti esperti che vogliono produrre non sistemi elettorali decenti quanto, piuttosto, indigeribii marmellate. La peggiore finora formulata è quella “ispano-tedesca”. Il terzo elemento di pericolosità è data dalla possibilità che, al fine di dare potere agli elettori nella scelta dei parlamentari, si ritorni ad uno o più voti di preferenza.

La Corte non ha affatto detto questo. Comunque, la soluzione che darebbe effettivo potere agli elettori è quella, già presente nel Mattarellum, brillante definizione data da Giovanni Sartori ad un sistema alquanto mattocchio, dei collegi uninominali. Con il doppio turno francese, che, come tutti i sistemi maggioritari ha un “premio” incorporato, nei collegi uninominali ci “mettono la faccia” sia i candidati sia gli elettori che, se sbagliano a eleggere uno di loro, pagano il prezzo di una cattiva, corrotta, inesistente  rappresentanza dei loro, legittimi, interessi, delle loro preferenze, persino dei loro ideali. Il quarto elemento di pericolosità è dato dal rifiorire di apprendisti stregoni al servizio di qualche mediocre e provinciale “principe”. Menziono il termine con trepidazione, ma come omaggio doveroso al 500esimo anniversario dell’annuncio della stesura dell’aureo libricino di Machiavelli. Il quinto elemento di parziale pericolosità è la non augurabile, ancorché inevitabile, decisione del  governo di procedere per decreto.

In questo caso, l’unica opzione accettabile, perché già nota, sarebbe proprio il Mattarellum con qualche non cosmetico ritocco. Per sventare tutti o quasi gli elementi di pericolosità del mondo dopo il Porcellum e per accrescerne la libertà a favore di coloro i quali debbono averla in una democrazia competitiva, è augurabile che il prossimo segretario del Partito Democratico ricordi a sé e a tutti, dirigenti, alleati, opinion-makers, che il punto di partenza del suo partito è la delibera dell’Assemblea Nazionale a favore del doppio turno di collegio. Trattare si può. Pasticciare non è un esercizio di libertà.

Pubblicato su l’Unità

Caro Matteo,

mi sento giustificata a chiamarti così poiché, rispondendo a una domanda sulle donne, ti sei rivolto direttamente a me. Hai sbagliato bersaglio. Non sono in magistratura e neanche nel giornalismo, stampato o televisivo, dove, naturalmente, al vertice non è arrivata neppure una donna su sei (cioè, quasi nessuna). D’altronde, delle donne ti sei quasi subito dimenticato. Hai poi parlato del Sindaco d’Italia, e pazienza. Non hai detto nulla sulla rottamazione di qualche vecchia donna parlamentare di esagerato corso e sul reclutamento delle nuove. Non hai mai parlato di quale ruolo avranno le donne nel “tuo” partito. Peraltro, il partito non ti interessa più di tanto. Ti serve soltanto, lo abbiamo capito una volta di più, come veicolo per andare altrove. Hai menzionato una sola donna del tuo staff, la mamma di un bimbo con due mamme, e mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei, la mamma arcobaleno, delle tue proposte, davvero assai moderate, sui diritti civili. Infine, nel Pantheon della sinistra ci hai messo due uomini. Non ti è venuto in mente di riflettere sui paesi, a lungo governati dai socialdemocratici, dove le donne hanno ruoli di governo e di – lo dirò proprio così – “comando“. La tua sinistra non contempla la socialdemocrazia, ma, forse, parola che non hai mai utilizzato, neppure la meritocrazia.

Ho notato con piacere che hai resistito alla tentazione di mostrarti più spiritoso dei tuoi competitors. Anzi, ti sei sforzato di farti vedere interessato a quello che dicevano voltandoti abbastanza platealmente verso chi di loro parlava. Magari sei anche giunto alla constatazione che la sinistra può essere generosa. Non ho, però, capito che cosa per te sia “sinistra”. Mi hai dato l’impressione che sinistra sia e sarà quando vinci tu. Altrimenti, è “passato”. Sto ancora chiedendomi come risolverai il problema, questo sì di sinistra, del rapporto “pubblico/privato”. No, certo che non lo farai con qualche cenno populista. Però, non hai neppure suggerito che un po’ di partecipazione: no, non quella noioso e subalterna del vecchio PCI, no, non quella conformista del Partito Democratico, ma una sana partecipazione conflittuale fra donne e uomini liberi che si incontrano per decidere e subito dopo per “insegnare” e spiegare ai loro elettori e ai cittadini i perché di quella decisione – eh, sì, questo me lo sarei proprio aspettato. Altrimenti, che partito sarà il tuo?

Sarebbe troppo facile rimproverarti di non avere messo nel tuo Pantheon di sinistra nessun politico, nessun capo di partito. Certo, non lo fu Don Primo Mazzolari. Volevi stupirci, eh, oppure raggiungere qualche elettore della parrocchia. Noi donne di sinistra facciamo davvero molta fatica a pensare che nel nostro Pantheon debba trovarsi un prete, quand’anche ammirevole.

Continuavo a guardarti con quel vestito da festa, per fortuna meno attillato del solito, con una cravattina ton sur ton piuttosto senz’anima, e mi sono chiesta quale immagine tu volessi proiettare. Non l’ho proprio capito, il che è peggio che dire immagine “giovanilista”, sbarazzina, impertinente, giamburrasca. Sicuramente, non l’immagine di un capo partito che deve (ri)costruire un’organizzazione e, consentimi l’esagerazione, un mondo fatto da donne e uomini mediamente più grandi di te e nient’affatto rottamabili. Poiché a tutte le latitudini e a tutte le longitudini un partito è anche una comunità, nella quale, personalmente, cerco persone che condividono i miei obiettivi, a quella comunità tu non hai saputo dire niente su come staranno insieme, su che cosa vorresti che facciano, sul potere che tu intendi dare loro. Anche il tuo, un po’ frettoloso – ammettilo – programma di governo non è particolarmente eccitante. Dov’è finita la tua verve comunicativa? Sembravi il Bersani convinto di – scusa il bisticcio – avere già vinto. Probabilmente, rivedendo la tua performance, ti verrà in mente un tuo utile aggettivo e davanti allo specchio delle tue brame ti chiederai: sto arrivando spompo?

Non tua Francesca

Il campionato del Governo

Sceso in campo una ventina d’anni fa,  l’allenatore-giocatore Silvio èstato espulso, dopo avere vinto e perso molte partite, per condotta non conforme. La sua ultima partita è terminata. Finish. Fuori dal prato verde sembra avere deciso di giocare in piazza, un terreno che non gli è congeniale e dove le sue sostenitrici si troveranno a disagio. Da Silvio scelto come il migliore dei suoi giovani giocatori della squadra allargata, tocca ad Angelino dimostrare le sue qualità. La sua partita vera comincia adesso. Dovrà essere lui a scegliere i componenti della squadra debuttante, farla giocare un po’ dappertutto sul territorio nazionale, arrivare preparato alla partita europea, attrarre il maggior numero di sostenitorecon un gioco brioso, moderno, europeo. Ha interesse a che il Parlamento non venga sciolto e qualche riforma buona venga fatta. Ha necessità di tempo per allenarsi anche se deve giocare forte fin da subito. Insomma, non puòpermettersi nessuna scorrettezza nei riguardi del governo. Quella che giocaAngelino è la partita della vita, una partita che, se la vincerà, potrebbe cambiare profondamente tutto lo schieramento della destra. Sta per entrare in campo un giocatore funambolico, che dribbla l’uomo(e, qualche volta anche i problemi), che attrae sostenitori da tutte lesquadre esistenti, ma che eccita anche gli avversari, che vuole giocare addirittura due partite nello stesso tempo. Quasi vinta la prima partita che gli consentirebbe di diventare il capitano della squadra più grande, ricca di talenti, qualcuno riciclato, qualcuno sul viale del tramonto, con un surplus di conflitti nello spogliatoio, Matteo strepita perché vorrebbe passare rapidamente alla finale champions. La partita che lui vuole anticipare, ma non può dirlo, è quella che porta il vincitore a Palazzo Chigi. E’ una partita che tutti o quasi i segretari democristiani hanno giocato con successo, salvo, poi, durare poco in carica non entrando nell’Albo d’oro e meno che mai nella Hall of Fame. Tuttavia, è una partita annunciata alla quale il giocatore Matteo non vuole rinunciare, ma potrebbe essere costretto a farlo, almeno temporaneamente.Quel Palazzo agognato è, infatti, già occupato da qualche tempo da un giocatore alto, dinoccolato, poliglotta, abile e paziente, che non si butta all’attacco, ma conosce e pratica il gioco lento e paziente, pensato eriflessivo, una sorta di tichi taca alla catalana. Forse Enrico accelererà il ritmo. Dovrà provare a fare qualche vero gol di quelli, irrevocabili, che si chiamano riforme e che consentono di passare al turno successivo e ad altre partite, ad esempio, in tema di riforme istituzionali. Il giocatore di Palazzo Chigi può, se vuole, avvalersi del sostegno di Alfano. Hanno interessi comuni: riforme da attribuire alle loro capacità, stabilità nelle cariche e negli schemi di gioco, durata che consolidi gli eventuali successi. Fuori dal campo, l’espulso Berlusconi strepiterà, ma con voce sempre più flebile. Il non giocatore Grillo Beppe non riuscirà ad uscire dalla melina parlamentare nella quale ha impantanato i suoi fin troppi giocatori e giocatrici, reclutati casualmente, random, nessuno da massima serie. Con un altro tsunami Beppe rischia di dribblare se stesso avendo finora inanellato soltanto sconfitte sul campo e a tavolino. Ha già il fiato molto grosso. Ugualmente fuori dal campo, si staglia la figura elegante di colui che è stato un ottimo giocatore, mai però diventato popolare. Oggi è molto più di un arbitro. Conosce perfettamente le regole del gioco, le impone, quando è il caso recluta altri giocatori e ne sostiene lo sforzo. Richiamato quando già stava andando in pensione, ha messo buona parte del suo prestigio e della sua intelligenza politico istituzionale a sostegno dell’unico governo possibile, quello del giovane Letta. Non intende abbandonarlo fintantohé la partita delle riforme non sarà vinta ovvero, avrà registrato almeno ampie falcate progressiste. Tutti i giocatori rischiano il posto, ma l’arbitro Giorgio desidera soprattutto che la partita porti giovamento alpaese nel quale si gioca. Per il resto, vinca il migliore, che potrebbe anche non essere uno solo.

La democrazia che funziona

Caso Berlusconi. La Magistratura ha seguito e attuato tutte le regole, e sono tante, secondo alcuni anche troppe. La Presidenza della Repubblica ha chiarito come e perché bisogna chiedere e si potrebbe anche ottenere la grazia. Il Senato ha esaminato con calma gli atti necessari per accertare la decadenza di un Senatore noto per il suo assenteismo. Forse, i senatori avrebbero potuto fare a meno di ricorrere al voto palese, che è una sconfitta della coscienza dei parlamentari che non si fidavano reciprocamente e crea un brutto precedente. La democrazia italiana ha dimostrato di avere tutti gli anticorpi necessari per resistere al potere mediatico, al potere economico e al potere delle piazze (che, ovviamente, è difficile esercitare con tacchi 12 o 14). Dunque, questo mercoledì 27 novembre è stata una buona giornata. Adesso guardiamo a  tutti i problemi politici, dei partiti e dei loro dirigenti. I due capi dell’opposizione: Grillo e Berlusconi sono extraparlamentari. Sono anche antiparlamentari, per loro scelta, e, potenzialmente, eversivi. Il probabile futuro capo del partito più grande al governo sarà anche lui un extraparlamentare. E costoro dovrebbero difendere la democrazia parlamentare italiana? E costoro dovrebbero formulare proposte per migliorarne il funzionamento?

Operazione polverone

Quanto si affannano e si affaticano il Presidente della Regione Vasco Errani, ventidue sindaci dell’Emilia-Romagna, il neo rieletto segretario del Partito Democratico di Bologna Raffaele Donini, persino alcuni consiglieri, i quali, pure, avrebbero anche altro a cui pensare!

Con molto sussiego affermano recisamente: l’Emilia-Romagna non è soltanto una regione ben governata; è la Regione meglio governata d’Italia. Alle statistiche l’ardua, ma non troppo, sentenza. Probabilmente, sì, almeno così hanno ripetutamente detto gli elettori e, tutto sommato, questo è anche il responso di diversi indicatori del buongoverno. Si vedrà prossimamente se gli elettori lo diranno ancora. Certo, di fronte ad un’opposizione debole, senza leadership e programmaticamente inadeguata non sarà difficile per il centro-sinistra, che, pure, dovrà cercarsi un altro candidato, riuscire a rivincere. Quello, però, che sfugge ai cantori del buongoverno dell’Emilia-Romagna è che la faccenda dei rimborsi ingiustificati e immotivati, per spese assurde e persino offensive non riguarda il buongoverno. Anche se vi si riflette negativamente, lo spreco degli ancora troppi fondi pubblici a disposizione dei gruppi consiliari, dei capigruppo, dei singoli consiglieri, fra gite e beneficienze chiama in causa qualcosa di, almeno parzialmente diverso dal buongoverno. Chiama in causa l’etica pubblica. Il buongoverno è prodotto da competenze ed efficienza. L’etica pubblica è il modo di concepire i propri compiti e obblighi per coloro impegnati in politica.

Se poi spuntassero/spunteranno anche elementi di reato toccherà ai magistrati, nei quali, naturalmente, tutti abbiamo “la massima fiducia” e ai quali ci affidiamo, stabilire che cosa e quanto è andato fuori e, soprattutto, contro le regole. Per quel che riguarda l’etica, i comportamenti che la definiscano stanno prima, dopo e al disopra del buongoverno. Nessuno di coloro che hanno allegramente utilizzato i rimborsi in maniera che, non c’è bisogno dei magistrati per affermarlo e “imputarlo”, deve essere definita quantomeno impropria e disdicevole, può cancellare gli sprechi evidenti facendo riferimento alle sue eventuali, o dimostrate, capacità di buongoverno. Sicuramente, sia a Venezia sia ad Amalfi esistono hotel meno costosi di 400-500 Euro a notte. Esistono in città e in tutta l’Emilia-Romagna ristoranti eccellenti che costano meno di quelli frequentati da allegre brigate di amici o, più probabilmente, di elettori dei capigruppo e dei consiglieri. Nessun buongoverno, neppure quello della più alta qualità, può giustificare il mettere in secondo piano, se non, addirittura, la rimozione dell’etica politica. Che cosa diranno agli elettori i consiglieri spendaccioni? Come giustificheranno i loro comportamenti e le loro spese? In definitiva, ripetere che in Emilia-Romagna c’è buongoverno non serve a chiarire una delle pagine più scure del Consiglio Regionale e dei suoi componenti. Serve, invece, a fare confusione, a sollevare un polverone, a mettere nel frullatore, come hanno detto alcuni dei responsabili dei rimborsi eccessivi e gonfiati, argomenti diversi per allontanare la ricerca e l’accertamento delle responsabilità, individuali e collettive. Che sono la spina dorsale dell’etica in politica.

Pubblicato sul Corriere di Bologna

 

 

Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula

Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.

Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta  dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.

La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.

Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.

Una via d’uscita dal Porcellum

Bocciato il doppio turno di coalizione, che quasi niente ha a che vedere con un sano doppio turno di collegio alla francese, è molto opportuno procedere rapidamente alla ricerca di una legge elettorale alternativa. Dovrebbe essere difficile fare peggio del Porcellum, che tanti guasti, politici e istituzionali, ha, anche deliberatamente, causato, ma l’incompetenza di troppi parlamentari fa temere qualche operazione spericolata. Ne abbiamo già sentite tante, non proprio belle, ma preoccupanti, in particolare quelle relative a infernali cocktail di sistemi esistenti; spagnolo in salsa tedesca o viceversa. Quando effettivamente si tratta di “sistemi” debbono essere presi in blocco pena la perversione degli esiti. Non c’è dubbio che la “voglia di proporzionale” continui a essere diffusa. Infatti, il doppio turno di coalizione era poco altro che un sistema proporzionale con premio di maggioranza “elastico”. Anche il cosiddetto modello “sindaco d’Italia”, lasciando da parte i suoi inconvenienti istituzionali, contempla l’attribuzione, più o meno eventuale, di circa l’80 per cento dei seggi con metodo proporzionale. Meglio sarebbe guardare all’ottimo sistema elettorale tedesco, proporzionale, sì, ma con alcune clausole, compresa quella del cinque per cento per accedere al Parlamento, che scoraggiano e puniscono la frammentazione partitica. Sotto il peso dell’urgenza adesso attribuita all’imminenza, 3 dicembre, della sentenza  della Corte Costituzionale relativamente alla costituzionalità soprattutto dell’entità del premio di maggioranza contenuto nel Porcellum e delle sue modalità di attribuzione, sembrerebbe più efficace pensare a sistemi elettorali conosciuti e persino già applicati. Può anche essere che la Corte dichiari non ammissibile il quesito, ma, comunque, anche per “accontentare” il Presidente della Repubblica, una legge elettorale migliore di quella vigente, bisognerà pure farla. Forse l’avremmo già se l’incerta giurisprudenza della Corte Costituzionale non avesse dichiarato inammissibile il referendum del gennaio 2012 che, in qualche modo, avrebbe ricondotto al Mattarellum. Adesso, sembra che su almeno un punto i concorrenti alla carica di segretario del Partito Democratico abbiano trovato un’intesa: per l’appunto, tornare al Mattarellum.  E’ una buona notizia anche perché sembra che sia probabile trovare non pochi sostenitori del Mattarellum anche nel campo del centro-destra e quindi procedere piuttosto rapidamente alla sua (ri)approvazione. In assoluto, il Mattarellum non è il migliore dei sistemi elettorali disponibili sul mercato. Certo è preferibile a tutte le pensate elettoral/parlamentari italiane degli ultimi dieci anni circa. Ha anche il pregio di essere stato il sottoprodotto del ritaglio effettuato dagli elettori referendari nel 1993, sottoprodotto perché fu la legge elettorale del Senato a beneficiare del referendum senza vedersi appiccicare fronzoli vari. Il peggiore dei fronzoli elaborati dai deputati fu costituito dalle modalità dello scorporo (gli esperti suggeriscono di usare un termine più corretto e più preciso: scomputo) dei voti serviti a eleggere i candidati nei collegi uninominali. Infatti, per evitarne le conseguenze, i partiti soprattutto quelli grandi, più di tutti la Casa delle Libertà, convogliarono voti sulle cosiddette liste civetta. L’esito, oramai colpevolmente dimenticato, fu che la Camera dei deputati eletta nel 2001 non ebbe mai il quorum. Per l’intera legislatura, fra le proteste dei radicali, mancarono ben undici deputati, tutti di Forza Italia.Peraltro, la Casa delle Libertà continuò a godere di una confortevole maggioranza numerica, pur non potendo sostituire neppure il deputato Lucio Colletti deceduto in un malaugurato incidente. Insomma, di qualche ritocco un po’ più che cosmetico il Mattarellum ha sicuramente bisogno, magari anche dell’introduzione di clausole che impediscano ai piccoli partiti di intrufolarsi nei grandi sfuggendo alla soglia del 4 per cento (magari da elevare a 5) per accedere al Parlamento. Coloro che hanno giustamente fretta di riformare la legge elettorale dovrebbero anche mettere in bella evidenza due pregi del Mattarellum. Uno è sostanziale. I collegi uninominali sono la precondizione per stabilire un qualche collegamento effettivo fra elettori e candidati, meglio se non paracadutati (il requisito della residenza nel collegio per ottenere la candidatura sarebbe auspicabile). L’esistenza di collegi uninominali consentirebbe anche di indire elezioni primarie per la selezione delle candidature. Infine, anche se è possibile che vi siano stati spostamenti di elettori nei dieci e più anni trascorsi dal 2001, non dovrebbe essere difficile, ecco l’altro pregio, formale, del Mattarellum, ridisegnare in maniera equilibrata i collegi che abbiano perso o guadagnato elettori. Niente impedisce di pensare che esistano sistemi elettorali preferibili al Mattarellum (eccome se lo penso!; anzi, sono convinto di saperlo). Tuttavia, nelle condizioni date, il Mattarellum può rappresentare il miglior punto di ricaduta di questo parlamento malamente eletto. Il resto si vedrà.

Pubblicato su l’Unità

Fuga dalle primarie

Non sono più le primarie di Prodi. Non è soltanto che Prodi ha dichiarato che l’8 dicembre non andrà a votare. Quelle non saranno, comunque, tecnicamente primarie, ma l’elezione del segretario del Partito Democratico ad opera di un’ampia platea di iscritti, di elettori, di simpatizzanti. E’ meglio non confondere l’elezione del segretario di un partito con la designazione di candidati a cariche elettive di governo, locale (sindaci) e nazionale (Presidente del Consiglio e parlamentari). Invece, nell’ottobre del 2005 quelle consultazioni di grande successo che candidarono Prodi alla Presidenza del Consiglio furono effettivamente primarie, molto partecipate. Allora, Prodi era il candidato ufficiale dei Democratici di Sinistra che, avendo rinunciato a presentare un loro candidato, lo appoggiarono e contribuirono in maniera decisiva al suo successo. C’erano già state alcune elezioni primarie, per esempio, quella del gennaio 2005 vinta da Vendola per diventare governatore della Puglia. A Bologna, si potrebbero ricordare anche le non limpidissime primarie del 1998 che incoronarono Silvia Bartolini candidata a sindaco dei DS.

La dichiarazione chiara e netta di Prodi che non andrà a votare per scegliere il segretario del Partito Democratico può certamente essere interpretata in due modi. Nessuno dei candidati in lizza riscuote il suo consenso e la sua approvazione. Peraltro, molti di coloro che si riconoscerebbero come ” prodiani”, anche fra i parlamentari eletti proprio grazie ai loro legami con Prodi, hanno già annunciato il loro sostegno al sindaco Renzi. Potrebbero ripensarci e riposizionarsi? Qualcuno l’ha già fatto. La seconda interpretazione, più plausibile, è che Prodi ritenga che il Partito Democratico non meriti il suo voto perché è andato molto fuori strada rispetto alle sue aspettative. Qualcuno aggiunge che la posizione di Prodi dipende anche dalla delusione provata al momento della mancata elezione alla Presidenza della Repubblica. Chiamandosi fuori e affermando ancora una volta che ha abbandonato la politica attiva, Prodi rinuncia anche a dare qualsiasi apporto alla trasformazione positiva del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe inevitabilmente pensare che Prodi lo ritenga non soltanto andato fuori strada, ma addirittura irrecuperabile.

Il quesito adesso è quanti, condividendo l’analisi negativa e pessimistica di Prodi, decideranno di seguirlo nel non-voto. La parziale correzione di rotta di Prodi non pare sufficiente a rimotivare coloro che già nutrivano dubbi sul Partito Democratico, resi più gravi dai brogli e dagli imbrogli in alcune, comunque troppe, situazioni locali di tesseramenti squilibrati e gonfiati. Tocca ai candidati alla segreteria del PD scongiurare una bassa affluenza alle urne. Fermo restando che chi non partecipa ha sempre torto, proprio chi condivide l’analisi di Prodi dovrebbe non chiamarsi fuori, ma andare a votare per il candidato meno peggio che voglia ricostruire il partito. A prescindere da qualsiasi altra considerazione, senza un decente partito di centro-sinistra (Democratico o Socialdemocratico) il sistema politico italiano non riuscirà mai a funzionare in maniera soddisfacente. Da questo punto di vista, l’astensione di Prodi, con le ricadute che potrebbe provocare, è quantomeno un errore.

Si sta facendo tardi

E’ vero. Parecchi di noi si erano illusi che lo strappo di Fini dal partito nazional-cesaristico conducesse alla costruzione di un’organizzazione politica di destra, moderna, europeista, decente. Qualcuno fra noi aveva addirittura pensato che la destra decente avrebbe stimolato anche la costruzione di una sinistra decente. D’altronde, la sprezzante definizione di “amalgama mal riuscito”, affibbiata da D’Alema al Partito Democratico, coglieva nel segno. Purtroppo, il sarcasmo di D’Alema spesso obnubila la verità di molte sue valutazioni. Adesso, tocca ad Alfano spingere nella direzione di una destra decente che ha a cuore le sorti di un governo dalle intese né abbastanza larghe né abbastanza solide, ma necessarie. Sull’altro versante, molti sono in movimento per zompare sull’oramai affollatissimo carro del vincitore fiorentino (auto)preannunciatosi. Altri stanno seduti sulla riva del fiume a vedere chi passerà. Altri, ancora, pochini, vorrebbero cominciare sul serio l’opera lunga e faticosa di costruzione di un partito che occupi la maggior parte dello spazio di sinistra. Potrebbe, persino, quel partito, qualificarsi socialista, con buona pace di coloro che non soltanto vogliono morire democristiani, ma vorrebbero farlo il più tardi possibile e preferibilmente stando al governo o in qualche altra comoda ben ricompensata carica. Non è proprio il caso di accontentarli. Socialista non è una brutta parola. Socialista è quell’esperienza ampiamente vissuta nel dopoguerra europeo che ha portato molti paesi ad essere prosperi, istruiti, sani. Faccio riferimento allo Human Development Index delle Nazioni Unite che colloca ai primi dieci posti paesi che hanno tutti un grande partito socialista, ieri o oggi, al governo. Sono anche paesi con corruzione politica minima e, elemento che dovrebbe soddisfare i sedicenti liberali/liberisti italiani,con un alto livello di concorrenzialità e di meritocrazia. Se le energie dei candidati alla carica di segretario del PD non si sono esaurite in mediocri critiche reciproche, di nessun interesse per i loro eventuali elettori, ma si spostassero sulla cultura politica, allora una bella discussione sul significato e sui contenuti del socialismo oggi potrebbe essere utile anche a Rosi Bindi, Castagnetti, Fioroni e a milioni di elettori. Gli accapigliamenti li abbiamo già visti. Non sono neppure più divertenti. Invece, di quale cultura politica dovrebbe essere portatore il Partito Democratico non l’abbiamo sentito raccontare né dal Prodi che se ne è ito né dai suoi collaboratori, ma neppure da Bersani e da D’Alema. E non è vero che non è mai troppo tardi.