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Fuga dalle primarie

Non sono più le primarie di Prodi. Non è soltanto che Prodi ha dichiarato che l’8 dicembre non andrà a votare. Quelle non saranno, comunque, tecnicamente primarie, ma l’elezione del segretario del Partito Democratico ad opera di un’ampia platea di iscritti, di elettori, di simpatizzanti. E’ meglio non confondere l’elezione del segretario di un partito con la designazione di candidati a cariche elettive di governo, locale (sindaci) e nazionale (Presidente del Consiglio e parlamentari). Invece, nell’ottobre del 2005 quelle consultazioni di grande successo che candidarono Prodi alla Presidenza del Consiglio furono effettivamente primarie, molto partecipate. Allora, Prodi era il candidato ufficiale dei Democratici di Sinistra che, avendo rinunciato a presentare un loro candidato, lo appoggiarono e contribuirono in maniera decisiva al suo successo. C’erano già state alcune elezioni primarie, per esempio, quella del gennaio 2005 vinta da Vendola per diventare governatore della Puglia. A Bologna, si potrebbero ricordare anche le non limpidissime primarie del 1998 che incoronarono Silvia Bartolini candidata a sindaco dei DS.

La dichiarazione chiara e netta di Prodi che non andrà a votare per scegliere il segretario del Partito Democratico può certamente essere interpretata in due modi. Nessuno dei candidati in lizza riscuote il suo consenso e la sua approvazione. Peraltro, molti di coloro che si riconoscerebbero come ” prodiani”, anche fra i parlamentari eletti proprio grazie ai loro legami con Prodi, hanno già annunciato il loro sostegno al sindaco Renzi. Potrebbero ripensarci e riposizionarsi? Qualcuno l’ha già fatto. La seconda interpretazione, più plausibile, è che Prodi ritenga che il Partito Democratico non meriti il suo voto perché è andato molto fuori strada rispetto alle sue aspettative. Qualcuno aggiunge che la posizione di Prodi dipende anche dalla delusione provata al momento della mancata elezione alla Presidenza della Repubblica. Chiamandosi fuori e affermando ancora una volta che ha abbandonato la politica attiva, Prodi rinuncia anche a dare qualsiasi apporto alla trasformazione positiva del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe inevitabilmente pensare che Prodi lo ritenga non soltanto andato fuori strada, ma addirittura irrecuperabile.

Il quesito adesso è quanti, condividendo l’analisi negativa e pessimistica di Prodi, decideranno di seguirlo nel non-voto. La parziale correzione di rotta di Prodi non pare sufficiente a rimotivare coloro che già nutrivano dubbi sul Partito Democratico, resi più gravi dai brogli e dagli imbrogli in alcune, comunque troppe, situazioni locali di tesseramenti squilibrati e gonfiati. Tocca ai candidati alla segreteria del PD scongiurare una bassa affluenza alle urne. Fermo restando che chi non partecipa ha sempre torto, proprio chi condivide l’analisi di Prodi dovrebbe non chiamarsi fuori, ma andare a votare per il candidato meno peggio che voglia ricostruire il partito. A prescindere da qualsiasi altra considerazione, senza un decente partito di centro-sinistra (Democratico o Socialdemocratico) il sistema politico italiano non riuscirà mai a funzionare in maniera soddisfacente. Da questo punto di vista, l’astensione di Prodi, con le ricadute che potrebbe provocare, è quantomeno un errore.


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