A palazzo c’è un problema

Corriere di Bologna

Il sindaco Merola dichiara di non sentirsi preoccupato. La classifica dei sindaci, che lo colloca al 98esimo posto su 101 con una perdita di gradimento di più del 5 per cento rispetto alla sua elezione quattro anni fa segnala, al contrario, che dovrebbe essere molto preoccupato. Quando un sindaco in carica che, per di più, ha già preventivamente dichiarato di volersi ricandidare per fare un secondo mandato non si preoccupa di quello che pensano i suoi concittadini, c’è un problema. Possibile che nel suo giro delle cento chiese, pardon, dei cento circoli o luoghi della leggendaria società civile bolognese, Merola non abbia trovato nessuno che gli esprimesse la sua insoddisfazione per come è governata Bologna? Eppure, in città l’insoddisfazione è palpabile. Ha raggiunto anche il Partito Democratico che, nonostante la sua non sottovalutabile perdita di iscritti, qualche antenna l’ha ancora. E’ vero che alcune critiche dall’interno del PD sono ispirate a motivazioni non nobili discendenti da ambizioni personali, ma anche alcune dichiarazioni favorevoli a Merola appartengono all’ipocrisia politica. Costituiscono il tentativo di evitare un dibattito nel quale le tensioni e le contraddizioni interne al partito finirebbero squadernate.

Per fortuna del PD, e di Merola, il centro-destra bolognese si trova in condizioni anche peggiori di quello nazionale. Comunque, non sembra in grado di trovare neppure un candidato di bandiera, ma all’occorrenza i leghisti una candidatura di bandiera riusciranno a sventolarla. Invece, è dai ranghi del PD che potrebbe affacciarsi qualche sfidante. Certo, i candidati alternativi a Merola dovranno, come da Statuto del partito, raccogliere un bel po’ di firme per ottenere le primarie contro di lui. Ai bolognesi farebbe molto piacere se, stimolato dall’eventuale presenza di un competitor, il sindaco usasse il tempo di completamento del mandato per chiarire il suo operato e per preparare al meglio il futuro governo della città. Finora abbiamo assistito ad alcune acrobazie del sindaco. Fulminea è stata quella che lo ha visto abbandonare la vecchia “ditta” per saltare sul carro renziano. Recenti sono quelle relative alla vendita delle azioni di Hera e alla ventilatissima rinuncia al Passante Nord.

Più in generale, Merola non è riuscito a tratteggiare nessuna visione di quale città vorrebbe fra cinque anni, di quale progetto impostare, di quali obiettivi proporsi. Sicuramente, non è stato aiutato dal suo partito che, da tempo, ha perso capacità progettuale e che non brilla per originalità nella sua leadership, che non apprezza e non premia chi, audacemente, decidesse di muoversi fuori dagli schemi. A questo punto, il contributo che il PD potrebbe offrire a Merola non è tanto la garanzia della ricandidatura quanto il suggerimento che il sindaco dovrebbe preoccuparsi, e molto, di fare di più e di comunicare meglio, non soltanto nelle zone protette dove i militanti tacciono per “amor di partito”, ma in un confronto con coloro che lo criticano e che vorrebbero cambiare passo e (l’ho sentito dire a livelli più elevati) verso.

Pubblicato il 22 aprile 2015

Il libro dei sogni di Renzi &Co

La terza Repubblica

Stiamo fin troppo ascoltando il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-corifei che ci promettono un paese dei balocchi e delle meraviglie. Sapremo chi ha vinto le elezioni la sera stessa, persino un po’ prima. Come nessun altro al mondo? Il vincitore si troverà in condizione di garantire la governabilità per cinque, lunghi, anni e farà una riforma al mese, fino ad esaurimento. L’Italicum che, pazzescamente il professor D’Alimonte definisce un sistema elettorale maggioritario (al contrario, è una variante di un sistema che assegna i seggi in proporzione ai voti e attribuisce un brutto premio di maggioranza) , ripristinerà il bipolarismo dei nostri (non di tutti) sogni. E’ a questo punto che ci siamo accorti che stavamo, per l’appunto, sognando. Per Craxi, il bipolarismo “DC-PCI” bisognava spezzarlo. Per Andreotti, il bipolarismo significava avere due forni dai quali approvvigionarsi di pane, pardon, di voti, per i suoi governi proiettati nell’impossibile eternità. Per Renzi, Boschi, Serracchiani e Guerini (ma altri si aggiungerebbero volentieri, e lo faranno), il bipolarismo è: il Partito Democratico incamera il premio di maggioranza, mentre le opposizioni, al plurale, si spartiscono in maniera assolutamente proporzionale, le briciole della frammentazione, e l’alternativa, in parlamento e nel paese viene rimandata alle calende minacciosamente greche.

In verità, a noi di quelle opposizioni non potrebbe importarcene di meno. Stanno facendo di tutto per meritarselo il loro destino di frammentazione e di irrilevanza. Berlusconi non ha ancora capito e nessuno, tranne, qualche volta, Fitto, ha finora avuto il coraggio di dirglielo, che se, fra il 2008 e il 2013 Forza Italia ha perso circa sei milioni e mezzo di voti, dal 2013 a oggi ne ha persi altri 3 milioni. Che se Lui non si fa da parte, prendendo atto che “l’autunno del patriarca” è cominciato da qualche tempo, e se non consente una seria e dura battaglia per la successione, il suo lascito politico consisterà in una nota di due righe e mezza a fondo pagina nei libri di storia (quei pochi non scritti dai “comunisti”). Noi per le note su Berlusconi non nutriamo un interesse spasmodico, ma quando pensiamo al sistema politico italiano, ci viene il dubbio euristico che, forse, la rappresentanza tanto politica (e saremmo persino disposti a scrivere “ideale”) quanto di interessi sarebbe opportuno garantirla in maniera un po’ più equilibrata.

Non siamo mai riusciti a sapere né quanto moderati né quanto liberali fossero i liberali e i moderati ai quali Berlusconi mandava promesse e dai quali traeva un’abbondante messe di voti. Più che liberali e moderati ci sono sembrati creduloni. Sappiamo, però, che nessun sistema politico può funzionare in maniera decente -“normale” non abbiamo mai capito che cosa significhi esattamente: come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, nella dimenticata Svezia?-, se una parte del paese, una parte dell’elettorato non si sente rappresentata e, forse, anche quando si sente sottorappresentata ad arte, schiacciata da massicci e artificiali premi. Ci hanno persino raccontato che i governi funzionano meglio quando l’opposizione, non frammentata, è in grado di criticare, (contro)proporre, presentare alternative. Non sembra che questa sia l’opinione prevalente fra i renziani e i loro trafelati fiancheggiatori.

Nelle notti di inverno, ma i più bravi anche nelle lunghe notti d’estate, sono soliti raccontare che i democristiani si felicitassero dell’esistenza di una opposizione comunista. Avevano ragione. Tre anni dopo la scomparsa di quei comunisti che ritenevano il partito una ditta, ma anche una scuola, persino i democristiani scivolarono silenziosamente in un cono d’ombra. Non ci fu neppure bisogno di quella rottamazione che l’ex-Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi dovrebbe conoscere e praticare, anche su di sé. Sarebbe un contributo utile alla sopravvivenza di Forza Italia e, a determinate condizioni, quasi tutte da (ri)creare, al suo rilancio. Non sappiamo se gli elettori moderati e liberali se lo meritino, un qualsiasi rilancio. D’altronde, molti italiani neanche si “meritano” Renzi, la sua velocità, la sua (raccapricciante) conoscenza dell’inglese, il suo libro dei sogni, i giornalisti che, persino sdraiati/e, ne raccontano le gesta eroiche. Finirà che usciremo a guardare le stelle, nient’affatto cadenti, che già adesso continuano a essere molte più di cinque.

Pubblicato il 20 aprile 2015

Con questo articolo inizia la collaborazione del prof. Gianfranco Pasquino con TerzaRepubblica.it

Iscrivetevi, ne sentirete delle belle! #ScienzaPolitica #MOOC

Sta per iniziare il mio Corso MOOC(Massive Open Online Course) di Scienza Politica di Federica.EU Università di Napoli Federico II. E un corso online aperto e gratuito che si rivolge a tutti: giovani e meno giovani, studiosi e semplici appassionati possono iscriversi e frequentare online le mie lezioni e accedere a tutti i materiali di corredo.

La prima lezione è il 21 aprile. ISCRIVITI QUI in pochi click.

La durata sarà quella di un corso universitario tradizionale, 8 settimane, con due lezioni settimanali.
Ciascuno potrà decidere di rileggere i testi e riascoltare le mie lezioni ogni volta che vorrà, controllando i propri progressi nello spazio “YOU!”. L’interfaccia, fondendo la chiarezza della pagina scritta con l’immediatezza e la flessibilità del contatto multimediale, consente di ascoltare le lezioni e, al tempo stesso, leggere i testi e i link di approfondimento, lasciando libertà di sottolineare i passaggi più interessanti e prendere appunti.

“Qualcosa che so di scienza politica e che sarebbe utile che sapessero anche quelli che pensano di fare ‘scuole di politica’, ovvero di indottrinamento senza scienza. Giusto, perché di scientifico loro non sanno nulla e sarebbe pericoloso se lo sapessero gli altri. Iscrivetevi e ne sentirete delle belle, davvero interessanti, persino utili e divertenti. La politica è quello che è, ma la scienza politica può migliorarla e, en passant, migliorare un pochino anche la vita”

MOOC

Il corso di scienza politica ha come obiettivo fondamentale quello di offrire agli studenti gli strumenti essenziali per comprendere e analizzare la politica e le istituzioni. È un compito svolto da tempo immemorabile, il che rende utile e spesso indispensabile la conoscenza dei classici, ma che si ripete sempre con novità poiché la politica cambia. La scienza politica dispone di una solida base di conoscenze sui partiti, sui parlamenti, sui governi, sulla partecipazione politica, sulle democrazie, sui regimi autoritari e totalitari. Queste conoscenze possono essere utilizzate al meglio facendo ricorso al metodo comparato nelle sue varie potenzialità e applicazioni. In particolare, si analizzeranno vantaggi e svantaggi delle forme di governo parlamentari, semipresidenziali e presidenziali. Non è affatto vero che più o meno tutti i sistemi politici si equivalgono. È vero, invece, che un sistema politico è il prodotto complesso di un rapporto fra le sue istituzioni, il suo sistema elettorale e il suo sistema dei partiti e, pertanto, che esistono, e possono essere costruiti, sistemi politici migliori di altri.

Indice delle lezioni
1)Natura ed evoluzione della scienza politica
2)I metodi di analisi
3)Partecipazione politica
4)Gruppi e movimenti
5)Elezioni e sistemi elettorali
6)Partiti e sistemi partitici
7)Parlamenti e rappresentanza
8)I governi
9)Le politiche pubbliche
10)I regimi non democratici
11)I regimi democratici
12)L’Unione Europea

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Dedicato a Quelli che… Il 18 aprile 1993

A quelli che non erano ancora nati e poi non glielo ha spiegato nessuno.

A quelli che erano vivi, ma la storia non l’hanno né vissuta né imparata e poi hanno deciso di non studiarla.

A quelli che raccontano che in trent’anni di riforme se ne è soltanto parlato, ma non se ne sono fatte.

A quelli che dicono di costruire il futuro e se lo sognano.

Dedicato soprattutto a quelli che c’erano, eccome se c’erano, a quelli che avevano raccolto le firme per il referendum sulla preferenza unica (do you remember?) del giugno 1991, contro le nomenclature dei partiti e l’indifferenza dei mass media.

A quelli che le firme le raccolsero di nuovo per i referendum del 1993.

A quelli che portarono alle urne milioni di italiani a dire: sì, abroghiamo parti significative della legge elettorale proporzionale; sì, abroghiamo quattro ministeri; sì, abroghiamo il finanziamento pubblico dei partiti.

A quelli che scrissero il quesito referendario che obbligò il parlamento a fare una buona legge sull’elezione dei sindaci.

A quelli che le riforme le hanno fatte davvero, non con le “narrazioni” (e con le intimidazioni), ma con la persuasione e con il voto dei cittadini;

A quelli che si meriterebbero non la Repubblica di Arlecchino, ma una Repubblica migliore.
Pasquino 1993

Rebus elettorali (Dove eravamo, come siamo finiti)

Un articolo pubblicato il 21 gennaio 2014, dedicato a tutti coloro che dicono che l’Italicum non può/non deve essere modificato
Confronti costituzionali

REBUS ELETTORALI

In maniera spiazzante, il segretario del Partito Democratico ha presentato addirittura tre proposte elettorali. Hanno due elementi unificanti: primo, non si applicano al Senato; secondo, prevedono tutte un consistente premio di maggioranza alla lista o coalizione che risulterà vittoriosa. Evidentemente, Renzi dà per scontato che il Senato non sarà più elettivo, dopo una riforma costituzionale che richiederà parecchio tempo. Anche l’entità del premio in seggi si presenta come piuttosto problematica. Infatti, le motivazioni della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha bocciato il premio contenuto nella legge vigente (il Porcellum) potrebbero anche rendere impossibile la sua riproposizione. La proposta che Renzi fa derivare dal sistema spagnolo che, è opportuno ricordarlo, colà serve ad eleggere 350 deputati, contraddice la sua critica di qualche tempo a coloro che manifestavano “voglia di proporzionale”. Anche se le molte circoscrizioni previste (118 che, dunque, richiederanno tempo per essere disegnate) eleggerebbero ciascuna quattro-cinque deputati, la ripartizione fra le liste sarà proporzionale. Non è poi detto che il premio in seggi garantirà la maggioranza assoluta in parlamento al partito o alla coalizione premiata.

La seconda proposta implica il ritorno al Mattarellum con una variazione importante. Il recupero proporzionale sarebbe utilizzato in parte per dare un premio al partito o alla coalizione vincente in parte (“diritto di tribuna”) per consentire l’ingresso in Parlamento ai partiti piccoli che non avessero superato la soglia di sbarramento. All’incirca una novantina di seggi a chi ha vinto e una sessantina da distribuire proporzionalmente ai piccoli. Rimane curioso che a un sistema maggioritario, come è il Mattarellum, si sovrapponga anche un premio di maggioranza.

La terza proposta è ancora più problematica e, in un certo senso, dirompente. E’ stata definita “sindaco d’Italia” poiché deriva dalla legge utilizzata per l’elezione dei sindaci nei comuni al di sopra dei quindicimila abitanti. Non riguarda soltanto l’elezione del Parlamento. Prevede che, il candidato alla carica di Sindaco d’Italia ottenga, al primo turno, nel caso davvero improbabile che la coalizione a suo sostegno abbia conquistato il 50 per cento dei voti, il 60 per cento dei seggi. Altrimenti, il candidato vittorioso al ballottaggio otterrà il 60 per cento dei seggi e gli altri partiti si divideranno il rimanente 40 per cento proporzionalmente ai voti ottenuti. Il Sindaco d’Italia implica non soltanto una riforma elettorale, ma una vera e propria riforma costituzionale. Ne risulta cambiata la forma di governo nel senso di un presidenzialismo non dichiarato. I cittadini eleggono il “sindaco”-capo del governo cosicché il Presidente della Repubblica perderà il potere di nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri (art. 92). Poiché le dimissioni del sindaco, per qualsiasi ragione, comportano lo scioglimento automatico del consiglio comunale, il Presidente della Repubblica perderà anche il potere di scioglimento del Parlamento (art. 88).

Insomma, a prescindere da qualsiasi altra considerazione. tranne che, effettuata tre volte in Israele, l’elezione popolare diretta del Primo ministro non ha funzionato ed è stata abbandonata, il Sindaco d’Italia cambia la forma di governo e, poiché è una riforma costituzionale, abbisognerà di tempi lunghi. Esistono due alternative praticabili per uscire dalla problematicità e per entrare in un rapido percorso riformatore che non potrà comunque accontentare chi sogna elezioni a maggio. Primo, fare rivivere con pochissimi ritocchi il Mattarellum che, utilizzato nel 1994, 1996 e 2001, diede esiti soddisfacenti e i cui collegi uninominali sono praticamente già disegnati. Secondo, scegliere fra il sistema tedesco di proporzionale personalizzata che elegge circa 600 deputati e il sistema francese maggioritario a doppio turno in collegi uninominali che elegge 577 deputati e che dal 1958 a oggi in Francia ha regolarmente garantito la formazione di maggioranze parlamentari stabili. Tertium non datur. Dopo il Mattarellum e soprattutto il Porcellum, nessuno può illudersi che i riformatori italiani siano capaci di fare meglio dei tedeschi e dei francesi.

Pubblicato 21 gennaio 2014 sul blog dell’Associazione “Confronti costituzionali”

L’Italia di Renzi è populista

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Il video dell’ intervento di Gianfranco Pasquino durante la quinta puntata(13 aprile 2015) della quarta stagione di “Roma InConTra” il format tv di Enrico Cisnetto.

Così distanti da Ruffilli

Corriere di Bologna

Ventisette anni fa, un sabato pomeriggio, mentre era nel suo studio di Forlì, fu assassinato il (cito l’apertura, che ho ancora nelle orecchie, del Giornale Radio Uno delle 19) “il senatore democristiano Roberto Ruffilli”. La motivazione delle Brigate Rosse, che rivendicarono immediatamente la loro azione, fu che le riforme istituzionali alle quali lavorava il sen. Ruffilli avrebbero razionalizzato e reso più oppressivo lo Stato. Forte nelle sue convinzioni, Ruffilli era tutto meno che incline a opprimere chiunque. Anzi, oserei dire che la sua inclinazione era, proprio come quella del segretario democristiano Ciriaco De Mita, che stava per dare vita al suo primo e unico governo, al ragionamento e alla persuasione come modalità di elaborare qualsiasi riforma. Più che democristiano, fra l’altro, nient’affatto gradito dai democristiani del collegio romano “Salario-Nomentano”, dove De Mita lo aveva “paracadutato”, Ruffilli era un moroteo, paziente e disposto a pagare il prezzo di tempi lunghi per approvare riforme buone, largamente, non unanimemente, condivise. Non “prestato alla politica” dall’Università, alla quale sarebbe sicuramente tornato alla fine del suo secondo mandato, ma disposto a rendere quel servizio che soltanto persone come lui, colte in materia storica e istituzionale, potevano svolgere, Ruffilli era stato il capogruppo della DC nella Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali nota, dal nome del suo Presidente come Commissione Bozzi. E che gruppo era quello democristiano, nel quale si trovavano anche, per fare qualche nome, Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Mario Segni!

Pur consapevole che può essere un esercizio sterile, mi sono spesso chiesto in questi lunghi anni nei quali, di tanto in tanto, appariva una fiammata riformatrice, che cosa ne avrebbe pensato Roberto. In generale avevamo idee diverse, ma concordavano sul punto centrale, qualificante e, al tempo stesso, discriminante rispetto ai molti che, in Commissione e fuori, si sarebbero accontentati di qualche ritocco cosmetico o, i più “audaci”, del rafforzamento, a prescindere di qualsiasi riequilibrio, dei poteri del Presidente del Consiglio. Con Roberto (e, fortunatamente con altri, ma pochi) condividevamo il progetto di fondo: costruire le condizioni elettorali e istituzionali di una democrazia dell’alternanza. Roberto innestava la sua visione su quella che più volte definì “la cultura della coalizione”, vale a dire la necessità democratica che i partiti coalizzatisi distribuissero poteri e cariche, proprio come fanno i governi di coalizione in tutte le democrazie parlamentari europee, in base ai voti ottenuti da ciascun partito.

Se ricordiamo che, alla fine, il 1 febbraio 1985, la Commissione approvò un ordine del giorno a favore del sistema elettorale tedesco, rappresentanza proporzionale personalizzata, firmato da lui, da Augusto Barbera in rappresentanza del PCI, da Andreatta, Segni, Scoppola e anche da me (con l’esplicita motivazione, second best), possiamo misurare le distanze del suo pensiero istituzionale rispetto a quanto avviene oggi. Con scienza, con pazienza e con un filo di ironia, Roberto Ruffilli sarebbe molto critico degli sviluppi in corso.

Pubblicato il 16 aprile 2015

Le pentole e i coperchi dell’Italicum

La secca dichiarazione del Ministro Boschi: “il testo dell’Italicum è corretto e funziona, non c’è la necessità di modifiche” chiude, forse, la parta in faccia anche alle minoranze dialoganti del PD. Non è dato sapere su quali elementi il Ministro basi le sue certezze di “correttezza” e di funzionalità dell’Italicum. Sappiamo, invece, che altri esponenti, altrettanto renziani della Boschi, sostengono una tesi meno perentoria: “nelle condizioni date, l’Italicum è la migliore legge possibile”.

Non è chiaro in base a quali criteri, l’Italicum sia considerato migliore di altre leggi elettorali che le democrazie parlamentari europee hanno da tempo e che si tengono senza nessuna nervosa preoccupazione. Inoltre, è lecito osservare che i riformatori veri sono coloro che non accettano le condizioni date, di qualsiasi tipo siano, ma cercano proprio di creare condizioni migliori. Incidentalmente, le condizioni per una buona riforma sono cresciute nel corso del tempo da quando l’altro contraente del patto del Nazareno, ovvero Silvio Berlusconi, ha perso qualsiasi capacità di condizionamento delle riforme. Tuttavia, nell’Italicum è rimasto un elemento per lui di grandissimo interesse: la possibilità di nominare i suoi prossimi parlamentari poiché Forza Italia non riuscirà a eleggere nessuno in aggiunta ai capilista “bloccati”.

La minoranza del PD ha fatto due conti, o forse qualcuno in più, e si è resa tristemente “conto” che: 1) Renzi nominerà tutti i capilista bloccati, che saranno una falange di 100 (tante sono le circoscrizioni) combattenti per lui e con lui; 2) se non saranno concesse le preferenze, e la Ministra Boschi ha espresso il suo parere negativo, Renzi deciderà anche la graduatoria dei candidati in ciascuna circoscrizione. Potrà, di conseguenza, procedere ad una sorta di paventatissima “pulizia etnica”. Naturalmente, Renzi sarà in grado di mostrare un po’ di generosità non rottamando qualche leader particolarmente visibile, ma l’esito dell’Italicum nella sua struttura attuale è che il PD diventerà davvero e del tutto il Partito Di Renzi. Un’eventuale scissione indebolirà solo marginalmente il PD. Non gli impedirà sicuramente di rimanere il partito più grande dello schieramento attuale. Non lo priverà della vittoria al ballottaggio contro, se i numeri dei sondaggi non sono (e non lo sono) un’opinione, il Movimento Cinque Stelle.

Come tutti i casi precedenti di scissioni nella sinistra italiana, dal PSDI nel 1947 allo PSIUP nel 1964 a Rifondazione Comunista nel 1991, potrà forse fare la sua comparsa un partitino delle minoranze, in una deriva che lo porterà nei pressi della Coalizione sociale di Landini, ma non avrà nessuna influenza sul governo guidato Renzi, sulle sue politiche, sulla sua capacità operativa. Infatti, il premio di maggioranza darà a Renzi tutto il potere che vuole e, fatto non marginale, indebolirà tutti i partiti di opposizione nel centro-destra consegnando il ruolo di alfiere di un’altra politica alle Cinque, incattivite, Stelle.

I riformatori renziani sembrano anche un po’ troppo sicuri che la riforma del Senato giungerà in porto nonostante i dissensi nel PD che dall’Italicum finiranno per trasferirsi anche sulla struttura, sui poteri e soprattutto sulle modalità di selezione dei prossimi Senatori. Forse peccano di presunzione; forse pensano che le minoranze del PD non saranno abbastanza coordinate e coese, come ha suggerito loro, finora inascoltato, D’Alema. Forse, hanno un piano per accontentarne alcune con promesse a futura memoria dei molti seggi che il premio di maggioranza renderà disponibili. Sì, la politica, senza farne troppo scandalo, è anche questo. Non è neppure uno scandalo formulare e difendere una legge elettorale brutta, sicuramente la peggiore nel panorama delle democrazie europee. Però, con buona pace dei renziani e di quelli che si sono fatti abbindolare dalla narrazione del Presidente del Consiglio, le riforme brutte, tagliate su misura di due contraenti, Renzi e Berlusconi, senza tenere conto del loro impatto sistemico, sono un errore. Rischiano di durare poco, come il Porcellum, predecessore dell’Italicum. Qualcuno potrebbe anche concluderne con un proverbio azzeccato: “il diavolo fa le pentole, non i coperchi”.

Pubblicato AGL 14 aprile 2015

Video Anteprima di #RomaInContra di lunedì 13 aprile

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Enrico Cisnetto presenta la puntata di Roma InConTra con:
Gianfranco Pasquino, politologo, autore de “Cittadini senza scettro” (Università Bocconi Editore)
Luigi Bisignani, autore con Paolo Madron de “I potenti al tempo di Renzi” (Chiarelettere)
Franco Cardini, professore Emerito Storia Medievale Scuola Normale Superiore di Pisa, autore de “L’ipocrisia dell’Occidente” (Laterza)
Fulvio Abbate, scrittore, autore de “Roma vista controvento” (Bompiani)

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La democrazia dei favori

Corriere di Bologna

Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.

Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.

Pubblicato il 9 aprile 2015