La politica non abita qui
Finora il sindaco Merola ha persino troppo disciplinatamente seguito il consiglio del suo ex-spin doctor Andrea Ruggeri: “scontentare qualcuno e non essere in linea con tutti”. Ha scontentato molti, ma si è rapidamente e acrobaticamente messo in linea con uno, Matteo Renzi. Sembra che questo sia l’allineamento che conta, Magari non serve alla manutenzione della città, ma è utilissimo al mantenimento della carica di sindaco. Infatti, il neo-eletto segretario del Partito di Bologna (partito la cui esistenza curiosamente sfugge a Ruggeri) ha già fatto il suo prematuro endorsement per affidare a Merola un secondo mandato nella primavera del 2016. Di bilancio complessivo, magari mettendo a raffronto le promesse con le realizzazioni, non se ne parla. Eppure, a livello nazionale, il capo del governo e del Partito, appunto, della Nazione promette e sostiene di fare una riforma al mese. Per adesso siamo ad una riforma all’anno, ma il sindaco ha già svolto quattro anni di mandato e qualche riforma in più potrebbe averla fatta oppure, almeno, vantarla. Forte di uno statuto che chiede all’eventuale sfidante del sindaco in carica di presentare le firme del 35 per cento dei componenti dell’Assemblea cittadina del PD, il segretario Critelli ha buon gioco. Personalmente, conosco anche il trucco: bisogna raccogliere le firme di persone delle quali non è possibile avere l’indirizzario. Voilà: sistemati gli insoddisfatti, gli ambiziosi, coloro che vorrebbero interloquire con gli elettori bolognesi perché le primarie servono anche a questo: parlare, ascoltare, confrontarsi, discutere con i cittadini. Persino Merola ha capito che almeno un giro nella città deve farlo e ha organizzato cento incontri, sicuramente protetti, a cominciare dalla Casa del Gufo (immagino quello buono che guarderà pacatamente e scetticamente, in silenzio). Poiché è nel conflitto che nascono le innovazioni, che circolano le idee, che si manifestano le proposte e, udite udite, talvolta si riesce addirittura a individuare e a misurare la leadership, possiamo già “stare sereni”. Nulla di tutto questo disturberà la primavera 2016 dei bolognesi. Tranquillissimo e, quindi, collusivo è il centro-destra cittadini. Qualcuno dice che dà per scontato di perdere, ma anche se fosse così potrebbe cercare di costruire una candidatura in grado di guadagnare visibilità, di entrare in Consiglio comunale come capo dell’opposizione, di costruire l’alternativa nei prossimi cinque anni. Sembra che in Europa non siano pochi i partiti che sanno giocare al gioco della politica democratica e competitiva. Questa politica non abita (qui sono perplesso se scrivere o no”non abita più”, ma forse non c’è mai stata tranne nel 1999) a Bologna. Azzardo che proprio la latitanza di una politica di conflitto di idee e di persone (come fu nel 1956 fra Dozza e Dossetti: una campagna elettorale non da rottamare, ma come fu anche fra Imbeni e Andreatta) spiega il leggero, ma finora non contrastato, declino della città.
Pubblicato il 3 aprile 2015
Una buona legge, ma non basta
L’approvazione in prima lettura al Senato della legge che punisce i comportamenti che implicano una pluralità di fattispecie di corruzione è, anche se avvenuta a quasi due anni dalla presentazione del disegno di legge, una buona notizia. Resta da vedere quanto veloce, l’aggettivo preferito dal Presidente del Consiglio Renzi, sarà il passaggio della legge alla Camera dei Deputati nella quale il governo ha una larghissima maggioranza. Negli ultimi due anni, da un lato, la corruzione in politica e, per così dire, nel mercato si è manifestata in moltissime occasioni, in particolare nelle opere pubbliche (da Venezia a Roma a Milano); dall’altro lato, le classifiche internazionali hanno evidenziato quanto elevata sia la percezione degli operatori economici italiani e stranieri che l’Italia è un paese molto corrotto, nel quale è meglio non investire, nel quale è preferibile rinunciare a fare affari. Rendendo punibile con pene rafforzate il falso in bilancio, sciaguratamente cancellato da una legge del governo Berlusconi, nel silenzio preoccupante degli imprenditori e della loro Associazione, la nuova legge dovrebbe rendere molto più complicato il ricorso a fondi neri accumulati proprio per corrompere e ricompensare coloro che, dai sindaci agli assessori, dai Presidenti delle Regioni ai ministri, hanno il potere di decidere sugli appalti, sulle concessioni, sulle regole e sulla discrezionalità.
Difficile continuerà a essere la valutazione della rilevanza giuridica dei finanziamenti e delle “regalie” a favore delle moltissime Fondazioni con le quali molti politici supportano le loro personali attività, qualche volta il loro partito, più spesso la loro corrente. D’altronde, in un paese nel quale la corruzione ha radici profonde e la società civile reagisce in maniera poco incisiva e sempre politicizzata -il doppiopesismo non è monopolio dei politici e dei loro giornalisti di riferimento-, nessuna legge, neppure la più dettagliata ed efficace, sarà mai sufficiente. Il testo approvato è, da molti punti di vista, molto buono e metterà a disposizione dei magistrati strumenti più incisivi. Discutibile, invece, appare il restringimento dell’uso delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, anche se non soltanto alcuni politici, ma diversi giornalisti e gli opinionisti che ritengono di essere à la page mostrando un volto ipergarantista, avrebbe desiderato un giro di vite.
Da vent’anni è la stessa “narrazione”: le intercettazioni mettono in piazza anche fatti privati giuridicamente irrilevanti, ma lesivi dell’onorabilità di persone talvolta neppure indagate(da ultimo è il caso di D’Alema). Accogliendo questa obiezione, quello che deve essere meglio regolamentato non è l’intercettazione in sé, ma la diffusione e la pubblicazione di quei testi. Accertate le responsabilità dei magistrati che fanno “filtrare” i dettagli e dei giornalisti che, per amore, non della verità, ma dello scoop, li pubblicano, toccherebbe ai codici di comportamento delle due categorie porre un argine agli eccessi, in qualche caso gravi. Buttare la bambina (l’intercettazione) con l’acqua sporca (rapporti incestuosi fra alcuni magistrati e alcuni giornalisti) non è una soluzione apprezzabile. Soltanto l’integrità dei magistrati, da punire tutte le volte che la violano, e la correttezza dei giornalisti, a loro volta da espellere dall’Ordine tutte le volte che macchiano la reputazione degli inquisiti e dei loro interlocutori, porranno un freno alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio.
Infine, è essenziale che tutte le associazioni professionali vigilino sul comportamento dei loro associati e di coloro che sono attivi nel loro rispettivo settore. Gli avvocati prezzolati, gli imprenditori che pagano tangenti, le cooperative che distorcono il mercato debbono essere messi fuori gioco. La legge approvata colpirà i comportamenti corrotti. Il resto lo debbono fare coloro che credono nella competizione secondo le regole, nel merito e nel premio da dare a chi sa lavorare di più e meglio. Almeno, questo è l’obiettivo da perseguire.
Pubblicato AGL 2 aprile 2015
“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi #BDEM15 @BIENNALEDEMOCR
“Pasticci di Democrazia”: Pasquino, Carlassare e le riforme targate Renzi
di Gianluca Palma (Master in giornalismo “Giorgio Bocca” Torino) pubblicato sul sito biennaledemocrazia.it
“Un Paese è governabile non solo grazie a una buona legge elettorale, ma se c’è il consenso sociale dei cittadini. Per questo oggi sono qui a parlare con voi, ma con il cuore a Roma alla manifestazione di Maurizio Landini”. Lapidario il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare, intervenuta questa mattina al seminario “Passaggi di Repubblica e Passaggi di Democrazia”, al cui tavolo dei relatori erano presenti anche il politologo Gianfranco Pasquino e Marco Castelnuovo, giornalista de La Stampa, che moderava il dibattito. “Il governo dovrebbe ricordarsi di applicare l’articolo 3 della Costituzione, che promuove l’uguaglianza sostanziale dei cittadini, dando allo Stato il compito di rimuovere ogni ostacolo alla partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, sociale ed economica del Paese”. Ciò che spaventa di più sia Pasquino che Carlassare sono le riforme in atto: da una parte quella della Costituzione che, sostengono, mira a stravolgere l’intero assetto istituzionale, e, dall’altra l’Italicum, la legge elettorale con la quale ritengono che si punti a creare un bipolarismo poco democratico, con premi di maggioranza ai partiti che non rappresentano, però, la maggioranza della popolazione. L’Italicum prevede “un meccanismo assurdo – ha aggiunto Pasquino – perchè il premio si dà a qualsiasi partito che prenda la maggioranza dei voti, anche se ha ottenuto il 20-25%. Ciò è fatto apposta per regalare al Partito Democratico, che ora chiamano Partito della Nazione, la maggioranza in Parlamento”. “Allora bisogna chiedersi, i premi di maggioranza servono a inventarla quando quest’ultima nei fatti non c’è o a rinforzare quella esistente?”. Altro problema sono i capilista bloccati. “Un meccanismo – ha spiegato Carlassare – con cui si vuole assicurare il ‘posto’ in Parlamento a dei candidati che non verrebbero mai eletti in alcuni territori”. “Più che di Passaggi di Democrazia –hanno ribadito i relatori– nel caso di questo governo si tratta di Pasticci di Democrazia”. “E ci vuole una forte opposizione sociale – ha concluso la costituzionalista – per questo esprimo massima solidarietà alla manifestazione dei lavoratori
“Si rischia una deriva confusionaria”; Pasquino boccia le riforme del Governo
di Alessandro Francini per alessandrianews.it
ALESSANDRIA – Il professor Gianfranco Pasquino è un vero e proprio fiume in piena. La sua critica alle contraddizioni legate alle (poche) riforme già attuate dal Governo Renzi e a quelle in programma è appassionata e viscerale.
Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica e politologo di fama internazionale, è stato ospite ieri sera, giovedì 26 marzo, dell’associazione Cultura e Sviluppo in qualità di relatore del convegno organizzato per il ciclo dei “Giovedì Culturali”. Obiettivo dell’incontro un’analisi approfondita sull’effettiva utilità delle nuove riforme istituzionali e costituzionali stabilite e discusse negli ultimi mesi di governo, argomento trattato da Pasquino nel suo ultimo libro “Cittadini senza scettro Le riforme sbagliate” (UBE 2015).
Una delle frasi spesso ripetute dal Presidente del Consiglio durante le prime settimane del suo insediamento è stata “questo sarà il Governo del fare”; non sempre però “fare” è sinonimo di “costruire”, perlomeno costruire qualcosa di realmente valido. Pasquino esprime chiaramente il suo giudizio sull’attuale azione di governo; “il Presidente del Consiglio e il Ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi non hanno alcuna visione complessiva; hanno semplicemente deciso che le riforme devono essere fatte in fretta e che le loro sono le uniche riforme possibili” dichiara il politologo. Un atteggiamento che per buona parte delle opposizioni sta assumento contorni antidemocratici; il professore in questo caso getta acqua sul fuoco affermando che non pensa sussista il pericolo “di derive autoritarie. Penso però che agli elettori vengano dette molte stupidaggini. Il Paese è in balìa di una gran confusione e una grande incompetenza”.
Sul fronte riforme, a detta dei renziani, prima di Renzi il nulla. Su questo argomento il professor Pasquino ha molto da obiettare. “Non è vero che il trent’anni non è stata fatta alcuna riforma. Per esempio nel ’93 abbiamo avuto il Mattarellum, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e di quattro ministeri; è stata inoltre fatta una buona legge sull’elezione diretta del sindaco, dei presidenti delle province e dei consigli comunali e provinciali. Nel 2001 sono state attuate importanti riforme del Titolo V sul rapporto tra Stato e Regioni; nel ’95 il Porcellum. Renzi – continua Pasquino – in più di un anno non ha ancora fatto la nuova riforma elettorale”. Le riforme, quindi, negli ultimi venti anni non sono certo mancate, il problema è che erano quasi tutte sbagliate.
Tra le riforme annunciate dal Governo spicca quella del bicameralismo. Certamente 945 parlamentari sono troppi, ma il nuovo Senato disegnato da Matteo Renzi al professor Pasquino non piace per niente; “se il Senato dovrà rappresentare le autonomie locali mantenere in carica i cinque senatori a vita non servirà a nulla. Perché, inoltre, sono previsti solo 21 rappresentanti dei sindaci? Con quali criteri verranno scelti?”. Anche per ciò che riguarda i rappresentanti delle Regioni scelti dai vari Consigli Regionali il giudizio di Gianfranco Pasquino è assai critico; “non è forse vero che la classe politica regionale è da almeno dieci anni la più screditata del Paese? E dovremmo consentirle di nominare 74 senatori? Questa è sicuramente una riforma che non andava presa in considerazione, almeno non in questo modo” spiega il professore.
Mattarellum, Porcellume e ora, o meglio, prossimamente, Italicum. La nuova legge elettorale, che secondo quanto dichiarato da Renzi verrà presentata a brevissimo, manterrà i capilista bloccati e ciò potrebbe portare ad un Parlamento composto per più di un terzo da deputati selezionati dalle segreterie di partito. “L’Italicum varia di pochissimo rispetto al Porcellum. Inoltre i capilista non rappresenteranno il collegio – sostiene Pasquino – dovrebbe quindi essere introdotto il requisito di residenza nel collegio in cui si è candidati. I capilista bloccati non garantiscono affatto la rappresentanza del collegio”. Una legge elettorale che in sostanza porterebbe all’abolizione delle coalizioni per premiare liste e partiti; peccato che in quasi tutta Europa siano presenti governi di coalizione; “non è un caso – spiega il professore – ma è una scelta. In primo luogo perché una coalizione interpreta meglio l’elettorato di un Paese e poi perché rappresentanza e moderazione sono le caratteristiche fondanti dei governi di coalizione”. Con questo sistema il partito che vince le elezioni può andare alla Camera beneficiando della maggioranza assoluta, potendo fare il bello e il cattivo tempo nella sostanza indisturbato.
In conclusione il professor Pasquino dipinge un quadro a tinte fosche, affermando che “per governare serve esperienza maturata sul campo, non basta darla ad un neofita, che tra l’altro commette tanti errori. Non serve a nulla usare il criterio delle velocità, il solo criterio di cui l’Italia ha bisogno è quello dell’efficacia. Sono davvero preoccupato, perché riforme malfatte in un sistema già malfunzionante producono conseguenze potenzialmente disastrose”. Verrebbe da dire, e il professore chiude effettivamente così il suo intervento prima del dibattito con il pubblico in sala, che in Italia “più che di una deriva autoritaria si dovrebbe temere una deriva confusionaria”.
Pubblicata il 27 marzo 2015
Lezioni per il governo Renzi
Non è indispensabile che un Presidente del Consiglio sia un’autorità in materia di sistemi elettorali né un noto studioso di regimi democratici. Però, in un paese nel quale la società che ama definirsi civile continua a conoscere molto poco di politica e di costituzione, quel Presidente del Consiglio dovrebbe predicare bene (e, se mai ci riuscisse, a razzolare meglio) proprio come ha tentato di fare l’ex-Presidente Napolitano. Invece, forse trascinato dal luogo, la School of Government (ma Renzi, tranquillizzatevi, non ha parlato in inglese) della Luiss, il capo del governo italiano si è fatto, inconsapevolmente e azzardatamente, politologo e giurista, un misto fra Montesquieu e Kelsen. Prima ha affermato con sicurezza (sicumera?) che “fra cinque anni mezza Europa si doterà dell’Italicum”, legge elettorale che, incidentalmente, non è neppure ancora stata approvata in Italia, alla faccia della “velocità” a più di undici mesi dal suo ingresso nelle aule parlamentari. Poi, ha argomentato quello che qualcuno, i professori non pigri (i pigri gli rimproverano una “deriva autoritaria”, mentre è soltanto una deriva confusionaria), definirebbe decisionismo. Le affermazioni di Renzi meritano di essere citate: “Il sistema in cui non decide nessuno si chiama anarchia, quello in cui uno può decidere si chiama democrazia. Il diritto/dovere di rispettare l’esito del voto e consentire al partito che ha vinto le elezioni di realizzare il programma, è la banalità, l’abc di un sistema di governance: senza non c’è possibilità per l’Italia di essere credibile”.
Per valutare la correttezza della previsione che le altre democrazie europee cambieranno i loro sistemi elettorali in vigore da decine d’anni per sceglierne uno mai collaudato, è sufficiente lasciare passare il tempo. Sulla teorizzazione del decisionismo che, affidato ad una sola persona, si chiamerebbe “democrazia”, si possono, invece, fare molte osservazioni accompagnate dal dovuto rimprovero ai politologi della Luiss di non avere rispettosamente, ma fermamente, corretto il Presidente del Consiglio. Primo, il sistema nel quale decide uno solo non si chiama democrazia, ma potrebbe essere autoritarismo (qualora alcune poche associazioni mantengano un po’ di potere, di veto e non di decisione politica) oppure totalitarismo, quando esiste un leader massimo. Anche quando quel presunto decisore singolo è stato eletto direttamente dal popolo — che non è il caso di Renzi–, per esempio, nelle democrazie presidenziali o semi-presidenziali, gli tocca decidere insieme con altri, come Obama (non come Putin) che deve tenere conto dei potenti Senatori e Rappresentanti ciascuno eletto in collegi uninominali. Democrazia è quando decidono le maggioranze che hanno avuto un mandato elettorale e lo fanno sempre rispettando i diritti delle minoranze, mai schiacciandole né cercando di spezzettarle. Semmai, l’abc della governance democratica è che chi decide, oltre a rispettare gli spazi di autonomia delle altre istituzioni, Parlamento, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, si assume la responsabilità (parola che non appare nel discorso politologico di Renzi) delle decisioni.
Quanto alla credibilità dell’Italia, nessuno in Europa l’ha mai valutata sulla base della velocità di decisioni prese da una sola persona, chiunque egli/ella fosse, tutti essendo consapevoli della irriducibile complessità della politica e della vita democratica. Il criterio fondamentale che tuttora applicano gli altri capi europei di governo, nessuno dei quali è preoccupato dal non avere l’Italicum né impegnato a formularne uno a suo uso e consumo, è che le decisioni promesse e prese siano davvero applicate. Con pazienza, con precisione, con l’impegno a riformare le politiche che non funzioneranno. Questo, non soltanto in Europa, si chiama democrazia più riformismo. Questa una buona Scuola di Governo e un bravo (e informato) Presidente del Consiglio dovrebbero volere e sapere insegnare agli italiani, studenti, docenti, cittadini.
Pubblicato AGL 27 marzo 2015
La decisione è l’opposto della mediazione? #bdem15 @BiennaleDemocr
Qualcuno pensa che la decisione sia l’opposto della mediazione, e viceversa. Però, anche la mediazione conduce alla decisione. Allora, quel qualcuno pensa che la differenza stia nel tempo. La mediazione conduce alla decisione con grande, insostenibile(?), lentezza. La decisione, in sé, è velocità.
Qualcuno pensa che la lentezza dipenda dalla mediazione (tra il programma e le proposte dei governanti) con le preferenze dei gruppi, delle associazioni, dei sindacati, mentre gli imprenditori sarebbero l’elemento che chiede decisioni rapide e le apprezza. Quindi, per produrre decisioni rapide i governanti dovrebbero/debbono fare meno della mediazione, praticare la disintermediazione.
Qualcuno pensa che l’uomo solo al comando prenderà decisioni più rapide e migliori se persegue unicamente il bene comune dei cittadini indifferenziati. Quell’uomo, da solo, sarebbe meglio in grado di interpretare quelle esigenze non mediate dalle associazioni che, invece, sono diaframmi con propri interessi corporativi e non operano mai come tramiti disinteressati. La decisione è l’uso della spada che spezza/frantuma il nodo di Gordio.
Qualcuno crede, infine, che la decisione produca automaticamente esiti. Invece, la decisione mette in moto processi complessi che chiamano in causa una pluralità di persone e di associazioni molte delle quali indispensabili ad una buona traduzione di quella decisione in pratiche. In via neppure troppo ipotetica si può sostenere che coloro che sono stati coinvolti nel processo decisionale (che non a caso si chiama proprio così) collaboreranno e che i non interpellati, i non coinvolti, i disintermediati si opporranno, talvolta rallentando talvolta deviando talvolta nullificando la decisione e i suoi eventuali effetti.
Ne parlerò sabato 28 marzo 2015 alle ore 16.30 a Torino presso il Teatro Gobetti, Via Rossini, 8 nell’ambito della BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
IL TEMPO DI DECIDERE
Dialogano Alessandro Campi e Gianfranco Pasquino
coordina Jacopo Iacoboni
28 Marzo 2015 ore 16.30
Teatro Gobetti, Via Rossini, 8 Torino
Passaggi o improvvisate manipolazioni? #bdem15 @BiennaleDemocr
Da un Senato eletto a un Senato nominato, malamente, dai Consigli regionali, dai Comuni e persino dal Presidente della Repubblica, il passaggio è grande e brutto. Esistono almeno due formule migliori nelle democrazie occidentali.
Da una legge elettorale che consentiva ai leader di partito di nominare tutti i loro parlamentari ad una formula che consente la nomina soltanto del 70, forse l’80, per cento di loro, il passaggio è corto, non migliorativo, sostanzialmente inutile.
Da un premio di maggioranza alla coalizione vincente ad un premio al partito/lista (della Nazione, ma non dell’opposizione che rimarrà frantumata), il passaggio è fortemente peggiorativo. Esclusivamente coloro che non conoscono i governi delle democrazie parlamentari contemporanee, tutti, tranne, al momento, la Spagna, rigorosamente di coalizione, possono vantarsi di un esito che darà molto potere ad un solo gruppo di politici autoreferenziali.
Non sono passaggi. Sono improvvisate manipolazioni. Sono capriole e scivolate. Si riforma in questo modo un sistema politico? Proprio no. Quando un governo annuncia che chiederà una legittimazione referendaria per le sue mal congegnate riforme, allora il passaggio si fa delicato e rivelatore. Non importa se l’errore è già stato compiuto dal centro-sinistra nel 2001. Il passaggio non si configura più come referendum confermativo o ostativo, ma come plebiscito.
Ne parlerò sabato 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215, nell’ambito della BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
PASSAGGI DI REPUBBLICA E PASSAGGI DI DEMOCRAZIA
Dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
28 marzo 2015 ore 11
Piccolo Regio Puccini, piazza Castello, 215 Torino
Gli amici del garantismo
E’ lecito avere idee diverse persino in materia di garantismo. Sono possibili anche valutazioni differenziate sulla credibilità e sulla coerenza di coloro che chiedono comportamenti garantisti. Qualcuno ha notato doppi pesi e doppie misure esibiti proprio da chi sta attualmente al vertice del governo di questo paese. Ciò detto, esagerate, molto riprovevoli, probabilmente sbagliate tanto nel metodo quanto nel merito mi sembrano le critiche rivolte al Sen. Luigi Manconi del Partito Democratico per avere chiesto un’ispezione nella Procura di Bologna in seguito al suicidio della farmacista Vera Guidetti . Né l’interrogazione parlamentare di Manconi né l’ispezione da lui auspicata possono essere archiviate soltanto perché il Pubblico Ministero Valter Giovannini è stato fatto oggetto di scritte ostili sui muri e di minacce. Anche questi comportamenti sono deprecabili, ma nulla autorizza a pensare che rappresentino una conseguenza dell’interrogazione di Manconi e che a lui ne debba essere attribuita la benché minima responsabilità.
Due sono i punti più importanti da spiegare e da sottolineare. Primo, garantismo è chiedere che la legge sia scrupolosamente osservata e applicata da tutti, a maggior ragione dai potenti, in questo caso i magistrati, e ad ancora maggiore ragione quando in ballo è la libertà e la dignità delle persone, in questo caso la signora Guidetti. Se il garantismo deve “eccedere” è ovviamente preferibile e sicuramente scusabile se lo fa a favore dei cittadini inermi (naturalmente, i politici arroganti e i burocrati protervi non si trovano mai nella categoria dei cittadini senz’armi, tutt’altro). Secondo, le reazioni di alcuni esponenti del Partito Democratico locale, l’assessore regionale Raffaele Donini e il neo-deputato Andrea De Maria, curiosamente entrambi ex-segretari della Federazione di Bologna, sono davvero andate sopra le righe. Sembrano suggerire che, da un lato, la Procura di Bologna non sbagli mai e, dall’altro, che qualsiasi ispezione sia immotivata. Entrambe le supposizioni sono senza dubbio molto discutibili. Anzi, sarebbe bello che lo stesso PM Giovannini dichiari immediatamente la sua personale disponibilità all’ispezione affinché vengano acquisiti tutti gli elementi necessari per fare piena luce su un fatto gravissimo.
Il garantismo non dovrebbe servire in nessun partito, meno che mai nel PD che se ne vanta, a distinguere fra gli appartenenti a correnti diverse, con i renziani dalla parte di Manconi e i non renziani al suo attacco. Il garantismo dovrebbe servire, anche per i magistrati, per giungere ad una migliore, più equa, meno erratica applicazione della legge. La non richiesta difesa della Procura di Bologna da parte dei non-renziani ha qualcosa di sospetto, quasi una sorta di favore a futura memoria e/o di reiterata apertura di credito. Invece, per tutti, non soltanto qui e ora, ma sempre, dovrebbe valere un’espressione di Cicerone che parafraso: “amica magistratura, sed magis amica iustitia”.
Pubblicato 25 marzo 2015









