Plagio ribadito rimane sgradito
Ad insaputa di M. Antonietta Calabrò, meno di due mesi fa, in agosto, il “Corriere della Sera” ha pubblicato un’intervista ad un professore plagiatore quasi eguale a quella da lei effettuata con tanto di foto il 6 novembre (p. 9) . A quell’intervista aveva fatto seguito una mia letterina che il Direttore del Corriere pubblicò cortesemente e fulmineamente. Evidentemente, Calabrò non ha avuto tempo e modo di leggere la letterina. Rieccola.
Caro Direttore,
leggo (Corriere della Sera, 25 agosto) che Roberto D’Alimonte rimprovera a Luciano Violante di essersi appropriato della sua proposta di doppio turno di coalizione. Sorprende che né un parlamentare di molto lungo corso né un esperto di sistemi elettorali ignorino che il doppio turno di coalizione fu da me formulato in un articolo della rivista “il Mulino” pubblicato nel maggio-giugno 1984; presentato in maniera formale nella Commissione Bozzi per le riforme istituzionali il 4 luglio 1984 (quando l’on. Stefano Rodotá corse a Botteghe Oscure per denunciare al neo-segretario Natta che qualcuno attentava alla proporzionale); collocato come capitolo nel mio libro Restituire lo scettro al principe (ovvero al cittadino sovrano) Laterza, 1985; definitivamente consegnato agli Atti del Senato nella Relazione di Minoranza alla Commissione Bozzi. Il doppio turno di coalizione diede anche luogo ad un furibondo dibattito sulle pagine de “l’Unitá”, “Rinascita” e persino “Repubblica” durato diversi anni fino al referendum sulla preferenza unica di cui fui uno dei promotori. Intendevo garantire la formazione di coalizioni che si candidassero al governo e che ottenessero un premio di maggioranza e un premio di opposizione, ma soprattutto il secondo turno conferiva all’elettore il potere decisivo di scegliere lui/lei stessa la coalizione che avrebbe governato il paese. D’Alimonte ha ragione di dolersi dell’assenza di politologi esperti di sistemi elettorali nella Commissione dei 35 formata, non si sa con quali criteri, dal Ministro Quagliariello, suo collega alla Luiss. Certamente, in quella Commissione, e altrove, sarebbe molto utile la presenza di ex-parlamentari e di esperti che non copiassero sistemi elettorali formulati da altri, ma fossero capaci di innovazioni.
Gianfranco Pasquino Presidente della Societá Italiana di Scienza Politica (2011-2013)
La conseguenza dell’intervista è che, senza nessun contraddittorio, il Professore plagiatore insiste, chiaramente su mandato di Matteo Renzi, e ripresenta il suo cosiddetto doppio turno di coalizione in assenza del quale bisognerà, secondo lui, tornare alle urne con il Porcellum. D’altronde, la “ricetta D’Alimonte” differisce pochissimo dalla legge vigente. E’ un Porcellinum: proporzionale con premio di maggioranza elastico e nessuna possibilità per gli elettori di intervenire per scegliere fra i candidati. Non resta che attendere la terza intervista del plagiatore anche se, forse, un grande quotidiano d’informazione avrebbe il dovere di fornire ai suoi lettori una più ampia, più diversificata, più precisa e, soprattutto, più originale informazione nell’importante materia dei sistemi elettorali.
Il buio oltre il porcellum
Difficile credere che l’attesa per quello che deciderà la Corte Costituzionale a proposito della vigente legge elettorale sia davvero spasmodica. Non lo dovrebbe comunque essere. Probabilmente, la Corte indicherà che il premio di maggioranza deve essere attribuito diversamente da come contempla la legge attuale. Forse fisserà, difficile dire, ma interessante sapere, con quale criterio, una soglia percentuale minima per il conseguimento del premio sia alla Camera sia al Senato. Poi non potrà esimersi dal consigliare che per il Senato vi sia un premio nazionale, non regione per regione, da “spalmare” successivamente su ciascuna delle regioni per non andare in contrasto con l’art. 57 della Costituzione che stabilisce che “il Senato della Repubblica è eletto a base regionale”. Con questi ritocchi cosmetici che, con una modica dose di fantasia istituzionale e di volontà politica, avrebbero probabilmente potuto essere richiesti alla Corte parecchio tempo fa, il Porcellum rimane sostanzialmente tale in quella che è la sua logica di fondo. Vale il detto popolare “del maiale non si butta via nulla”.
D’altronde, gli spericolati assertori del doppio turno di coalizione propongono sostanzialmente una revisione che, per quanto relativamente migliore del Porcellum (quasi impossibile fare peggio), configura, comunque, un sistema elettorale che soddisfa molte voglie di proporzionale, anche se contiene un premio di maggioranza. Poiché nella revisione il conseguimento del premio è collegato al raggiungimento di una soglia percentuale minima, all’incirca il quaranta per cento, al di fuori della portata dei partiti esistenti, vi si trova anche l’incentivazione alla formazione di coalizioni pigliatutti, quasi sicuramente molto eterogenee, altrettanto sicuramente destinate a non troppo sordi conflitti interni nella loro eventuale azione di governo. Usciti dagli spasmi dell’attesa della sentenza salvifica o “condannifica” è del tutto ipotetico che questo parlamento, dove molti sono gli incompetenti in materia elettorale e molti sono gli ignavi quanto a riforme effettive e competitive, procederà spedito a formulare una legge elettorale decente. Eppoi, perché questi parlamentari dovrebbero fare una nuova, e migliore, legge elettorale, come chiede insistentemente il Presidente Napolitano (il quale farebbe bene anche a comunicarci solennemente quali sono, almeno in linea di massima, le sue preferenze) se, così facendo, rendono possibile o addirittura avvicinano il momento del loro scioglimento?
Sarebbe facile e non del tutto infondato sostenere da parte di coloro che hanno qualcosa da guadagnare da elezioni ravvicinate che, fatta la nuova legge elettorale, i parlamentari e le loro Camere, elette con il deprecabile sistema elettorale condannato dalla Corte, sono delegittimati. Alle urne alle urne: cittadini, prendete e brandite le vostre schede! Sarà anche concesso agli stoici cittadini elettori di scegliere i rappresentanti che vorrebbero mandare in parlamento? Almeno vedere i candidati e le candidate (magari non paracadutate) che fanno una sana e solerte campagna elettorale esprimendo le loro posizioni e le loro preferenze? Sperare che, una volta eletti/e, ritornino di tanto in tanto nel collegio a spiegare che cosa fanno, che non fanno, che cosa hanno fatto male, e ad ascoltare le opinioni degli elettori, non soltanto di quelli che le hanno votate, magari interloquendo, correggendo, assumendosi le responsabilità politiche e personali? Agendo, quindi, in conformità con l’art. 67 della Costituzione, “senza vincolo di mandato”, ma seguendo l’etica politica che impone di rendere conto dei proprio comportamenti e dei propri voti, palesi e segreti.
Neppure il più speranzoso fra noi può credere che basteranno le indicazioni della Corte Costituzionale per ridisegnare anche i confini di un nuovo rapporto fra elettori ed eletti. Almeno i candidati alla segreteria del Partito Democratico, visto che la sentenza della Corte arriverà pochi giorni prima del voto che li riguarda, dovrebbero ricordarsi che la posizione ufficiale del PD in materia è “doppio turno di collegio”. Per cambiarla o peggio abbandonarla appare opportuna una delibera ugualmente ufficiale. Meglio di no. E’ preferibile farne oggetto esplicito di confronto tenendo anche conto, su proposta altrui, di eventuali collegamenti con una diversa forma di governo.
Pubblicato su l’Unità 5 novembre 2013
Baratti e sospetti
Una brutta storia fatta di potenziali baratti e di inconfessabili sospetti si è temporaneamente conclusa con la decisione della Giunta per le elezioni del Senato di demandare all’aula di votare in modo palese sulla decadenza di Berlusconi da senatore. In via di principio, molti (e, per quel che conta, anche chi scrive) ritengono che il voto che riguarda le persone, a prescindere da raffinate sottigliezze giuridiche, debba essere segreto. La segretezza serve a tutelare chi vota da eventuali, nient’affatto improbabili, rappresaglie, s’intende, politiche. La segretezza mira anche a impedire a chi vota esibendo il suo comportamento di acquisire qualche ricompensa a futura memoria. Adesso, comunque, quasi certamente venti senatori del PdL, il numero necessario, chiederanno che in aula che si proceda al ripristino del voto segreto. Si vedrà.
La vera battaglia è sicuramente su Berlusconi senatore e capo partito, ma i baratti e i sospetti vanno molto oltre. Il Partito Democratico, nel quale non sono pochi i senatori che non avrebbero voluto sacrificare il voto segreto, ha temuto, giustamente, che nel segreto dell’urna qualche senatore delle Cinque Stelle avrebbe salvato Berlusconi con l’obiettivo di fare cadere il governo. Inoltre, quegli stessi senatori penta stellati avrebbero poi accusato i Democratici di essere stati loro a salvare Berlusconi per salvare il governo delle non troppo larghe intese. Le responsabilità di voti comunque sciagurati perché inconfessabili grazie al segreto non avrebbero mai potuto essere accertate.
Naturalmente, il governo non è per niente salvo. La probabile decadenza di Berlusconi sarà considerata un’ottima ragione, non soltanto da lui che lo ha già detto, ripetuto, urlato a chiarissime lettere, ma anche dai suoi “lealisti”, la ragione decisiva per fare cadere un governo che non l’ha protetto. Non è chiaro perché il Primo Ministro Letta avrebbe dovuto farlo –non sta né nelle sue prerogative né nei suoi poteri–, ma oramai conta la valutazione che Berlusconi e il suo entourage danno di questi avvenimenti. Berlusconi ha anche attribuito al Presidente della Repubblica la colpa, assolutamente fuori luogo e persino fuori dei poteri presidenziali, di non averlo difeso, di non avere dato la grazia a uno come lui che non ha mai voluto orgogliosamente chiederla, precondizione assolutamente necessaria, ma nient’affatto sufficiente.
Berlusconi sembra tentato dal firmare l’impeachment inopinatamente sventolato dal Movimento 5 Stelle che, peraltro, non sa di cosa accusare Napolitano: attentato alla Costituzione? Alto tradimento? Qui sì, che si troverebbe un oscuro baratto: il condannato per frode fiscale Berlusconi firma l’autorizzazione a procedere contro il Presidente della Repubblica in cambio, prima o dopo, di un voto penta stellato che non lo faccia decadere. Nel frattempo, tutt’e due, il Movimento Cinque Stelle e quel che resta del Popolo della Libertà impediscono qualsiasi riforma elettorale. Altro che sette giorni, come vorrebbe Napolitano che deve avere confuso il Parlamento italiano con Dio che in sette giorni creò il modo. Al Parlamento italiano non sono bastati sette anni per riformare il Porcellum e, a causa delle distanze fra i tre gruppi maggiori, nessuna riforma sembra ancora in vista. E, allora, il Presidente non lo scioglierà questo Parlamento di inetti e di ignavi, continuando a pungolarlo in attesa che l’elezione del nuovo segretario del Partito Democratico porti un po’ di chiarezza. Di certo non porterà una buona legge elettorale viste le confuse idee di Matteo Renzi in materia. La morale di questa brutta favola è che continueranno quelle che, con leggera ironia mista a reali preoccupazioni, Napolitano chiama fibrillazioni. Insomma, il governo galleggerà navigando a vista. Per fortuna che lo spread è in discesa seppure leggera e lenta. E Berlusconi è in fuoruscita, furibonda, ma oramai praticamente inevitabile.
Doppio turno, non doppio gioco.
Al di là di qualsiasi disputa tecnica, purché condotta con chi si intende di sistemi elettorali e di modelli di governo, il grido di battaglia “Sindaco d’Italia” contiene elementi problematici e prospettive inquietanti. Anzitutto, dovrebbe essere a tutti noto che la legge per l’elezione dei consigli delle città al disopra dei 15 mila abitanti è proporzionale con voto di preferenza ed eventuale premio di maggioranza per il sindaco vittorioso al ballottaggio. E’ opportuno effettuare la trasposizione di questi meccanismi dalle città al governo dell’Italia facendo eleggere il Primo ministro dagli elettori? Se la risposta è affermativa, il quesito successivo è: questo sistema esiste da qualche altra parte al mondo in regimi democratici? Qui la risposta è facilissima: no, non esiste. E’ stato utilizzato qualcosa di simile in Israele in tre elezioni consecutive. Poi è stato abbandonato poiché non aveva garantito né stabilità politica né efficacia decisionale. Naturalmente, qualche frequentatore di stazioni può pensare che gli italiani saranno più bravi degli israeliani, ma, alla luce del dibattito elettorale e istituzionale in corso da trentacinque anni, è lecito dubitarne fortemente. Comunque, il sistema congegnato per l’elezione diretta del Primo ministro configurerebbe il doppio turno di coalizione formula che non è affatto la stessa di quella vigente per l’elezione dei sindaci. Infatti, il doppio turno di coalizione richiede la formazione, quasi coatta per chi voglia conquistare il premio (che, non lo si dimentichi, sta per diventare oggetto di sentenza da parte della Corte Costituzionale), di coalizioni eterogenee che abbiamo già conosciuto e che sappiamo essere dolorosamente instabili. Se, poi, il doppio turno di coalizione, che, come ci è stato raccontato, ad esempio dall’ instancabile Violante, si fonda sulla ripartizione proporzionale di almeno l’80 per cento dei seggi, implica anche l’elezione popolare del Primo Ministro, direttamente o indirettamente (il capo della coalizione vittoriosa), allora viene totalmente modificata la forma di governo parlamentare. Ne consegue un balordo presidenzialismo di fatto senza freni e senza contrappesi. Nelle democrazie parlamentari il governo si forma in Parlamento, anche a prescindere da quanto incautamente promesso agli elettori. In Parlamento, eventualmente, quel governo si disfa. In parlamento, eventualmente, viene sostituito da un altro governo senza nessuna necessità/obbligo costituzionale di ritorno alle urne. Elezioni frequenti non risolvono il problema della formazione del governo. Logorano i cittadini e le istituzioni. Producono ferite nel tessuto democratico. Imprecisati “sindaci d’Italia” e confusi “doppi turni di coalizione” soddisfano alla grande le voglie di proporzionale. Per nulla soddisfatti debbono essere coloro che pensano che le bandiere di un partito sono i suoi programmi e le sue priorità. Nel programma del Partito Democratico sta il doppio turno di collegio, aggiungo subito e preciso “uninominale”, nel quale i candidati e gli elettori ci mettono la faccia e chi vince tornerà a farsi vedere perché è nel suo interesse se vuole essere rieletto. Se, infine, vogliamo personalizzare la politica, allora la soluzione è l’elezione popolare, separata da quella del Parlamento, del Presidente della Repubblica nella versione migliore che è quella della Quinta Repubblica francese. Efficace, sperimentata e duratura. Tutto il resto non è, come ha scritto Shakespeare, “silenzio”. Purtroppo, è chiacchiericcio stupido, disinformato, inconcludente che serve a fare il doppio gioco: un po’ maggioritario, un po’ vagamente proporzionalista.
pubblicato su www.gazebos.it
A chi deve passare la voglia di proporzionale?
Sostiene il sindaco di Firenze, che si candida rumorosamente a diventare sindaco d’Italia, che gliela farà passare lui la voglia di proporzionale a quelli che ne vorrebbero il ritorno. Qualcuno dovrà pur dirgli che l’attribuzione dei seggi nei consigli comunali, anche in quello di Firenze, avviene con un sistema proporzionale e che, comunque, complessivamente, il sistema per eleggere i sindaci delle città al disopra dei quindicimila abitanti è proporzionale con premio per il candidato che vince al ballottaggio. La voglia di proporzionale dovrebbe essere fatta passare anche al Professore plagiatore. Infatti, quello che propone D’Alimonte (e che la Bindi presenta come proposta di legge della sua corrente) è un sistema proporzionale, chiamato doppio turno di coalizione, con premio di maggioranza che in parte ricalca il tanto criticato sistema elettorale vigente, il vispo, vivace e vitalissimo Porcellum. Il Professore plagiatore è addirittura arrivato a teorizzare che esiste una via italiana ai sistemi elettorali. E’ lastricata (l’aggettivo è, ovviamente, tutto mio, in attesa di plagio) da sistemi elettorali proporzionali con premi di maggioranza: legge Acerbo 1924; legge truffa 1953; legge Calderoli et al. 2005. Nessuno di questi sistemi è propriamente qualcosa di cui andare fieri né, peggio, qualcosa da prendere ad esempio, modello da suggerire ad altri.
A coloro che vogliono fare passare agli altri la loro stessa voglia di proporzionale consiglierei comunque di studiarsi un po’ di sistemi elettorali europei. Vedranno allora che, in rigoroso ordine alfabetico, Danimarca, Germania, Norvegia, Spagna e Svezia hanno ottimi sistemi elettorali proporzionali. Sarebbe anche doveroso, dunque, non demonizzare i sistemi proporzionali delle democrazie che funzionano di gran lunga meglio dell’Italia, ma dedicare qualche energia intellettuale a studiarli, capirli, eventualmente imitandoli. Per coloro che non hanno nessuna voglia di proporzionale, nelle sue numerose varianti, soprattutto per coloro che si trovano dentro il Partito Democratico o si trovano a “passare per caso” (o per desiderio di un partito che voglia cambiare le regole), vale un semplicissimo, elementare suggerimento: il doppio turno in collegi uninominali con clausola di passaggio al secondo turno. Per coloro dentro il PD questa è tuttora la proposta ufficiale del partito. In Francia, cinquantacinque anni fa, il doppio turno nei collegi uninominali ha sepolto la proporzionale e potentemente contribuito a ristrutturare il sistema dei partiti. Per coloro che passano per caso nei pressi del PD un accorato invito: provino a disegnare un sistema maggioritario migliore con due vincoli. Primo, imprescindibile necessità di collegi uninominali nei quali candidati ed elettori ci mettano regolarmente la faccia. Secondo, nessun recupero proporzionale di nessun tipo, neppure di quelli mascherati sotto forma di improponibili “diritti di tribuna” (il Parlamento non è una tribuna per retori stentorei e scomposti). Messi da parte i loro slogan, i volonterosi anti-proporzionalisti soddisfino, se hanno sufficienti conoscenze, la nostra voglia di saperne di più e di fare meglio.
Inoccupabile sarà lei.
Capita raramente trovare tante inesattezze in una sola breve recensione: “Compromessi made in Usa”. Meno che mai ce le si aspetterebbe sul Domenicale del Sole 24 Ore subito dopo avere letto un graffiante articolo sugli “Analfabeti ‘inoccupabili’ (e già occupati)”!
Nicla Vassallo (domenica 13 ottobre, p. 33) esordisce con un classico, ma imperdonabile, errore di spelling: Harward con la w (complimenti anche, se esistono ancora, ai correttori di bozze). Poi, evidentemente non conoscendo la differenza che in inglese intercorre fra Policy e Politics, si stupisce che qualcuno possa insegnare Public Policy, meglio tradotto in italiano con “Politiche pubbliche”, le politiche che, formulate dalle autorità, hanno effetti vincolanti per una comunità, al limite per tutti i cittadini. Sull’onda, Vassallo si pone l’interrogativo inquietantemente filosofico se abbia ragion d’essere “una politica privata”. Confesso che si vorrebbe saperne di più, da lei. Infine, in un articolo che recensisce un libro sui compromessi nel governo degli USA, dei quali, peraltro, poco si cura non mostrando di conoscere la problematica del “governo diviso”, da un lato, l’autrice dà per scontato qualcosa per noi davvero sorprendente: il compromesso storico “lanciato” da Berlinguer fu“sostenuto nella Dc da Aldo Moro e Benigno Zaccagnini”; dall’altro, non si fa parola di compromessi molto più importanti: quelli che stanno a fondamento delle democrazie reali e quelli, instabili e mutevoli, instauratisi fra democrazia e capitalismo.
Disocccupabile.
Una bella giornata per noi (e per Enrico Letta)
“Berlusconi”, ha detto memorabilmente il grande politologo Giovanni Sartori, “viene dal varietà”. E’ molto probabile che ci debba ritornare presto. Nel frattempo, però, ha tentato quello che lui, che notoriamente canta in francese, chiamerebbe un coup de théâtre: un colpo di scena. Preso atto che una parte non piccola, almeno venti, forse trenta, senatori di quel che fu il Popolo della Libertà, avrebbero comunque votato la fiducia al governo Letta, con una dichiarazione, imprevista, ma dimessa, senza cattiverie e senza sorrisi, Berlusconi ha annunciato anche il suo voto favorevole sventando così la conta pubblica e imbarazzante di coloro che lo avevano già sostanzialmente lasciato: i “traditori” nel lessico molto sobrio de “Il Giornale”. Spera, forse, di indebolire il Presidente del Consiglio e la sua azione e di rendere breve la vita del governo, ma i dati oggettivi suggeriscono che la mossa di Berlusconi è, anzitutto, il segnale di un’inequivocabile sconfitta che il capo del Popolo della Libertà ha cercato di impedire che diventasse numericamente lampante e insostenibile. Per Letta, invece, la dichiarazione di Berlusconi, che lo aveva fino alla notte prima malamente e duramente criticato e che voleva mandarlo a casa, è un ottimo viatico che si aggiunge a molti altri elementi positivi.
La maggioranza a sostegno di Letta al Senato è diventata, con l’apporto di coloro che non si sentono più parte del Popolo della Libertà, decisamente e, quel che più conta, limpidamente, autosufficiente. Non ci sono senatori comprati; ci sono senatori che, sfidando l’ira di Berlusconi (e di Sallusti) e le sue eventuali rappresaglie, hanno deciso di mantenere la fiducia in Letta. A favore dell’appoggio a Letta, della stabilità politica e della continuità dell’azione di governo, si era già espressa una parte sicuramente maggioritaria della società italiana: tutt’e tre i sindacati e la Confindustria, molte associazioni professionali e la Chiesa. Inoltre, tutti i sondaggi hanno rilevato che, a prescindere dalla loro collocazione politica, la grande maggioranza degli italiani ha fiducia in Letta e desidera che il suo governo rimanga in carica. Persino l’Europa, in diverse forme, dalla telefonata di Angela Merkel e dagli auguri del Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ai mercati e allo spread ha espresso il suo voto a favore di Letta. Per la prima volta è possibile affermare che si è manifestata in Italia una società civile non inquadrata dai partiti e non mobilitata e “mediata” da loro, e neppure dai senatori delle Cinque Stelle diventati tutti irrilevanti.
Letta può andare molto fiero di avere suscitato tanto inaspettato consenso. Certamente, è anche consapevole che deve rispondervi con adeguate politiche economiche e sociali, non più sabotabili da Berlusconi, che rimettano in moto la produzione industriale e che creino occupazione. Lasciando da parte le considerazioni futuribili secondo le quali starebbe facendo la sua ricomparsa la Democrazia cristiana si può, al contrario, intravedere, dietro la sconfitta di Berlusconi (che, fra qualche settimana, sarà privato del seggio senatoriale), la possibile nascita di un partito di centro-destra effettivamente moderato. Letta non ha nessun interesse ad aderire a quel partito e non ne trarrebbe vantaggi politici e istituzionali. Dopo la fiducia, ma soprattutto grazie alla sua determinazione, non a scapito della coerenza, e all’impegno con il quale ha, in pratica, reso più solido e autonomo il suo governo, Letta è anche diventato molto più forte nel suo stesso partito. A dicembre verrà eletto il nuovo (ennesimo) segretario del Partito Democratico. Forse sarà Matteo Renzi. Sicuramente, se gli venisse mai in mente di destabilizzare il governo guidato da un esponente del PD, il nervosetto neo-segretario non otterrà il sostegno di nessuno dei Democratici. E’ stata davvero una bella giornata per Enrico Letta: fiduciato e confermato come Presidente del Consiglio e diventato quasi inattaccabile nel Partito Democratico. E’ una bella giornata anche per chi crede che la stabilità politica è la condizione irrinunciabile per qualsiasi azione di governo lungimirante.
La lezione di Andreatta
Intellettuale in politica. Non un intellettuale qualsiasi; non per una politica di tutte le stagioni. Un economista consapevole di dovere e sapere elaborare interventi e soluzioni tenendo conto della sua visione di lungo periodo della società preferibile. Prima nella politica aspra e confusa degli anni settanta; poi, in quella conflittuale e mediocre degli anni ottanta; infine, nel periodo breve, ma promettente, dell’Ulivo al quale aveva contribuito in maniera decisiva. Questo è stato in un’estrema sintesi, che non è mai in grado di rendere conto della complessità della persona e dell’ampiezza della sua cultura, il democristiano Nino Andreatta. In questi tempi, difficilissimi per i frastornati partiti italiani, probabilmente Andreatta continuerebbe a fare appello a quella che era la sua concezione del partito migliore: un partito di popolo, Volkspartei. Non un partito di classe, non un partito di interessi aggregati, non un partito territoriale: un partito capace di dare rappresentanza e governo a una comunità, appunto ad un popolo.
Si rallegrerebbe di fronte alla vittoria chiara e netta di quel grande partito di popolo che è la Democrazia Cristiana tedesca. Così avrebbe voluto vedere anche la DC italiana mentre ne coglieva i sintomi della degenerazione e del declino. Non per questo si arrese. Al contrario, dopo avere combattuto la finanza alquanto fraudolenta del Vaticano e dello IOR, per un lungo decennio, quello del CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, gli venne impedito l’accesso a qualsiasi carica di governo. Però, la Democrazia Cristiana non era in grado di fare a meno delle sue competenze e, dunque, Andreatta fu ripetutamente Presidente della Commissione Bilancio del Senato. Rimasi frequentemente colpito da due importanti segnali del prestigio e dell’apprezzamento, oggi diremmo “trasversale”, di cui godeva. Da un lato, elemento minore, ma nient’affatto poco significativo, i commessi gli si rivolgevano con il termine Professore riconoscendogli qualità molto superiori a quelle di qualsiasi senatore. Dall’altro, in quella inquieta e spesso rumorosa aula parlamentare, soltanto quando prendeva la parola Nino Andreatta si faceva silenzio. Compagni di partito, opposizione, uomini al governo tutti tacevano e ascoltavano con attenzione. C’era sempre qualcosa da imparare; c’era sempre sostanza nei discorsi di Andreatta, del professore.
Anche i comunisti, mi raccontò una volta con tono beffardo, appallottolato in un taxi che ci portava da Fiumicino al Senato, erano oramai in condizioni di imparare, da quando reclutavano gli “economisti borghesi” suoi allievi. Il riferimento era a Filippo Cavazzuti, eletto, dai comunisti, Senatore della Sinistra Indipendente. Quanto a lui, non ebbe mai vita facile nella Democrazia Cristiana anche perché il suo politico di riferimento era stato Aldo Moro. Combatté molte battaglie, fino all’ultimo, convinto che il rigore nel bilancio dello Stato fosse molto più che un problema di conti. Era un modo di concepire una società capace di governarsi senza sciupare le sue risorse, ma destinandole al miglioramento delle condizioni di vita dei meno fortunati. Questo fa un partito di popolo. A questo contribuisce un intellettuale, degno di questo appellativo, in politica.
Il libro Un economista eclettico. Distribuzione, tecnologie e sviluppo nel pensiero di Nino Andreatta
A. Quadrio Curzio, C. Rotondi (a cura di). Edizioni Il Mulino
verrà presentato alla Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna, giovedì 3 ottobre alle ore 17.
La coscienza e gli elettori dell’On. Santanché
Categoricamente e bellicosamente, l’on. Daniela Santanché afferma che i parlamentari del Popolo della Libertà si dimettono poiché rispondono alla loro coscienza e ai loro elettori. Della loro coscienza sappiamo poco, ma non dispiacerebbe se fosse illuminata da un po’ di scienza, ovvero dalla conoscenza della Costituzione (i parlamentari rappresentano la nazione “senza vincolo di mandato) e della teoria e della pratica della democrazia: separazione delle istituzioni, divisioni dei poteri. Forse, con qualche cognizione democratica, il capogruppo al Senato Schifani non definirebbe la Giunta delle Elezioni al Senato “un plotone d’esecuzione” e il capo gruppo alla Camera non parlerebbe di “violenza democratica” e tutti loro eviterebbero di evocare i colpi di Stato. Sappiamo, invece, parecchio sugli elettori italiani. Nessuno di loro ha potuto scegliere il suo parlamentare (neanche la sua vociferante parlamentare). D’altronde, l’on. Santanché ne è perfettamente consapevole avendo memorabilmente dichiarato che “Berlusconi ci ha portati dentro. Se esce lui, usciamo anche noi “.
Ciò detto, è giusto prendere sul serio la disponibilità dell’on. Santanché, che spero condivisa da tutti gli altri dimissionari, di “rispondere” ai loro elettori. Il modo migliore per farlo, sostanzialmente l’unico, è di confrontarsi con gli elettori nei collegi uninominali. In quei collegi, previsti dalla formula elettorale approvata, ma troppo spesso messa in secondo piano, dal Partito Democratico, Santanché andrà a spiegare perché si è dimessa e perché, per quali obiettivi e per quali meriti, vuole tornare in Parlamento. Anche Berlusconi, già candidato capolista in tutte, TUTTE, le circoscrizioni del Senato, andrà a spiegare i suoi comportamenti e i suoi scopi, agli elettori del Molise di cui è attualmente e inopinatamente il Senatore. Sono sicuro che prima di andarsene da questo brutto Parlamento eletto con il sistema elettorale fortemente voluto da Berlusconi, Calderoli, D’Onofrio e fatto approvare in tutta fretta nel dicembre 2005 dalla maggioranza di centro-destra, Lega compresa, nella quale molti di loro c’erano già, tutti i parlamentari del Popolo della Libertà/Forza Italia vorranno entusiasticamente votare a favore dei collegi uninominali nei quali potranno finalmente interloquire con gli elettori in maniera pacifica e democratica.
Indipendenti nella sinistra, per la sinistra
Persino il Direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli ha sentito l’incomprimibile bisogno di criticare gli Indipendenti di Sinistra (“Corriere della Sera”, 25 settembre, p. 34). A più di vent’anni dalla fine di quell’esperienza e dopo la pubblicazione di alcuni libri tutt’altro che privi di materiale interessante, ci si aspetterebbe che i critici, soprattutto se autorevoli, come De Bortoli, utilizzassero le informazioni disponibili. Fondassero le loro critiche a fatti e persone su elementi solidi. In fondo, poiché quegli Indipendenti furono deputati e senatori spesso per diverse legislature (ad esempio, Rodotà entrò alla Camera dei Deputati nel 1979 e ne uscì nel 1994), sarebbe sufficiente riferirsi alla mole di interventi, disegni di legge, votazioni reperibili negli Atti parlamentari. Dunque, caro Direttore De Bortoli, ma l’invito va rivolto a molti dei critici, spesso preconcetti, vorrebbe lei, da ottimo giornalista qual è, fare i nomi e precisare i fatti? Insomma, chi degli Indipendenti di Sinistra fu indipendente (la cito) “un po’ per finta”? Chi furono coloro che (la ricito) “finirono per costituire eleganti foglie di fico utile per mascherare una ortodossia economica”?