Ecco primi errori e primi successi di Renzi secondo il politologo Pasquino

Intervista di Francesco De Palo su Formiche.net 03 – 03 – 2014

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Staffetta a Palazzo Chigi? Un’operazione condotta con “freddezza e cattiveria”. Bene l’ingresso del Pd nel Pse, quella tradizione è “un aggancio, non una destabilizzazione”, osserva uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino. Ma se da un lato si è vicini a un vero partito socialdemocratico in Europa, dall’altro il professore di European studies alla Johns Hopkins University si augura che “qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno”.

Quella di Renzi è una vera rivoluzione o, come sostiene Luca Ricolfi, è solo nello stile e nel linguaggio?
Se è una rivoluzione nello stile e nel linguaggio, beh devo dire che è abbastanza limitata: un mucchio di gente parla così male e si mette le mani in tasca di fronte alle autorità. Di riforme non ne ho ancora viste, quella in agenda sull’Italicum mi pare orribile.

Quali aspetti non condivide?
Sono tutti aspetti negativi, posso dire che ce ne sarebbe solo uno di positivo ma che non compare. I sistemi elettorali si valutano sulla base del potere che danno agli elettori, questa legge non ne assicura alcuno, se non in via eventuale, ed è qui che sta l’elemento positivo se si arrivasse al ballottaggio tra le due coalizioni più votate. In caso contrario l’elettore avrebbe dato una delega in bianco. In secondo luogo non è permesso di scegliere i parlamentari che invece vengono scelti da Berlusconi e Renzi: aspetto che rende i due leader accomunabili. Infine non ha alcuna influenza complessiva su quello che verrà fuori dalla bozza che, prima la si cestina, meglio è per tutti.

Il Pd è un soggetto destabilizzato e destabilizzatore? L’ingresso nel Pse avrà qualche riverbero…
Non lo credo, con l’eccezione di Fioroni ce ne faremo una ragione. Dopo di che, quello è un passaggio positivo: se vorremo esercitare un minimo di influenza in Europa, allora dovremo far parte di uno dei grandi partiti europei. Quella tradizione del Pse è un aggancio, non una destabilizzazione. Finalmente stiamo per avere un vero partito socialdemocratico in Europa per cui mi auguro che qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno.

La staffetta Letta-Renzi è ascrivibile a un’operazione di Palazzo?
Assolutamente no, fuori dal Palazzo. E’ stata un’operazione condotta con freddezza e anche con cattiveria da un extraparlamentare che ha attaccato un dirigente del suo partito impegnato a fare il capo del governo, costringendolo alle dimissioni. Quel dirigente, avendo forse a cuore sia le sorti del suo partito che quelle della legislatura, non ha voluto chiedere un voto di fiducia parlamentare. E il Presidente della Repubblica gli ha probabilmente suggerito di non farlo.

Perché il governo del premier, e quindi non più del Presidente, dovrebbe riuscire dove il suo predecessore ha fallito?
Non c’è nessuna buona ragione perché riesca e siamo in attesa. Ma con ipocrisia o con un minimo di attenzione verso questo sventurato Paese, noi italiani ci auguriamo che il governo riesca, in caso contrario sarebbero sì problemi. Ma tra il riuscire e il non riuscire c’è la terra di mezzo in cui Renzi si adagerà prossimamente.

Ovvero?
Avere qualche successo e qualche insuccesso: sarà questo il ritornello del prossimo anno e mezzo.

“Troppe promesse”, ha osservato sulla Stampa Raffaele Bonanni leader della Cisl: quale potrà essere il ruolo dei sindacati anche alla luce del Jobs act?
Se i sindacati imputano a Renzi le troppe promesse, allora dovrebbero provare anche loro a fare qualche realizzazione, lo stesso vale per il presidente di Confindustria che è uno di quegli elementi extra Palazzo che hanno destabilizzato Enrico Letta. Per il resto credo che il sindacato dovrebbe sapere come contribuire a creare impiego, ma un loro sforzo io non l’ho visto.

Approvata la legge elettorale crede che il Capo dello Stato lascerà?
Innanzitutto spero che la legge elettorale così com’è non venga approvata, quindi vorrei prolungare anche la permanenza del Presidente della Repubblica. In secondo luogo mi piacerebbe che Napolitano dicesse qualcosa di preciso sull’Italicum non può lasciarla passare perché non risolve i due profili di incostituzionalità sollevati dalla Corte. Le liste corte continuano ad essere bloccate, al pari del premio di maggioranza che ci sarà ancora, regalando novanta parlamentari a chi vince: mi pare molto. Aggiungo che trovo ridicole le tre soglie di sbarramento, improvvisamente Roberto D’Alimonte rinsavisce e come osserva il Corriere della Sera “bacchetta”. Poteva fare certamente a meno di suggerire un’opzione simile.

twitter@FDepalo

Dopo il voto, il rapporto di fiducia

Voto di fiducia, sì; rapporto di fiducia, mah?: questo è l’esito del doppio intervento del nuovo Presidente del Consiglio Renzi di fronte al Parlamento bicamerale italiano. Annunciatene la obsolescenza e la prossima estinzione, Renzi non poteva sperare di riscuotere grande successo di fronte ai Senatori. Molti non ne hanno apprezzato lo stile in parte deliberato in parte naturale, comunque poco consono a un capo di governo. Colto da pochi, il problema vero non era, però, di stile quanto di contenuti e, soprattutto, della molto carente sensibilità istituzionale da parte di Renzi. Contrariamente a troppe affermazioni errate, comprese la sua e quelle di alcuni suoi ministri, i governi parlamentari entrano in carica anche senza passaggi elettorali. Di recente, nel 2007, nella patria delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna, Gordon Brown succedette al (non più) potentissimo Tony Blair senza che nessuno chiedesse a gran voce elezioni anticipate. Il Cancelliere tedesco che ha il record di durata in carica fra i governanti europei del dopoguerra, Helmut Kohl (1982-1998), subentrò al socialdemocratico Helmut Schmidt grazie ad un voto di sfiducia costruttivo. Entrambi furono debitori della loro carica ai rispettivi Parlamenti. Entrambi stabilirono un rapporto di fiducia, rispettivamente, con la House of Commons e con il Bundestag poiché con il Parlamento intendevano lavorare.
I pochi applausi per Renzi al Senato sono stati cancellati dai molti applausi, come si dice con lessico parlamentare “da tutti i banchi”, ricevuti alla Camera dal rientrante Pierluigi Bersani e dal Presidente del Consiglio uscente Enrico Letta, fino a quella che è parsa quasi una prolungata ovazione quando i due dirigenti politici sconfitti da Renzi si sono abbracciati. Certamente, i voti che hanno poi confermato la fiducia al capo del governo contano, eccome, ma gli applausi per Bersani e Letta meritano di essere interpretati. Sono stati un omaggio alla serietà di due dirigenti politici, di due ex-ministri, di un Presidente del Consiglio che non hanno mai sminuito il ruolo del Parlamento, che hanno, al contrario, dimostrato di tenerlo in grande conto, che hanno costruito e mantenuto un rapporto di fiducia con i colleghi parlamentari e con l’istituzione parlamento. Fin dall’inizio, è sembrato, invece, che Renzi parlasse e, se posso permettermi, gesticolasse, non per informare e convincere i senatori e i deputati, ma per stupire con la novità, rappresentata, più che dal suo governo metà rosa, da lui stesso (il coniglio che si era tirato fuori dal cappello quasi da solo, come ha scritto spiritosamente, ma cogliendo un punto politico rilevante, il Direttore Landò, che cito senza piaggeria, ma con convinzione), i telespettatori. Volesse mandare sostanzialmente solo a loro il messaggio che proprio coloro che erano davanti alla televisione contano di più dei parlamentari. Sì, en passant, la televisione distorce i discorsi e i comportamenti parlamentari persino più dello streaming.
Invece, no: i parlamentari contano di più dei telespettatori proprio perché sono stati eletti da molti di quegli stessi telespettatori per rappresentare le loro preferenze e i loro interessi; per dare vita a governi stabili e operativi (e il lavoro comincia in Parlamento, non un noioso ostacolo cui sbarazzarsi, e lì ritorna); per controllare quello che i governi fanno, non fanno e fanno male; infine, per rendere conto di quello che loro stessi hanno fatto. Da cittadini sono stati eletti parlamentari per svolgere compiti importanti, spesso essenziali per il buongoverno (che non è mai il governo di una persona sola) e, se svolti con dedizione, gravosi. Allora, il rapporto di fiducia che deve intercorrere fra governo e parlamento non soltanto si esprime più negli applausi (calorosi) che segnalano stima, che nei voti, anche se, ovviamente, i freddi numeri debbono contare e valere, ma nel riconoscimento del ruolo delle istituzioni.
Renzi avrà più o meno successo dei suoi molti diversi predecessori. Parte del suo successo e di quello dei suoi ministri, donne e uomini, dipenderà dalla loro consapevolezza che le istituzioni sono importanti; meritano rispetto (espresso, per esempio, con almeno una citazione per il Presidente della Repubblica che ha facilitato la formazione del nuovo governo); svolgono il compito ineludibile di interlocutore per tutta l’attività del governo. Nella misura in cui ne sono capaci, e molti di loro sicuramente hanno le competenze necessarie, i parlamentari contribuiscono dalle file della maggioranza e dai banchi dell’opposizione (quella dialogante non insultante) a migliorare i provvedimenti del governo. La condizione è che si sia instaurato, nelle commissioni e in Aula, e venga preservato un rapporto di fiducia.

L’Unità 27 febbraio 2014

La buona legge elettorale

Due o tre cose che so sui sistemi elettorali.

Prima cosa, importante: sono buoni i sistemi elettorali che danno potere agli elettori, non quelli che aumentano il potere dei partiti e, peggio, quelli di alcuni, pochi, capi di partito. Secondo, sono i collegi uninominali quelli nei quali gli elettori hanno grande potere di scegliere i candidati. Se, poi, il sistema è a doppio turno, come in Francia, il potere degli elettori raddoppia. Proprio così.  Terzo, è inutile girarci intorno: se le liste sono bloccate, anche se appena accorciate, e se c’è un premio di maggioranza, anche se un pochino ridotto, non cambia la sostanza. Il cosiddetto Italicum è sostanzialmente un Porcellinum. Per questo è naturale che piaccia a Berlusconi che fortemente lo vuole. E’ la cosa più simile al Porcellum che fu approvato dalla sua maggioranza nel dicembre 2005. Il centro-destra si è fatto la sua legge elettorale e Renzi sostiene che per cambiarla bisogna trovare un accordo con Forza Italia responsabile di quella pessima legge elettorale. Tutto il potere rimarrà nelle mani dei capi partito, leggi: Berlusconi e Renzi. Il primo continuerà a designare i suoi parlamentari; il secondo procederà a “nominare” soltanto candidati “renziani” e parlerà di rinnovamento generazionale.

Chiarito questo, anche ad uso dei giornalisti che in materia di legge elettorale non sembrano proprio ferrati, la domanda ritorna: dove sta il potere degli elettori che frequentano i mercatini rionali? Suggerirei di recuperare il potere degli elettori su una clausola cruciale. Il premio di maggioranza lo si vince soltanto con un voto esplicito. Al primo turno, i partiti si presentano in ordine sparso ed entrano in parlamento tutti quelli che superano un’unica soglia chiaramente definita, senza trucchi e senza eccezioni: 5 per cento. Al secondo turno si presentano tutti i partiti o le coalizioni, anche se formate ad hoc, che lo desiderano. Chi ottiene più voti vince il premio di entità variabile, ma non più del 20 per cento dei seggi. Il voto per le coalizioni conferisce un grande potere agli elettori. Discutiamone, anche a braccio….

Conciliare sogni e concretezza

La cultura e la scuola ci salveranno, sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, contro i molti che pensano che gli insegnanti siano il problema. L’Europa, quella “cosa” bella sognata da un uomo confinato a Ventotene nel pieno della Seconda Guerra mondiale (magari sarebbe stato preferibile farne il nome: Altiero Spinelli), è il luogo dove troveremo molte soluzioni ai problemi italiani se sapremo comportarci come si deve. L’Europa è il luogo dove dal 1 luglio il Presidente del Consiglio italiano si troverà a collaborare con gli altri capi di governo europei per il suo importante semestre di Presidenza. In maniera molto disinvolta, qualche volta fin troppo (le mani in tasca), Renzi ha cercato di parlare di più alla società che alle istituzioni e ai suoi rappresentanti. Nella parte iniziale del suo intervento, probabilmente, la parte migliore, ha ricordato a tutti, che la politica è un’attività nobile e che chi disprezza la politica non sarà mai grado di guidare una società. Secondo lui, ma la diagnosi è controversa, la società italiana è, da parecchi anni, più avanti della politica cosicché da tempo la politica deve rincorrere la società. La potrà raggiungere esclusivamente se saprà fare le riforme, quelle istituzionali e quelle socio-economiche. Le riforme istituzionali, a cominciare dall’abolizione, urgentissima, delle province e poi dall’approvazione della legge elettorale e, detto con qualche esitazione, vista la sede in cui parlava, del Senato, debbono essere fatte con tutti coloro che le condividono. Le altre non escludono apporti fuori della maggioranza di governo, ma richiedono compattezza e concretezza.

A tratti, Renzi, che non leggeva un testo scritto, è sembrato persino troppo sicuro di sé, accettando, addirittura incentivando, qualche interruzione ad opera dei senatori, in particolare di quelli delle Cinque Stelle da lui sfidati. Qualche volta ha mostrato eccessi di autostima, ricorrendo a una terminologia inusuale nelle aule parlamentari quasi a marcare con lo stile il distacco da un passato in verità molto prossimo e nient’affatto superato. In maniera non proprio originale, ha insistito alla Veltroni sui sogni e sul coraggio. Ha fatto qualche esempio, non sempre calzante, per rendere vivace la sua esposizione. Ha tentato una difficile conciliazione fra coloro che vorrebbero procedere a un’integrazione a maglie larghe degli immigrati (concedendo subito la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia) e coloro che difendono l’identità italiana come un baluardo invalicabile. E’ sembrato disposto a non pochi compromessi, a suo modo di vedere, essenziali per trovare punti d’accordo.

Nel complesso, il suo discorso, interrotto da non molti applausi, ha spiccato soprattutto per il modo con il quale veniva pronunciato, molto meno per la concretezza, rivendicata, ma non sufficientemente esplicitata. I numeri e le date sono stati pochi. I costi e i tempi delle riforme, in special modo, quella cruciale della burocrazia, affidata a una neo-Ministra non proprio preparatissima, non ci è dato conoscerli, mentre prima di entrare in carica Renzi aveva baldanzosamente garantito l’attuazione di una riforma importante al mese. Sono stati i due banchi del governo a mandare un visibilissimo (e, in linea di principio, positivo) segnale: una nuova generazione, salve tre o quattro eccezioni, ha conquistato le cariche e ha conseguito la parità di genere. Le parole del premier, non tutte scelte ad arte, ma a lui congeniali, indicano che almeno il lessico è già cambiato. Non è necessariamente migliore del linguaggio dei politici più capaci della Repubblica, il migliore dei quali sta al Quirinale, ma costruisce aspettative di cambiamento. Però, l’indispensabile passaggio dalle parole ai fatti, quello che Renzi ha insistentemente rimproverato al suo predecessore Letta di non avere saputo fare, rimane inevitabilmente ancora tutto da costruire.

 

Pubblicato AGL  25 febbraio 2014

Dopo la ricreazione compiti europei

“La ricreazione è finita” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dando inizio al suo Primo Consiglio dei Ministri.  Mi sono subito chiesto chi negli ultimi quattro-cinque anni in Italia è riuscito a godersi il tempo della ricreazione: forse i ministri, quelli davvero nuovi, oppure, forse, soltanto lo stesso Presidente del Consiglio che pronuncia la frase con la quale De Gaulle pose fine al maggio francese nel 1968 indicendo elezioni anticipate che vinse alla grande. Dunque, tutti al lavoro a cominciare dal programma e dalle priorità che dovranno essere presentate lunedì all’esame di un Parlamento, speriamo severo e non vociante, capace di arricchirlo di contenuti e di affinarle. Quel programma, con le priorità, i costi e gli esiti previsti, perverrà subito all’attenzione della Commissione Europea e degli operatori economici internazionali. Per tutti costoro, Renzi è ancora sostanzialmente uno sconosciuto allo stesso modo della grande maggioranza dei suoi ministri, compresi quelli allo Sviluppo economico e al Lavoro e Welfare, con la sola di Pier Carlo Padoan.

   Non so chi ha storto il braccio di chi nel lungo colloquio fra il Presidente della Repubblica che, secondo l’art. 92 della Costituzione, nomina il Presidente del Consiglio e “su proposta di questo, i Ministri. Vedo, però, che è sparita l’unica personalità che ha una statura e un prestigio europeo e internazionale di enorme rilievo: Emma Bonino. Naturalmente, adesso che deve mettersi a studiare al neo-Ministro Federica Mogherini, per fortuna non priva di una buona preparazione di base, non mancheranno le occasioni importanti, tra India ed Europa, per fare risaltare le sue capacità. Inevitabilmente, la ricerca di novità e il ricorso alla gioventù, entrambi elementi variamente apprezzabili, non possono accompagnarsi con l’esperienza. Purtroppo, chi legge le storie professionali e politiche dei neo-ministri, non può non trovarvi parecchie carenze sul piano europeo. Questo è tuttora un problema condiviso dalla maggioranza degli italiani i quali sono pronti a criticare sprezzantemente l’Unione Europea, conoscendo pochissimo quello che l’Unione è e fa per l’Italia. Anzi, meno la conoscono e più la criticano andando a ingrossare le fila degli euroscettici e degli euro contrari pronti a farsi ipnotizzare dai populisti.

   E’ un fatto che le prime sfide economiche e politiche del governo si trovano fin da subito proprio in Europa. Certamente è possibile cominciare a mettere ordine nella casa italiana procedendo al ridimensionamento del debito pubblico, al taglio delle spese dello Stato, alla riduzione dei costi della politica, persino alla creazione di posti di lavoro e alla riqualificazione dei lavoratori (magari esplorando che cosa hanno già fatto i paesi europei “virtuosi”, ma una ripresa seria e sostenuta e una crescita effettiva del Prodotto Interno Lordo passano anche, forse in special modo, attraverso le politiche che saranno concordate a livello europeo, e grazie alla flessibilità che la Commissione (che non è soltanto la Germania) concederà a un governo e a ministri che dimostrino di essere credibili. Nel caso dei ministri italiani la loro credibilità europea non può essere misurata su quello che hanno fatto, ma esclusivamente su come presenteranno e come argomenteranno le politiche che intendono attuare. Proprio come vorrebbe Renzi, in Europa lui e i suoi ministri, donne e uomini debbono metterci la faccia.

   La sfida economica è chiara, ma non ne ho sentito la piena consapevolezza. Chi sa se nel non-braccio di ferro Napolitano-Renzi, i due hanno avuto modo di parlarne. Comunque, non se ne vedono riflessi sulla composizione del governo. La sfida politica è altrettanto chiara e assolutamente inevitabile: le elezioni del 25 maggio dei parlamentari italiani al Parlamento europeo. Non sarà ovviamente un test decisivo, ma le percentuali ottenute saranno importanti non soltanto per il Partito Democratico, ma anche, complessivamente, per gli alleati di governo. A mio parere, conterà moltissimo l’impegno del governo e dei partiti che lo sostengono a fare opera di pedagogia politica, a spiegare l’importanza dell’Unione Europea, a inviare a Strasburgo-Bruxelles parlamentari non in “ricreazione” dalla politica italiana, ma impegnati a essere un costante tramite fra i cittadini italiani e le istituzioni europee. La sfida economica e la sfida politica stanno insieme. Il governo italiano avrà tanta maggiore influenza sulle politiche europee quanto più consenso avrà ottenuto nelle elezioni europee e, sconfitti i populisti nostrani, porterà a Bruxelles, persone, convinzioni, affidabilità.    

Pubblicato su l’Unità 23 febbraio 2014

I partiti italiani sono ancora in crisi

costozero

Mancano poche ore alla nascita di un nuovo Esecutivo targato Matteo Renzi. Su questa imminente realtà e su altri aspetti propri della politica italiana degli ultimi tempi abbiamo “consultato” il Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino

Professore Pasquino, prima Monti, poi Letta e oggi Renzi: le elezioni per scegliere democraticamente il governo politico del proprio Paese nel nostro sono diventate demodé? È corretto dire che la sovranità in Italia spetta ancora al popolo?

In nessuna delle democrazie parlamentari, il popolo sceglie il governo. Ve lo siete inventato voi italiani questo inesistente esito. Ovunque, nelle democrazie parlamentari, il popolo vota i parlamentari designati dai partiti. Contati i voti, si formano le alleanze e il capo del partito che ha più seggi diventa capo del governo. A determinate condizioni, può essere sostituito dal suo stesso partito anche quando gli altri partiti non lo gradiscono più. È sufficiente che, come scrive limpidamente la Costituzione italiana, il governo ottenga e mantenga la fiducia del Parlamento. Naturalmente, il popolo potrebbe pretendere di sceglierli davvero i parlamentari, cosa che non può fare con il Porcellum di Berlusconi e Calderoli e non potrà fare con il Porcellinum (liste sempre bloccate, ma più corte; premietto di maggioranza; pluricandidature, ma non in tutte le circoscrizioni) di Renzi e Berlusconi. Neppure nelle democrazie presidenziali, il popolo sceglie il governo. Elegge il Presidente che nomina i suoi ministri, ma che, poi, come dimostra il caso di Obama, se non ha la maggioranza in Congresso, non riesce a governare.

I partiti “tradizionali” sono – ormai da un ventennio – bollati come istituzioni in crisi di identità e leadership avendo perso il ruolo principale di «formazioni che promuovono la maturazione civile e l’iniziativa del popolo». Lei stesso – cito testualmente uno stralcio di una sua intervista con Costozero datata gennaio 2009 – li definì «organismi burocratici oppure populistici oppure padronali oppure clientelari oppure tutto insieme. Non hanno democrazia interna. Non incoraggiano la partecipazione. Non promuovono il merito». Intravede attualmente in tal senso qualche spiraglio di miglioramento?

No, nei partiti italiani (ma nel resto d’Europa è tutta un’altra storia) non vedo alcun miglioramento. Continua ad esserci un po’ di tutto: un paio di movimenti populisti, uno anche mediatico; un partito padronale; un partito tre quarti personale (il PD di Renzi) e un quarto burocratico; qualche partitino clientelare. D’altronde, se voi italiani continuate a pensare che la politica è una cosa sporca e che i politici sono tutti corrotti, che la società cosiddetta civile è migliore di quella politica, che la politica può essere fatto da chi vede le stelle e manda tutti a Vaffa, non vi meritate niente di meglio. Soprattutto, non avrete niente di meglio.

Passando invece alle nuove metodologie della discussione politica, condivide la scelta di affidare importanti momenti anche di decisione e scelta a dirette streaming, lanci su twitter ed elezioni sul web?
Assolutamente no. Le procedure democratiche non hanno proprio niente a che fare con la demagogia, con i terribili semplificatori, con chi cinguetta, ma non sa su che cosa, con consultazioni in rete fasulle che sono un misero surrogato di comici plebiscitarismi. La democrazia è dialogo, è discussione sull’agenda dei problemi e delle priorità, è confronto fra soluzioni, è votazioni regolamentate nelle quali nessuno perde mai tutte le volte e nessuno vince mai tutte le volte. Al contrario, la rete è una melassa spesso affollata da insulti.

“Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiede il Paese”: in nome di questo sprone cosa dovrebbe prioritariamente fare il nuovo Esecutivo secondo lei?

La richiesta dell’Europa, non della sola Germania, ma anche della Finlandia e della Svezia, dell’Olanda e della Gran Bretagna, è che l’Italia diventi un paese decente, affidabile, che prende impegni e li mantiene, che rispetta e attua le direttive dell’UE, che riforma il sistema giudiziario e riduce la corruzione. Sono cose che qualsiasi politico degno di questa qualifica dovrebbe cercare di fare anche a prescindere dalle richieste provenienti dall’Europa. Il nuovo (con la stessa maggioranza del vecchio, con quasi la metà dei ministri riconfermata: quanto nuovo sarà mai?) esecutivo dovrebbe fare tutto quello che serve a rendere l’Italia un paese “giusto” che ricompensa e premia il lavoro e il merito, che cerca di mettere tutti gli italiani in condizioni di eguaglianza di opportunità, di studio, di lavoro, di vita. Chi le ha viste proposte di questo genere, in streaming o alle Invasioni Barbariche, a Palazzo Vecchio o a Palazzo Chigi? Please, mandatemi un paio di tweets.

di Raffaella Venerando
pubblicata su costozero.it  il 19/02/2014

A Renzi è scivolata la pedivella. Si è trovato con l’incarico senza un nome di ministro

ItaliaOggi

Per il politologo Gianfranco Pasquino il segretario Pd è stato vittima della sua irruenza

A Renzi è scivolata la pedivella. Si è trovato con l’incarico senza un nome di ministro

di Goffredo Pistelli

La sfida di Matteo Renzi, per come la raccontano alcuni, parrebbe quella di un giovane laureando, brillante, dotato e di belle speranze, atteso alla discussione di una tesi importante, di ricerca, forse superiore ai suoi mezzi.

Gianfranco Pasquino, allora, è l’esaminatore giusto per un doppio motivo: perché è un politologo di fama e perché la politica l’ha fatta davvero, in parlamento con l’Ulivo, e nella sua Bologna, con una lista civica che ha avuto il suo peso.

Domanda. Professore, facciamo un passo indietro. Questa staffetta era necessaria? Per alcuni osservatori Renzi non aveva alternative: con le europee alle porte e il rischio di vedersi addebitare un’eventuale sconfitta per mano grillina, ha dovuto agire. Lei che ne pensa?

Risposta. Guardi, credo che il vero motivo di quanto è accaduto sia l’irruenza stessa del segretario Pd: non voleva arrivare a un cambio in tempi così rapidi.

D. Dice che la situazione gli è sfuggita di mano?

R. Sì, a forza di pressare e punzecchiare Enrico Letta, siamo arrivati a un punto di non ritorno. Lo si capisce bene dal fatto che non fosse preparato: non aveva pronta una squadra di governo, neppure un nome e le idee esposte sono quelle che il sindaco va affermando da tempo.

D. E il ruolo del presidente della Repubblica, allora, qual è stato? Perché senza dubbio il lungo incontro di lunedì della scorsa settimana al Quirinale, fra lui e Renzi, ha fatto da effetto slavina…

R. Credo che Giorgio Napolitano non avesse per una volta calcolato esattamente quello che stava succedendo. Non si spiega facilmente, dopo un così insistito sostegno a Letta, questo abbandono così rapido. A meno che…

D. A meno che?

R. A meno che, da uomo di partito, e qui l’espressione è usata nel suo senso più alto, abbia valutato scegliere un uomo di partito, un segretario per giunta, che in pieno inverno aveva avuto il 67% dei consensi fra gli elettori alle primarie, e che aveva il pieno controllo della direzione di quella forza politica. Tutte caratteristiche che Letta non poteva offrire. Napolitano avrebbe pensato cioè che quella fosse una soluzione migliore per il Paese. Sarebbe stata cioè la scelta di tornare a un governo politico. Perché non si può dire certo che l’esecutivo che verrà sarà «di servizio, come sostiene qualcuno

D. Se, come dice lei, Renzi si è trovato a Palazzo Chigi in tempi non preventivati, ora che cosa deve fare? Correre, immagino…

R. No, guardi. L’errore sarebbe proprio quello: mettersi a correre. Se lo facesse dimostrerebbe che non ha capito niente della politica italiana. Innanzitutto, all’opposto, deve ragionare e prendere il tempo che ci vuole per fare una coalizione capace di durare. Se no si troverà a farla con B. e il partito gli si spaccherà in mano.

D. Non corra, lei dice, ma la scaletta delle riforme annunciate e da passo di marcia. Anche se si tratterà di fare dei decreti: quattro in altrettanti mesi, non sono pochi…

R. Nessuna delle riforme che Renzi ha menzionato si può fare in trenta giorni. Al massimo, se va bene, ci vuole un mese e mezzo per farne approvare una da un ramo del Parlamento. Sa cosa diceva Giuliano Amato che, oltre a essere stato due volte premier, ha fatto il ministro del Tesoro?

D. La fermo: potrebbe essere un ministro adatto per il governo Renzi?

R. Certo, ma non credo voglia lasciare la Corte Costituzionale, per un esecutivo che potrebbe durare anche solo un anno…

D. Capisco. Prosegua pure…

R. Amato diceva che un governo è un naufrago in una mare procelloso: un disegno di legge è come un messaggio dentro una bottiglia e quando, dopo 7-8 mesi, arriva a destinazione, è illeggibile, perché ha preso acqua.

D. Lei è scettico…

R. Intanto la legge elettorale non appare più una priorità, perché un governo che vuol durare fino a fine legislatura non si mette certo all’animo di farla.

D. Quindi la priorità quale diventerà?

R. Immagino il rilancio dell’economia e dell’occupazione per la quale, intanto, Renzi dovrà trovare un buon ministro perché Flavio Zanonato non ha dato davvero una buona prova di sé.

D. Ecco, Renzi deve trovare i ministri adatti. Proviamo dargli qualche suggerimento. L’economia la scansano tutti, pare…

R. Se Mario Monti abbassasse la cresta, sarebbe l’uomo adatto: è conosciuto internazionalmente, apprezzato dai mercati e dagli operatori economici, è stimato, ha una visione europeista.

D. Se abbassasse la cresta, lei dice…

R. Ma sì, dovrebbe mettere da parte le sue aspirazioni di politico dell’ultimo periodo e recupere il suo profilo di grande tecnico. Dovrebbe cioè entrare in una logica di ministro, cosa che comporta la necessità di negoziare.

D. Qualcuno aveva suggerito Romano Prodi…

R. No, troppo ingombrante per Renzi. Non se lo potrebbe permettere. E poi creerebbe divisioni anche col Nuovo centro destra. Semmai un buon nome potrebbe essere Stefano Fassina.

D. E col «Fassina chi?» come la mettiamo?

R. Sì, si possono fare le battute ma si è formato alla Bocconi, ha fatto il viceministro, parla inglese.

D. Ha lavorato al Fondo monetario internazionale, certo. Restano gli scontri violentissimi degli ultimi due anni, però…

R. L’accantonamento delle questione personali sarebbe un gran segno di maturità da parte di Renzi. Pier Carlo Padoan, di cui si parla molto, è un ottimo economista ma di peso politico ne ha poco.

D. E le altre riforme, professore, come le vede? C’è chi dice che quella, annunciata, delle burocrazie possa essere la più rischiosa, in quanto il sistema potrebbe di fatto ribellarsi…

R. È una responsabilità che chi vuol cambiare, come Renzi, deve assumersi. Riportare sotto controlla l’alta burocrazia è un compito storico. Quando la macchina amministrativa tornerà a mettere a disposizione della politica le competenze, che ci sono, sarà un gran giorno. Ma, fra i nomi che sento, non ce n’è uno che sia in grado.

D. Lei chi vedrebbe adatto alla bisogna?

R. Certo, uno che sarebbe in grado è ancora Franco Bassanini.

D. Rischi politici, ce ne sono professor Pasquino? Silvio Berlusconi, pur grato per la rottamazione dell’antiberlusconismo, potrebbe non gradire l’accelerazione renziana…

R. B. non ha sufficiente potere politico per intralciare Renzi. Certo, è contento di tornare in televisione, ma ha subito una dura sconfitta in Sardegna, dove si era impegnato personalmente, e andrà male alle europee dove non potrà candidarsi e quindi usare il suo cognome e ad averne il traino che sappiamo.

D. Pericoli interni, ce ne sono?

R. Nel Pd, intende? Non vedo una sfida vera e propria ma, quello sì, uno strato di persone che non vogliono il successo di Renzi, facendosi sostenitori passivi o oppositori morbidi. Come questo Pippo Civati che va a sobillargli i senatori contro. Insomma, non si fa così.

D. Ed alleati come Dario Franceschini, alla lunga terranno?

R. Mi pare che Franceschini stia aspettando la ricompensa per tutto quello che ha fatto, dal congresso in qua. E credo che l’avrà. L’uomo comunque è tutt’altro che privo di qualità.

pubblicato su ItaliaOggi  19/2/2014, pag. 7

El renzismo, ¿un globo pinchado?

La Razon

 

INTERNACIONAL / CRISIS POLÍTICA EN ITALIA

El renzismo, ¿un globo pinchado?

18 de febrero de 2014
Gianfranco Pasquino*

– Matteo Renzi ha aceptado el encargo de Napolitano. ¿Le será fácil formar Gobierno?

–Sí, será bastante fácil formar Gobierno. Después, lo que le será bastante complicado es hacer funcionar un Ejecutivo en el cual el primer ministro no tiene ninguna experiencia y ¡tiene muchísima prisa!

– Dos de sus «ministrables» (Barico y Farinetti) ya le han dicho que no, pero Renzi espera presentar a su Gabinete en los próximos días. ¿Sus planes para Italia son demasiado ambiciosos?

–Muchos más de dos. Los planes de Renzi son, en palabras, ambiciosísimos. Sobre todo en el contexto de la realidad de un país donde siempre hay mucha resistencia a cualquier cambio. Por lo que sus ambiciones se verán reducidas y restringidas.

– ¿Dónde cree que tendrá más problemas el nuevo Gobierno? El líder del PD aspira a agotar la legislatura, pero si las reformas y la economía siguen estancadas parece difícil…

–Será muy difícil agotar la legislatura. Justamente, la vida del Gobierno va a depender de su capacidad de hacer reformas en la economía: crear empleo, recortar los gastos del Estado, producir crecimiento… Los desafíos del próximo ministro de Economía son enormes. Y también tendrá que hacer reformas electorales e institucionales. El comienzo no ha sido brillante.

– Renzi es un gran comunicador, no sólo ha llegado antes a la cita con Napolitano, también ha ido en su propio coche y ha dicho que su prioridad es el empleo, principal problema de «su generación», recordando que es joven. Con estos gestos, ¿convencerá a la sociedad italiana, tan desencantada con la clase política, y hará que se olviden de que no ha pasado por las urnas?

–Comunicar no es gobernar. Demoler la generación de los viejos políticos no crea automáticamente una generación de políticos (y políticas) jóvenes y excelentes. No, la sociedad italiana se queda bastante desencantada con toda la clase política. Espera a ver lo que Renzi haga. Menos palabras y más hechos. No, no es un problema si Renzi no ha pasado por las urnas. Sería un problema si Renzi (nos) llega a través de las urnas después del fracaso de su Gobierno. Pero las expectativas no son muy altas.

– ¿Qué puede hacer ahora el Movimiento 5 Estrellas? Parece que se ha quedado muy aislado, aunque sea de hecho el segundo partido más votado…

–El Movimiento 5 Estrellas está aislado porque no sabe y no quiere buscar aliados. Es un movimiento de protesta (y no de propuesta) con parlamentarios sectarios y sin experiencia, sin preparación, sin conocimientos. El triunfo de la antipolítica significa no saber cómo hacer política.

*Ex senador y politólogo italiano. Profesor de la Universidad de Bolonia y de la Universidad Johns Hopkins. Preguntas elaboradas por Esther S. Sieteiglesias

pubblicato su La Razon.es

 

E’ appena uscito in libreria “Politica e istituzioni”

Politica e istituzioni  Egea - Università Bocconi editore

Politica e istituzioni
Egea – Università Bocconi editore

Copertina B Politica e istituzioni

 

Politica” è quello che uomini e donne fanno nella città (polis) per convivere, governarsi, difendersi, prosperare. Definire la “politica” significa però – oggi più che mai – fare i conti anche con l’antipolitica (una critica della politica, accettabile e persino utile) e perfino con il rigetto della politica (atteggiamento, questo, deplorevole e controproducente). Studiare la politica significa occuparsi di alcuni temi fondamentali, ai quali il libro dedica rispettivamente un capitolo: perché e come votare? che cosa sono i partiti? che cosa sono invece i movimenti? chi fa le leggi? come funzionano e quali sono le differenze tra le diverse forme rappresentative (parlamentarismi, presidenzialismi, semi-presidenzialismi… )? Accanto a questi temi più istituzionali, il volume affronta infine aspetti legati alla nuova dimensione della “democrazia 2.0”: dal labile confine tra populismo e politica al futuro della democrazia stessa.

I contenuti digitali del volume a corredo del volume sono stati curati  da Marco Valbruzzi. Per accedervi, collegarsi a sito http://www.mybook.egeaonline.ite inserire il codice stampato sul retro di copertina.

Indice

1 Studiare la politica (e l’antipolitica)
1.1 Difficile, criticabile, imprescindibile
1.2 L’antipolitica
1.3 Le cose della città
1.4 La scienza della politica
1.5 Il metodo comparato
1.6 Potere, ma non solo

2 Il voto e i sistemi elettorali
2.1 Votazioni formali e democrazia
2.2 Votare o non votare?
2.3 L’universo dei sistemi elettorali
2.4 Proporzionali e rappresentativi?
2.5 Il potere degli elettori
2.6 Oscuro oggetto del desiderio

3 I partiti non sono affatto partiti
3.1 Definizione e indispensabilità
3.2 Organizzarsi in partiti
3.3 Molteplicità di partiti
3.4 Che cosa fanno i partiti
3.5 I sistemi partitici
3.6 L’insostituibilità dei partiti

4 Movimenti e mobilitazione
4.1 La politica non si esaurisce nei partiti
4.2 Interessi partitici, ideali in movimento
4.3 Partecipanti movimentati, come e dove
4.4 Chi si movimenta?
4.5 Le risposte delle autorità
4.6 Successi e riflussi
4.7 Dell’istituzionalizzazione
4.8 Movimenti violenti e terrorismi
4.9 Infelicità e riflusso

5 Leggi e rappresentanza
5.1 Democrazie compiutamente dirette e critiche anti-parlamentari
5.2 Una o due Camere
5.3 Chi è il legislatore?
5.4 Il Congresso USA legislatore
5.5 Rappresentanza e mandato
5.6 Mandato e trasformismo
5.7 Altri compiti di Parlamento e parlamentari

6 Chi è il più forte? Modelli istituzionali a confronto
6.1 Un uomo solo al comando è davvero il più forte?
6.2 Presidenti istituzionalmente deboli
6.3 Un’altra storia: le democrazie parlamentari
6.4 Semipresidenzialismo o iperpresidenzialismo?
6.5 Potere istituzionale e politico dei capi dei governi parlamentari
6.6 Lezione comparata: cercare meglio

7 Populismo e politica 2.0
7.1 La democrazia è in crisi. Vogliamo democrazia
7.2 Dal popolo, del popolo, per il popolo
7.3 Elezioni e diritti
7.4 La democrazia competitiva di Schumpeter
7.5 Crisi della e crisi nella democrazia
7.6 Cessione e perdita di sovranità
7.7 Cittadini democratici e cittadini populisti

Bibliografia essenziale

Il predicatore disarmato

Non un re, ma un predicatore disarmato: così è apparso il Presidente Napolitano nel suo ottavo discorso di Capodanno. La troppo frequentemente utilizzata metafora del re è assolutamente inappropriata. Da un lato, Napolitano è stato democraticamente eletto e rieletto da due parlamenti diversi per composizione politica e demografica, con il secondo parlamento, l’attuale, significativamente ringiovanito. Dall’altro, non soltanto non desiderava la rielezione e non l’ha in nessun modo sollecitata, ma la aveva anche dichiarata inopportuna per ragioni istituzionali e personali. Lo ha ribadito nel suo più del solito asciutto, sobrio, severo discorso di Capodanno annunciando (non minacciando) anche la sua intenzione di andarsene quando la situazione italiana sarà migliorata, quando la sua pres(id)enza non sarà più necessaria. Non essendo un re, Napolitano non ha un erede designato ed è lecito dubitare che il Parlamento partorito dal Porcellum incontrerà enormi difficoltà, notissime al Presidente, nell’elezione del suo successore: una ragione in più per non uscire frettolosamente di scena.

Non un re, ma un predicatore il quale, però, è disarmato. Deve agire, e Napolitano lo sottolinea puntigliosamente, ma senza astio, subendo una “campagna calunniosa di ingiurie e di minacce”, sostanzialmente prive di fondamento e addirittura ridicole. I suoi comportamenti, anche i più innovativi e sorprendenti  non hanno mai travalicato i limiti dei suoi poteri costituzionali. Contrariamente ai suoi disinvolti e supponenti critici, giunti a sventolare la carta della messa in stato d’accusa, Napolitano conosce quei limiti e anche le opportunità molto meglio di tutti loro, compresi i giuristi “presidenziabili” secondo  Grillo e Travaglio. Lo ha dimostrato in più occasioni, la più recente delle quali è sfociata nella riscrittura ad opera del governo di un deprecabile decreto, da lui subito respinto. Lo dimostra sostenendo il governo contro tendenze destabilizzanti e distruttive che renderebbero impossibile formulare disegni di ripresa che hanno bisogno di un orizzonte più lungo. E’ la concezione che Napolitano ha dell’unità nazionale, inevitabilmente non condivisa dalla neanche troppo strana coppia dei leader extraparlamentari Grillo e Berlusconi,  che motiva la sua convinzione che le scelte del governo debbano essere lungimiranti e continuative.

Come molti si aspettavano e avevano fin troppo facilmente previsto, il Presidente ha giustamente insistito sulla necessità di riformare la politica e le istituzioni, a cominciare dalla legge elettorale. Peccato che, dopo avere sottolineato il ruolo centrale del Parlamento, il Presidente abbia detto che non spetta a lui indicare concretamente e precisamente i contenuti delle riforme da fare. Eppure sarebbe davvero importante sentire dalla sua voce (o dalla sua penna, con un solenne Messaggio al Parlamento)quale legge elettorale consentirebbe di avere un Parlamento migliore, di dare vita ad una dialettica politica fatta di confronto di idee e di proposte, di restituire potere agli elettori, di costruire governi stabili e duraturi. Non basterà il sacrificio dei cittadini italiani di cui il Presidente ha letto alcune lettere accorate nel tono, molto civili nella sostanza. Sarà certamente utile il coraggio di innovare da parte di molti imprenditori. Tuttavia, se non cambiano profondamente le modalità di fare politica in Italia non sarà possibile sfruttare l’importante occasione del semestre italiano di Presidenza in Europa, quell’Europa dei valori e dei diritti nella quale Napolitano crede profondamente. Quell’Europa che costituisce un altro dei temi che lo separano dai suoi critici, più o meno populisti, certamente ignoranti e manipolatori. L’esercizio presidenziale di moral suasion continua con tenacia, sostenuto dalla convinzione che qualche volta le idee riescono a fare breccia nel muro di gomma del potere, che i predicatori disarmati riescono ad avere successo. Gli italiani e il governo sanno di potere contare sulla competenza costituzionale e sulla saggezza politica del Presidente. A ognuno la sua parte.