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Aboliamo le Regioni

La terza Repubblica

L’Emilia-Romagna, finalmente, è diventata il target, meglio: l’esempio da imitare e da cercare di superare. Da tempo conclusa la sua “gloriosa” esperienza di regione rossa par excellence, l’Emilia-Romagna è andata persino oltre la “normalizzazione”. Infatti, nel novembre 2014, sulla scia di scandali, avvisi di garanzia, imputazioni che hanno riguardato quasi tutti i consiglieri regionali (anche se indimenticabile dovrebbe restare Flavio Delbono, già vice-Presidente e assessore al Bilancio della Regione, poi promosso a sindaco di Bologna, infine, costretto alle dimissioni per spese personali fin troppo allegre e ad un doppio patteggiamento), andò a votare soltanto il 38 per cento degli elettori. Addio leggendario senso civico nella Regione che tradizionalmente aveva conseguito le percentuali più elevate di affluenza alle urne? No, pesante e motivata, ma purtroppo nient’affatto incisiva, critica degli emiliano-romagnoli, il cui senso civico non è affatto sparito, ma si è tradotto nell’astensione, ad un modo di fare politica. Tentativo di dare una lezione ai politici regionali e non solo. Metabolizzato l’esito emiliano-romagnolo, resta da vedere se i nuovi governanti sapranno migliorare la loro politica e rilanciare l’istituto regionale.

Il punto è questo. A quarantacinque anni dalla loro effettiva, ma tardiva, nascita, le Regioni italiane hanno ancora un compito istituzionale e politico significativo, utile da svolgere per il paese e per il buon governo? E’ lecito dubitarne. Altrettanto lecito è affidare agli elettori delle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana,Umbria, Veneto) chiamate a rinnovare i loro governanti in un tripudio di cambi di casacche, di frammentazione partitica, di ripicche, di esibizionismi “lady-like”, “l’arduo compito di pensare se e cosa votare” (come giustamente sostenuto da Terza Repubblica). Proprio no. Infatti, mentre il governo va avanti su riforme discutibili, non mostrando neppure la volontà politica e la capacità tecnica di procedere, come promesso, all’abolizione integrale delle province, non si vede nessun progetto, meno che mai dai candidati/e governatori/trici su come rivitalizzare le Regioni.

Una volta, molto ottimisticamente e molto opportunisticamente chiamate da un ceto di voraci giuristi in carriera (ne hanno poi fatta fin troppa) ad essere “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono, invece, diventate il brodo di coltura della peggiore (così attestano scandali e indagini giudiziarie che riguardano anche alcuni candidati prominenti) classe politica del paese. Invece di essere riformate e accorpate, le Regioni italiane avranno in regalo addirittura il potere di attribuzione di un doppio lavoro (o dopolavoro): quello di mandare nel Senato modificato settantaquattro loro rappresentanti. Ripensare il Titolo V non soltanto per le attività da affidare alle Regioni, ma per ridefinire la loro stessa struttura è il minimo che si debba chiedere ad un governo di riformatori ancorché improvvisati e apprendisti. Purtroppo, nessuno l’ha chiesto ai potenziali governatori/governatrici i quali, dal canto loro, si sono accuratamente e pudicamente guardati dall’avventurarsi sulla impervia strada del “riformare le Regioni per contribuire ad un miglioramento dello Stato”.

Chi non semina niente non dovrebbe raccogliere niente, vale a dire si merita pochissimi voti alla provvista dei quali, è da supporre, contribuiranno in maniera decisiva, con buona pace di Raffaele Cantone, le reti clientelari che, un po’ dappertutto, sanno che cosa chiederanno e presumibilmente quanto riusciranno ad ottenere in cambio del loro voto, non a caso definibile, di “scambio”. E’ venuta l’ora di scambiare il brutto regionalismo italiano con un assetto istituzionale al tempo stesso più compatto e più snello.

Pubblicato il 25 maggio 2015 su terzarepubblica.it

La democrazia dei favori

Corriere di Bologna

Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.

Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.

Pubblicato il 9 aprile 2015

La ditta e i suoi benefit

Corriere di Bologna

E’ vero che la superiorità morale è andata a farsi benedire oramai da parecchio tempo. Vero che anche la diversità non può più essere vantata in maniera impeccabile. Però, non era affatto inevitabile che da un partito con un gruppo dirigente legittimato dalle esperienze di vita dei suoi esponenti e da iscritti che credevano che un cambiamento di natura (quasi) rivoluzionaria richiedesse comportamenti duri e puri si passasse a una vera e propria “ditta”.

Magari inconsapevolmente, la definizione che Bersani ha dato del partito che vorrebbe e al quale s’ispira è rivelatrice. Il coinvolgimento di esponenti locali del partito nelle vicende del “sistema Firenze” è emblematico. In una ditta si entra, meglio se da giovani. Nella ditta si fa carriera per lo più con scatti di anzianità. Si viene ricompensati per il lavoro fatto e, infine, si ottiene una pensione. Meglio non essere troppo ambiziosi. Meglio non esigere valutazioni (difficili e controverse) legate al merito. Meglio non sfidare i dirigenti perché, pur senza ricorrere ad articoli 18, dalla ditta si può essere,  più o meno silenziosamente, licenziati (e anche ostracizzati). Una “buona” ditta dà posti di lavoro. In un mercato competitivo (quello elettorale prevalentemente lo è), la ditta può espandersi e avere più posti di lavoro da distribuire. Una ditta assume sia per concorso (rarissimamente il caso di un partito politico) sia per raccomandazione, più pudicamente per segnalazioni. La ditta è anche in grado, in alcuni contesti, l’Emilia-Romagna è stato uno di questi, di ricollocare in alcune succursali non pochi dipendenti rivelatisi inadatti al lavoro politico. Spesso le cooperative, non soltanto in Emilia-Romagna, hanno adempiuto al compito di assumere personale in eccedenza. Quando il lavoro nella ditta rischia di scarseggiare, da un lato, la lotta (pardon, la competizione) per ottenere le cariche più elevate si fa accesa, dall’altro, molti giungono alla conclusione che, prima che sia troppo tardi, bisogna trarre il meglio dalle cariche già ottenute.

Un tempo, comportamenti di questo genere, anche perché limitatissimi di numero. venivano subito scoperti, stigmatizzati e puniti (con l’espulsione). Non era propriamente la conseguenza di un’etica borghese (Kant, Max Weber, Bertrand Russell). Era il controllo sociale da parte di militanti e iscritti che, giustamente, temevano i contraccolpi elettorali e politici negativi sul partito. Meno iscritti, meno militanti, meno controllo eguale più fenomeni di sciatteria, di favoritismi, di promozioni anche senza i titoli necessari. Di nuovo, si parla anche dell’Emilia-Romagna. I dirigenti si sono accorti che la loro carica e il loro potere nella ditta dipendono dalla capacità di trovare posti di lavoro per parenti, amici, seguaci. Il loro potere, ovvero la capacità di punire chi non si dà da fare per loro, trasforma eventuali semplici segnalazioni in vere e proprie raccomandazioni. La diversità se ne va, Intorno e dentro la ditta c’è chi avanza (e vince) con la parola d’ordine “(pre-)pensionare” (rottamare) i dirigenti, ma le prime mosse dei rottamatori sembrano alquanto al di sotto della sfida. Anche loro hanno amici e seguaci da piazzare. Sì, ho scritto del PCI-PDS-DS-PD.

Pubblicato il 22 marzo 2015

Il dopo Napolitano. Quel voto così lontano

Corriere di Bologna

E’ legittimo che un partito scelga i rappresentanti della Regione che voteranno il Presidente della Repubblica con riferimento esclusivo alla loro appartenenza di corrente? In Emilia-Romagna, il caso si è presentato per la opportunità o meno di nominare, come vorrebbe la prassi istituzionale, la vice-presidente del Consiglio Regionale Simonetta Saliera, ritenuta anti-renziana. Il problema, però, ha implicazioni molto più ampie e delicate poiché, per esempio, è destinato a ripresentarsi quando le Regioni dovranno nominare i senatori di loro spettanza. I consiglieri sceglieranno senatori nell’ambito del loro partito, guardando addirittura all’appartenenza di corrente, oppure terranno delle competenze dei candidabili e dei compiti che dovranno svolgere, anche nell’interesse più ampio della Regione?

Quanto ai Grandi Elettori presidenziali, è davvero difficile sapere in anticipo che cosa voteranno i renziani ed è davvero azzardato pensare che Saliera abbia già deciso che, comunque, non voterà il candidato indicato da Renzi. Penso che in un’elezione presidenziale non debba mai essere fatta valere la disciplina di partito che, invece, vale sempre per i disegni di legge del governo che attuano il programma del partito (a meno di inspiegabili stravolgimenti). Liberi/e, dunque, di votare la candidatura che preferiscono alla Presidenza della Repubblica, magari tenendo conto del dettato costituzionale che vuole che il Presidente rappresenti l’unità nazionale, sarebbe, comunque, bello che i parlamentari dell’Emilia-Romagna contribuissero con le loro dichiarazioni a tracciare l’identikit politico e istituzionale del Presidente utile all’Italia (non a Renzi, non a Berlusconi e non a una formula di governo) per i prossimi sette anni. Anzi, avrebbero già dovuto comunicare ai loro elettori (ahi, dimentico che sono tutti parlamentari nominati) i loro criteri di valutazione e le loro preferenze. Avrebbero anche potuto accettare una discussione pubblica e franca con quei moltissimi elettori che pochi mesi hanno consapevolmente e deliberatamente disertato le urne della Regione.

Purtroppo, non ci sarà la possibilità di nessun dibattito sul Presidente che vorremmo, sul Presidente di cui il sistema politico italiano ha bisogno. La seduta congiunta Camera dei deputati-Senato servirà soltanto come seggio elettorale. Il voto segreto, garanzia di libertà per tutti i parlamentari nei confronti di coloro che hanno potere sulle loro ricandidature e carriere, priva i cittadini-elettori di informazioni importanti proprio sui loro parlamentari e consente voti in dissenso per una molteplicità di ragioni che sarebbe opportuno fossero “confessate”, comunicate in maniera trasparente. Naturalmente, i parlamentari possono e, a mio modo di vedere, dovrebbero assumersi la responsabilità del loro voto e avere il coraggio, se questa è la parola giusta, di farlo conoscere in maniera argomentata agli elettori. Chi sa se nel segreto dell’urna renziani, cuperliani, bersaniani, civatiani e prodiani (e, naturalmente, berlusconiani) convergeranno? Fatecelo sapere.

Pubblicato il 24 gennaio 2015

 

La responsabilità del bilancino

Corriere di Bologna

A nessuno dovrebbe essere precluso l’uso del bilancino. E’ un diritto politico che giustamente tutti i capicorrente hanno da tempo reclamato, ottenuto, utilizzato. Non possono fare eccezione i capicorrente del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna, debitamente influenzati dai loro referenti a livello nazionale. Non debbono farsi condizionare dagli astensionisti del 23 novembre. Contano esclusivamente i voti espressi. Alle preferenze di chi non vota, i capicorrente, se avranno tempo (voglia ed energie rimaste), penseranno poi. Nella lunga fase della Prima Repubblica, quando tutto, secondo la non troppo autorevole interpretazione del Presidente del Consiglio-Segretario del PD, andava male, a cominciare dalle riforme, il bilancino, chiamato Manuale Cencelli, funzionava benissimo. Serviva ad attribuire le cariche di governo e di sottogoverno ai partiti e alle loro correnti.

Pur diventato subitamente renziano e avendo eletto il renziano Stefano Bonaccini alla Presidenza della regione, il PD emiliano-romagnolo sta incontrando più di una difficoltà a selezionare e nominare gli assessori. Essendo Bonaccini tuttora il Segretario regionale del PD dovrebbe rivendicare ed esercitare il potere di formare, in splendido isolamento, la sua giunta. Invece, appare fortemente premuto da quelle che, sempre nella Prima vituperata Repubblica, si chiamavano correnti, che il PCI ufficialmente non aveva e che oggi pudicamente sono spesso definite “sensibilità”. Naturalmente, come si può essere insensibili alle diverse sensibilità che si manifestano nel grande Partito della Regione? Bonaccini si è sicuramente posto il problema. Magari è anche sensibile a recepire consigli sulle possibili soluzioni.

La prima soluzione consiste nel chiedere (obbligare) le correnti a esprimere le loro preferenze di nomi in maniera totalmente trasparente. La seconda soluzione è di chiedere che quei nomi siano solidamente argomentati. Sui piatti del bilancino vanno posti non soltanto i voti che ciascuna sensibilità ritiene di avere ottenuto per i suoi candidati nelle elezioni regionali (mica bisognerà tornare ai dati antichi relativi all’elezione di Renzi a segretario?), ma anche le qualità, le competenze, le esperienze pregresse dei candidati. Soluzione definitiva: riconoscendo l’esistenza di correnti, consentendo loro la designazione di candidature, valutandole con riferimento alle qualità indispensabili a fare di ciascun candidato/a un buon assessore, Bonaccini potrebbe riuscire a confezionare una giunta di alto profilo. Nessuno può impedirgli di tenere conto delle preferenze correntizie, ma nessuno può obbligarlo a scegliere soltanto sulla base del potere di quelle correnti e dei loro capi. Il Presidente della Regione ha il potere politico e il dovere istituzionale di prendere le decisioni che ritiene migliori. L’unica condizione che deve osservare e che può fare pesare sul bilancino è di spiegare ai cittadini emiliano-romagnoli, agli elettori del PD, ai capi delle correnti le motivazioni delle sue scelte, assumendosene la responsabilità. Alla fine del suo mandato, l’elettorato valuterà i comportamenti dei governanti: il fatto, il non-fatto e il malfatto. Come succede nelle democrazie.

Pubblicato il 5 dicembre 2014

L’uomo solo al comando resta solo

Il fatto quotidiano

Intervista raccolta da Emiliano Liuzzi per Il Fatto quotidiano

Professor Pasquino, partiamo dalle reazioni? Renzi dice che l’affluenza non è la cosa più importante.

Mi sembra un commento post moderno. Post tutto. Post it, quegli adesivi che si attaccano e staccano. Poi si buttano.

Lei è il più autorevole dei politologi di quell’area che un tempo si chiamava sinistra. Ha insegnato ad Harvard. È stato anche parlamentare. Oggi è il critico più severo del suo stesso partito.

Non sono mai stato del Pd. Ma non c’entra niente. In Emilia Romagna ha votato la metà delle persone rispetto al 2010, e la percentuale era già bassa. Il Pd perde centinaia di migliala di dettori, non ha più iscritti e non si confronta più con la base. Non posso che essere critico.

Ma non è che perdere iscritti e voti rientri in un disegno lucido?

In un disegno sicuramente, quanto sia lucido non saprei. La sinistra si confrontava, interloquiva, era un grande movimento per questo motivo. Senza questo ha un uomo solo al comando che non si rende conto di essere destinato a rimanere solo e basta. Un giorno non avrà più nessuno.

Ha vinto Stefano Bonaccini. Può governare con un consenso che si aggira attorno al 16 per cento se calcoliamo gli astenuti?

Potrebbe farlo. Con una buona squadra che non risponda alle logiche di correnti. Ma non sarà così.

Cosa prevede?

Molti fiorentini, qualche nipote di Prodi. Questa sarà la giunta.

Si aspettava questi numeri?

No. Non pensavo sotto il 50 per cento.

Non le pare di rivivere i tempi in cui Guazzaloca si prese Bologna?

No, siamo di fronte a fenomeni diversi, allora il centrosinistra perse, questa volta comunque ha vinto. Di uguale c’era l’atteggiamento del partito, oggi arrivato al culmine. Mi spiego. Non era diversa la Bartolini quando parlava in maniera molto sprezzante di un macellaio come avversario. Quel macellaio era uno che aveva lavorato, Bartolini no. La stessa cosa è Bonaccini, uno che non ha mai lavorato se non nel partito, ma che non riesce a trattare con i suoi dettori, con la base che non c’è più. Scomparsa.

Era l’idea di Veltroni, più o meno. Giusto?

Era un percorso che ha prodotto questo.

Astenersi dal voto cosa vuol dire?

È il segnale peggiore. Vuoi dire che il tuo elettorato lo hai maltrattato, non l’hai ascoltato. Dentro o fuori dal cerchio magico è la logica renziana. Vuoi dire che non esiste democrazia.

Il Movimento 5 stelle ha vinto, come sostiene Grillo?

Ha guadagnato 30mila voti rispetto alle passate regionali. Questo è un dato che nessuno può negare. La protesta esiste, e si chiama Grillo, appunto. Chi pensava non esistesse più ha sbagliato. Da parte sua il comico genovese ci mette una assoluta incapacità conclamata nel guidare il movimento.

Forza Italia e Lega?

Il partito di Berlusconi paga la catastrofe di un’assenza di classe dirigente. La Lega non ha vinto. Ha perso 25mila voti rispetto al 2010.

Pubblicata il 25 novembre 2014

La lezione di queste regionali

Due regioni, che più diverse fra loro non si potrebbe, vanno al voto anticipato la stessa domenica. La più povera regione italiana, la Calabria, e una delle più prospere, l’Emilia- Romagna, entrambe sciolte per la condanna, definitiva, per il Presidente della Calabria, in primo grado per quello dell’Emilia-Romagna. Inoltre, in questa regione, un tempo il faro del buongoverno “rosso”, hanno suscitato grande scandalo rimborsi impropri, anche se non a livello di quelli della Regione Lazio, richiesti da 42 consiglieri su 50. Diverso anche il background politico delle due regioni. La Calabria è stata spesso governata dal centro-destra, al cui schieramento appartiene il Presidente scalzato dalla magistratura. L’Emilia-Romagna ha avuto governi di comunisti e socialisti e poi di centro-sinistra per tutta la sua storia. In entrambe, il centro-destra appare in declino con la Lega in corsa per superare Forza Italia. Proprio perché tanto diverse, le due regioni offrono il migliore dei test per raccontare lo stato della politica in Italia. Il primo test è facile.

Poiché è sicuro che in Emilia-Romagna vincerà il candidato del PD ed è probabile che il candidato del centro sinistra vincerà anche in Calabria, Renzi potrà considerare questi successi una conferma della bontà dell’azione del suo governo. Un’interpretazione plausibile, ma un po’ eccessiva, soprattutto se il secondo test darà risultati meno confortanti, se non addirittura preoccupanti. Regolare e costante è la differenza fra le due regioni in termini di percentuali di votanti. In Calabria gli elettori che vanno alle urne sono di solito il 10 per cento in meno degli emiliani-romagnoli. Questa volta, però, il “rischio astensionismo” sembra altissimo anche in Emilia-Romagna. Alle primarie ha votato un numero di elettori inferiore agli iscritti al PD nel 2013 (nel frattempo, si è anche scoperto che il numero degli iscritti 2014 sta crollando). Potrebbe essere che vada a votare poco più del 50 per cento degli emiliano-romagnoli cosicché il candidato del PD si troverebbe eletto, se raggiunge lui il 50 per cento dei voti, da un quarto degli elettori della sua Regione.

Non è questa la mia previsione che, però, rimane inquieta poiché se viene meno il senso civico in Emilia-Romagna, per di più in una fase nella quale l’Italia è chiamata a uno sforzo notevole per riprendere a camminare a passo spedito (in verità, Renzi vorrebbe farci “correre”), allora il significato complessivo è che la fiducia nelle capacità della politica di cambiare passo (e di migliorare la vita) è venuta meno in uno dei luoghi di forza del PCI, del Partito Democratico e, cifre alla mano, del renzismo. Non è bastato rottamare la vecchia guardia. Bisogna ricostruire un tessuto connettivo non con annunci, ma con riforme rapidamente approvate e prontamente attuate. Questo si aspetta anche la Calabria, terra nella quale il test non è soltanto numerico/percentuale, ma alla luce dell’espansione nel Nord della ‘ndrangheta, consiste soprattutto nella distruzione della criminalità organizzata senza famigerati inchini ai boss nelle processioni locali.

Da ultimo, Calabria ed Emilia-Romagna sono sotto osservazione anche da un altro, importantissimo punto di vista. Le Regioni, tutte, erano state create nel 1970 con l’idea che avrebbero significativamente contribuito alla riforma dello Stato. Con grande saggezza, il repubblicano Ugo La Malfa chiese che la costruzione di un ennesimo livello di governo, quello regionale, fosse accompagnato dall’abolizione delle province. Soltanto nell’anno in corso è iniziata un’abolizione parziale attraverso accorpamenti delle province. Nel frattempo, con pochissime eccezioni, tutte le regioni, nelle quali gli italiani continuano a identificarsi molto limitatamente, hanno dato davvero cattiva prova di sé. Il “voto” degli astensionisti, espresso con i piedi che non li porteranno alle urne, potrebbe essere interpretato anche, se non come una condanna delle regioni, come il messaggio che le Regioni sono diventate irrilevanti. Ne sapremo di più nella prossima primavera quando quasi tutte le altre regioni andranno alle urne.

Pubblicato AGL 23 novembre 2014

Il Partito della Regione

Corriere di Bologna

“Non ci sono più posti dove è impossibile perdere” è il lapidario annuncio di Stefano Bonaccini nella sua campagna elettorale finora solitaria. Meglio sarebbe dire che ci sono posti dove è difficile perdere per il PD, ma c’è spesso qualcuno che ci prova e ci riesce purché, ovviamente, gli altri dalle Cinque Stelle a Forza Italia sappiano scegliere i candidati e votare, all’occorrenza, in maniera strategica. Non sembra proprio essere il caso dell’Emilia Romagna dove le espulsioni delle Stelle Dissenzienti e il disinteresse di Berlusconi alla conquista della Regione (sarà mica uno dei codicilli al Patto del Nazareno?) non possono creare nessun problema. Purtroppo, incapaci anche di creare una sfida decente, le latitanze degli oppositori non spingono Bonaccini e i candidati in lista a elaborare quell’innovazione politica e amministrativa che imprenditori, operatori economici e sociali, associazioni e cittadini aspettano da tempo. Eppure da quello che, per fortuna, Bonaccini non ha (ancora?) chiamato Partito della Regione, è da tempo, almeno da quando fu sommessamente criticata la decisione di fare ottenere a Errani un terzo mandato, ci si aspetta un salto di qualità. Galleggiare appena al di sopra della crisi, con quasi tutti gli indici di poco migliori delle altre regioni italiane, non basta più. Soprattutto, non serve a mobilitare le energie che in regione esistono, ma che spesso decidono di andarsene a cercare altrove, non fortuna, ma occasioni e condizioni di lavoro migliori. E’ brutto, a fronte dello stallo di innovazione e dell’assenza di sfide politiche, rispondere alle critiche come Bonaccini fa replicando a Guccini: “basta che voti PD” e rincarare la dose dicendo di non amare “chi critica dai salotti” e di non sopportare (cito dal titolo all’intervista pubblicata dal Corriere di Bologna), “la sinistra radical”: dove sono finiti i chic? La sinistra radical, fra un salotto e un concerto, fra un vernissage e la presentazione di una collezione invernale, se ne farà una ragione. Per esperienza personale so che quella sinistra non ha poi mai il coraggio di non votare PD (e prima DS e PCI) e soprattutto di dire perché no, magari argomentando le sue critiche. Il punto, però, è che questi dirigenti renziani del PD non sembrano molto inclini a dialogare con chi dissente nella loro area, ampia e vaga. Dei tecnocrati si può parlare male anche se, in fondo, quasi tutti loro posseggono competenze che potrebbero essere utili (e alcuni le hanno già fatte fruttare in ruoli di governo nella Regione). I gufi sono animali graziosi e miti. Fino ad ora non hanno neanche portato sfortuna. Peggio sono, naturalmente, i professoroni, ma anche loro si sono rivelati inadeguati a contrastare confuse e tutt’altro che concluse riforme. Adesso tocca ai professionisti che, immagino, sono i frequentatori abituali dei salotti (ahimé, ho scarsissime conoscenze di prima mano), essere colpiti dalla critica. Se il futuro Partito della Regione dovrà essere nazional-popolare come quello abbozzato da Renzi, allora tutto si spiega. Ma non tutto si apprezza.

Pubblicato il 23 ottobre 2014

La politica in carne e ossa

Corriere di Bologna

Provo regolarmente un certo fastidio quando leggo che per qualche carica pubblica, spesso politica, ci vorrebbe una donna. Come se ci fossero donne per tutte le stagioni, ovvero cariche, e come se le donne fossero fra loro intercambiabili. Quando l’augurio proviene dagli uomini penso subito che si tratti di finta generosità. Mostrarsi favorevoli alle candidature femminili non costa niente; anzi, sembra un grande segnale di apertura, di egualitarismo. Se, invece, sono le donne a candidare donne penso che sia anche un modo per acquisire consensi da parte di chi non ha il coraggio di presentare la propria autocandidatura. Da qualche tempo, da più ambienti si auspica che, addirittura (!), il prossimo Presidente della Repubblica sia una donna. Certo, al momento, la Presidenza del Consiglio sembra saldamente nelle mani di un uomo, per di più giovane. Restando in città è presumibile che, meglio prima che poi, qualcuno candiderà una donna al ruolo di sindaco, magari non dimenticando quanto avvenne disordinatamente nel 1999. Presto toccherà poi anche alla carica di Rettore. A me sembra, però, senza entrare nelle nient’affatto mediocri considerazioni sulle qualità degli aspiranti a cariche monocratiche elevate, che qualche requisito iniziale meriti di essere soddisfatto tanto dalle donne quanto dagli uomini. In primo luogo, è lecito diffidare dei novizi e delle novizie. Un minimo di esperienza, che spesso significa acquisizione di qualche competenza, appare utile anche per sgombrare i campi dall’affollamento di candidature. In secondo luogo, se vogliamo uscire dall’ipocrisia del “me l’hanno chiesto in molti”, allora è opportuno che si manifestino autocandidature di donne che affermino con grande fiducia in se stesse di avere le capacità per ricoprire la carica alla quale aspirano.
L’ambizione è, per gli uomini e le donne in politica, una qualità decisiva. Le ambiziose cercheranno di operare in maniera efficiente e responsabile poiché desiderano essere rielette. Concretamente, in Emilia-Romagna (e nel futuro prossimo a Bologna…) già si pone il problema della candidatura alla carica di Presidente della Regione. Dico subito che sarebbe un errore pensare che il segretario regionale del Partito Democratico si senta automaticamente il candidato a Presidente della Regione. Non vale a livello regionale quello che è utile a livello nazionale: il segretario del PD, ovvero del partito più grande della coalizione di governo, che diventa capo del governo. Plaudo alla autocandidatura alla presidenza della Regione di Simonetta Saliera, attuale vice-presidente. Trovo sconveniente che i renziani della seconda ora (quelli della prima ora sono numericamente quasi inesistenti) e quelli, molti, delle ultime ore, contrappongano l’argomento “vecchia contro nuova politica”. Una donna in politica che ha un curriculum e fiducia nelle sue qualità va giudicata, eventualmente contrastata, ricorrendo allo strumento di cui il Partito Democratico si è meritoriamente (nonostante il persistere di mugugni) dotato: le primarie. Saranno, dunque, gli elettori e i simpatizzanti a scegliere la donna, in carne e ossa, che desiderano candidare alla Presidenza della Regione. Non è né vecchio né nuovo. E’ democrazia.

 

Pubblicato sul Corriere di Bologna venerdì 20 giugno 2014

 

 

Operazione polverone

Quanto si affannano e si affaticano il Presidente della Regione Vasco Errani, ventidue sindaci dell’Emilia-Romagna, il neo rieletto segretario del Partito Democratico di Bologna Raffaele Donini, persino alcuni consiglieri, i quali, pure, avrebbero anche altro a cui pensare!

Con molto sussiego affermano recisamente: l’Emilia-Romagna non è soltanto una regione ben governata; è la Regione meglio governata d’Italia. Alle statistiche l’ardua, ma non troppo, sentenza. Probabilmente, sì, almeno così hanno ripetutamente detto gli elettori e, tutto sommato, questo è anche il responso di diversi indicatori del buongoverno. Si vedrà prossimamente se gli elettori lo diranno ancora. Certo, di fronte ad un’opposizione debole, senza leadership e programmaticamente inadeguata non sarà difficile per il centro-sinistra, che, pure, dovrà cercarsi un altro candidato, riuscire a rivincere. Quello, però, che sfugge ai cantori del buongoverno dell’Emilia-Romagna è che la faccenda dei rimborsi ingiustificati e immotivati, per spese assurde e persino offensive non riguarda il buongoverno. Anche se vi si riflette negativamente, lo spreco degli ancora troppi fondi pubblici a disposizione dei gruppi consiliari, dei capigruppo, dei singoli consiglieri, fra gite e beneficienze chiama in causa qualcosa di, almeno parzialmente diverso dal buongoverno. Chiama in causa l’etica pubblica. Il buongoverno è prodotto da competenze ed efficienza. L’etica pubblica è il modo di concepire i propri compiti e obblighi per coloro impegnati in politica.

Se poi spuntassero/spunteranno anche elementi di reato toccherà ai magistrati, nei quali, naturalmente, tutti abbiamo “la massima fiducia” e ai quali ci affidiamo, stabilire che cosa e quanto è andato fuori e, soprattutto, contro le regole. Per quel che riguarda l’etica, i comportamenti che la definiscano stanno prima, dopo e al disopra del buongoverno. Nessuno di coloro che hanno allegramente utilizzato i rimborsi in maniera che, non c’è bisogno dei magistrati per affermarlo e “imputarlo”, deve essere definita quantomeno impropria e disdicevole, può cancellare gli sprechi evidenti facendo riferimento alle sue eventuali, o dimostrate, capacità di buongoverno. Sicuramente, sia a Venezia sia ad Amalfi esistono hotel meno costosi di 400-500 Euro a notte. Esistono in città e in tutta l’Emilia-Romagna ristoranti eccellenti che costano meno di quelli frequentati da allegre brigate di amici o, più probabilmente, di elettori dei capigruppo e dei consiglieri. Nessun buongoverno, neppure quello della più alta qualità, può giustificare il mettere in secondo piano, se non, addirittura, la rimozione dell’etica politica. Che cosa diranno agli elettori i consiglieri spendaccioni? Come giustificheranno i loro comportamenti e le loro spese? In definitiva, ripetere che in Emilia-Romagna c’è buongoverno non serve a chiarire una delle pagine più scure del Consiglio Regionale e dei suoi componenti. Serve, invece, a fare confusione, a sollevare un polverone, a mettere nel frullatore, come hanno detto alcuni dei responsabili dei rimborsi eccessivi e gonfiati, argomenti diversi per allontanare la ricerca e l’accertamento delle responsabilità, individuali e collettive. Che sono la spina dorsale dell’etica in politica.

Pubblicato sul Corriere di Bologna