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Sfida con valori non negoziabili

La Catalogna può vantare una cultura, importante, una lingua, una storia che la rendono in parte diversa in parte, sostengono, più o meno apertamente molti catalani, superiore al resto della Spagna. La Catalogna può anche rifarsi alla pesante oppressione subita durante l’epoca franchista per giustificare sentimenti di rivalsa ai limiti della secessione. Questo è, infatti, il punto. Di autonomia funzionale, finanziaria, in quasi tutti i settori importanti, anche, ad esempio, in quello dell’istruzione, la Catalogna ne gode già moltissima. Tecnicamente, la Spagna è uno stato molto più che decentrato che, proprio per andare oltre il centralismo imposto da Francisco Franco, ha saputo e voluto concedere molti poteri alle comunità regionali. La Catalogna è anche una regione (una nazione?) molto ricca, molto dinamica, luogo di cambiamenti e di innovazioni. Tuttavia, il referendum sul distacco dalla Spagna, poiché di questo si tratterebbe, non è faccenda economico-contabile. Non è egoismo particolaristico. È molto di più (gli oppositori direbbero che è molto peggio). Si fonda e si giustifica con riferimento a valori non negoziabili: l’identità, la diversità, la possibilità di dare totale sviluppo alle proprie capacità. Tutto questo è comprensibile, ma difficilmente valutabile.

L’onda autonomistica si è gonfiata ed è giunta a un livello al quale sembra difficile fermarla. Il governo centrale ha prima chiesto e ottenuto una sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegale il referendum catalano predisposto per il 1 ottobre. Poi, è intervenuto perquisendo uffici, addirittura arrestando alcune delle autorità catalane, annunciando il blocco del trasferimento di fondi da Madrid a Barcellona. Mariano Rajoy, esponente del Partito popolare e Presidente del governo spagnolo (di minoranza poiché ha bisogno dei voti di altri partiti), vuole fermamente mantenere l’unitarietà della Spagna. Al tempo stesso, teme il contagio di una vittoria degli indipendentisti catalani su altre regioni del paese: le Canarie, la Galizia, i Paesi Baschi, l’Andalusia. Non è detto che gli indipendentisti catalani vincano. Infatti, la Catalogna ha, proprio grazie alle opportunità che offre, attratto molti immigranti dal resto della Spagna che il catalano probabilmente non l’hanno imparato, la cui storia e cultura sono sicuramente non-catalane, che non possono avere l’orgoglio dei catalani da sempre o da qualche generazione. Però, Rajoy e probabilmente con lui il resto della Spagna preferirebbero non correre il rischio di una sconfitta dalle conseguenze imprevedibili, ma neppure di una vittoria, che sarebbe comunque alquanto risicata, di coloro che desiderano rimanere con la Spagna.

Non è il caso di fantasticare già sulle conseguenze del distacco della Catalogna da Madrid, per esempio, pensando a inevitabili negoziati per la (ri-)adesione all’Unione Europea, la cui voce non si è ancora sentita, ma le cui preoccupazioni sono note. Non vorrei neppure pensare ad affetti domino: nuovo referendum scozzese argomentato anche per non seguire l’Inghilterra nella Brexit; magari persino il rilancio dei padani ovvero dei Lombardo-Veneti che abbandonerebbero il recente “sovranismo” per tornare all’antico sogno indipendentista/secessionista. Qualcuno potrebbe obiettare che tutti questi eventuali sviluppi configurerebbero un esito di cui si è a lungo dibattuto nel passato: l’Europa delle regioni. In parte, quell’esito è stato conseguito attraverso l’applicazione del principio di sussidiarietà grazie al quale l’Unione ha garantito ampia autonomia ai governi locali che avessero le capacità di adempiere ai loro compiti con successo, intervenendo a loro sostegno soltanto in via sussidiaria. La sfida catalana fuoriesce dal quadro dell’Europa delle regioni. Consiste/rebbe, invece, nel ridimensionamento di uno Stato membro, la Spagna, e nella creazione di un nuovo Stato-Nazione, per l’appunto, la Catalogna libera e indipendente. Tempi oscuri e difficili si preannunciano.

Pubblicato il 21 settembre 2017


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