

In occasione di battaglie civili e culturali combattute dai progressisti, da coloro che si situano a sinistra nello schieramento politico-partitico, riemerge periodicamente un interrogativo molto complesso. Ė opportuno e giusto che quei partiti, i loro dirigenti e militanti impegnino tempo e energie che forse potrebbero/dovrebbero piuttosto dedicare alla protezione e promozione dei diritti sociali? La lotta contro la perdita di posti di lavoro non dovrebbe essere considerata più importante, se non addirittura prioritaria, rispetto a qualsiasi alternativa che riguardi i diritti di alcune minoranze, omosessuali, transgender, lgbt? Cercare di costruire un sistema scolastico qualitativamente migliore che contribuisca all’effettivo funzionamento dell’ascensore sociale consentendo a tutti, ma soprattutto, ai figli dei settori disagiati della società di migliorare le loro condizioni, non dovrebbe avere la precedenza sull’impegno a mettere al bando l’odio e le campagne condotte in suo nome? Fare funzionare al meglio e espandere il sistema sanitario non dovrebbe essere preferibile rispetto alla formulazione di leggi, come lo ius soli e/o lo ius culturae, che facilitino l’integrazione dei migranti e dei loro figli e figlie nella società italiana?
Sinistra e progressisti non sanno più interpretare e rappresentare le esigenze reali, più profonde dei loro concittadini e si intestardiscono su battaglie (quasi esclusivamente) simboliche a scapito di quello che è fondamentale: le opportunità e le condizioni di vita e di lavoro? Soltanto a coloro che, in un certo senso, sono privilegiati, benestanti, istruiti, che hanno un lavoro appagante e ben pagato, la gauche caviar direbbero i francesi, è possibile impegnare il loro tempo e le loro energie per conseguire obiettivi che riguardano minoranze a scapito del miglioramento economico complessivo della società. Insomma secondo questa concezione, sinistra e progressisti dovrebbero ripensare le loro priorità ponendo e mantenendo decisamente al primo posto tutta la batteria dei diritti sociali: lavoro, istruzione, salute e perseguire gli altri diritti, che sintetizzerò come civili e culturali, sapendo subordinarli ogniqualvolta entrino in contrasto con i primi. Mi pare che questo ragionamento abbia due punti deboli. Il primo è che mette in conflitto diritti sociali e diritti civili accettando una visione di destra che da sempre pone l’accento sulla soddisfazione dei bisogni elementari della cittadinanza e quasi nulla più. Il secondo punto debole è che ritiene scontato che i due insiemi di diritti non possano essere perseguiti e tanto meno conseguiti contemporaneamente, che, insomma, debba esserci un trade-off. Chi vuole più diritti civili e culturali deve pagarseli con una protezione inferiore dei diritti sociali, con la quasi impossibilità di una loro promozione.
Questo troppo diffuso ragionamento si fonda sulla convinzione che gli uomini e le donne separino nettamente nella loro percezione e nella loro valutazione i diritti sociali e economici da quelli civili e culturali. Non vorrei mai che a un omosessuale disoccupato si ponesse l’alternativa tra esporsi all’odio dei colleghi pur di mantenere il lavoro oppure essere costretto a starsene a casa. Infine, credo sbagliato pensare che sinistra e partiti progressisti siano obbligati a scegliere drasticamente fra diritti civili e diritti sociali. Quello che importa è la loro capacità di spiegare come non esista nessuna contraddizione verticale e incomponibile e che entrambi gli insiemi di diritti sono essenziali per coloro che vogliono costruire una società migliore, più vivibile, giusta.
Pubblicato il 6 luglio 2021 su Domani
Però così, professore, Lei banalizza un po’ la questione. Nessuno ha mai parlato di alternativa. Anche io, invece, ritengo che in questi ultimi trent’anni, diciamo, per semplificare, da Clinton e Blair in poi, i vertici del centrosinistra “occidentale” abbiano concentrato la loro azione politica quasi esclusivamente sui diritti civili con una sostanziale rimozione della questione di quelli sociali: una strategia di contenimento ideologico.
UM