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Come stare nella lunga notte dell’Afghanistan

Anche se ho sempre nutrito dei dubbi sul fatto che noi occidentali “avessimo” l’Afghanistan, adesso è sicuro che l’abbiamo “perso”. Inutile è dare tutta la colpa a Biden. Nei vent’anni di presenza, occupazione mi pare parola eccessiva, si sono succeduti quattro Presidenti USA e Biden ha ereditato una situazione fortemente compromessa. Le lamentazioni sui suoi errori e sulle inadeguatezze culturali e politiche degli occidentali continueranno. Come sono finora state impostate, mi pare che non porteranno a grandi miglioramenti strategici. Meglio, più importante, più politico e, nella misura del possibile, più “etico” concentrarsi su quello che si può e si deve fare adesso. Tatticamente. Naturalmente, la priorità assoluta è salvare le vite di coloro che hanno lavorato per gli occidentali come interpreti, guide, operatori nei vari servizi, ospedali e scuole, centri culturali, che gli occidentali avevano costruito. Su quelle attività si fondava la speranza di dare vita a una società civile afghana in grado di ottenere ordine sociale e sviluppo economico e, soprattutto, culturale.

   Nella loro prima conferenza stampa i talebani hanno affermato che rispetteranno il ruolo delle donne, ma hanno ribadito che applicheranno la sharia che quel ruolo lo vede tremendamente totalmente definito in termini repressivi. Da lontano, possiamo affermare che alle donne afghane debbono essere riconosciuti e preservati i diritti che la presenza occidentale aveva consentito loro di acquisire: avere un lavoro, andare a scuola, muoversi e vestirsi liberamente. Nell’Occidente l’abbiamo imparato un po’ dappertutto, anche se non del tutto: la qualità della vita di tutti si misura sul tasso di partecipazione delle donne alla vita sociale, culturale, economica e, non da ultimo, politico di ciascun paese. Salvare le donne in pericolo è cosa essenziale, ma decisivo è che gli occidentali si adoperino in qualsiasi modo utile ad aiutare le donne afghane a non perdere quanto faticosamente conquistato in un ventennio.

   Concretamente, questo significa che tutti i paesi occidentali, a partire dall’Italia, debbono tenere aperte le loro ambasciate e consolati, luoghi di rifugio e di sostegno. Debbono fare funzionare le scuole che avevano istituito o contribuito a creare al tempo stesso che mantengono gli impegni in tutte le strutture ospedaliere. Debbono continuare a operare in tutte le attività portate avanti dalle cooperative che garantiscono lavoro ad un numero considerevole di donne e uomini afghani. Ciascuna e tutte queste attività sono pericolose e quindi richiederanno la presenza di personale addestrato anche all’uso delle armi. Gli occidentali hanno il dovere di restare in Afghanistan ovviamente negoziando la loro presenza con le autorità talebane, chiarendo compiti e limiti loro propri, ma anche chiedendo agli afghani il rispetto delle vite. La nottata sarà molto buia e certamente lunga, ma una vita degna di essere vissuta non può che essere costruita con pazienza e con la convinzione nei valori di libertà e di eguaglianza. Ricominciamo da lì.

Pubblicato AGL il 19 agosto 2021


1 commento

  1. Avatar di ivan s. ivanscarcelli ha detto:

    Gent. professore, condivido la sua analisi intorno al “Che fare adesso”. Dalla vicenda dell’Afghanistan dovremmo aver imparato che non è opportuno immaginare e impegnarsi in programmi troppo ambiziosi, in questioni politicamente complesse, soprattutto nell’ambito della politica internazionale. Mi sembra che le parole di Angela Merkel siano state le più sagge, in questa circostanza, invitando a concentrarsi su obiettivi più circoscritti e modesti, nelle eventuali prossime missioni internazionali – e anche nel prosieguo dell’impegno occidentale in Afghanistan, qualunque forma esso sia destinato a prendere nell’immediato futuro.
    Due miti sono stati, a mio parere, ridimensionati: innanzitutto quello della “esportabilità della democrazia”, che erroneamente sottintendeva che quest’ultima fosse una sorta di edificio prefabbricato da consegnare all’acquirente “chiavi in mano”, mito che all’inizio di questo secolo vari opinionisti e “maitre-à-penser” avevano sostenuto con foga (degna di miglior causa, è il caso di sottolineare…). E poi quello dell’uso della forza inteso come *panacea* in grado di realizzare qualsiasi obiettivo: se poteva essere comprensibile, politicamente e umanamente, la reazione americana all’attentato dell’11 Settembre, e quindi poteva ritenersi giustificato l’intervento militare sul campo per colpire i “mandanti” e porli in condizioni di non nuocere (ulteriormente), molto meno comprensibile, e sostenibile razionalmente, è stata l’idea (ammantata di una buona dose di *hybris* a mio parere) secondo la quale grazie alla presenza delle truppe occidentali si sarebbe potuto/dovuto ridisegnare da cima a fondo l’assetto della società e delle istituzioni afghane.
    In effetti, chi come lei e come me ha cognizione delle scienze politiche e sociali, sa che non ci sono scorciatoie “tecniche” che consentano di accelerare e di “iper-semplificare” processi che hanno bisogno di tempo e di una serie di “condizioni favorevoli” (non predeterminabili a tavolino) per poter maturare e dare frutti. E probabilmente, in queste cose, la presenza militare, che sta peraltro a ricordare la costante *possibilità stessa* dell’uso della forza, se non l’effettivo ricorso a quest’ultimo, non è necessariamente di aiuto. Siamo abituati a pensare che, quando una potenza come gli USA ricorre alla forza, persino le acque del mare si debbano aprire al suo passaggio, ma non è necessariamente così: dovremmo riflettere sul fatto che le dinamiche sociali e politiche talvolta beffano le nostre certezze, e che non esiste lo “strumento decisivo” per raggiungere un obiettivo, e se c’è, non è detto che coincida con “la forza” (che nella nostra “immaginazione collettiva” associamo abitualmente alla massima risorsa alla quale uno Stato può ricorrere per ottenere un determinato risultato). Il ricorso alla forza militare può forse molte cose, insomma, ma *non può tutto*; come ogni altro strumento umano, ha i suoi limiti.
    Fin dall’inizio di questa vicenda (2001) io non ho creduto in nessuno dei due “miti” di cui sopra; non sono contento di scoprire che i fatti – a quanto pare – hanno dato ragione a chi l’ha sempre pensata come me, giacché l’esito doloroso di vent’anni di permanenza statunitense e occidentale in Afghanistan è l’angoscia e il disorientamento di tanti cittadini di quel Paese, che si erano fidati delle “promesse” di democrazia “duratura” e si erano affidati al sostegno statunitense/occidentale.
    A questo punto mi auguro, come lei, che «tutti i paesi occidentali, a partire dall’Italia, [tengano] aperte le loro ambasciate e consolati, luoghi di rifugio e di sostegno» e che «facciano funzionare le scuole che avevano istituito o contribuito a creare al tempo stesso che mantengono gli impegni in tutte le strutture ospedaliere», eccetera.
    Perché, nonostante il fallimento di una strategia politica ventennale, quello che si è cercato di costruire a vantaggio della popolazione afghana non deve andar perduto. Il tentativo di fare “tutto il possibile”, da ora in poi, può essere anche un modo per rimediare agli errori fin qui commessi.
    E sottolineo questo suo pensiero: «La nottata sarà molto buia e certamente lunga, ma una vita degna di essere vissuta non può che essere costruita con pazienza e con la convinzione nei valori di libertà e di eguaglianza».

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