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Caro Mario, se l’offerta arriva, it’s your choice ma… Firmato Pasquino @formichenews

Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo? Tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del presidente? Comunque vada sarebbe  subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità. Il commento di Gianfranco Pasquino

Nell’autunno del 1974 una decina o poco più di italiani si trovava qualche volta di sabato qualche volta di domenica a Belmont, un elegante sobborgo di Cambridge, Massachusetts, dove abita(va) Sergio Brosio. Nipote di Manlio, famoso ambasciatore e segretario generale della NATO, Sergio era stato più volte campione nazionale di pattinaggio, con ottimi risultati anche a livello europeo. Era un anno avanti a me, sezione A, al Liceo Classico Cavour di Torino, dove avevamo avuto come compagni sia Livio Berruti sia Adelaide Aglietta. Era Sergio che ci ospitava e che ci forniva bevande, thé, pasticcini italiani. Prima e dopo giocavamo al pallone.

Fra noi c’era anche, più giovane di qualche anno, Mario Draghi, già sposato con Serena e, curiosamente, Serena era anche il nome della moglie di Franco Modigliani, futuro Premio Nobel, autorevole Professore di Economia al Massachusetts Institute of Technology, con il quale Mario studiava per prendere il dottorato. Però, come giocatore di calcio Mario non era un granché: lento, poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli. Di politica parlava molto raramente. Sentivamo che non aveva forti passioni. Non era certo un uomo di sinistra quanto piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato. Sergio Brosio era liberale come suo zio. Altri fra noi si collocavano variamente a sinistra (non comunista, se no, non avremmo avuto il visto!), ma nelle discussioni “politiche” Mario brillava per la sua riservatezza.

Da allora ci siamo rivisti brevemente una sola volta, ma abbiamo corrisposto per posta elettronica. La sua competenza economica e il suo coraggio in questo campo sono evidenti e commendevoli. La sua conoscenza della politica, meno che mai quella politicata all’italiana, mi pare embrionale. Da uomo intelligente imparerebbe presto e molto. Credo che, nel frattempo, sia al tempo stesso gratificato e incuriosito, con un sorriso scettico sulle labbra, a sentire che molti lo ritengono il Presidente del Consiglio ideale per eventualmente sostituire (un esausto) Conte.

Chi lo propone sottovaluta, se non addirittura trascura, la moltitudine di inconvenienti sulla strada di Palazzo Chigi. Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo, qui le formule si sprecano: tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del Presidente? Sarebbe subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità: non avere personalmente superato il vaglio elettorale, essere a capo di un governo non scelto dal popolo/non uscito dalle urne.

E poco importa che dal punto di vista della Costituzione italiana le obiezioni siano risibili e fuori luogo. Al momento, molto dipende da chi gli sarà offerta l’opportunità. Molto dalla sua valutazione personale. Non credo che gli piacerebbe il ruolo di “uomo della Provvidenza”. Ciampi nel 1993-1994 conosceva molto più da vicino i politici e il sistema dei partiti era più stabile dell’attuale con la consapevolezza diffusa della gravità della crisi.

Draghi mi sembra sia molto più un outsider. Avrebbe bisogno di notevole aiuto, di una rete di collaboratori non esibizionisti, disposti a grandi sacrifici. Alla fine della ballata, caro Mario, in larga misura, se l’offerta arriva, it’s your choice.

Pubblicato il 19 dicembre 2020 su formiche.net

Realisticamente. Per salvare vite bisogna sempre pagare un prezzo #MazaraDelVallo

Fuori dall’ipocrisia generalizzata: in qualsiasi caso di rapimento e di sequestri di persona, nazionali e internazionali, gli Stati si trovano di fronte a scelte difficilissime. Per lo più, scelgono, opportunamente, di salvare la vita dei loro cittadini. Quindi, è giusto rallegrarsi che i pescatori di Mazara del Vallo siano tornati a casa dopo una evidente trattativa con il Gen. Haftar. Le pressioni diplomatiche con chi non è neppure un capo di Stato non sarebbero state sufficienti. Non sappiamo, ma mi pare abbastanza probabile, se Haftar ha ottenuto dal governo italiano denaro o altre risorse. Non lo troverei comunque politicamente riprovevole. È sicuro che ha voluto puntellare il suo traballante prestigio mostrandosi generoso, ma soprattutto ottenendo dal Presidente del Consiglio Conte e dal Ministro degli Esteri Di Maio un bene intangibile, ma per lui importantissimo: il riconoscimento di essere un interlocutore.

   Mi pare fuori luogo e fuori misura criticare il governo per questo riconoscimento. Chiunque voglia porre fine alla crisi e disintegrazione della Libia deve coinvolgere Haftar. Su un piano più generale, sono oramai molti i governi che hanno dovuto fare i conti con rapimenti e sequestri. Quasi tutti in quasi tutte le occasioni hanno deciso di trattare e di offrire qualcosa in cambio per la vita e la libertà dei loro cittadini. Pagare è spesso la scelta più semplice, ma deve essere effettuata nella maniera più riservata possibile. Se e quando i sequestratori, i pirati, i gruppi terroristi vengono a conoscenza della disponibilità di uno Stato a pagare si sentiranno incoraggiati ad agire di conseguenza. E, naturalmente, le autorità statali negheranno fino all’ultimo anche di fronte a prove irrefutabili delle quali neppure le varie comunità nazionali vogliono sentire parlare.

   Sono stati numerosissimi i veli di silenzio che hanno coperto trattative svolte e pagamenti effettuati. Alcuni, pochissimi Stati talvolta non pagano e cercano di liberare i loro cittadini con operazioni di intelligence e, in ultima istanza, militari. Da un lato, abbiamo gli Stati Uniti che, in quanto superpotenza, non vuole essere umiliata, ma che ha dovuto imparare dal fallimento disastroso della loro operazione a Teheran nell’aprile 1980 iraniano, ad essere molto più cauta. Dall’altro lato, c’è Israele, una piccola potenza, con un servizio segreto, il Mossad, di straordinaria competenza, e con forze armate di pronto intervento che sanno che debbono sempre lottare per la sopravvivenza del loro Stato che nessun negoziato può garantire. Di qui discendono frequenti e spettacolari operazioni di salvataggio e di rappresaglia.

   Non è e non può essere questa la strategia italiana. Non dobbiamo rammaricarci e neppure criticare i nostri governi perché trattano e negoziano. Forse dovremmo chiedere ai nostri concittadini, turisti e giornalisti, di non mettersi sconsideratamente nei guai. Non era questo il caso dei pescatori. Quindi, fine delle polemiche politicizzate e bentornati a casa.

Pubblicato AGL il 19 dicembre 2020

Dove sta l’equilibrio tra apertura alla circolazione dei cittadini e controllo della pandemia?

Qual è il punto di equilibrio fra l’apertura commerciale per la libera circolazione degli italiani e il rischio dei contagi da Covid-19? Nessuno lo sa, neppure il migliore dei governi e i migliori degli epidemiologi. Alcuni governi: Nuova Zelanda e Taiwan in testa hanno privilegiato la salute dei loro cittadini e hanno chiuso tutto. La Germania di Angela Merkel ha scelto in questo senso per almeno tre settimane. Il governo italiano ha probabilmente oscillato troppo, ma le dichiarazioni contrastanti e contraddittorie delle opposizioni e dei Presidenti di regione rivelano che non avrebbero fatto meglio. Dovendo scegliere direi: assoluta disciplina personale e chiusura totale.

Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.

   Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.

   Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.

Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani

Cade? Non cade? È già caduto? Cadrà? E chi lo farà cadere? Riportiamo il dibattito sul suo terreno!

Povero Conte: non ha legittimazione elettorale e, allora, sostengono gli intelligentissimi analisti della politica italiana, deve essere sostituito. Forse era già “caduto” prima dell’estate, poi a settembre, forse domani, quasi sicuramente a gennaio 2021. Il sostituto è bell’e pronto: Mario Draghi, la cui legittimazione elettorale mi sfugge. Invece, non mi è sfuggito l’invito di Salvini ad una ventina di parlamentari, che in altri recentissimi tempi lui ha bollato come voltagabbana appiccicati alle poltrone, affinché appoggino un governo di centrodestra. Disperato il Salvini, disperante il Renzi che ha annunciato che il governo Conte cadrà, giustamente irritato il Presidente Mattarella, inquieti gli europei. In nome del popolo italiano.

Il conferimento della Legion d’Onore al dittatore egiziano Al-Sisi viola uno dei più alti principi a fondamento dell’Unione Europea #GiulioRegeni #PatrickZaki

Corrado Augias ha compiuto un gesto meritevole del nostro più vivo apprezzamento. Ha restituito la Legion d’Onore all’ambasciata di Francia a Roma in protesta contro il conferimento della stessa onorificenza al dittatore egiziano Al-Sisi. Dal canto suo, il Presidente Macron ha platealmente violato uno dei più alti principi a fondamento dell’Unione Europea: protezione e promozione dei diritti delle persone. Macron è certamente al corrente del rapimento, tortura e assassinio di Giulio Regeni. La politica estera non si svolge all’insegna di valori morali, ma non può, non deve calpestarli per scambi commerciali e prestigio nazionale.

Legion d’Onore, perché sto dalla parte di Augias. L’opinione di Pasquino @formichenews

Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone. L’opinione di Gianfranco Pasquino

Con un gesto nobile e esemplare Corrado Augias ha restituito all’ambasciatore di Francia a Roma la Legion d’Onore per protestare contro l’assegnazione della stessa onorificenza al presidente egiziano Al-Sisi. La motivazione di Augias è chiara e condivisibile. Non si può stare nella stessa compagnia di chi, come Al-Sisi, calpesta i diritti umani.

Da anni gli egiziani depistano le indagini sul rapimento e l’assassinio di Giulio Regeni; da quasi un anno tengono in carcere in condizioni repellenti il loro concittadino Patrick Zaki, studente di master all’Università di Bologna, senza un’imputazione precisa. Questi fatti sono ben noti alle autorità francesi e, naturalmente, anche al presidente Macron. Infatti, la concessione della Legion d’Onore a Al-Sisi è stata fatta quasi di soppiatto senza grande cerimonia, non a causa del Covid, ma per timore delle proteste dei francesi stessi, a cominciare dagli intellettuali. Non voglio fare paragoni, ma ricordo che in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, Nenni restituì il premio Lenin per la pace ricevuto nel 1951. Mi aspetterei che anche altri italiani premiati con la Legion d’Onore seguissero, ciascuna con la sua motivazione che, però, deve assolutamente includere Regeni (e Zaki), l’esempio di Augias. Particolarmente importante è che lo facciano Emma Bonino e Piero Fassino, per il loro ruolo politico e sensibilità personale ai diritti delle persone.

In alcune dichiarazioni Augias ha sostenuto che comprende i vincoli dell’azione politica. È lampante, peraltro, che non è affatto disposto a condividerli e a giustificarli in nome del mercato, del più o meno libero commercio, della rilevanza strategica. Sono tutte motivazioni che hanno appesantito i comportamenti delle autorità italiane e che non hanno condotto a nessun esito. Evidentemente, a sua volta, il presidente Macron pone a fondamento della sua politica estera motivazioni che nulla hanno a che vedere con i diritti, alla faccia di tutti coloro che fra noi (e fra i francesi stessi) hanno ammirato la République proprio per la sua opera ispirata dalla protezione e dalla promozione dei diritti umani.

Quella Legion d’Onore a Al-Sisi avrebbe potuto essere condizionata al suo impegno a rispondere alle richiese della magistratura italiana (manifestazione della solidarietà fra Paesi europei, non di malposta concorrenza). A maggior ragione, dovremo noi, proprio come insistentemente fanno i genitori di Regeni, chiedere alle autorità italiane, dal ministro degli Esteri al ministro della Difesa e, naturalmente al capo del governo che alzino il tiro dell’azione diplomatica, a cominciare dal sempre più sacrosanto richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo e al blocco delle transazioni commerciali.

Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone.

Pubblicato il 14 dicembre 2020 su formiche.net

Renzi sta indebolendo l’Italia #intervista @ilgiornale

“Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”. Matteo Renzi, il promotore del governo giallorosso, veste nuovamente i panni di Jep Gambardella e sembra pronto a far cadere Giuseppe Conte. Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino, di analizzare l’attuale situazione politica.

Intervista raccolta da Francesco Curridori Domenico Ferrara 

Renzi, da leader di un partito “a vocazione maggioritaria” rischia di passare alla storia come un Mastella qualunque o il nuovo Ghino di tacco. Perché è avvenuta questa mutazione e dove lo porterà?

Io credo che la trasformazione sia effettivamente in corso, credo che il suo problema sia che non è mai riuscito a capire esattamente che cos’è la politica a livello nazionale e a questo punto è capo di un partitino e deve fare fruttare quella che è una rendita di posizione perché è in qualche modo il dominus di questo governo coi suoi parlamentari, una volta che si andasse a votare perderà questo ruolo e dunque scomparirà, quindi deve fare fruttare tutto adesso, dipende dalla sua mancanza complessiva di cultura politica.

Qual è l’obiettivo di Renzi? Rimpasto o elezioni?

Adesso apparentemente l’obiettivo immediato è di riuscire a controllare parte dell’ingente somma di denaro che verrà attraverso il Recovery Fund, l’obiettivo successivo probabilmente è un rimpasto anche se credo che non sia il problema di avere più ministri, forse vuole sconfiggere Conte con qualcuno che faccia più attenzione alle sue esigenze.

Il premier ha rilasciato una serie di interviste nelle quale si dice disponibile a trattare. La sua poltrona, stavolta, scricchiola per davvero?

No, io credo che Conte sia molto abile a contrastare queste che sono più che punture di spillo, sono tentativi di spingerlo giù da un burrone, credo che abbia dietro di sé Mattarella perché sa che non sarà facile sostituire Conte come primo ministro, credo che riuscirà a superare questo e lo farà cedendo parte del suo potere di controllo del denaro, credo che sia una buona cosa perché ha accentrato troppo nelle sue mani la gestione di questi ingenti fondi.

Nel merito del problema, sulla cabina di regia, Renzi ha ragione oppure è solo un pretesto per far cadere Conte?

Qualcuno mi accusa di essere prevenuto nei confronti di Renzi, io invece sostengo di essere postvenuto, cioè di aver visto e valutato tutti i suoi comportamenti a partire da quando fece cadere il governo Letta per sostituirlo, le sue affermazioni che poi contraddiceva coi suoi comportamenti, credo che abbia torto perché non sta operando per far funzionare meglio il governo del Paese ma sta intralciando questo funzionamento, sta minacciando, sta ricattando, indebolendo il governo, indebolendo l’Italia perché Conte è il volto italiano a Bruxelles.

Renzi, in caso di elezioni, è destinato a sparire oppure può sperare di avere di nuovo un ruolo centrale nella politica italiana?

Dipende moltissimo dalla legge elettorale, infatti Renzi dice una cosa che è sbagliata ma che contrasta quello che tutti chiamano il ritorno al proporzionale. L’attuale legge Rosato è una legge 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritario, quindi nella proporzionale ci siamo già. Se ci sarà una soglia di esclusione del 5% Renzi non entrerà nel Parlamento.

Pubblicato il 11 dicembre 2020 si ilgiornale.it

Investire trasparentemente con l’approvazione del Parlamento

Decidere come investire 209 miliardi di Euro in pochi anni su attività precisamente definite nell’ambito di settori chiaramente indicati dalla Commissione Europea: digitalizzazione e innovazione; economia verde; coesione sociale e parità di genere; istruzione e ricerca; e infrastrutture, è il problema. Per politici e burocrati italiani che non si sono mai distinti per la capacità di usare al meglio i fondi pubblici in tempi stretti, questa mole di investimenti necessari a fare ripartire il paese per dare un futuro alla prossima generazione di italiani (e di europei): Next GenerationEU è il nome del programma, è un problema enorme. Il Presidente del Consiglio Conte ha pensato di risolverlo attraverso una struttura complessa, la “cabina di regia fatta di sei manager e circa trecento collaboratori che rispondano ad alcuni pochi ministri, in particolare, quello dell’Economia, Roberto Gualtieri (PD) e dello Sviluppo Stefano Patuanelli (5 Stelle) e, naturalmente, a lui stesso, con il coordinamento del Ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola (PD). È stato sommerso di critiche e la definizione di chi saranno i partecipanti e di chi avrà il potere di decidere è tornata in alto mare.

   L’accusa rivolta a Conte di avere accentrato tutto/troppo nelle sue mani ha qualche fondamento. Deriva dalla sfiducia del Presidente del Consiglio (e non solo) nella burocrazia italiana, sfiducia largamente diffusa, ma, forse, non del tutto fondata. Comunque, i burocrati, in particolare, i dirigenti di livello medio-alto, non potranno essere totalmente esclusi dall’attuazione, quindi, meglio che siano coinvolti già nella fase di progettazione. Inoltre, questa potrebbe essere anche l’occasione sia di modernizzazione della burocrazia italiana sia di valutazione e valorizzazione delle competenze che, a mio parere, sono molte anche se disegualmente diffuse. L’altra accusa rivolta a Conte è di avere proceduto senza previe consultazioni.

   Si lamentano gli imprenditori. Protestano i sindacati. Rivendicano un ruolo gli enti locali e le regioni. Vi si è aggiunto anche il Sen. Renzi contraddicendo in maniera plateale la strategia della disintermediazione da lui praticata quando era a Palazzo Chigi. In verità, l’oggetto più corposo del contendere riguarda l’assegnazione dei fondi. I critici di Conte temono che il Presidente del Consiglio ne approfitti per ricompensare i vecchi amici e farsene di nuovi, utili per il prosieguo della sua carriera politica. Senza necessariamente sostenere Conte, alcuni obiettano che il coinvolgimento dei capi partito comporterebbe rischi di spartizione secondo criteri che non hanno nulla a che vedere con sane prassi di efficienza e di produttività. Conte ha già in parte accettato l’idea della presenza di qualche altro ministro. Per il resto, sia il controllo degli investimenti sia la valutazione degli esiti, debbono rispondere a due criteri: la trasparenza delle procedure e l’approvazione da parte del Parlamento. Auguri.

Pubblicato AGL 11 dicembre 2020

Pazienza e giudizio. Pasquino spiega perché Conte neanche barcolla @formichenews

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa Corriere e Repubblica (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di Formiche.net che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino

Ho la propensione a pensare che il professor Conte non avesse fra le sue letture preferite i “Quaderni del Carcere”. Visti, però, i suoi comportamenti come Presidente del Consiglio dei Ministri in una coalizione che va dalla Sen. Barbara Lezzi al Sen di Scandicci Matteo (Ghino) Renzi, ritengo che nel suo studio da qualche parte abbia appeso una frase di Gramsci: “la pazienza è una virtù rivoluzionaria”.

Criticato un po’ da tutte le parti, in testa “Corriere” e “Repubblica” (dei minori non mi curo…), ma spesso anche da non pochi collaboratori di “Formiche” che lo avevano già dato per spacciato tutta l’estate, Conte neanche barcolla. Da qualche settimana, lo sport è diventato quello di imporgli il rimpasto minacciando/annunciandogli la sua sostituzione per gennaio 2021. Palesemente convinto e lieto di potere mangiare il panettone ancora a Palazzo Chigi, Conte ha continuato nel suo lavoro, con stile e con metodo. Lo stile è non perdere mai la pazienza (tranne con Salvini). Il metodo è molto limpido: “lasciare che tutti i fiori [della critica] sboccino” e appassiscano.

Vale a dire che le critiche, spesso pretestuose e prive di qualsiasi costrutto, formulate a fini quasi esclusivi di visibilità, hanno le gambette corte e fanno pochissima strada. Alcune di quelle critiche a lui rivolte riguardano lotte interne ai pentastellati o ghiribizzi di Italia Viva. Sulla riforma del MES i/le Cinque Stelle hanno dato (quasi) il peggio di sé: non ideologia (che è troppo esigente), ma idiosincrasia che naturalmente non va e non porta da nessuna parte. Conte ha anche assistito, credo molto incuriosito, all’acrobazia di Berlusconi e sono certo ha apprezzato il nobile dissenso e la efficace motivazione di Renato Brunetta a favore del MES.

Qualcuno sostiene che dietro Conte starebbe il Presidente della Repubblica Mattarella. Sono per l’appunto i dietrologi. In verità, Mattarella non sta affatto dietro a nessuno e non le manda a dire. “Armato” della Costituzione e di una cultura politica democratico-progressista, esperto della politica italiana che ha “praticato” con la schiena diritta, Mattarella si limita di tanto in tanto a fare opportuni richiami ai protagonisti che, invece di dichiarare, dovrebbero studiare. Avendo fatto qualche ripasso, Conte conosce i testi giusti, anche, evidentemente, quelli europei suggeritigli cortesemente da Angela Merkel e Ursula von der Leyen. Li ha già adoperati con loro felice sorpresa per trattare con coerenza e intransigenza (e con non scarso successo).

La trattativa nello stivale italiano sarà alquanto più complicata anche per lo scontro (non di civiltà, ma) di personalità. Dalla pazienza, che sicuramente manterrà con grande elegante aplomb, Conte è stato chiamato da Del Rio all’umiltà di (Papa) Francesco (non di san Francesco che quei miliardi li avrebbe tutti investiti per sora acqua e sora natura). Per il PD che deve disarmare Italia Viva il richiamo è a una governance che, nelle intenzioni del rottamatore d’antan, riduca il ruolo (e il numero) dei tecnici nominati da Conte e aumenti i politici scelti dai capi dei partiti finora coalizzati. Per Conte non sarà affatto un problema. Lentamente gradualmente con juicio ridimensionerà la sua effettivamente esagerata task force cercando di mantenere il controllo che conta.

L’omelia natalizia che deve portare almeno fino a gennaio inoltrato sarà ricca di riferimenti e di approfondimenti. La pazienza rivoluzionaria consentirà di “scavallare”. Buon 2021.

Pubblicato il 9 dicembre 2020 su formiche.net