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Lezioni tedesche per studenti impreparati e svogliati

A lezione dalla Professoressa Merkel

Governare la crisi con rigore per sé e per gli altri è possibile. Fa anche vincere le elezioni. Alla grande. La quasi maggioranza assoluta al Bundestag ottenuta dalla Cancelliera Merkel, al governo dal 2005, indica che gli elettori tedeschi, europei ed europeisti (hanno, infatti, respinto la lista contro l’Euro), hanno apprezzato la sua leadership. Esercitata con serietà, senza battute di spirito, senza la ricerca di tematiche populiste, con convinzioni espresse in maniera coerente e credibile, la leadership di Angela Merkel rappresenta un esempio di buona politica. La stabilità del suo governo, nonostante alcune punzecchiature dei liberali, che le hanno pagate non superando la soglia di accesso al Parlamento, costituisce la premessa essenziale per le riforme possibili. Consapevole che quelle riforme, ad esempio, maggiore impegno in politiche di sviluppo per l’Unione Europea, che sole potranno rilanciare anche uno sviluppo più forte della stessa Germania, da adesso la Cancelliera ha davanti a sé il tempo necessario.

Ha detto, con un sobrio understatement inglese, che i quattro anni passati sono stati “buoni”. Può prepararne quattro anche migliori. Forse i numeri la costringeranno a fare un governo di Grande Coalizione con i Socialdemocratici, ma lo farò da condizioni di molto accresciuta forza parlamentare e politica. Può rivendicare un vero mandato popolare con il quale, in maniera tranquilla, si porrà al lavoro. Non soltanto negli ultimi quattro anni, è tutto il sistema politico tedesco che ha dimostrato di funzionare molto efficacemente. E’ la politica del governo tedesco che ha indirizzato, orientato e guidato l’economia, sfruttando le opportunità della globalizzazione. E’ possibile e sperabile che eserciti questa guida anche nell’ambito dell’Euro e dell’Unione Europea. Non so se di rigore si muore, ma, in assenza di sviluppo, ci sono stagnazione e declino.

Le varie clausole del sistema elettorale proporzionale hanno regolarmente impedito la frammentazione del sistema partitico-parlamentare. Danno un piccolo premio in seggi al partito più grande. La stabilità del capo del governo è praticamente garantita dal suo non potere essere sostituito/a se non fa la sua comparsa visibile una coalizione alternativa in grado di sconfiggere la Cancelliera in carica e sostituirla con un’altra personalità. E’ successo una volta sola inaugurando la lunghissima era Kohl (1982-1998). Ci sono stati meno Cancellieri in Germania che Primi ministri in Gran Bretagna, la leggendaria patria della stabilità di governo. Nella Seconda Camera, molto ristretta, il Bundesrat, composto da 69 rappresentanti nominati dai governi dei Länder, che non danno e non tolgono la fiducia, Socialdemocratici e Verdi hanno la maggioranza. Il prossimo governo Merkel ne terrà conto, ma, ovviamente, se ci sarà la Grande Coalizione, i Socialdemocratici non avranno nessuna ragione di ostacolare l’azione di un governo che sarà anche il loro.

Sicuramente l’Italia non sarà mai come la Germania né, forse, la maggioranza degli italiani desidera imitare i tedeschi. Tuttavia, le politiche del lavoro, le relazioni industriali, l’impegno nell’istruzione e nella cultura nonché una sana attenzione ai meccanismi elettorali e alle strutture parlamentari e di governo potrebbero servire se non a risolvere, almeno ad addomesticare una crisi socio-economica e istituzionale che in Italia viene da lontano e non porta da nessuna parte. Ha ragione il Ministro dell’Economia Saccomanni nel volere dire la verità sui conti pubblici. Non c’è una verità “tecnica” e una verità “politica” come sostiene Brunetta. Hanno ragione Napolitano e Letta. Senza stabilità politica e in mezzo a ripetute “fibrillazioni” non si faranno le necessarie riforme che, comunque, richiedono anche notevoli capacità di progettazione e attuazione. La Germania della Cancelliera Merkel ci sta a guardare. Anche noi dovremmo guardare un sistema politico-economico che funziona in maniera eccellente, e imparare.

Nessun Mattarello in Germania

Apprendiamo da quei “Mattarelli” de “la Repubblica-Esteri” del 12 settembre che i tedeschi andranno a votare, poveri loro, con un sistema elettorale simile al Mattarellum. Proprio no. Quanti errori e quante inesattezze in un solo articolo.

Cominciamo con il lessico: il plurale di Land è Länder. Passiamo ai numeri: di elezioni anticipate ce ne sono state più di due, almeno cinque: 1966, 1969, 1983, 1990, 2005. Nessuna traumatica anche se per ottenere quella del 2005 il cancelliere socialdemocratico Schröder fece parecchie forzature. La notevole stabilità dei governi e dei cancellieri tedeschi deriva soltanto in parte dal sistema elettorale. E’ il prodotto soprattutto di due fattori: il sistema dei partiti, con due partiti grandi che “dettano” le possibilità coalizionali, e il voto di sfiducia costruttivo, che, da un lato, dissuade dalle crisi al buio, dall’altro, obbliga chi propone la sfiducia contro il cancelliere in carica ad avere pronto un altro cancelliere in grado di ottenere la fiducia, a maggioranza assoluta, dal Bundestag. E’ la procedura che portò nel 1982 alla sostituzione del Cancelliere socialdemocratico Schmidt con il democristiano Kohl. Infine, la perla: il sistema elettorale tedesco non è affatto simile al Mattarellum italiano. A prescindere dall’esistenza di due Mattarellum: uno per il Senato, l’altro per la Camera, il sistema tedesco definito “proporzionale personalizzata” è un sistema proporzionale, quei pochi seggi in sovrappiù non bastano a renderlo misto, per tutti i partiti che superano la soglia nazionale del 5 per cento dei voti. L’elettore tedesco ha due voti su una sola scheda (nel Mattarellum Camera esistevano due schede) ed elegge una sola Camera il Bundestag. Il Mattarellum eleggeva tre quarti dei parlamentari con un sistema plurality (chi ottiene più voti, maggioranza relativa, vince il seggio) con un recupero proporzionale, accettabile per il Senato, malamente congegnato per la Camera: le famigerate liste civetta. Gli esiti italiani li abbiamo visti. Quelli tedeschi giustamente li invidiamo.

Voto segreto, voto palese, voto opportunista.

L’opportunismo e la nemesi. Il voto palese fu fortemente voluto e conflittualmente introdotto nella seconda metà degli anni ‘80 dal segretario socialista Bettino Craxi stanco dei frequenti agguati dei franchi tiratori democristiani: una razza combattiva, nelle trame e nel segreto. La sua introduzione fu contrastata dai comunisti e dal capogruppo della Sinistra Indipendente alla Camera Stefano Rodotà, poi Garante della Privacy, e da alcuni suoi colleghi, in primis, Raniero La Valle. Per la mia posizione di allora, v. un paio di articoli su “la Repubblica”, 1988. I comunisti sapevano che le loro poche vittorie parlamentari dipendevano proprio dai franchi tiratori DC. Rodotà e La Valle non stavano dalla parte della “nobile” difesa della Costituzione, ma del meno nobile e spesso sguaiato anti-craxismo. Adesso, troppi ex-comunisti e quei due ex-Sinistra Indipendente rivelano che la loro difesa del voto segreto era soltanto un ennesimo episodio di opportunismo istituzionale. Secondo loro, unitamente ai cittadini delle Cinque Stelle, contro Berlusconi si può, anzi, sarebbe moralmente giusto votare palese. Per fortuna che D’Alema ha detto chiaro e tondo che le regole non si cambiano in corsa. Non bisogna scomodare fuori luogo la Costituzione, che è limpida. “Senza vincolo di mandato” significa che neppure il gruppo parlamentare e neppure il partito possono imporre come votare ai loro parlamentari. Obbligati a spiegare perché votano in maniera difforme e a trarne le conseguenze saranno i parlamentari dissenzienti. Bisogna, invece, chiedersi, quando si vota per o su persone, se non è il caso di impedire che chi vota palesemente contro un potente possa essere colpito da vendette e che qualcuno possa votare palesemente (magari fotografando la sua scheda)a favore di un potente per ottenerne vantaggi a non tanto futura memoria? La risposta è un sonoro, rotondo e squillante: voto segreto. La nemesi è in agguato. Coloro che difendevano opportunisticamente il voto segreto, rischiano di essere disintegrati dal voto palese che, altrettanto opportunisticamente e surrettiziamente, vogliono introdurre ad hoc.

Antropologia politica

E’ venuto a portare lo scompiglio in Emilia-Romagna, dalle feste dell’Unità (o del Partito Democratico) in località provinciali, ma non meno interessate alla politica, a Forlì fino a Bologna nell’incontro appositamente fissato di lunedì quando di solito ci sono meno frequentatori. E lui, Renzi Matteo, la sua audience l’ha fatta venire, eccome, e l’ha conquistata. Non partiva, ovviamente, da zero. Quasi tutti i presenti c’erano già all’incirca nove mesi fa. Allora, naturalmente, la loro reazione non fu positiva. Ma, come, un giovane toscano, per di più di estrazione popolare (nel senso di “partito”), veniva a fare un’incursione in cerca di voti contro il “loro” segretario, il Bersani Pierluigi, che tutti conoscevano benissimo e che, giunto, lentamente e gradualmente, al culmine del partito, mirava, proprio come si fa da queste parti, a coronare la sua nobile carriera politica. Quadrato, solido, competente, magari non entusiasmante, in grado di fare ridere non con le sue battute, ma soltanto quando imitava Crozza (adesso, neppure più), Bersani era e rimane il comunista emiliano, uno di quelli che usano il noi, che detestano la personalizzazione della politica, che, insomma, nel PCI di altri tempi, di un’altra storia, ad essere il numero uno non ci sarebbe arrivato mai. Infatti, nessuno degli abili, capaci, duraturi amministratori dell’Emilia Romagna, da Dozza a Zangheri, da Fanti a Turci, è mai riuscito a conquistare un ruolo nazionale di grande rilievo. La loro solidità venne regolarmente ritenuta insufficiente a sopperire alla mancanza di fantasia politica e forse anche di leadership.

   Qui tocchiamo con mano la diversità quasi antropologica con i comunisti toscani, ma, più in generale, i politici toscani. Estroversi e beffardi, sempre pronti alla battuta anche sarcastica di loro conio (non presa a prestito, ad esempio, da Benigni), disposti a parlare in prima persona, altro che collettivo!, senza nessun peso sulla lingua, i toscani e, a maggior ragione, i fiorentini sono quanto di più diverso si possa trovare rispetto agli emiliani (i romagnoli sono un’altra “razza”) e, in particolare, ai bolognesi. Probabilmente, Renzi ha capito che doveva usare e sfruttare la sua diversità antropologica. Quasi sicuramente il “corpaccione del partito”, la base lavoratrice e disciplinata ha preso atto che, avendo non vinto ovvero sciupato una vittoria che sembrava largamente acquisita per colui che più di tutti li rappresentava, è venuto il momento di adeguarsi e di scommettere su un candidato totalmente diverso. Parecchi dirigenti si giocano la carriera; altri stanno ritagliandosi lo spazio di una corrente che si posiziona per contrattare con il vincitore designato (ma che loro intralceranno in cambio di qualche carica, esempi, nient’affatto scelti a caso: parlamentare nazionale e parlamentare europeo).

   Applausi comunque a Renzi che vuole un partito senza correnti, e molti auguri. Qui più che altrove, la base vuole vincere, desidera trasferire al governo, se non un suo uomo, le sue affermate e conclamate pratiche di buona, efficace, onestà amministrazione. E pazienza se le speranze dei militanti ex-comunisti saranno soddisfatte da un “burdel” fiorentino ex-popolare. Meglio, comunque, di qualsiasi milanese o siciliano. 

pubblicato su Corriere di Bologna 3 settembre 2013  

Responsabilità civile dei magistrati. Qualcuno votò sì.

Ha fatto molto bene Pierluigi Battista a fare un elenco di, cito, “cittadini illustri” che dichiararono di votare a favore del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (Corriere della Sera”, 2 settembre 2013).

Non vi compaio. Peccato. Quindi, vorrei rivendicare il mio posto fra quei cittadini illustri. Per fortuna, la mia evidence è inconfutabile. Infatti, allora collaboravo da un paio d’anni a “la Repubblica”. Proposi al Direttore, Eugenio Scalfari, un articolo a favore del “sì”. Accettato e pubblicato. Però, quel referendum era sostenuto anche dal segretario socialista Bettino Craxi, non proprio in odore di santità presso Scalfari che lo aveva etichettato Ghino di Tacco. Tuttavia, molto grande fu la mia sorpresa quando, pochissimi giorni prima del voto, Scalfari ospitò due belle lunghe colonne in neretto con i commenti dei due capigruppo della Sinistra Indipendente: Stefano Rodotà (Camera) e Massimo Riva (Senato), entrambi favorevoli, “senza se e senza ma”, al no, certissime indicazioni di voto.

Magari, oltre ai cittadini illustri per il “sì”, è giusto, in questo paese dalla memoria cortissima e spesso distorta, attribuire le responsabilità individuali e “civili” che si meritano anche ai cittadini per il “no” (sonoramente sconfitti dall’80 per cento dei votanti). A ciascuno il suo. Non esito a prendermi la mia responsabilità: “sì”, ieri come oggi e domani.

Sul doppio turno di coalizione, caro Direttore …

Leggo (Corriere della Sera, 22 agosto) che Roberto D’Alimonte rimprovera a Luciano Violante di essersi appropriato della sua proposta di doppio turno di coalizione. Sorprende che sia un parlamentare di molto lungo corso sia un esperto di sistemi elettorali ignorino che il doppio turno di coalizione fu da me formulato in un articolo della rivista “il Mulino” pubblicato nel maggio-giugno 1984; presentato in maniera formale nella Commissione Bozzi per le riforme istituzionali il 4 luglio 1984 (quando l’on. Stefano Rodotá corse a Botteghe Oscure per denunciare al neo-segretario Natta che qualcuno attentava alla proporzionale); collocato come capitolo nel mio libro Restituire lo scettro al príncipe (ovvero al cittadino sovrano) Laterza, 1985; definitivamente consegnato agli Atti del Senato nella Relazione di Minoranza alla Commissione Bozzi.

Il doppio turno di coalizione diede anche luogo ad un furibondo dibattito sulle pagine de “l’Unitá”, “Rinascita” e persino “Repubblica” durato diversi anni fino al referendum sulla preferenza unica di cui fui uno dei promotori. Intendevo garantire la formazione di coalizioni che si candidassero al governo e che ottenessero un premio di maggioranza e un premio di opposizione, ma soprattutto il secondo turno conferiva all’elettore il potere decisivo di scegliere lui/lei stessa la coalizione che avrebbe governato il paese.

D’Alimonte ha ragione di dolersi dell’assenza di politologi esperti di sistemi elettorali nella Commissione dei 35 formata, non si sa con quali criteri, dal Ministro Quagliariello, suo collega alla Luiss. Certamente, in quella Commissione, e altrove, sarebbe molto utile la presenza di exparlamentari e di esperti che non copiassero sistemi elettorali formulati da altri, ma fossero capaci di innovazioni.
Gianfranco Pasquino Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2011-2013)

pubblicata sul Corriere della sera 28 agosto 2013 pag 20

Sociedad desinformada propicia crisis de partidos

Los partidos políticos están en crisis porque es difícil representar a una sociedad en permanente cambio y cuando los ciudadanos no se informan ni se involucran en la política, según afirmó el Dr. Gianfranco Pasquino, politólogo italiano. Afirma que los partidos son indispensables para la democracia y cree que este sistema debe resolver los problemas de la desigualdad social. (altro…)

Islamici, militari e ordine politico

L’estate seguita alle primavere arabe non si è dimostrata una buona stagione. Naturalmente, gli entusiasmi per l’immediata democratizzazione del Medio-Oriente erano, comunque, malposti e eccessivi, in qualche caso assolutamente illusori. Tuttavia, l’orologio della storia non gira mai all’incontrario. I milioni di persone che si sono mobilitate, soprattutto, i giovani, uomini e donne, hanno imparato molto e, prima o poi, lo metteranno a frutto nell’esigere di essere considerati cittadine/i con diritti e non sudditi da indottrinare e castigare.

La democrazia nei sistemi politici nei quali esistono organizzazioni politiche che rispondono, in qualsiasi varietà di forme e modalità, agli imam, che si acculturano nelle madrasse, che vorrebbero imporre la sharia, è/sarà certamente una conquista difficilissima. Questo era il senso più profondo del libro del grande politologo di Harvard Samuel P. Huntington (1927-2008) Lo scontro di civiltà (1995). Citatissimo, quasi sempre criticato, soprattutto da coloro che non l’hanno letto e soprattutto non sanno che il titolo si completa con le parole “e la ricostruzione del nuovo ordine mondiale“, quel libro è un monumento alla previsione politologica dei grandi fenomeni del nostro tempo. Chi ha letto l’intervista di Federico Rampini a Fareed Zakaria, uno degli allievi di Huntington (Il giorno che inventammo lo scontro di civiltà, in “la Repubblica”, 23 agosto 2013), potrebbe volere saperne di più.

Samuel Huntington

Samuel Huntington

Ho curato la pubblicazione dei più importanti saggi e articoli di Huntington: Ordine politico e scontro di civiltà (Il Mulino, novembre 2013). Qui desidero segnalare soprattutto che Huntington è anche l’autore della più suggestiva analisi del ruolo politico dei militari, delle diverse forme dei loro interventi e anche delle diverse modalità di restituzione del potere ai civili. Nella sua teoria si trova una risposta sia al perché i militari, di necessità “laici”, non possono tollerare governi islamici sia all’appoggio che sempre alcuni settori della popolazione danno agli interventi militari sia, infine, a come costruire un sistema politico nel quale i militari accettino di neutralizzarsi. Il caso egiziano è la cartina di tornasole della ricchezza e della validità della teoria di Huntington relativamente alle relazioni civili-militari. Soltanto i militari hanno sufficiente potere per costruire ordine politico; soltanto quando si affermerà l’ordine politico i militari torneranno nelle caserme.

Assunciòn. Politólogo italiano criticó politización de la justicia

Da La Nacion indispensable para decidir 

Assunciòn. Paraguay

Aprovechando la visita a nuestro país del politólogo internacional, Gianfranco Pasquino, la Corte Suprema de Justicia, organizó una conferencia magistral con el experto italiano, quien habló sobre los desafíos emergentes en las relaciones de la justicia y la política. La actividad se realizó en el salón auditorio del Palacio de Justicia (altro…)

Dal Colle risposta senza ambiguitá

Ancora una volta costretto a salvare capra e cavoli, ovvero Berlusconi e le larghe intese da lui stesso volute, il Presidente Napolitano ha dimostrato che cosa è in grado di fare una persona con la sua biografia e la sua cultura politica.

La capra Berlusconi si è costruita il suo destino e adesso è giusto che ne paghi le conseguenze. E’ persino “democratico” che chi ha usato il suo potere per favorire le sue attività economiche, qui sta l’essenza inconfutabile e irredimibile del conflitto di interessi, ne paghi, avendo violato la legge, il fio con l’esclusione dai pubblici uffici da lui subordinati agli affari privati.

Chi deve, in qualche modo, essere “salvato”, non in quanto persona, ma in quanto ruolo, è il capo dell’opposizione. Non è, per rimanere in metafora, una questione di lana caprina, ma attiene al buon funzionamento di un sistema politico democratico.

Non proprio per bontà sua e neppure per le sue più che dubbie capacità di governo, Berlusconi ha aggregato e dato fiato a forza ai conservatori italiani, non ai liberali tranne che a quelli che sono poco liberali e molto anti-“comunisti” e alla destra nelle sue più varie incarnazioni. Entrambi meritano rappresentanza, alcuni meriterebbero rappresentanza più adeguata. In mancanza di meglio, Berlusconi era diventato la loro icona, il loro eroe.

In tempi difficili, che non hanno soltanto radici lunghe, ma propaggini future indefinite, lasciare privi di rappresentanza molti ceti sociali, quasi un terzo dell’elettorato italiano, può piacere sia ai terribili semplificatori (la sinistra ipergiustizialista) sia a coloro che non sono riusciti a sconfiggere Berlusconi per via politica (ma ne hanno gradito eccome la sconfitta, doverosa, per via giudiziaria), ma squilibra il sistema.

Tuttavia, il compito della rappresentanza è politico e, Napolitano lo sottolinea, dovrà essere risolto dal PdL secondo modalità politiche. Non è soltanto alla divisione dei poteri che si é richiamato Napolitano quanto, maggiormente, alla sfera di autonomia del potere giudiziario, troppo spesso criticata dai berluscones che vorrebbero ridurre la magistratura ad una sorta di ufficio disbrigo pratiche purché le pratiche non siano quelle delle malefatte della politica. La magistratura è, nella autorevole valutazione del Presidente, il guardiano della legalità.

Premuto dal PdL e dai suoi organi di stampa, Napolitano, anche con un malcelato senso di fastidio, si è, dunque, pronunciato chiarissimamente. Le sentenze si rispettano accettandole e eseguendole nei tempi dati. Il resto, che in materia di processi pendenti per Berlusconi non é affatto terminato, si vedrà. Il Presidente Napolitano non promette nulla se non la rigorosa attuazione delle leggi vigenti. La sua nota è tutta improntata dalla preoccupazione che il governo continui nella sua indispensabile e improrogabile opera di risanamento, iniziata anche il contributo di Berlusconi in tale senso. Oltre non può andare.

Sono due gli elementi da sottolineare nella nota presidenziale. Il primo elemento é che Napolitano ha ritenuto che le pressioni anche eccessive del Popolo della Libertà meritassero una risposta puntuale, esauriente e tempestiva. Il secondo è che viene messo in evidenza che, al disopra del destino dei singoli protagonisti, persino dei più importanti e dei più influenti, sta la funzionalità e la vitalità del sistema politico.

Per la stragrande maggioranza dei cittadini democratici, l’interpretazione presidenziale è assolutamente soddisfacente e convincente. E’ opportuno che anche tutti coloro che da Berlusconi hanno avuto una personale gratificante agibilità politica, che le loro capacità da sole non avrebbero mai garantito, accettino la lezione presidenziale e si mettano a fare politica per costruire un partito rappresentativo dei loro ceti di riferimento, ma soprattutto per appoggiare un governo in grado di fare le riforme, non solo istituzionali e elettorali, ma soprattutto le riforme economiche e sociali che rendano la società più dinamica e più giusta.