La lezione di Andreatta

Intellettuale in politica. Non un intellettuale qualsiasi; non per una politica di tutte le stagioni. Un economista consapevole di dovere e sapere elaborare interventi e soluzioni tenendo conto della sua visione di lungo periodo della società preferibile. Prima nella politica aspra e confusa degli anni settanta; poi, in quella conflittuale e mediocre degli anni ottanta; infine, nel periodo breve, ma promettente, dell’Ulivo al quale aveva contribuito in maniera decisiva. Questo è stato in un’estrema sintesi, che non è mai in grado di rendere conto della complessità della persona e dell’ampiezza della sua cultura, il democristiano Nino Andreatta. In questi tempi, difficilissimi per i frastornati partiti italiani, probabilmente Andreatta continuerebbe a fare appello a quella che era la sua concezione del partito migliore: un partito di popolo, Volkspartei. Non un partito di classe, non un partito di interessi aggregati, non un partito territoriale: un partito capace di dare rappresentanza e governo a una comunità, appunto ad un popolo.
Si rallegrerebbe di fronte alla vittoria chiara e netta di quel grande partito di popolo che è la Democrazia Cristiana tedesca. Così avrebbe voluto vedere anche la DC italiana mentre ne coglieva i sintomi della degenerazione e del declino. Non per questo si arrese. Al contrario, dopo avere combattuto la finanza alquanto fraudolenta del Vaticano e dello IOR, per un lungo decennio, quello del CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, gli venne impedito l’accesso a qualsiasi carica di governo. Però, la Democrazia Cristiana non era in grado di fare a meno delle sue competenze e, dunque, Andreatta fu ripetutamente Presidente della Commissione Bilancio del Senato. Rimasi frequentemente colpito da due importanti segnali del prestigio e dell’apprezzamento, oggi diremmo “trasversale”, di cui godeva. Da un lato, elemento minore, ma nient’affatto poco significativo, i commessi gli si rivolgevano con il termine Professore riconoscendogli qualità molto superiori a quelle di qualsiasi senatore. Dall’altro, in quella inquieta e spesso rumorosa aula parlamentare, soltanto quando prendeva la parola Nino Andreatta si faceva silenzio. Compagni di partito, opposizione, uomini al governo tutti tacevano e ascoltavano con attenzione. C’era sempre qualcosa da imparare; c’era sempre sostanza nei discorsi di Andreatta, del professore.
Anche i comunisti, mi raccontò una volta con tono beffardo, appallottolato in un taxi che ci portava da Fiumicino al Senato, erano oramai in condizioni di imparare, da quando reclutavano gli “economisti borghesi” suoi allievi. Il riferimento era a Filippo Cavazzuti, eletto, dai comunisti, Senatore della Sinistra Indipendente. Quanto a lui, non ebbe mai vita facile nella Democrazia Cristiana anche perché il suo politico di riferimento era stato Aldo Moro. Combatté molte battaglie, fino all’ultimo, convinto che il rigore nel bilancio dello Stato fosse molto più che un problema di conti. Era un modo di concepire una società capace di governarsi senza sciupare le sue risorse, ma destinandole al miglioramento delle condizioni di vita dei meno fortunati. Questo fa un partito di popolo. A questo contribuisce un intellettuale, degno di questo appellativo, in politica.

 

Il libro Un economista eclettico. Distribuzione, tecnologie e sviluppo nel pensiero di Nino Andreatta
A. Quadrio Curzio, C. Rotondi (a cura di). Edizioni Il Mulino
verrà presentato alla Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna, giovedì 3 ottobre alle ore 17.

La coscienza e gli elettori dell’On. Santanché

Categoricamente e bellicosamente, l’on. Daniela Santanché afferma che i parlamentari del Popolo della Libertà si dimettono poiché rispondono alla loro coscienza e ai loro elettori. Della loro coscienza sappiamo poco, ma non dispiacerebbe se fosse illuminata da un po’ di scienza, ovvero dalla conoscenza della Costituzione (i parlamentari rappresentano la nazione “senza vincolo di mandato) e della teoria e della pratica della democrazia: separazione delle istituzioni, divisioni dei poteri. Forse, con qualche cognizione democratica, il capogruppo al Senato Schifani non definirebbe la Giunta delle Elezioni al Senato “un plotone d’esecuzione” e il capo gruppo alla Camera non parlerebbe di “violenza democratica” e tutti loro eviterebbero di evocare i colpi di Stato. Sappiamo, invece, parecchio sugli elettori italiani. Nessuno di loro ha potuto scegliere il suo parlamentare (neanche la sua vociferante parlamentare). D’altronde, l’on. Santanché ne è perfettamente consapevole avendo memorabilmente dichiarato che “Berlusconi ci ha portati dentro. Se esce lui, usciamo anche noi “.

Ciò detto, è giusto prendere sul serio la disponibilità dell’on. Santanché, che spero condivisa da tutti gli altri dimissionari, di “rispondere” ai loro elettori. Il modo migliore per farlo, sostanzialmente l’unico, è di confrontarsi con gli elettori nei collegi uninominali. In quei collegi, previsti dalla formula elettorale approvata, ma troppo spesso messa in secondo piano, dal Partito Democratico, Santanché andrà a spiegare perché si è dimessa e perché, per quali obiettivi e per quali meriti, vuole tornare in Parlamento. Anche Berlusconi, già candidato capolista in tutte, TUTTE, le circoscrizioni del Senato, andrà a spiegare i suoi comportamenti e i suoi scopi, agli elettori del Molise di cui è attualmente e inopinatamente il Senatore. Sono sicuro che prima di andarsene da questo brutto Parlamento eletto con il sistema elettorale fortemente voluto da Berlusconi, Calderoli, D’Onofrio e fatto approvare in tutta fretta nel dicembre 2005 dalla maggioranza di centro-destra, Lega compresa, nella quale molti di loro c’erano già, tutti i parlamentari del Popolo della Libertà/Forza Italia vorranno entusiasticamente votare a favore dei collegi uninominali nei quali potranno finalmente interloquire con gli elettori in maniera pacifica e democratica.

Indipendenti nella sinistra, per la sinistra

Persino il Direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli ha sentito l’incomprimibile bisogno di criticare gli Indipendenti di Sinistra (“Corriere della Sera”, 25 settembre, p. 34). A più di vent’anni dalla fine di quell’esperienza e dopo la pubblicazione di alcuni libri tutt’altro che privi di materiale interessante, ci si aspetterebbe che i critici, soprattutto se autorevoli, come De Bortoli, utilizzassero le informazioni disponibili. Fondassero le loro critiche a fatti e persone su elementi solidi. In fondo, poiché quegli Indipendenti furono deputati e senatori spesso per diverse legislature (ad esempio, Rodotà entrò alla Camera dei Deputati nel 1979 e ne uscì nel 1994), sarebbe sufficiente riferirsi alla mole di interventi, disegni di legge, votazioni reperibili negli Atti parlamentari. Dunque, caro Direttore De Bortoli, ma l’invito va rivolto a molti dei critici, spesso preconcetti, vorrebbe lei, da ottimo giornalista qual è, fare i nomi e precisare i fatti? Insomma, chi degli Indipendenti di Sinistra fu indipendente (la cito) “un po’ per finta”? Chi furono coloro che (la ricito) “finirono per costituire eleganti foglie di fico utile per mascherare una ortodossia economica”?

Lezioni tedesche per studenti impreparati e svogliati

A lezione dalla Professoressa Merkel

Governare la crisi con rigore per sé e per gli altri è possibile. Fa anche vincere le elezioni. Alla grande. La quasi maggioranza assoluta al Bundestag ottenuta dalla Cancelliera Merkel, al governo dal 2005, indica che gli elettori tedeschi, europei ed europeisti (hanno, infatti, respinto la lista contro l’Euro), hanno apprezzato la sua leadership. Esercitata con serietà, senza battute di spirito, senza la ricerca di tematiche populiste, con convinzioni espresse in maniera coerente e credibile, la leadership di Angela Merkel rappresenta un esempio di buona politica. La stabilità del suo governo, nonostante alcune punzecchiature dei liberali, che le hanno pagate non superando la soglia di accesso al Parlamento, costituisce la premessa essenziale per le riforme possibili. Consapevole che quelle riforme, ad esempio, maggiore impegno in politiche di sviluppo per l’Unione Europea, che sole potranno rilanciare anche uno sviluppo più forte della stessa Germania, da adesso la Cancelliera ha davanti a sé il tempo necessario.

Ha detto, con un sobrio understatement inglese, che i quattro anni passati sono stati “buoni”. Può prepararne quattro anche migliori. Forse i numeri la costringeranno a fare un governo di Grande Coalizione con i Socialdemocratici, ma lo farò da condizioni di molto accresciuta forza parlamentare e politica. Può rivendicare un vero mandato popolare con il quale, in maniera tranquilla, si porrà al lavoro. Non soltanto negli ultimi quattro anni, è tutto il sistema politico tedesco che ha dimostrato di funzionare molto efficacemente. E’ la politica del governo tedesco che ha indirizzato, orientato e guidato l’economia, sfruttando le opportunità della globalizzazione. E’ possibile e sperabile che eserciti questa guida anche nell’ambito dell’Euro e dell’Unione Europea. Non so se di rigore si muore, ma, in assenza di sviluppo, ci sono stagnazione e declino.

Le varie clausole del sistema elettorale proporzionale hanno regolarmente impedito la frammentazione del sistema partitico-parlamentare. Danno un piccolo premio in seggi al partito più grande. La stabilità del capo del governo è praticamente garantita dal suo non potere essere sostituito/a se non fa la sua comparsa visibile una coalizione alternativa in grado di sconfiggere la Cancelliera in carica e sostituirla con un’altra personalità. E’ successo una volta sola inaugurando la lunghissima era Kohl (1982-1998). Ci sono stati meno Cancellieri in Germania che Primi ministri in Gran Bretagna, la leggendaria patria della stabilità di governo. Nella Seconda Camera, molto ristretta, il Bundesrat, composto da 69 rappresentanti nominati dai governi dei Länder, che non danno e non tolgono la fiducia, Socialdemocratici e Verdi hanno la maggioranza. Il prossimo governo Merkel ne terrà conto, ma, ovviamente, se ci sarà la Grande Coalizione, i Socialdemocratici non avranno nessuna ragione di ostacolare l’azione di un governo che sarà anche il loro.

Sicuramente l’Italia non sarà mai come la Germania né, forse, la maggioranza degli italiani desidera imitare i tedeschi. Tuttavia, le politiche del lavoro, le relazioni industriali, l’impegno nell’istruzione e nella cultura nonché una sana attenzione ai meccanismi elettorali e alle strutture parlamentari e di governo potrebbero servire se non a risolvere, almeno ad addomesticare una crisi socio-economica e istituzionale che in Italia viene da lontano e non porta da nessuna parte. Ha ragione il Ministro dell’Economia Saccomanni nel volere dire la verità sui conti pubblici. Non c’è una verità “tecnica” e una verità “politica” come sostiene Brunetta. Hanno ragione Napolitano e Letta. Senza stabilità politica e in mezzo a ripetute “fibrillazioni” non si faranno le necessarie riforme che, comunque, richiedono anche notevoli capacità di progettazione e attuazione. La Germania della Cancelliera Merkel ci sta a guardare. Anche noi dovremmo guardare un sistema politico-economico che funziona in maniera eccellente, e imparare.

Nessun Mattarello in Germania

Apprendiamo da quei “Mattarelli” de “la Repubblica-Esteri” del 12 settembre che i tedeschi andranno a votare, poveri loro, con un sistema elettorale simile al Mattarellum. Proprio no. Quanti errori e quante inesattezze in un solo articolo.

Cominciamo con il lessico: il plurale di Land è Länder. Passiamo ai numeri: di elezioni anticipate ce ne sono state più di due, almeno cinque: 1966, 1969, 1983, 1990, 2005. Nessuna traumatica anche se per ottenere quella del 2005 il cancelliere socialdemocratico Schröder fece parecchie forzature. La notevole stabilità dei governi e dei cancellieri tedeschi deriva soltanto in parte dal sistema elettorale. E’ il prodotto soprattutto di due fattori: il sistema dei partiti, con due partiti grandi che “dettano” le possibilità coalizionali, e il voto di sfiducia costruttivo, che, da un lato, dissuade dalle crisi al buio, dall’altro, obbliga chi propone la sfiducia contro il cancelliere in carica ad avere pronto un altro cancelliere in grado di ottenere la fiducia, a maggioranza assoluta, dal Bundestag. E’ la procedura che portò nel 1982 alla sostituzione del Cancelliere socialdemocratico Schmidt con il democristiano Kohl. Infine, la perla: il sistema elettorale tedesco non è affatto simile al Mattarellum italiano. A prescindere dall’esistenza di due Mattarellum: uno per il Senato, l’altro per la Camera, il sistema tedesco definito “proporzionale personalizzata” è un sistema proporzionale, quei pochi seggi in sovrappiù non bastano a renderlo misto, per tutti i partiti che superano la soglia nazionale del 5 per cento dei voti. L’elettore tedesco ha due voti su una sola scheda (nel Mattarellum Camera esistevano due schede) ed elegge una sola Camera il Bundestag. Il Mattarellum eleggeva tre quarti dei parlamentari con un sistema plurality (chi ottiene più voti, maggioranza relativa, vince il seggio) con un recupero proporzionale, accettabile per il Senato, malamente congegnato per la Camera: le famigerate liste civetta. Gli esiti italiani li abbiamo visti. Quelli tedeschi giustamente li invidiamo.

Voto segreto, voto palese, voto opportunista.

L’opportunismo e la nemesi. Il voto palese fu fortemente voluto e conflittualmente introdotto nella seconda metà degli anni ‘80 dal segretario socialista Bettino Craxi stanco dei frequenti agguati dei franchi tiratori democristiani: una razza combattiva, nelle trame e nel segreto. La sua introduzione fu contrastata dai comunisti e dal capogruppo della Sinistra Indipendente alla Camera Stefano Rodotà, poi Garante della Privacy, e da alcuni suoi colleghi, in primis, Raniero La Valle. Per la mia posizione di allora, v. un paio di articoli su “la Repubblica”, 1988. I comunisti sapevano che le loro poche vittorie parlamentari dipendevano proprio dai franchi tiratori DC. Rodotà e La Valle non stavano dalla parte della “nobile” difesa della Costituzione, ma del meno nobile e spesso sguaiato anti-craxismo. Adesso, troppi ex-comunisti e quei due ex-Sinistra Indipendente rivelano che la loro difesa del voto segreto era soltanto un ennesimo episodio di opportunismo istituzionale. Secondo loro, unitamente ai cittadini delle Cinque Stelle, contro Berlusconi si può, anzi, sarebbe moralmente giusto votare palese. Per fortuna che D’Alema ha detto chiaro e tondo che le regole non si cambiano in corsa. Non bisogna scomodare fuori luogo la Costituzione, che è limpida. “Senza vincolo di mandato” significa che neppure il gruppo parlamentare e neppure il partito possono imporre come votare ai loro parlamentari. Obbligati a spiegare perché votano in maniera difforme e a trarne le conseguenze saranno i parlamentari dissenzienti. Bisogna, invece, chiedersi, quando si vota per o su persone, se non è il caso di impedire che chi vota palesemente contro un potente possa essere colpito da vendette e che qualcuno possa votare palesemente (magari fotografando la sua scheda)a favore di un potente per ottenerne vantaggi a non tanto futura memoria? La risposta è un sonoro, rotondo e squillante: voto segreto. La nemesi è in agguato. Coloro che difendevano opportunisticamente il voto segreto, rischiano di essere disintegrati dal voto palese che, altrettanto opportunisticamente e surrettiziamente, vogliono introdurre ad hoc.

Antropologia politica

E’ venuto a portare lo scompiglio in Emilia-Romagna, dalle feste dell’Unità (o del Partito Democratico) in località provinciali, ma non meno interessate alla politica, a Forlì fino a Bologna nell’incontro appositamente fissato di lunedì quando di solito ci sono meno frequentatori. E lui, Renzi Matteo, la sua audience l’ha fatta venire, eccome, e l’ha conquistata. Non partiva, ovviamente, da zero. Quasi tutti i presenti c’erano già all’incirca nove mesi fa. Allora, naturalmente, la loro reazione non fu positiva. Ma, come, un giovane toscano, per di più di estrazione popolare (nel senso di “partito”), veniva a fare un’incursione in cerca di voti contro il “loro” segretario, il Bersani Pierluigi, che tutti conoscevano benissimo e che, giunto, lentamente e gradualmente, al culmine del partito, mirava, proprio come si fa da queste parti, a coronare la sua nobile carriera politica. Quadrato, solido, competente, magari non entusiasmante, in grado di fare ridere non con le sue battute, ma soltanto quando imitava Crozza (adesso, neppure più), Bersani era e rimane il comunista emiliano, uno di quelli che usano il noi, che detestano la personalizzazione della politica, che, insomma, nel PCI di altri tempi, di un’altra storia, ad essere il numero uno non ci sarebbe arrivato mai. Infatti, nessuno degli abili, capaci, duraturi amministratori dell’Emilia Romagna, da Dozza a Zangheri, da Fanti a Turci, è mai riuscito a conquistare un ruolo nazionale di grande rilievo. La loro solidità venne regolarmente ritenuta insufficiente a sopperire alla mancanza di fantasia politica e forse anche di leadership.

   Qui tocchiamo con mano la diversità quasi antropologica con i comunisti toscani, ma, più in generale, i politici toscani. Estroversi e beffardi, sempre pronti alla battuta anche sarcastica di loro conio (non presa a prestito, ad esempio, da Benigni), disposti a parlare in prima persona, altro che collettivo!, senza nessun peso sulla lingua, i toscani e, a maggior ragione, i fiorentini sono quanto di più diverso si possa trovare rispetto agli emiliani (i romagnoli sono un’altra “razza”) e, in particolare, ai bolognesi. Probabilmente, Renzi ha capito che doveva usare e sfruttare la sua diversità antropologica. Quasi sicuramente il “corpaccione del partito”, la base lavoratrice e disciplinata ha preso atto che, avendo non vinto ovvero sciupato una vittoria che sembrava largamente acquisita per colui che più di tutti li rappresentava, è venuto il momento di adeguarsi e di scommettere su un candidato totalmente diverso. Parecchi dirigenti si giocano la carriera; altri stanno ritagliandosi lo spazio di una corrente che si posiziona per contrattare con il vincitore designato (ma che loro intralceranno in cambio di qualche carica, esempi, nient’affatto scelti a caso: parlamentare nazionale e parlamentare europeo).

   Applausi comunque a Renzi che vuole un partito senza correnti, e molti auguri. Qui più che altrove, la base vuole vincere, desidera trasferire al governo, se non un suo uomo, le sue affermate e conclamate pratiche di buona, efficace, onestà amministrazione. E pazienza se le speranze dei militanti ex-comunisti saranno soddisfatte da un “burdel” fiorentino ex-popolare. Meglio, comunque, di qualsiasi milanese o siciliano. 

pubblicato su Corriere di Bologna 3 settembre 2013  

Responsabilità civile dei magistrati. Qualcuno votò sì.

Ha fatto molto bene Pierluigi Battista a fare un elenco di, cito, “cittadini illustri” che dichiararono di votare a favore del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (“Corriere della Sera”, 2 settembre 2013).

Non vi compaio. Peccato. Quindi, vorrei rivendicare il mio posto fra quei cittadini illustri. Per fortuna, la mia evidence è inconfutabile. Infatti, allora collaboravo da un paio d’anni a “la Repubblica”. Proposi al Direttore, Eugenio Scalfari, un articolo a favore del “sì”. Accettato e pubblicato. Però, quel referendum era sostenuto anche dal segretario socialista Bettino Craxi, non proprio in odore di santità presso Scalfari che lo aveva etichettato Ghino di Tacco. Tuttavia, molto grande fu la mia sorpresa quando, pochissimi giorni prima del voto, Scalfari ospitò due belle lunghe colonne in neretto con i commenti dei due capigruppo della Sinistra Indipendente: Stefano Rodotà (Camera) e Massimo Riva (Senato), entrambi favorevoli, “senza se e senza ma”, al no, certissime indicazioni di voto.

Magari, oltre ai cittadini illustri per il “sì”, è giusto, in questo paese dalla memoria cortissima e spesso distorta, attribuire le responsabilità individuali e “civili” che si meritano anche ai cittadini per il “no” (sonoramente sconfitti dall’80 per cento dei votanti). A ciascuno il suo. Non esito a prendermi la mia responsabilità: “sì”, ieri come oggi e domani.

Sul doppio turno di coalizione, caro Direttore …

Leggo (Corriere della Sera, 22 agosto) che Roberto D’Alimonte rimprovera a Luciano Violante di essersi appropriato della sua proposta di doppio turno di coalizione. Sorprende che sia un parlamentare di molto lungo corso sia un esperto di sistemi elettorali ignorino che il doppio turno di coalizione fu da me formulato in un articolo della rivista “il Mulino” pubblicato nel maggio-giugno 1984; presentato in maniera formale nella Commissione Bozzi per le riforme istituzionali il 4 luglio 1984 (quando l’on. Stefano Rodotá corse a Botteghe Oscure per denunciare al neo-segretario Natta che qualcuno attentava alla proporzionale); collocato come capitolo nel mio libro Restituire lo scettro al príncipe (ovvero al cittadino sovrano) Laterza, 1985; definitivamente consegnato agli Atti del Senato nella Relazione di Minoranza alla Commissione Bozzi.

Il doppio turno di coalizione diede anche luogo ad un furibondo dibattito sulle pagine de “l’Unitá”, “Rinascita” e persino “Repubblica” durato diversi anni fino al referendum sulla preferenza unica di cui fui uno dei promotori. Intendevo garantire la formazione di coalizioni che si candidassero al governo e che ottenessero un premio di maggioranza e un premio di opposizione, ma soprattutto il secondo turno conferiva all’elettore il potere decisivo di scegliere lui/lei stessa la coalizione che avrebbe governato il paese.

D’Alimonte ha ragione di dolersi dell’assenza di politologi esperti di sistemi elettorali nella Commissione dei 35 formata, non si sa con quali criteri, dal Ministro Quagliariello, suo collega alla Luiss. Certamente, in quella Commissione, e altrove, sarebbe molto utile la presenza di exparlamentari e di esperti che non copiassero sistemi elettorali formulati da altri, ma fossero capaci di innovazioni.
Gianfranco Pasquino Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2011-2013)

pubblicata sul Corriere della sera 28 agosto 2013 pag 20

Sociedad desinformada propicia crisis de partidos

Los partidos políticos están en crisis porque es difícil representar a una sociedad en permanente cambio y cuando los ciudadanos no se informan ni se involucran en la política, según afirmó el Dr. Gianfranco Pasquino, politólogo italiano. Afirma que los partidos son indispensables para la democracia y cree que este sistema debe resolver los problemas de la desigualdad social. (altro…)