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Riflettere sulle analogie
Uomini bianchi in perdita di status, impoveriti, che vedono le loro radici messe in discussione, che temono che quel poco che rimane loro del sogno (non solo americano) sia lacerato non da altri sogni, ma dall’incubo di un’immigrazione sregolata, stanno decidendo le sorti dell’Occidente. In Gran Bretagna hanno detto che preferiscono orgogliosamente vivere nella loro isola, in “splendido” isolamento. Negli USA hanno mandato il messaggio che persino un miliardario, purché bianco, un po’ sessista, maleducato, con qualche accento di xenofobia, ma distante dall’establishment politico è preferibile a una donna che di quell’establishment è parte integrante, che rappresenta anche i privilegi, che avrebbe garantito more of the same, proprio la continuità che gli incattiviti bianchi non vogliono affatto. Un po’ in tutta Europa sale quest’onda di reazione contro il permissivismo dei ceti-medio alti, i loro privilegi, talvolta il loro ipocrita paternalismo.
Senza esagerare le somiglianze, è possibile cogliere alcuni elementi preoccupanti anche in un microcosmo come Bologna? L’omogeneità del tessuto sociale del passato s’è perduta da tempo. Una parte della cittadinanza vive bene, gode della sua posizione, talvolta esibisce quel tanto di paternalismo che ritiene appropriato al suo status. Si permette anche di criticare coloro che esprimono preoccupazioni, non solo egoistiche, nei confronti degli immigrati. Quella parte di cittadini divenuti privilegiati, magari anche grazie al duro lavoro dei nonni e dei padri, non capisce perché si debba intervenire per ridurre le diseguaglianze che loro hanno superato lavorando, con impegno e con senso civico. Non è possibile conoscere a fondo le loro impressioni e valutazioni sull’immigrazione e sulle diseguaglianze, sul disagio della condizione giovanile, che non voglio esagerare e al quale quei cittadini benestanti rimediano facilmente per i loro figli. Sicuramente provano un po’ di ostilità nei confronti di qualsiasi rivendicazione, per di più espressa non nei canali tradizionali, ma nel disordine. Non raccontano quello che pensano poiché sanno che a Bologna, forse più che altrove, i politicamente corretti esprimerebbero disapprovazione per qualsiasi critica agli immigrati e a un malposto, buonismo.
Almeno in via d’ipotesi sembra lecito temere che qualcosa si muova sotto la classica coperta del perbenismo bolognese. Gli insoddisfatti mugugnano, ma non hanno la voglia, il coraggio? la sfrontatezza?, di esprimere apertamente posizioni e visioni diverse. Troppo facile dire che la politica bolognese non ha neppure colto gli indizi di questa situazione poiché essa stessa è parte del problema. Difficile dire se la società bolognese saprà metabolizzare cambiando oppure se si stia avvicinando a un punto di rottura. Magari sfruttato/strumentalizzato da un piccolo Trump locale.
Pubblicato il 10 novembre 2016
Breve manuale per le opposizioni
Sicuramente, marceranno divisi gli oppositori di Merola in Consiglio Comunale, e neanche abbastanza allegramente. E’ davvero improbabile che i due pentastellati, Manes Bernardini, Scelta Civica e Lucia Borgonzoni, che meriterebbe il ruolo di sindaco-ombra, riescano a trovare accordi strategici e neppure tattici. Forse il centro-destra cercherà almeno qualche punto di convergenza, ma Bugani, magari benedetto da Grillo, se ne andrà per un’altra strada. D’altronde, le distanze programmatiche, politiche e di ambizioni personali sono molte, non facilmente ricomponibili. Ciascuno dei protagonisti potrebbe fare riferimento al programma presentato agli elettori e su quello, ovvero sui punti salienti, fare leva per criticare il sindaco Merola e la sua giunta e per controproporre purché quei punti offrano un’alternativa vera alle politiche del sindaco e siano convincentemente comunicabili non esclusivamente ai loro specifici elettorati. I consiglieri dell’opposizione potrebbero anche cercare di portare le loro critiche precise e le loro controproposte mirate fra i cittadini, non solo nelle periferie. Il collegamento fra quanto si fa o no in Consiglio e quanto viene percepito dagli elettori è abitualmente uno dei più difficili da costruire, ma è essenziale sia per sindaco e giunta sia, ancor più, per l’opposizione. Un comportamento, facile, ma poco efficace, tutti gli oppositori dovrebbero evitare: la spettacolarizzazione delle loro attività con l’obiettivo di acquisire visibilità nei confronti degli altri oppositori, una lotta che non porta da nessuna parte, ma che è destinata a confondere e deludere anche l’elettorato, che è molto, che non ha votato Merola.
Altrove, in qualche caso, non del tutto sporadico, ma in altri tempi, l’opposizione, se rappresentato da un unico partito o lista poteva cercare di costruire con pazienza e sapienza un’alternativa praticabile al governo in carica. A Bologna, l’esempio più altisonante è stato rappresentato dai democristiani eletti con Dossetti nel 1956. E’ difficilissimo da imitare anche perché persino il sistema politico locale bolognese sta diventando tripolare, l’assetto peggiore per qualsiasi opposizione si candidi a governare. Addirittura intravvedo un altro tallone d’Achille. Manca ai variegati oppositori bolognesi un uomo/una donna considerabile come colui/colei che nel Consiglio comunale diventa la figura di spicco che costruisce l’alternativa per la prossima consultazione elettorale quando Merola non sarà rieleggibile. Purtroppo per i bolognesi senza un’opposizione incisiva il governo cittadino non sarà stimolato a dare il meglio (che non so quanto sia) di se stesso.
Il consiglio comunale si apra al confronto con i cittadini
La città soffre di un gravissimo deficit di circolazione di idee, di confronti, di proposte e di soluzioni. Nonostante la presenza della più antica Università del mondo, tuttora a buoni livelli, l’esistenza largamente sottoutilizzata e sottovalutata della Johns Hopkins, la rete di biblioteche di ottimo livello, un effettivo, rumoroso, arricchente dibattito di idee è da tempo quasi inesistente.
La mia proposta è fatta da un insieme di strade da perseguire, un reticolato nel quale a ogni punto sia possibile intervenire. Fare del consiglio comunale un luogo nel quale i cittadini non andranno soltanto in quanto spettatori o disturbatori, ma in quanto proponenti di idee che tutte, a seconda della loro rilevanza, verranno, seppur brevemente, discusse. I Quartieri dovranno darsi strutture non solo di discussione, ma di proposta e di decisione, anche di confronto dialettico con il consiglio comunale. Invece di trattare in maniera più o meno riservata con assessori e sindaco, a tutte le associazioni sarà offerto uno spazio per formulare e argomentare le loro richieste e le loro proposte, per suggerire le loro soluzioni preferite, accompagnate dai costi e dai vantaggi.
Sindaci e rettori non hanno mai saputo, forse neanche voluto, coordinarsi per fare più intensa, più dinamica, più efficace la vita culturale della città. La proposta è che il sindaco solleciti il rettore a fissare ogni anno alcune tematiche e alcune date (il festival della scienza di Flavio Fusi Pecci è stato regolarmente un grande successo).
Insomma, la mia idea è che Bologna dovrà diventare, anche con l’apporto di Isabella Seragnoli, Marino Golinelli e di quel grande imprenditore che è Fabio Roversi Monaco, un punto di riferimento della cultura italiana e Europa. I nomi contano, perché la cultura cammina davvero sulle gambe delle donne e degli uomini.
Pubblicato il 27 Maggio 2016
Le varie facce dell’astensione
Liberi tutti o quasi. Nella primavera dello scontento di molti – la politica offre una grande varietà di “scontentezze” -, vi sono due buone occasioni per scaricarsi: il referendum sulle trivellazioni e le elezioni amministrative. L’ambigua e riprovevole posizione espressa da Matteo Renzi a favore dell’astensione sul referendum è già stata stigmatizzata dal Presidente della Corte Costituzionale e contraddetta dal Presidente della Repubblica che ha annunciato che andrà a votare. Il capo di un partito ha il dovere politico di dare la linea. Il capo del governo deve ricordarsi dell’art. 48 della Costituzione che dice chiaramente che il voto è un “dovere civico”. Nessuno faccia il furbetto: l’astensione non è un voto. Preso atto della non/decisione del capo del loro partito, molti Democratici hanno deciso, come, incidentalmente, dovrebbe essere per tutti i referendum, di seguire quel che detta loro il cuore, forse anche una qualche conoscenza delle trivellazioni e delle conseguenze della loro abolizione. Già poco incline a fidarsi di politici che ondivagano e che seguono non il cuore, ma le convenienze, momentanee e fuggevoli, è probabile che gli elettori si rifugino anche loro nell’astensione referendaria e post-refendaria.
Il sondaggio sulle intenzioni di voto alle elezioni comunali di Bologna pubblicato dal Corriere fotografa (ma altre fotografie saranno necessarie di qui al 5 giugno) una notevole propensione all’astensione. Sono elettori che hanno deciso di stare alla finestra o elettori che già propendono di andare al mare contando sul sole di giugno? Sappiamo che, da qualche tempo, gli elettori italiani (e i bolognesi non possono fare eccezione se non limitatamente) decidono per chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale, qualcuno addirittura il giorno stesso dell’elezione. Quindi, non possiamo escludere che coloro che hanno dichiarato che si asterranno potranno cambiare idea. Attendono, in maniera disincantata, scettica, forse anche irritata, che qualcuno dei candidate e dei loro partiti offra idee, soluzioni, prospettive che, magari non proprio affascinanti, siano almeno convincenti, insomma, come ho scritto qui più volte, un’idea di città dinamica migliore. Le percentuali suggeriscono che la competizione più intensa sarà fra Borgonzoni e Bugani, fra la Lega e le Cinque Stelle, per chi approderà al ballottaggio. Difficile che un ballottaggio a giugno sia foriero di un’impennata di partecipazione elettorale. Potrebbe, però, obbligare i duellanti a raffinare le loro proposte e a indicare le loro priorità, quindi a suscitare maggiore interesse nell’elettorato che, rientrando dall’astensione, vuole contare. Sarebbe una buona cosa.
Pubblicato il 14 aprile 2016
Aboliamo le Regioni
L’Emilia-Romagna, finalmente, è diventata il target, meglio: l’esempio da imitare e da cercare di superare. Da tempo conclusa la sua “gloriosa” esperienza di regione rossa par excellence, l’Emilia-Romagna è andata persino oltre la “normalizzazione”. Infatti, nel novembre 2014, sulla scia di scandali, avvisi di garanzia, imputazioni che hanno riguardato quasi tutti i consiglieri regionali (anche se indimenticabile dovrebbe restare Flavio Delbono, già vice-Presidente e assessore al Bilancio della Regione, poi promosso a sindaco di Bologna, infine, costretto alle dimissioni per spese personali fin troppo allegre e ad un doppio patteggiamento), andò a votare soltanto il 38 per cento degli elettori. Addio leggendario senso civico nella Regione che tradizionalmente aveva conseguito le percentuali più elevate di affluenza alle urne? No, pesante e motivata, ma purtroppo nient’affatto incisiva, critica degli emiliano-romagnoli, il cui senso civico non è affatto sparito, ma si è tradotto nell’astensione, ad un modo di fare politica. Tentativo di dare una lezione ai politici regionali e non solo. Metabolizzato l’esito emiliano-romagnolo, resta da vedere se i nuovi governanti sapranno migliorare la loro politica e rilanciare l’istituto regionale.
Il punto è questo. A quarantacinque anni dalla loro effettiva, ma tardiva, nascita, le Regioni italiane hanno ancora un compito istituzionale e politico significativo, utile da svolgere per il paese e per il buon governo? E’ lecito dubitarne. Altrettanto lecito è affidare agli elettori delle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana,Umbria, Veneto) chiamate a rinnovare i loro governanti in un tripudio di cambi di casacche, di frammentazione partitica, di ripicche, di esibizionismi “lady-like”, “l’arduo compito di pensare se e cosa votare” (come giustamente sostenuto da Terza Repubblica). Proprio no. Infatti, mentre il governo va avanti su riforme discutibili, non mostrando neppure la volontà politica e la capacità tecnica di procedere, come promesso, all’abolizione integrale delle province, non si vede nessun progetto, meno che mai dai candidati/e governatori/trici su come rivitalizzare le Regioni.
Una volta, molto ottimisticamente e molto opportunisticamente chiamate da un ceto di voraci giuristi in carriera (ne hanno poi fatta fin troppa) ad essere “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono, invece, diventate il brodo di coltura della peggiore (così attestano scandali e indagini giudiziarie che riguardano anche alcuni candidati prominenti) classe politica del paese. Invece di essere riformate e accorpate, le Regioni italiane avranno in regalo addirittura il potere di attribuzione di un doppio lavoro (o dopolavoro): quello di mandare nel Senato modificato settantaquattro loro rappresentanti. Ripensare il Titolo V non soltanto per le attività da affidare alle Regioni, ma per ridefinire la loro stessa struttura è il minimo che si debba chiedere ad un governo di riformatori ancorché improvvisati e apprendisti. Purtroppo, nessuno l’ha chiesto ai potenziali governatori/governatrici i quali, dal canto loro, si sono accuratamente e pudicamente guardati dall’avventurarsi sulla impervia strada del “riformare le Regioni per contribuire ad un miglioramento dello Stato”.
Chi non semina niente non dovrebbe raccogliere niente, vale a dire si merita pochissimi voti alla provvista dei quali, è da supporre, contribuiranno in maniera decisiva, con buona pace di Raffaele Cantone, le reti clientelari che, un po’ dappertutto, sanno che cosa chiederanno e presumibilmente quanto riusciranno ad ottenere in cambio del loro voto, non a caso definibile, di “scambio”. E’ venuta l’ora di scambiare il brutto regionalismo italiano con un assetto istituzionale al tempo stesso più compatto e più snello.
Pubblicato il 25 maggio 2015 su terzarepubblica.it
A palazzo c’è un problema
Il sindaco Merola dichiara di non sentirsi preoccupato. La classifica dei sindaci, che lo colloca al 98esimo posto su 101 con una perdita di gradimento di più del 5 per cento rispetto alla sua elezione quattro anni fa segnala, al contrario, che dovrebbe essere molto preoccupato. Quando un sindaco in carica che, per di più, ha già preventivamente dichiarato di volersi ricandidare per fare un secondo mandato non si preoccupa di quello che pensano i suoi concittadini, c’è un problema. Possibile che nel suo giro delle cento chiese, pardon, dei cento circoli o luoghi della leggendaria società civile bolognese, Merola non abbia trovato nessuno che gli esprimesse la sua insoddisfazione per come è governata Bologna? Eppure, in città l’insoddisfazione è palpabile. Ha raggiunto anche il Partito Democratico che, nonostante la sua non sottovalutabile perdita di iscritti, qualche antenna l’ha ancora. E’ vero che alcune critiche dall’interno del PD sono ispirate a motivazioni non nobili discendenti da ambizioni personali, ma anche alcune dichiarazioni favorevoli a Merola appartengono all’ipocrisia politica. Costituiscono il tentativo di evitare un dibattito nel quale le tensioni e le contraddizioni interne al partito finirebbero squadernate.
Per fortuna del PD, e di Merola, il centro-destra bolognese si trova in condizioni anche peggiori di quello nazionale. Comunque, non sembra in grado di trovare neppure un candidato di bandiera, ma all’occorrenza i leghisti una candidatura di bandiera riusciranno a sventolarla. Invece, è dai ranghi del PD che potrebbe affacciarsi qualche sfidante. Certo, i candidati alternativi a Merola dovranno, come da Statuto del partito, raccogliere un bel po’ di firme per ottenere le primarie contro di lui. Ai bolognesi farebbe molto piacere se, stimolato dall’eventuale presenza di un competitor, il sindaco usasse il tempo di completamento del mandato per chiarire il suo operato e per preparare al meglio il futuro governo della città. Finora abbiamo assistito ad alcune acrobazie del sindaco. Fulminea è stata quella che lo ha visto abbandonare la vecchia “ditta” per saltare sul carro renziano. Recenti sono quelle relative alla vendita delle azioni di Hera e alla ventilatissima rinuncia al Passante Nord.
Più in generale, Merola non è riuscito a tratteggiare nessuna visione di quale città vorrebbe fra cinque anni, di quale progetto impostare, di quali obiettivi proporsi. Sicuramente, non è stato aiutato dal suo partito che, da tempo, ha perso capacità progettuale e che non brilla per originalità nella sua leadership, che non apprezza e non premia chi, audacemente, decidesse di muoversi fuori dagli schemi. A questo punto, il contributo che il PD potrebbe offrire a Merola non è tanto la garanzia della ricandidatura quanto il suggerimento che il sindaco dovrebbe preoccuparsi, e molto, di fare di più e di comunicare meglio, non soltanto nelle zone protette dove i militanti tacciono per “amor di partito”, ma in un confronto con coloro che lo criticano e che vorrebbero cambiare passo e (l’ho sentito dire a livelli più elevati) verso.
Pubblicato il 22 aprile 2015
La democrazia dei favori
Potrebbe sembrare che tutto sia già stato scritto sulla davvero straordinaria generosità monetaria della CPL Concordia. In molti casi, leggendo i nomi, alcuni insospettabili, dei beneficiati, si nota anche un’apertura di credito fiduciario fuori dl comune. I soldi venivano dati anche prima del “fatto” che la CPL Concordia desiderava si verificasse. Segnale convincente che nel passato i finanziati avevano onorato (sic) impegni non formalmente presi in cambio di finanziamenti ricevuti, in modalità ormai italianamente proverbiale, “a loro insaputa”. Come antidoto a queste non limpidissime fattispecie, sappiamo quasi tutto: un bell’elenco pubblico con nomi, cognomi; cifre dei donatori, soprattutto nel corso delle campagne elettorali; un tetto non sfondabile all’entità delle donazioni effettuate da persone, gruppi, associazioni, fondazioni; un qualche rendiconto dettagliato delle spese incorse dai candidati e, importante, dei loro comitati elettorali e dei loro partiti. I più buoni dei commentatori hanno concluso che, comunque, ciliegina sulla torta degli esborsi, dovrebbe anche esserci un po’ di, peraltro costosissima, etica. A tutto questo, con il quale concordo (oops), vorrei aggiungere un’osservazione che non ho letto da nessuna parte e che potrebbe essere utile per impostare meglio il dibattito e per incanalare qualche soluzione.
Chi finanzia candidati e partiti non lo fa soltanto per ottenere in cambio qualche favore, convinto che, sulla base dei precedenti, i favori torneranno. Chi finanzia sta scegliendo candidati e partiti in una maniera che non viola soltanto la competizione che vorremmo esistesse nei mercati di ogni tipo. Infrange anche la competitività che dovrebbe esistere in politica, per l’appunto, fra candidati e partiti. La moneta cattiva scaccia quella buona, lo sappiamo. Le molte monete cattive servono a impedire a uomini e donne in politica, che non siano disposti a rendere i favori, la conquista della candidatura e, poi, eventualmente, la vittoria elettorale. La competizione diventa distorta. Non ha più nessuna o quasi attinenza con le idee e i programmi, neppure con le qualità personali. L’unica qualità che conta agli occhi dei finanziatori danarosi è quella della disponibilità dei candidati ad accettare fondi. Attendiamo la smentita dei cooperatori, dovrei dire dei dirigenti, delle imprese coinvolte. L’esito, come ho accennato, è gravissimo. Colpisce al cuore la democrazia, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Non dirò che la uccide poiché, per sua e nostra fortuna, la democrazia ha grandi capacità di resistenza e di resilienza. Epperò, questo tipo di finanziamenti di lungo periodo indeboliscono i concorrenti che rifiutano di usufruirne; deviano il reclutamento e la selezione nei partiti; diminuiscono nel tempo la qualità della democrazia; rendono difficilissimo “cambiare verso”. Ecco perché, mentre celebriamo (c’è poco da “festeggiare”) i vent’anni dell’indagine “Mani Pulite”, scopriamo che c’è oggi più corruzione politica di allora.
Pubblicato il 9 aprile 2015



