
Primariamente, le elezioni primarie furono una risposta dei dirigenti dei due partiti USA alle richieste di altri dirigenti, di rappresentanti e attivisti di uscire dalle stanze “piene di fumo” e democratizzare la selezione dei candidati alle cariche elettive (le “secondarie”). L’obiezione che quella selezione dovrebbe essere la più importante responsabilità dei dirigenti del partito che hanno conoscenze superiori a quelle degli elettori e dei simpatizzanti continua a circolare insieme agli ammonimenti a chi andrà alle urne primarie: votate non gli estremisti, ma le candidature electable, gli eleggibili. Dagli USA le primarie si sono diffuse in molti altri contesti (la bella analisi di Marco Valbruzzi, Primarie. Partecipazione e leadership, Bononia University Press2005, è efficacemente esauriente) fino ad approdare nello Statuto del Partito Democratico, il quale, poi, al suo interno ne ha già tenute moltissime, all’incirca un migliaio. E ne sono subito (ir)regolarmente seguite molte critiche, non tutte (in)fondate.
La premessa è che la selezione che un partito opera per le sue candidature a cariche elettive monocratiche (quindi, incidentalmente, non l’elezione del leader del partito) è affar suo, ma, logicamente, un conto molto, molto diverso è la selezione del leader di una coalizione di partiti alla carica di capo del governo. Non sono a conoscenza di situazioni simili in altri sistemi politici. Nelle democrazie parlamentari, abitualmente diventa capo del governo il leader del partito che, nella coalizione, ha più voti. Abili e duttili, i democristiani italiani esprimevano il loro candidato alla Presidenza del Consiglio dopo trattative assolutamente lecite fra le loro correnti e i loro potenziali alleati. Se no, toccava al Presidente della Repubblica scegliere fra una rosa di nomi dc sottopostagli dal segretario del partito.
In generale, le primarie organizzate in maniera intelligente svolgono molti compiti utili in aggiunta alla selezione della candidatura. Comunicano all’elettorato quali sono i punti programmatici che i candidati ritengono particolarmente importanti e quali soluzioni propongono. Raggiungono l’opinione pubblica e la informano anche sulle diversità fra i candidati del partito e quelli dell’altro, degli altri partiti. Mobilitano simpatizzanti vecchi e nuovi lanciando la campagna elettorale. Consentono ai candidati di capire meglio il sentiment (sic) dei loro elettori e, più in generale, dell’elettorato. Di contro, possono anche essere divisive e fonte di confusione. Anche negli USA, i Democratici in particolare temono da qualche tempo che candidati troppo di sinistra vincano le primarie e non vengano poi votati da parte di un elettorato democratico moderato.
Pertanto, alla luce di queste considerazioni, spesso sostenute da dati concreti, non è difficile condividere le preoccupazioni di coloro che temono che le primarie nella coalizione più o meno appropriatamente definita “campo largo” sarebbero, saranno controproducenti. Conte e Schlein si contrasteranno in ogni modo possibile. Se non venisse stilato e definito anticipatamente il programma condiviso, inevitabilmente accentuerebbero le loro distinzioni e le loro distanze. Possibile è anche che i rispettivi elettorati, se il loro candidato, che pure avesse garantito lealtà e sostegno al prescelto, non vincesse, defezionerebbero cosicché, invece, di produrre un positivo effetto di mobilitazione, la coalizione perderebbe voti potenzialmente decisivi.
Come stanno le cose attualmente, le primarie sembrano diventate, non un utile strumento democratico di coinvolgimento, partecipazione, scelta di leadership, ma l’ultima spiaggia, la certificazione dell’incapacità di trovare una modalità migliore. Fare le primarie come una resa dei conti più o meno velenosa precluderebbe la vittoria alle elezioni generali. Non farle è auspicabile che significhi la capacità dei contendenti di raggiungere un accordo (non la staffetta, per carità) che rispetti i rapporti di forza politico-elettorali. Anche questa modalità alla carica di capo del governo è sicuramente e palesemente democrazia.
Pubblicato il 26 agosto 2026 su Domani