
Potrebbe essere utile sapere che le democrazie scandinave, in testa a tutte le valutazioni della qualità della democrazia, scelsero un sistema elettorale all’inizio del secolo scorso e, fatti salvi alcuni interventi minori, continuano a votare con quel sistema (proporzionale). Più in generale, praticamente in nessun sistema politico democratico, si sono fatte e si fanno riforme elettorali introdotte dal governo in carica per evitare sconfitte. Vero è che nessuna legge elettorale è perfetta, ma prima di valutarne la qualità è opportuno stabilire che cosa si vuole conseguire con una specifica legge. Tutti i grandi studiosi di elezioni, sono molti e di nazionalità diversa: norvegesi e francesi, inglesi e tedeschi, statunitensi e latinoamericani, più un paio di italiani, hanno regolarmente concordato sul compito fondamentale, costitutivo, specifico delle leggi elettorali. Servono, anzitutto e soprattutto, a eleggere il Parlamento, a dare rappresentanza politica agli elettori. Da nessuna parte al mondo, in nessun sistema politico e in nessun tipo di governo (presidenziale, semipresidenziale, meno che mai parlamentare) esiste un sistema elettorale che dà vita al governo di quel paese. Perseguire, come hanno troppo spesso fatto i sedicenti riformatori italiani, un obiettivo improprio, comunque irraggiungibile, non soltanto produce distorsioni gravissime nella rappresentanza politica, ma è destinato al fallimento.
Il problema cruciale dell’attuale disegno di legge elettorale, primo firmatario Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati è dato precisamente dalla ricerca dei meccanismi, dei marchingegni che assicurino alla coalizione più votata un numero di seggi superiore alla maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato. Nella consapevolezza che nessuna coalizione è in grado di ottenere il 50 percento più 1 dei voti, diventa imperativo ricorrere ad un premio in seggi da attribuire alla coalizione più votata. Qui cominciano gli inevitabili, ma sgraziati, balletti numerici: soglia percentuale minima per accedere al premio e numero di seggi in premio. Il rischio di sbagliare i conti è alto tanto quanto alto è quello di una censura della non sempre impeccabile Corte Costituzionale (dove mi pare non seggano esperti elettorali).
Curiosamente, molto contrario al ballottaggio per l’elezione dei sindaci, il centro-destra propone proprio il ballottaggio se nessuna delle due coalizioni raggiunge la soglia minima per il premio. Opportunismo impuro, ma semplice. Dovremmo, invece, essere molto più preoccupati dalle numerose distorsioni della rappresentanza politica. Quasi certo è che i parlamentari eletti con il premio di maggioranza non avranno nessun incentivo a fare del loro meglio per rappresentare elettori sconosciuti e inconoscibili e collegi inesistenti. Consapevoli che la loro ricandidatura dipende dai vertici del partito a loro daranno servizio e obbedienza. Non saranno i soli poiché, a prescindere da come finirà il balletto sulle preferenze, numero, con il rischio cordate come esito e premessa dell’esistenza di correnti, chiedo scusa,” sensibilità” (sic), e modalità, alternanza di genere, che non mi pare porti bene alle donne e alla loro indipendenza e autorevolezza politica, c’è la grande distorsione rappresentata dai capilista bloccati. Improbabile che, tranne poche eccezioni virtuose, quei capilista vogliano essere e si sentano legittimi rappresentanti del collegio. Piuttosto, saranno percepiti e opereranno come commissari del partito, del suo segretario, dei capi corrente.
Insomma, la stabilità di un governo fabbricato dal premio in seggi, ma il molto stabile governo recordman Meloni 1 non è nato così, verrebbe profumatamente pagata da carenze enormi in termini di rappresentanza. Sono carenze che alienano i cittadini dalla politica e non garantiscono affatto che i governanti abbiano o acquisiscano la capacità indispensabili a svolgere il loro compito. Si prenda atto che la legge Bignami può fare peggio della vigente legge Rosato e con saggezza very British se ne concluda “better the devil we know”. Non sapendo riformare teniamoci l’usato che, anche nei non pochi difetti, ci è noto.
Pubblicato il 2 settembre 2026 su Domani