
Facile notare che il problema non sono coloro che testardamente continuano a ritenere indispensabile predisporre un bel campo largo, ottimismo della volontà, ma quelli che si fanno fotografare insieme pur avendo differenze programmatiche, politiche e personali non proprio marginali e non sembrano affatto inclini ad allargarlo il campo. Il pessimismo della loro intelligenza (forse, piuttosto, un mix di egoismo, esperienza, propensione a sbagliare) ha finora fatto sì che abbiano tenuto chiuso il cancelletto del campo a Matteo Renzi. Molti, dentro e fuori del campo, pensano che il leader di Italia Viva è (rinuncio deliberatamente al congiuntivo) inaffidabile. Portatore all’incirca del 2 percento di voti, è irresistibilmente incline a personalizzare la sua politica, traendo grande godimento da qualche eclatante coup de theâtre, che ne esalti l’immagine, ma a scapito della già precaria coesione della coalizione. Dunque, meglio tenerlo fuori. Tuttavia, molti fra gli accampati e gli accampabili ricordano di avere perso le elezioni del 2022 proprio perché si presentarono in ordine sparso. Forse, coordinati e uniti avrebbero sconfitto la coalizione abilmente aggregata e guidata da Giorgia Meloni. E allora anche Renzi potrebbe tornare pericolosamente utile
Dal canto suo, sornionamente, la Presidente del Consiglio gode d due vantaggi. Primo, sta assisa al governo e più che qualcosa può promettere e persino legittimamente distribuire a chi porti anche solo una manciata di voti. Secondo, la sua leadership è indiscussa poiché né Forza Italia né la Lega hanno alternative all’alleanza vitale e vincente con Fratelli d’Itala. Entrambi possono dichiarare propri programmini diversi da quanto preferito da Forza Italia, ma sulla linea politica nazionale e europea risultano sostanzialmente ininfluenti e irrilevanti, talvolta meritatamente patetici. Né, tantomeno, Forza Italia e la Lega, sostanzialmente stagnanti, pardon, stabili, e bassini, nei loro consensi elettorali, possono opporsi agli allargamenti desiderati e astutamente perseguiti da Meloni. Quanto a Vannacci va lasciato sguazzare nel suo brodo in attesa di qualche errore esiziale.
La frammentazione dei potenziali coalizzandi del/nel campo largo, basata non su rappresentanza sociale e speciale di settori chiaramente definibili, deriva soprattutto da personalismi. Ciascuno dei piccoli ha la convinzione, e la esprime fin troppo spesso e apertamente, di sapere meglio degli altri che cosa vuole davvero l’elettorato italiano, non solo quello progressista, Agisce convinto di essere lui l’interprete migliore di quei sogni e quei bisogni. Dunque, non soltanto per vincere, ma per poi governare con successo, ciascuno di loro separatamente e esclusivamente si ritiene indispensabile, vero valore aggiunto, uno in più.
Temo, ma questo è un campo nel quale c’è molto da approfondire, anche con gli strumenti della psicologia, che in politica gli ego non si sommino, ma si scontrino con l’esito noto come mors tua vita mea. Questo esito è quasi esattamente il contrario di quello a cui mirano coloro che, intelligentemente, più o meno testardamente, si impegnano a costruire coalizioni. Finora è stato un compito svolto quasi esclusivamente da Elly Schlein e contrastato da un intenso, scomposto e esagerato fuoco che proprio non mi sento di definire amico (meglio usare parole di verità: fuoco stupido e controproducente).
Una volta fatte le primarie per la leadership dello schieramento progressista, primarie che non sono né un flagello né un toccasana, ma un esercizio di partecipazione e democrazia, credo che proprio alla leader così prescelta sarà opportuno affidare il compito di scegliere chi includere nel suo campo per allargarlo. L’importanza di quel compito non può essere sottovalutata. Infatti, sarà con quegli alleati, con le loro qualità, capacità, esperienze e lealtà che la leader sa che le spetterà poi di governare.
pubblicato il 14 ottobre 2026 su Domani