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Che bello il ritorno alle leggi elettorali…

Non sta scritto da nessuna parte che, riducendo il numero dei parlamentari, diventi indispensabile elaborare una legge elettorale proporzionale. Il verbo giusto non è “tornare” come troppi affermano. Infatti, la vigente Legge Rosato è due terzi proporzionale e un terzo maggioritaria, ma la sua logica è sostanzialmente proporzionale. La distribuzione dei seggi varia di poco rispetto ai voti ottenuti dai partiti, tranne che per la Lega, avvantaggiata (ma ingrata) dall’essere stata in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Chi dice che passando a 400 deputati e 200 senatori (gli esponenti del M5S vantano un risparmio di 500 mila Euro che, però, comincerà nel 2023) l’adozione di un sistema maggioritario renderebbe difficile la rappresentanza dei partiti piccoli sbaglia. Nei collegi uninominali, che avrebbero dimensioni ancora accettabili, non enormi: 125 mila elettori circa per ciascun deputato e 250 mila circa per ciascun senatore, i partiti piccoli avrebbero sempre la possibilità di vincere presentando candidature eccellenti oppure alleandosi in maniera appropriata. Tuttavia, quello che conta per chi desidera finalmente una buona legge elettorale è il potere degli elettori. Con l’attuale Legge Rosato e con la precedente legge Calderoli (nota come Porcellum) gli elettori italiani hanno solo potuto dare un voto al partito prescelto e nulla più. Né nel maggioritario inglese né, ad eccezione di pochi paracadutati, nel maggioritario francese sono possibili candidature bloccate, plurime (con dirigenti di partito presenti anche in cinque collegi), paracadutate in luoghi nei quali non hanno radicamento e non hanno nessuna intenzione di tornare, alla faccia della rappresentanza politica e del territorio. Ecco perché è assolutamente improbabile che questi due sistemi elettorali vengano scelti prossimamente.

Maggioritario, è opportuno sottolinearlo ad usum di Prodi e Veltroni, ma anche di Renzi, non è un sistema elettorale proporzionale corretto da un premio, più o meno grande, in seggi che, comunque, dovrebbe rispettare alcune indicazioni già espresse dalla Corte Costituzionali e consentire agli elettori di esprimere almeno una preferenza. La verità è che ancora una volta i dirigenti di partito impostano il discorso sulla riforma elettorale mantenendo come priorità i loro interessi specifici di corto periodo. Così è facile prevedere che non ne uscirà nulla di buono e neppure di duraturo. Nel futuro prossimo altri dirigenti valuteranno altre loro preferenze e vorranno nuovamente riformare la legge. Nel frattempo, Salvini, improvvisamente diventato maggioritario, ha lanciato una proposta, non originale, a lungo cavallo di battaglia dei neo-fascisti e dei loro successori: l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica nel 2029. Lui si accontenterebbe di questo, sicuro di eleggere finalmente un Presidente di destra. Chi si intende di Costituzione e di istituzioni, tematiche ostiche per il leader della Lega, vede in questa proposta unicamente avventurismo.

Pubblicato AGL il 24 settembre 2019


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