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L’impossibile amicizia tra “colleghi” sovranisti @DomaniGiornale

Meno che mai la politica estera di un paese democratico deve dipendere dagli umori e dagli amori di coloro che occupano temporaneamente le cariche di governo. Come punto di partenza c’è sempre l’interesse nazionale che dipende dalla storia, dalle caratteristiche, geografiche, politiche (eccola la geopolitica), economiche, culturali, valoriali di quel paese. Certo, i governanti avranno preferenze e discriminazioni, ma le articoleranno e le giustificheranno con riferimento agli obiettivi nazionali, agli eventuali vincoli, ai valori fondamentali. Le possibili, rare e spesso occasionali, amicizie personali fra i leader hanno poca influenza sulle scelte davvero importanti e sono comunque destinate a non durare nel tempo. I leader, in special modo quelli democratici, passano più o meno rapidamente; gli interessi nazionali, salvo imprevedibili sconvolgimenti, restano, esigono di essere coltivati, difesi, promossi.

La politica estera di tutti i sistemi politici democratici ha una storia di alleanze e preferenze maturate e consolidate. Qualche volta, lo appresero i socialisti italiani alle soglie del centro-sinistra, lo confermò Enrico Berlinguer accettando di rimanere dalla parte della NATO, l’accettazione della politica estera esistente è il biglietto d’ingresso in qualsiasi eventuale coalizione di governo. Nel caso italiano, oltre alla NATO, quel biglietto è decisivo solo se ricomprende anche l’accettazione della membership nell’Unione Europea.

Fin dall’inizio della sua oramai lunga (sic) esperienza di governo, Giorgia Meloni ha cercato di declinare il suo sovranismo marcando le distanze politiche dall’Unione Europea, pur tentando di stabilire qualche buon rapporto personale, con Ursula von der Leyen e con Viktor Orbán. Tuttavia, il suo irriducibile sovranismo la conduceva logicamente e politicamente a puntare su un rapporto speciale, amicale, con il più potente, plateale e presuntuoso dei sovranisti: il Presidente USA Donald Trump. La verità è che i sovranisti, nella misura in cui pongono i loro interessi nazionali al primo, non negoziabile, posto della loro politica estera non possono permettersi il lusso di avere amici che, a loro volta perseguano indefettibilmente i propri interessi nazionali.

Nel caso in esame, apparve subito evidente che Trump non voleva e non riconosceva amici quando impose dazi a qualunque interlocutore non gli garbasse, su qualunque prodotto ritenesse concorrente sleale di produzioni americane. Autoincoronatasi pontiera tra Trump e l’Unione Europea, Giorgia Meloni non riuscì mai a svolgere nessun ruolo poiché Trump non vuole negoziare con l’Unione. Vuole smembrarla. Dal canto loro, alcuni stati-membri dell’Unione possono vantare più peso dell’Italia nei rapporti con gli USA, ma tutti sanno che l’Unione fa ancora più forza. Allora la politica che ha finora fatto Giorgia Meloni non solo non serve all’Unione, ma la indebolisce e la rende giustamente sospettosa nei confronti dell’Italia. Per di più, qualsiasi presa di distanza dall’amico Trump viene da lui variamente stigmatizzata con insulti e offese alla leader e all’Italia.

Sulla sua pelle, Meloni dovrebbe avere imparato che alla Casa Bianca siede temporaneamente non un amico, ma nel migliore dei casi un collega sovranista, quindi alleato quando gli fa comodo, ma sempre alle sue esose condizioni. Non durerà ancora molto, al massimo per altri due anni dopodiché, se Meloni sarà ancora in carica, Meloni dovrà fare i conti con qualcuno che difficilmente potrà chiamare “amico”.

Non bisogna, secondo la sovranista Meloni, indebolire l’Occidente, allontanandosi da Trump. In verità, l’Occidente viene indebolito da Trump che vuole dividere gli europei. Non sappiamo che politica estera farà il successore di Trump, ma due elementi già conosciamo. Primo, molti di quei settantasette milioni di elettori di Trump nel 2024 rimarranno su posizioni sovraniste tutt’altro che amichevoli nei confronti dei leader europei. Secondo, per quanto tentennante, mal coordinata e poco incisiva, la politica estera dell’Unione contiene potenzialità che nessun singolo stato membro, più o meno orgogliosamente sovranista, può eguagliare. La lezione è chiara.

Pubblicato il 23 giugno su Domani


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