
A ciascuno i suoi errori e orrori. Sembra relativamente facile individuare entrambi in contesti alquanto diversi accomunati soltanto dalle più o meno grandi difficoltà della sinistra. In Brasile, l’ultraottantenne Lula ha tre settimane di tempo per recuperare il distacco di due milioni dal destro duro e impuro Flavio Bolsonaro. In Spagna, Pedro Sanchez parte svantaggiato rispetto ad una destra che include gli estremisti di Vox nella corsa ad elezioni anticipate che è stato costretto a indire per fine novembre dopo una possente ondata di (credo) giustificate proteste popolari e la bocciatura di due suoi decreti. In Francia l’ombra lunga di Marine Le Pen si stende pericolosamente sulle elezioni presidenziali della primavera 2027. In Germania, la pur resistibile avanzata di Alternative für Deutschland ha rallentato, ma è tutt’altro che esaurita. Stai a vedere che in questo fosco scenario, la “sinistra” (sì, fra virgolette) che tiene e che, come scrivono fior di pundits, opinionisti e intellettuali, rischia di vincere, è quella italiana. “In un mondo di ciechi, beato chi ha un occhio”.
La mia piccola, ma buona, rete di amici e colleghi politologi, interpellata, mi suggerisce che il vantaggio della sinistra italiana in questa congiuntura dipende da due fattori: non è al governo; è effettivamente plurale. Nei sondaggi questi due vantaggi sono sufficienti per farla risultare meglio piazzata, potenzialmente vittoriosa, premiata da una legge elettorale con la quale la destra si farà/farebbe uno stupendo autogol. Operazione che la sinistra italiana conosce benissimo. Ha già praticato. Potrebbe tentarla ancora.
Sullo sfondo sento le voci che gridano “programma, programma”, ma da quando sono un affermato (proprio così) politologo, so che il programma o meglio le issues, le tematiche prioritarie e salienti, sono uno, non necessariamente il più importante, della triade di elementi che motivano il voto. Conta e molto, soprattutto laddove bisogna costruire coalizioni, l’intensità della identificazione con il partito votato/da votare, spesso debole per i centristi. Infine, ma tutt’altro che marginale, la leadership conta con il suo fascino (non mi pare il caso di parlare di carisma), la sua competenza e la sua esperienza, anche se in politica l’usato non è sempre sicuro. Per il “campo largo” Italian-style c’è, dunque, ancora molto da fare, nella consapevolezza che i tempi li può dettare il governo Meloni. Lo farà accorciandoli o stiracchiandoli non tanto tenendo in considerazioni la maturazione del vitalizio per i parlamentari (sospetto infamante assai), ma la possibilità che la sinistra commetta qualche errore decisivo e la destra recuperi il maltolto da Vannacci e i voti di chi teme comunque un cambiamento.
Il paradosso è che il campo progressista italiano che sembra in condizioni politiche migliori delle sue controparti al di là delle Alpi rischia di essere negativamente influenzato dalle eventuali sconfitte elettorali del PSOE e della gauche plurielle, incasinata (è un antico francesismo), non sottomessa, ma neppure sovrastante che si agita in Francia. Per di più, vincessero le destre, da Vox presso la quale Giorgia Meloni (copyright Giorgia Meloni) comiziò scompostamente, agli ultrasciovinisti camerati di Marine Le Pen, tutto il compito della sinistra italiana diventerebbe ancora più cruciale e complicato. In assenza di un governo di sinistra in Italia, ancorché soltanto modicamente europeista, l’Unione Europea verrebbe messa sotto tiro dai sovranismi che mirano a indebolirne le strutture e ridimensionare i comportamenti, con grande letizia dei diversamente sovranisti Donald (MAGA) Trump e Vladimir Putin. Sono prospettive orripilanti di cui i molti che sono chiamati a fare più largo il campo dovrebbero sentire tutta l’enorme responsabilità impegnandosi a fare appello agli elettori con una leadership credibile e resa autorevole, organizzazioni partitiche non troppo personalistiche/personalizzate, priorità economico-sociali condivise fondate su meriti e bisogni (Claudio Martelli). Tremino le vene ai polsi, ma questo lavoro ha da cominciare.
Pubblicato il 7 ottobre 2026 su Domani